«Ciao, cara, mi potresti tenere questa valigetta per alcune ore, per favore? È di un amico e non so se mi troverà in casa. Magari gli dico che è da te, così non dovrà tornare di nuovo per prenderla. Che bel profumo di caffè! Non resisto, una tazzina anche per me e vado». Sempre indaffarata, Nina, ultimamente. La vedo correre qua e là, tornare a casa in orari improbabili, uscire mezza spettinata, scombinata, con la solita borsa piena di tutto e spesso con borsoni, valigette, cartelle. Cosa starà combinando, mi chiedo. Trascura anche sua madre, non fa più pulizie in casa lei che un lavoro non ce l’ha, almeno per ora, ed è sempre stata legata alle mura domestiche, alla casa perfetta, molto più di me che invece ligia non lo sono per carattere.

La valigetta è nera, di finta pelle, chiusa con un lucchetto. Ha odore di nuovo acquisto e deodorante per auto e il contenuto, né pesante né leggero, non si muove. Non saranno abiti, tastando non si sente nessuna morbidezza. Non saranno libri, peserebbe di più. C’è qualcosa di compatto, ma cosa sarà? La metto accanto all’armadio nel piccolo spazio che separa quest’ultimo dalla parete. Lì non la prende nessuno, si vede e non. Mi sento responsabile, anche se non so il valore di quel che contiene.
Dopo tre ore suona il campanello. «Chi è?». «Sono Giannattasio, l’amico di Nina. Gentilmente…»

Apro, gli porto la valigetta, mi ringrazia. Schivo, con gli occhi e quasi tutto il viso nascosti dalla falda di un cappello di feltro con una fascia larga, elegante ma non eccessivo. Un rappresentante? Un uomo d’affari? E come mai ha lasciato ad altri la sua valigetta?

Scende le scale in fretta ma senza far rumore. Mi sento stranamente interrogativa, annuso in quel modo di fare qualcosa che non va. Nemmeno il tempo di tornare al divano, che sento degli spari. Oddio che succede??? Poi uno stridere di ruote, un motore romba forte, fortissimo. Il rumore si allontana in pochi secondi. Alcune grida seguono, i passanti scappano, sento le suole sull’asfalto, mentre una moto squarcia la sera e si dilegua.

Vado a bussare a Nina. Abitiamo su piani vicini, divisi da due rampe di scale. Quasi ci cado, dal precipitarmi; mi reggo al corrimano e continuo. C’è. C’è in casa, e come mai il tizio è passato direttamente a casa mia? Ora mi insospettisco, mentre ancora tremo di paura per gli spari e i rumori di fuga. «Chi era quello? Ma hai sentito la sparatoria??? Era coinvolto, vero? Ma chi mi mandi a casa? Neanche si è fatto vedere in faccia, zitto zitto ha preso le scale ed è sparito…poi subito gli spari!». Nina è evidentemente confusa, dice che non sa nulla, che l’amico è una persona per bene, figurarsi se qualcuno lo sta cercando. «Non ci credo, quello chissà cosa portava e qualcuno lo sapeva e lo ha appostato. Tu affidi a me qualcosa che mi mette in pericolo, ti sei ammattita? Potevi tenergliela tu quella cosa misteriosa, potevi e non l’hai fatto. Giannattasio, ma chi cazzo è?».
La mia amica (amica fin dai tempi dell’infanzia) farfuglia qualcosa che non sento, me ne vado fuori di me e mi sbatto la porta alle spalle.

Il notiziario, dopo non molto, in edizione straordinaria, dà la notizia della fuga di un pregiudicato, della sparatoria partita da due tipi di un “gruppo” rivale del suo e dell’inutile ricerca da parte della polizia. Il personaggio si chiama Gaetano Buzzi, conosciuto nell’ambiente della malavita come ‘Tano ‘o signore”. Piango di rabbia: ho aiutato un fuorilegge a portare via impunito un tre chili di “roba”? Banconote in mazzetti? Come sono stata ingenua ad accettare di aiutare quella sciagurata di Nina! Mi chiedo cosa l’abbia portata a conoscere un pregiudicato, cosa l’abbia spinta a trattarlo da amico. Non vorrei vederla mai più. Non riesco quasi a chiudere occhio tutta la notte, vedo in sogno strade sporche di sangue, tipi che ridono dietro occhiali neri, una miriade di borse come bombe.

Non ho visto Nina per una settimana. Poi viene a bussare. Mi è mancata tanto la sua compagnia, l’abitudine quotidiana di chiacchierare per dirci ogni nostro accaduto. Ma lei a un certo punto non mi ha confidato più niente, evidentemente. Le apro e mi chiede di ascoltarla. Un fiume di parole dalla sua bocca, inarrestabile, e so che si è fidanzata con un “capo”. Il capo l’ha notata, bella com’è, si è invaghito e ha mandato i suoi scagnozzi a malmenare il precedente innamorato minacciandolo, tra le righe, di morte se non si fosse fatto da parte. Nina ha provato dapprima una disperazione profonda unita a indignazione, poi si è lasciata ammaliare dal fascino del boss, si è sentita addirittura una privilegiata, avendo destato le attenzioni di un uomo potente, temuto, rispettato. Così è passata dall’altra parte, ma non lo ammette apertamente. Dice solo che l’amore non ha confini e lei si sente ormai appartenere a quell’uomo, in una storia di passione e ineluttabilità. La guardo inebetita, non riesco a profferir parola. Mi manca la terra sotto i piedi. Sono a lutto, ho perso un’amica, una grande amica. Ciò che sto pensando non ha riscontro nella realtà. «La nostra amicizia non finisce per queste mie scelte, saprò dimostrarti quanto io sia legata a te come sempre. So che ho sbagliato a farmi aiutare, ma non trovavo altro modo: dovevo il più presto possibile aiutare Tano, il braccio destro di Giacomino, e casa tua era qui, vicinissima. Mi ha spinta il panico, non succederà più».

Non ce l’ho fatta a mandarla via, ho dato retta all’amicizia che ci riempie il cuore anziché alla giustizia. Ho ceduto e sono stata complice di una serie di occultamenti; non subito, ma un po’ per volta mi sono fatta convincere che si trattava di soldi, carta, niente di sporco, “si sottrae ai ricchi per dare ai poveri”. Ma quali poveri? Persone soggiogate, povere di averi, sì, ma ricche di debiti, debitrici di favori. Legate fino al collo agli aiuti del boss. Lei, Nina, è diventata nel tempo moglie e fedele collaboratrice di “Mino ‘o scrittore” (Giacomino scriveva poesiole ironiche e in rima, per diletto, così si era guadagnato il titolo), si occupa di “riscossione mensile” presso gli esercenti, di distribuzione di “piccoli aiuti” a chi è a suo modo fedele e utile al mantenimento del potere del boss, tiene le reti della comunicazione, con tutto il savoir faire di cui è dotata. Una aguzzina e al tempo stesso una “benefattrice”, una donna chic e invidiata, una perfetta ospite delle occasionali feste che organizza nella villa di cui è proprietaria.

Un giorno ho provato cosa vuol dire puro ribrezzo verso una certa specie di genere umano. Mi è entrato in casa un tipo, portato da Nina, tutto vestito di scuro, con il viso coperto, la mano in vita stretta a un aggeggio che ho appena intravisto: una pistola. Sono andata in escandescenze, ho preso a gridare come un animale furioso perciò mi hanno, insieme, tappato la bocca. «Per favore, per favore, non urlare, dai! Se ne va presto, non aver paura…». Nina era stravolta dalla paura, stavolta. Ma fingeva di essere calma. Il tipo occultato se n’è andato dopo dieci minuti. Sono stata per dieci minuti col bavaglio delle mani di Nina a bloccarmi la voce. Ho realizzato in quello stato ogni errore che ho commesso nell’assecondare quella pazza avida di potere, passata da una vita normale a uno stato delinquenziale.

Ci sono state tre vittime, quella volta, una delle quali un ragazzino di dieci anni che casualmente passava, con il papà, davanti al portone del nostro palazzo. Se non avessi aiutato Nina per tante volte, con dedizione e quasi con sottomissione, forse non sarebbe successo! Mio Dio, che tragedia! Anch’io ne sono responsabile, dannata me… Ho deciso di chiudere per sempre la porta ai non desiderati, compresa l’amica con cui dividevo ogni cosa. Lei, sfuggita alle indagini, ha aperto un negozio di abiti firmati, per copertura, e continua a collaborare con il coniuge, catturato e condannato all’ergastolo per la miriade di gravi crimini commessi o di cui è stato il mandante. Svolge le solite mansioni di “raccolta fondi” e aiuto agli “amici in difficoltà”, nonché controlla subordinazioni e insubordinazioni, passa gli ordini, riferisce, gestisce l’attività in sordina. Io sto scontando la giusta pena perché ho deciso di confessare, senza far nomi, di aver nascosto a volte del materiale sospetto per amicizia, solo per amicizia. Mi sono chiusa nel mutismo, non ho collaborato con la giustizia. Faccio strani gesti e dondolii guardando il vuoto. Credono che abbia perso le facoltà di intendere. Anche libera, non avrei più libertà dentro  me stessa. Ma ho maledetto Nina, solo questo.


Testo pubblicato nella rivista “Quaderni” N.76 – N.1/2022, Lo Specchio di Alice, Movimento letterario-artistico internazionale UniDiversità, Bologna

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