Dimore storiche di Sicilia: Palazzo Biscari, di Donatella Pezzino

Palazzo Biscari, celebre residenza catanese dei principi Paternò Castello, costituisce una delle più grandiose espressioni del barocco siciliano. Ubicato nel cuore del centro storico di Catania, occupa un intero isolato, con ingresso principale in via Museo Biscari.

Il palazzo sorge alla marina: dopo il terremoto del 1693 fu uno dei primissimi edifici ricostruiti nel centro cittadino. Grazie alle loro ricchezze e al loro prestigio, i Paternò Castello ottennero dal re il privilegio di edificare sopra le cinquecentesche mura di Carlo V.

Nel 1702, il principe Ignazio III  ne affidò la costruzione al celebre architetto Alonzo di Benedetto; i lavori furono proseguiti dagli eredi del principe, ovvero Vincenzo e Ignazio V, e terminarono solo nel 1763. La decorazione scultorea dei finestroni e gli affreschi dei soffitti vennero commissionati ad alcuni dei più grandi maestri dell’epoca. Sulla facciata esterna, risulta di grande effetto il contrasto  cromatico fra le sculture in bianchissima pietra calcarea di Siracusa e il nero dei muri in basalto dell’Etna.

Fra le stupende stanze del palazzo (circa settecento in tutto) spicca il “salone delle feste”, vero e proprio capolavoro dallo squisito gusto artistico: in stile rococò, si fregia di una complessa decorazione con specchi, marmi e stucchi. Continua a leggere “Dimore storiche di Sicilia: Palazzo Biscari, di Donatella Pezzino”

Architettura sveva in Sicilia: il Castello Ursino, di Donatella Pezzino

A Catania, il Castello Ursino non rappresenta soltanto l’attrazione principale della suggestiva piazza Federico II di Svevia; è infatti uno dei rari edifici di epoca medievale sopravvissuti al terremoto del 1693.

Inizialmente costruito sul mare, il Castello Ursino fu poi circondato dalle lave del 1669, che ne riempirono il fossato e spostarono in avanti il tratto di costa. Secondo lo storico Santi Correnti, il suo nome deriverebbe dall’appellativo “Castrum Sinus”, ovvero “Castello del Golfo”.

La sua costruzione è collocabile fra il 1239 e il 1250; molto probabilmente, rientrava in un più complesso sistema costiero di fortificazioni che includeva anche altri castelli della Sicilia orientale. In più, il suo aspetto maestoso voleva fungere da monito verso la città etnea, spesso riottosa e ribelle nei confronti dell’autorità imperiale. Non a caso, la scultura sulla facciata raffigura proprio l’aquila sveva nell’atto di soggiogare una lepre. Continua a leggere “Architettura sveva in Sicilia: il Castello Ursino, di Donatella Pezzino”

Le pietre raccontano: il sito archeologico di Sant’Angelo Muxaro, di Donatella Pezzino

Sant’Angelo Muxaro sorge su un colle gessoso a una trentina di chilometri da Agrigento, in una zona appartata rispetto alle consuete rotte turistiche. Ci si arriva seguendo la strada per Raffadali e deviando poi per S.Elisabetta. Secondo alcuni studiosi, sul suo territorio sarebbe fiorita la mitica Camico, antica e misteriosa città sicana sede della reggia di Kokalos.

Secondo la leggenda, la città fu fondata da un angelo: in realtà, il nome “Muxaro”(da Mu-assar o Muxar) si deve agli arabi che la tennero fra il IX e il XI secolo facendone un borgo fortificato. Dopo la conquista normanna, nel possesso di S.Angelo Muxaro si avvicendarono alcune delle più potenti famiglie siciliane, come i Chiaramonte e i Moncada.

La maggior parte della zona archeologica è composta da grotte scavate nelle rocce e da tombe sicane, le più antiche delle quali sono databili fra il XII e il IX sec. a. C. In queste tombe sono stati rinvenuti tesori che testimoniano la presenza di una fiorente civiltà dalla tarda età del Bronzo fino al V sec. a.C.  In questa civiltà, nonostante gli evidenti contatti con la cultura egea, l’elemento indigeno (sicano) sembra emergere con forza e seguire un corso evolutivo autonomo prima della definitiva acculturazione greca. La posizione isolata e la rarità dei contatti con la parte orientale dell’isola (più permeabile agli influssi esterni, soprattutto peninsulari) consentirono infatti alla tradizione sicano-egea di S.Angelo Muxaro di conservare a lungo la propria identità.

I resti dell’abitato indicano che fino all’inizio dell’età del ferro gli insediamenti umani sul sito fossero organizzati in piccoli nuclei, probabilmente a motivo del fatto che sullo stesso territorio convivevano diverse culture. Successivamente, il delinearsi della facies omonima porta gli abitanti a concentrarsi intorno ad un unico nucleo.

Nell’Ottocento, gli scavi effettuati dai contadini prima e dagli archeologi poi portarono al ritrovamento di una grande quantità di materiale archeologico, che oggi si trova sparso in vari musei, fra cui Palermo, Agrigento, Siracusa e addirittura il British Museum di Londra, che di S. Angelo Muxaro espone una coppa d’oro decorata a sbalzi raffigurante sei torelli in circolo.

Oltre alle ceramiche e ad altri oggetti di uso comune, nella necropoli di Sant’Angelo Muxaro sono stati ritrovati gioielli di eccezionale finezza: al dito di un cadavere, ad esempio, è stato rinvenuto un pesante anello submiceneo finemente intagliato. Altri preziosi degni di nota ritrovati in loco sono due anelli-sigillo in oro massiccio di produzione fenicio-cipriota (o indigena, secondo alcuni) e alcune coppe auree (fra cui, appunto, quella conservata al British Museum). Dalle sepolture a tholos proviene inoltre una gran copia di vasellame indigeno, coloniale e greco databile fra il VIII e il V secolo a.C.

Molte tombe sono a cupola, dalla forma a tholos miceneo tipica di tutto il bacino mediterraneo. Altre, molto particolari, hanno l’aspetto di un alveare: sono le cosiddette “grotticelle” scavate nella roccia.

La sepoltura più spettacolare è la cosiddetta “Tomba del principe” o “Grotta di Sant’ Angelo” (foto in apertura dell’articolo), dove secondo la leggenda, si ritirò S.Angelo, l’uccisore del drago. La tomba consta di due locali a cupola schiacciata: un’ampia camera circolare e un’annessa camera sepolcrale, anch’essa di forma rotonda. La grandezza della sepoltura e la particolare ricchezza del corredo al suo interno hanno fatto pensare ad una tomba reale o comunque destinata ad una dinastia influente. In epoca bizantina, questa tomba fu utilizzata come chiesa; nei secoli successivi divenne perfino covo di briganti. Inclusa nella grande campagna di scavo guidata da Paolo Orsi, a partire dagli anni Trenta del Novecento è stata oggetto di studi accurati.

Così Vito Maria Amico nel suo “Dizionario”(1757-1760) descriveva la località: “Angelo (S.) lo Mussaro. Lat. S. Angelus de Muxaro. Sic. S. Ancilu di lu Muxiaru (v. M.) Siede nella parte meridionale della Sicilia nella Valle di Mazzara, e la Diocesi di Girgenti, presso le rive di Alico, volgarmente Platani; contavanvisi nel secolo XVII 302 case, 1121 abitanti, oggi conta però 283 case, 949 abitanti. Ne è montuoso il sito verso Occidente, e rivolto ad Ostro.”

*

Donatella Pezzino

Dal blog: Donatella Pezzino – la donna siciliana nella storia e nella poesia

Dieci poesie di Giannina Milli, di Donatella Pezzino

Un desiderio

Vorrei col vol dell’aquila
Levar lo spirto anelo
A spaziar pe’ lucidi
Campi del vasto cielo;
Libera al par dell’aria,
Un solo istante almen,
Vorrei slanciarmi a vivere
Dell’infinito in sen!

Se in una stella scegliere
Dovessi mai dimora,
Non sceglierei la splendida
Foriera dell’aurora;
Ma in grembo a un astro, incognito
Al mortal guardo ancor,
Vorrei romita accogliermi,
Vivervi ascosa ognor.

*

Romanza

E’ ver, doglioso e mesto è il canto
Che a me sul labbro sospinge il cor;
Una inesausta vena di pianto
De’ più begli anni m’attrista il fior.

Par, se mi chiedi da che deriva
Quello che m’ange crudo martir,
Dirò che ho pena segreta e viva,
Ma perché peno, io non so dir.

Perché sospira chiedi a l’auretta,
E perché mormora chiedi al ruscel,
Chiedi a che geme la colombetta
Mentre ha d’appresso il suo fedel.

Ch’è in lor natura, risponderanno,
Spirare, gemere e mormorar;
Così i miei versi altro non hanno
Senso gradito, che il lamentar.

*

Il mattino

Allor che il lume della bionda aurora
La tranquilla rischiara aria serena,
Di un verde colle sull’altura amena
Sola co’ miei pensier traggo talora.

E come veggio tutta emerger fuora
Da rosea nebbia l’incantevol scena,
Cui fa specchio la pura onda tirrena
Lieve increspata dalla placid’ora;

In un mar di dolcezza indefinita
S’immerge la commossa anima, e oblia
Tutte le cure della stanca vita.

E a te, cara e gentil Napoli mia,
Cui fu tanta beltà da Dio largita,
Un saluto di amor per me s’invia.

*

La quarta rosa

Tre rose io m’ebbi, tre pudiche rose
Conforto e premio alla difficil via,
E dissi al fato: or più dilette cose
Dai non puoi né più sacre all’alma mia.

Ma qual pregio, o gentil tra le vezzose
Che l’odorata aura di maggio aprìa,
Qual altro pregio il cielo in te ripose
Poi che il vate d’Arnaldo a me t’invia!

Oh no! non urna preziosa tanto
Che di te degna sia, possiedo, o fiore,
Ch’io bacio e spargo di devoto pianto.
Ma qui starai, qui, sull’ardente core;
E tu v’addoppia, se t’è dato, il santo
Foco dell’arte e il cittadino amore.

* Continua a leggere “Dieci poesie di Giannina Milli, di Donatella Pezzino”

Il Teatro Massimo Bellini, spettacolo di arte e di bellezza, di Donatella Pezzino

Con la sua struttura raccolta e riccamente adorna, il Teatro Massimo Vincenzo Bellini impreziosisce l’omonima piazza nel cuore del centro storico di Catania. A differenza di altri teatri, questo edificio non affascina per le sue dimensioni, ma per la singolarità delle sue linee sinuose e la bellezza dei suoi decori.

Fino alla seconda metà dell’Ottocento, Catania mancò di un vero e proprio teatro dell’Opera. Per secoli, le opere liriche furono rappresentate in teatri privati, per lo più appartenenti a nobili e mecenati; a partire dal 1821, a questa funzione fu adibito il Teatro Comunale Provvisorio, meglio noto come “Teatro Coppola”, ricavato da un magazzino nel quartiere Civita.

Nel 1870, finalmente, la città decise di commissionare all’architetto udinese Andrea Scala la costruzione di un Politeama, scegliendo come sito Piazza Nuovaluce (oggi Piazza Vincenzo Bellini). Per alcuni anni, grazie al sostegno finanziario della Società Anonima del Politeama, Scala potè portare avanti il progetto iniziale, avvalendosi della collaborazione del collega milanese Carlo Sada, futuro esponente dell’eclettismo liberty e autore di tante costruzioni di spicco dell’edilizia catanese fin de siécle (la Torre Alessi, Villa Morosoli, Palazzo Pancari Ferreri). Continua a leggere “Il Teatro Massimo Bellini, spettacolo di arte e di bellezza, di Donatella Pezzino”

Tracce bizantine in Sicilia: la Cuba di Santa Domenica, di Donatella Pezzino

La Cuba di Santa Domenica sorge nel territorio di Castiglione di Sicilia, in prossimità del fiume Alcantara. Ricca di fascino e di mistero, questa antica cappella rustica combina in sé diversi stili architettonici, dal bizantino all’arabo.

La Cuba è stata ritenuta per tutto il Novecento una costruzione di età bizantina, databile fra il VII e il IX secolo; successivamente, studi approfonditi hanno portato a stabilirne una datazione più tarda. Oggi, infatti, gli studiosi sono concordi nel collocarla in un periodo compreso fra il X e l’XI secolo.

Nonostante sia di epoca normanna, l’impianto presenta moltissimi aspetti dell’architettura e dell’arte bizantina, ai quali sono mescolati elementi di ispirazione islamica.

Allo stato attuale delle ricerche, non se ne conosce ancora con certezza l’originaria destinazione d’uso. Il suo contesto è fra gli aspetti che destano le maggiori perplessità: ci si chiede infatti quale possa essere stata la motivazione che ha portato a costruire un edificio tanto particolare in un luogo così isolato e ameno. Oggi come allora, infatti, la Cuba campeggia solitaria in mezzo al paesaggio agreste. Continua a leggere “Tracce bizantine in Sicilia: la Cuba di Santa Domenica, di Donatella Pezzino”

Libri: “Fiori estinti” di Mattia Tarantino, recensione di Donatella Pezzino

 

“Fiori estinti” è un libro di ossa e di memoria. Ma, soprattutto, è un diario spirituale. Mattia Tarantino vi si riversa intero, aprendo le vene del sogno, togliendo il velo alla realtà visibile e alla stessa vicenda umana. Accedendo da una remota zona del suo intimo ad una ideale via di conoscenza: il passato. E non il passato dei ricordi, bensì quello della reminiscenza.

Fui sarto in Palestina: ricucivo
le vertebre di Cristo a croci marce
e fiorellini, i fiorellini
si scheggiano nell’erba che rivela
le ferite e la salvezza.

Un cammino a ritroso per tornare alla creazione, nel senso più ampio e variegato del termine. Di questo viaggio, la poesia è il percorso: e, come tale, non è mai stasi ma moto incessante, processo dialettico, trasformazione continua. Ed è un movimento, quello della poesia, sostanzialmente sinergico e sincrono: sinergico perché l’artista, mentre crea, guarda a chi lo ha preceduto, ne eredita e ne utilizza gli strumenti, ne rielabora gli stili, i moduli, i temi; sincrono perché nella sua opera c’è contemporaneità di passato, presente e futuro. Mattia non è figlio di un’epoca ma di tutte le epoche: fuori dallo spazio e dal tempo, eppure conficcato all’interno di essi come una radice alla terra.

Mi troverai al di là della luce,
nell’orma bianca del passo
tracciato dal canto, dove tutto
il dolore del mondo è ammainato.

Ed è proprio la radice il fine ultimo a cui tende: la poesia di Mattia è un fiore che sboccia all’inverso, rientrando nelle sue fibre, cercando le sue origini, in questo mondo e oltre, guardando al momento antecedente alla nascita, alla vita amniotica e prima ancora; ripercorrendo in senso opposto le tappe della storia e dell’evoluzione, attingendo alla sfera del mito e della profezia, in un’”escatologia al contrario” che è poi l’unico mezzo per ritrovare la propria umanità. Continua a leggere “Libri: “Fiori estinti” di Mattia Tarantino, recensione di Donatella Pezzino”

Dieci poesie di Mariannina Coffa, di Donatella Pezzino

La potenza della donna

A te la voce dell’ amor fu data,
A te la gloria, l’ armonia, l’ affetto,
Quando d’arcana speme inebriata,
Più sublime ti fai d’ ogni altro obietto.

E allor che di splendore irradiata
La bella chioma ti discende al petto
E di virtù favelli… oh, in te traslata
Veggio la possa dell’ eterno Detto!

E nei rai, nella voce, e nel sorriso
Fulge il gaudio di Dio che ti feconda,
Che congiunge la terra al paradiso!

Donna, che sei tu dunque?.. e Vita, e Morte. . .
E spesso adduci alla beata sponda,
E sovente del Ciel chiudi le porte!

*

Una sera d’està

L’aura che spira tra le verdi fronde
Pare un sospir di Dio;
Il pensiero si svolge, e si confonde
Di vita nell’ oblio;
Di speme un canto che le pene ammuta
Va lieve in sulla terra, e la saluta.

Il mormorio del fresco ruscelletto
Par l’ eco de la speme;
Ahi, la campagna, la foresta ha un tetto
Pel misero che geme,
Solo la terra più crudel, più dura
Nega un asilo ai giusti, alla sventura.

E il raggio della luna incerto e mesto,
Che imbianca i firmamenti,
Che vede? . . il mondo di sciagure infèsto,
E danni, e tradimenti,
E sotto il vago innamorato aspetto
Scopre in cor dei mortali, odio, e sospetto.

Qual dolcezza nell’ animo trabocca
Al mormorio del fonte!. .
Como l’ arpa che cessa d’ esser tòcca
Risponde amico il monte . . .
E dei mesti pensier l’ incerto volo
Si fa sublime nel pensier di un Solo.

*

I sogni

Tremante immago d’ un affetto estinto,
Ombra della speranza e dell‘ oblio,
Vieni al mio cor da tanti strazi avvinto,
Cui solo è guida… e l’ avvenire è Dio!

Vieni bell’ angiol mio!.. d’un lauro è cinto
Il tuo vergine capo… oh almen sei mio
Sei mio nei sogni.. . allor che a te sospinto
Si fa dolce e sublime ogni desio!!

Lieve come il sospir della speranza
Sì soave ti veggio in sulla sera,
Che tetra in sul mattino è la membranza

Forse disceso dall’ eterna sfera
Tu a me ti volgi… cui niun bene avanza…
Che la tua luce immaculata e vera! Continua a leggere “Dieci poesie di Mariannina Coffa, di Donatella Pezzino”

Libri: “Vita trasversale” di Felice Serino, recensione di Donatella Pezzino

In un mondo sempre più corporeo e materiale, viene spontaneo chiedersi se ci sia ancora posto per l’anima. Poi si legge la poesia di Felice Serino e allora tutta la prospettiva cambia. D’un tratto, il velo dell’apparenza si squarcia ed ecco la verità nuda, il significato ultimo dell’esistenza umana: l’evidenza che potrebbe, se solo lo volessimo, costituire l’abbrivio verso una vita piena, consapevole e scevra da paure.

In “Vita trasversale” l’anima è più che mai al centro, e la poesia diventa in toto ancella del pensiero. La silloge, infatti, raccoglie gli ultimi scritti (2017-2019) nei quali il pensiero e la spiritualità dell’autore campano emergono con più forza rispetto alla produzione precedente. Ed è una forza talmente dirompente da lasciare in chi legge un segno profondo: la poesia breve, il verso ridotto all’osso eppure pregno, vivo come non mai di immagini e sensazioni, dicono che l’uomo, prima ancora che il poeta, ha trovato ciò che cercava da tutta una vita: è arrivato all’essenza delle cose. Quasi sorride sornione Serino, tra i versi, evocando ricordi e illusioni di tante vite precedenti, del sé stesso del passato angosciosamente fermo dinanzi al muro delle convenzioni che adesso si è finalmente sgretolato.

E cosa c’è al di là del muro? Semplice: l’Oltre. E quindi, il Tutto. Pur senza essersi ancora, nei fatti, spogliato del suo corpo di carne, Serino si è distaccato dal mondo e dalle sue pastoie e può quindi aprire gli occhi su ciò che ci aspetta “dopo”. Non la fine, la morte, l’annientamento: oltre c’è un altro piano di esistenza, anzi, infiniti piani di esistenza da dove non solo i nostri morti, ma anche i tanti noi stessi speculari ci guardano. La nostra anima è un dispiegarsi in infiniti alter ego e in infinite potenzialità: tutto quello che i nostri limiti fisici e le costrizioni imposte dalla società ci impediscono può essere realizzato altrove, anche quello che abbiamo cominciato qui e che non siamo riusciti a portare a termine.

ora

danzi il flamenco che amavi

col tuo corpo d’aria

e da un altrove “detti” poesie

quelle

che non hai avuto il tempo di scrivere

Ma questo oltre non è trascendenza, è trasversalità: nel corso della nostra esistenza terrena, quindi, possiamo scorgerlo in trasparenza dagli innumerevoli segni inspiegabili in cui ogni giorno ci imbattiamo, nella bellezza della natura che ci fa “sentire” la nostra realtà di esseri spirituali, e soprattutto, attraverso il sogno. La dimensione onirica è sicuramente uno degli aspetti più interessanti della poesia seriniana, data la valenza assolutamente peculiare che le viene attribuita. Il sogno, infatti, è il trait d’union fra i diversi piani di esistenza: un bivio nel quale tutte le strade dell’oltre convergono, la via che rende possibile la comunicazione con l’invisibile permettendoci di evadere per un attimo dal nostro “esilio di carne”.

Ogni notte, quindi, il sonno ci scioglie dai ceppi del sangue per lasciarci fluttuare in quel Tutto al quale non smettiamo mai di appartenere, anche quando la vita di ogni giorno ci restituisce alla nostra condizione di peccato e di polvere: quel Tutto che è Dio e che è amore, assoluto e incondizionato. La consolazione alla nostra pochezza, quindi, è questo sconfinato amore di Dio per noi, e la certezza che, benchè peccato e polvere, torneremo a Lui; che tutto è in tutto e tutto è Dio; che la vita nasce dalla morte e si rinnova da sé stessa. Così, l’anima è un continuo partorirsi e ritornare al Tutto: è grazie a questa consapevolezza che possiamo vincere la nostra atavica paura della morte. Perché, infatti, dovremmo temere quel “punto di non ritorno” che invece di distruggerci ci restituisce alla nostra vera vita?

fioriti

nelle braccia di Dio

come nella prima luce

La luce, altro punto nodale del nostro poeta-pensiero: una luminosità che fa quasi male agli occhi, tanto è intensa e inestinguibile. La poesia di Serino è tutto un immergersi in questa Luce dove l’umano e il divino sono allo stesso tempo sorgente, fiume, cascata, foce, in una continua simbiosi dove si può conservare la propria unicità solo annullandosi. Ed ecco, quindi, affiorare un nuovo concetto capace di rispondere a tutti i nostri interrogativi, soprattutto di fronte alla sofferenza, all’errore, all’inadeguatezza: questa vita sulla terra ha senso solo se trascendiamo la nostra animalità per trasformare il nostro sangue in ali. L’angelo e l’uomo, due facce della stessa medaglia che la carnalità rende opposte, nemiche:

convivere con gli umori

di un corpo di morte

dall’animalità all’angelo: questa

l’impervia salita

più d’una vita se dal sangue

fioritura sia d’ali levate:

ogni passo ne perdi una piuma

e ancora:

le mani affondi

nel sangue delle convenzioni

mentre

all’angelo lucente del sogno

tarpi le ali

facendolo all’alba svanire

Basta immergersi nel proprio spirito per annullare qualsiasi distanza fra noi stessi e l’angelo che siamo. Allo stesso modo, il distacco dalla realtà che ci circonda ci aiuta a prendere coscienza della verità che sempre ci sfugge: che vita e morte sono una cosa sola; che non c’è una fine, e che ogni morte non è che un nuovo inizio. Se a ciò fossimo sempre presenti, affronteremmo con serenità, quando non addirittura con gioia, il passo estremo che ci attende, e che altri hanno compiuto prima di noi:

rinfranca il pensiero d’essere

immortale -e già dalla ferita della

creazione lo sei-

la morte ti cerca?

uscito dal guscio tu sarai altro

l’anima libera sarà dai lacci

lo spazio mentale onde di luce e amore

niente d’ imprevisto se la morte

non ti sorprenda più della vita

Avanzare negli anni, a questo punto, non è invecchiare, ma pervenire a nuova giovinezza; avvicinarsi sempre più alla verità mentre ci si allontana dalle meschinità del mondo. Eppure, come ogni altra creatura di carne e sangue, il Serino-uomo non può fare a meno di chiedersi: mi ricorderanno un giorno? Come sarà il momento del trapasso? Domande alle quali lo speculare Serino-pensiero risponde con l’ironia di chi ha già oltrepassato quella soglia e non può più essere scalfito. Il Serino che ricorda persone ed episodi del suo passato con tenerezza, con gioia struggente, filtrando ogni fotogramma alla luce dell’anima e conservando solo quelli in cui sia visibile il riflesso di Dio.

Così, il poeta rivolge lo sguardo solo alle strade che portano verso casa: l’amore, la bontà, la bellezza in grado di elevare, il donarsi che rende capaci di fare la differenza. Nonostante sia in continua introspezione, Serino non è mai chiuso in sé stesso. E in tutto ciò la parola lo aiuta, lo innalza, oltre le barriere che ovunque, su questa terra, ci opprimono e ci ostacolano. La parola acquista una valenza liberatoria grazie alle sue inesauribili possibilità di creazione: in questo sta il senso dello scrivere. Alla domanda: perché scrivi? Si potrebbe quindi rispondere: perché la parola è luce, e io detesto il buio. Perchè la parola è casa. E’ il respiro dell’anima, è la vita stessa. E l’assenza di ispirazione, di conseguenza, è un sentirsi disabitato/simile a quell’albero nudo/da cui son fuggiti i canti/vivere/di stelle spente.

Donatella Pezzino

Una misteriosa chiesetta gotica alle pendici dell’Etna, di Donatella Pezzino

Guardandolo vengono in mente le chiesette medievali della Scozia o dell’Irlanda. Invece il tempio di Sant’Antonio Abate è siciliano, anzi sicilianissimo: sorge alle pendici dell’Etna, ed è attualmente inglobato all’interno del cimitero di Mascalucia.

La struttura, in pietra lavica e in stile gotico-normanno, è fra le più antiche del territorio etneo:  risale infatti al VI secolo. Una vera rarità, se si pensa a quante costruzioni antecedenti al 1693 siano state qui completamente distrutte da terremoti ed eruzioni.

E’ possibile che la chiesetta, originariamente, facesse parte del monastero di San Vito citato da San Gregorio Magno ma di cui oggi non rimane traccia; ciò che si sa di certo è che per secoli ha rappresentato il punto di riferimento non solo per i cristiani del luogo, ma anche per quelli dei villaggi vicini che non avevano un edificio di culto proprio.

Nel corso della sua storia, l’impianto ha subìto molti rimaneggiamenti. E’ stato cambiato l’orientamento: la facciata, originariamente rivolta a est, oggi guarda a sud, cioè verso il mare. La scalinata e il portico per i penitenti posti davanti all’ingresso principale, ancora esistenti agli inizi del XIX secolo, sono stati rimossi, come pure alcuni altari e alcune finestre. Tra gli elementi originari che sono stati mantenuti, invece, ci sono la porticina laterale – presumibilmente, l’ingresso per le donne – e il binario in pietra lavica che divide in due l’interno della chiesa e che, prima dell’avvento dei normanni, serviva a separare l’uditorio maschile da quello femminile. Continua a leggere “Una misteriosa chiesetta gotica alle pendici dell’Etna, di Donatella Pezzino”

Dove il Vespro ebbe inizio: la chiesa del Santo Spirito a Palermo, di Donatella Pezzino

La guerra dei Vespri Siciliani iniziò a Palermo con la rivolta del lunedi di Pasqua del 1282 ( 30 marzo), scoppiata in seguito alla perquisizione arbitraria di una gentildonna da parte di un soldato francese. L’episodio si svolse davanti alla chiesa normanna del Santo Spirito, che da allora è conosciuta anche con il nome di “Chiesa del Vespro”.

L’edificio fu realizzato nel 1178 per iniziativa di Margherita di Navarra, consorte del re normanno Guglielmo il Malo,  e affidato all’Ordine cistercense; nel XVIII secolo vi sorse attorno il cimitero di Sant’Orsola ma ciò non ha reso meno suggestiva la sua bellezza.

L’impianto è basilicale, a tre navate con sei colonne e otto archi; il cappellone maggiore porta la firma del celebre scultore palermitano Antonello Gagini  (1478 – 1536). Il pregiato soffitto ligneo e lo stupendo Crocifisso in legno risalente al XV secolo rendono questa chiesa ancora più preziosa. Continua a leggere “Dove il Vespro ebbe inizio: la chiesa del Santo Spirito a Palermo, di Donatella Pezzino”

Su “Le certezze del dubbio” di Goliarda Sapienza, di Donatella Pezzino

 

La scrittura di Goliarda Sapienza (1924-1996) potrebbe essere paragonata alla piena di un fiume: rapida, improvvisa, incontrollabile, eppure così ricca di fascino nella sua semplicità brutale; a volte discontinua, tutta salti e nervi, e proprio per questo con una sua intrinseca, naturale armonia. Parole come pietre, che un’acqua densa di voci, volti e sensazioni trascina con sé in modo quasi spasmodico; una lettura che segna, che scava solchi, che non si dimentica.

Non mi riferisco, nello specifico, alla celebre “Arte della gioia”. Personalmente, a dispetto dell’ammirazione suscitata in tanti critici e lettori, quello che è comunemente ritenuto il capolavoro di Goliarda non mi ha particolarmente entusiasmata: vi ho percepito una certa forzatura, nei dialoghi e nelle situazioni. Forse per l’insistenza quasi morbosa sulla sensualità e la spregiudicatezza di Modesta, nella quale si avverte marcatamente l’intenzione di forgiare, più che un carattere, un simbolo dell’affermazione femminile che possa rappresentare la nuova donna del femminismo e della rivoluzione sessuale; o forse, più semplicemente, perché Goliarda è una di quelle voci che soffrono le costrizioni di certi tessuti narrativi, e che per brillare in tutta la loro potenza devono essere libere di fluire, di rompere gli argini, di tracimare. Continua a leggere “Su “Le certezze del dubbio” di Goliarda Sapienza, di Donatella Pezzino”

Dimore Liberty di Sicilia: il Villino Florio all’Olivuzza, di Donatella Pezzino

Quando si parla di stile Liberty, non si può non pensare al Villino Florio. Ancora oggi, questo piccolo gioiello dell’Art Nouveau fa bella mostra di sé al n. 38 di Viale Regina Margherita a Palermo, nel quartiere dell’”Olivuzza” vicino alla Zisa,  dove crea una parentesi incantevole e fuori dal tempo a stretto contatto con la modernità. Circondato da un suggestivo giardino, l’edificio è un vero e proprio respiro di arte e di bellezza, capace di rendere più tollerabile l’aspetto – ben poco artistico – dei palazzoni che lo circondano.

Costruito tra il 1899 e il 1902, fu commissionato dai coniugi Florio all’insigne architetto Ernesto Basile, uno dei massimi esponenti del modernismo italiano e del Liberty, nonchè autore di edifici ed interni celebri (l’ala nuova di Montecitorio e il palazzo Bruno di Belmonte di Ispica, solo per fare qualche esempio). Desiderosi di regalare una dependance al giovane figlio Vincenzo, i facoltosi imprenditori palermitani, com’era loro costume, non badarono a spese, lasciando piena libertà al genio creativo di Basile.

Ispirandosi all’indole del futuro proprietario, uomo raffinato, cosmopolita e amante dei viaggi, l’architetto fuse con sapiente armonia una pluralità di stili, dal romanico al barocco, dal gotico al rinascimentale, reinterpretando motivi nordici e mediterranei alla luce del nuovo gusto Liberty.

All’esterno, i capitelli, i bassorilievi, le torrette, le scalinate, le vetrate, il loggiato e i dettagli artistici in ferro battuto danno vita ad un insieme dalle forme sinuose che accarezzano lo sguardo: qui, l’armonia è creata dalla diversità, l’eleganza dalla capacità di essere eclettici e originali senza mai spezzare l’equilibrio delle parti.

All’interno, il legno trasmette ovunque calore e intimità, creando un’atmosfera raccolta, avvolgente e al tempo stesso estremamente ricercata. Alcuni elementi decorativi, come il soffitto ligneo scolpito della scalinata, le pareti rivestite di stoffe a motivi floreali, gli intarsi sulle porte e sul camino, realizzano un perfetto connubio fra opulenza e squisito gusto artistico.

A dispetto degli anni che passano, l’interior design del Villino colpisce per la sua sorprendente attualità: le stanze e gli ambienti di passaggio, dai rivestimenti agli elementi decorativi, potrebbero tranquillamente uscire dall’ultimo numero di una moderna rivista di arredamento.

Altrettanto all’avanguardia era l’arredamento originario. Lo aveva progettato lo stesso Basile, conosciuto in tutta Europa non solo come architetto, ma anche per i suoi originali mobili di design. Purtroppo, oggi non possiamo più ammirare quelli dell’ Olivuzza: nel 1962, sono andati irrimediabilmente perduti in un incendio che ha devastato parte della struttura, insieme ai dipinti e gli affreschi di Ettore Maria Bergler e Giuseppe Enea e ad altre pregevoli opere d’arte.

Nel periodo di maggior splendore, ovvero durante la Belle Epoque, il Villino vide tra le sue stanze ricevimenti sfarzosi ed ebbe molti ospiti illustri, sia italiani che stranieri.

Nel 1911, la giovanissima moglie di Vincenzo Florio morì di colera dopo soli pochi anni di matrimonio, e senza dargli alcun erede. Da allora, iniziò per il Villino la parabola discendente: l’immobile e il relativo parco furono quasi abbandonati finchè, nel 1922, i fratelli Florio li vendettero per far fronte a gravi problemi economici.

La proprietà passò al principe di Fitalia e poi alla Curia Arcivescovile; negli anni Trenta e Quaranta, gran parte del parco venne lottizzato e adibito a nuove costruzioni.

Nel 1984, l’edificio è stato acquisito dalla Regione Siciliana, che lo ha sottoposto ad una serie di restauri e ne ha fatto una delle sue sedi di rappresentanza. Oggi il Villino Florio è aperto al pubblico: è possibile visitarlo dal martedi al sabato e ogni prima domenica del mese dalle 9 alle 13.

Donatella Pezzino

dal Blog: Donatella Pezzino – La donna siciliana nella storia e nella poesia

Le pietre raccontano: il Parco Archeologico di Segesta, di Donatella Pezzino

Il Parco Archeologico di Segesta sorge sul Monte Barbaro, una suggestiva zona collinare a nord-ovest di Calatafimi, in provincia di Trapani. Il paesaggio, che alterna alture, gole e vallate, si distingue per la straordinaria bellezza della sua natura incontaminata e per gli imponenti resti dell’antica città, fra i quali spiccano il teatro greco e il grande tempio dorico.

La città fu fondata dagli Elimi, gruppo indigeno del quale Tucidide segnala l’origine troiana. Sembra infatti che questo popolo sia la risultante della fusione tra i profughi scampati alla distruzione di Troia, alcuni emigrati focesi provenienti dal Mediterraneo orientale e la locale etnia sicana. Non si conosce con esattezza la data di fondazione, ma i reperti portano ad ipotizzare che il sito fosse già abitato nel IX secolo a.C.

La storia più antica di Segesta è strettamente legata a quella della vicina Selinunte. Le due comunità, infatti, rivaleggiarono costantemente per questioni di confine e a causa delle mire espansionistiche dei selinuntini verso l’entroterra. Il conflitto entrò nella sua fase più critica nel V secolo a C.,  quando le due città, nel tentativo di sopraffarsi l’un l’altra, cercarono potenti alleati nei greci, nei siracusani e nei cartaginesi. La lunga stagione di guerre che ne scaturì portò alla sconfitta e alla distruzione di Segesta da parte del tiranno di Siracusa Agatocle, che ne cambiò il nome in Diceopoli (307 a.C.). Successivamente, la città riuscì a risollevarsi e riprese il suo vecchio nome. Continua a leggere “Le pietre raccontano: il Parco Archeologico di Segesta, di Donatella Pezzino”

Elisa Cegani, l’antidiva dei telefoni bianchi, di Donatella Pezzino

 

(Photo by Mondadori Portfolio via Getty Images)

Delicata, signorile, un po’ altera. Un fascino magnetico e decisamente femminile, ma senza la carnalità esasperata e le pose tanto di moda fra le sue colleghe. Elisa Cegani, torinese di origine veneziana, era una bellezza semplice e luminosa; in un cinema che ereditava dal muto la tendenza all’espressività marcata e quasi caricaturale, il suo stile recitativo si distingueva per linearità, intelligenza e moderazione.

Con Amedeo Nazzari in “Cavalleria” (1936)

Nata nel 1911, la Cegani apparve per la prima volta sul grande schermo in Aldebaran (1935) con lo pseudonimo di Elisa Sandri; la dirigeva Alessandro Blasetti, regista a cui sarebbe rimasta per sempre legata, anche nella vita.

In “La corona di ferro” (1941)

Elegante e controllata, l’attrice piacque subito sia al grande pubblico che agli “addetti ai lavori”, tanto da acquisire risonanza anche all’estero; in breve, divenne una delle star più quotate di quel genere cinematografico noto come “cinema dei telefoni bianchi”. Continua a leggere “Elisa Cegani, l’antidiva dei telefoni bianchi, di Donatella Pezzino”

Dieci poesie di Ada Negri, di Donatella Pezzino

Pensiero d’autunno

Fammi uguale, Signore, a quelle foglie
moribonde, che vedo oggi nel sole
tremar dell’olmo sul piú alto ramo.
Tremano, sí, ma non di pena: è tanto
limpido il sole, e dolce il distaccarsi
dal ramo, per congiungersi alla terra.
S’accendono alla luce ultima, cuori
pronti all’offerta; e l’agonia, per esse,
ha la clemenza d’un mite aurora.
Fa ch’io mi stacchi dal piú alto ramo
di mia vita, cosí, senza lamento,
penetrata di Te come del sole.

*

Il risveglio

Senza sonno la notte e senza pace
fu. Pulsava alle tempie, ai polsi il sangue
torbido, in colpi sordi; e mi parea
rispondesse al mugghiar cupo del mare.
E tra il mugghio del mare e il martellìo
del sangue il mio dolor con le memorie
più fonde in cuor si rinnovava, tutta
addentandomi dentro: ero soltanto
quel dolor, quel dolore; e il resto nulla.
Ma venne, a un tratto, verso l’alba, il sonno.
Breve esso fu, come una morte breve;
e mi svegliai che il sol, già alto, in fasci
di raggi entrava dal quadrato azzurro
della finestra. Vi balzai. M’immersi
nella luce, non più vita pensante,
ma solo vita: bevvi la freschezza
del mattino nel salso odor del mare,
mare e cielo divenni, e immenso riso
senza memoria.

*

Orgoglio

Soffri in silenzio. Non chiamar nessuno
a numerar le lacrime degli occhi
tuoi. Sia pur grave il colpo che ti tocchi,
chieder coraggio ad altri è inopportuno.

Conta nel tuo segreto ad uno ad uno,
se vuoi, curva e prostrata sui ginocchi,
i singhiozzi del cor—ma non trabocchi
la piena mai, per la pietà d’alcuno.

È un’orribile cosa esser compianti.
Conquista in te, con la tua forza sola
di volontà, l’oblio del tuo cordoglio.

T’insegnerò, per disseccare i pianti
fiacchi e cangiarli in riso entro la gola,
un peccato magnifico: l’Orgoglio. Continua a leggere “Dieci poesie di Ada Negri, di Donatella Pezzino”

Che fine ha fatto “Sperduti nel buio”? , di Donatella Pezzino

Roma, 1943. Una pattuglia di soldati tedeschi agli ordini del tenente Van Daalen fa irruzione nei locali del Centro Sperimentale di Cinematografia e porta via quasi tutto il materiale custodito negli archivi. Nel bottino, un patrimonio di grandissimo valore culturale e artistico: la Cineteca, infatti, conservava pellicole di varie epoche, alcune delle quali rarissime. Fra queste, il capolavoro del muto Sperduti nel buio (1914), nell’unico esemplare ad oggi conosciuto.

Basato sull’omonimo dramma teatrale di Roberto Bracco (1901), Sperduti nel buio porta la firma di quel genio multiforme e avanguardista che fu Nino Martoglio. Attraverso l’opera di Bracco, Martoglio tradusse il verismo letterario in immagini di intenso impatto emotivo, con intuizioni che, secondo molti critici, hanno anticipato in modo sorprendente alcuni caratteri peculiari del cinema neorealista.

Merito dello scrittore e regista catanese fu l’aver compreso che ciò che rappresentava un limite in teatro poteva diventare un punto di forza sul grande schermo. Il lavoro teatrale di Bracco, infatti, era concepito con una struttura “a blocchi” che presentava alcune inevitabili difficoltà al momento di essere messo in scena: la vicenda non procedeva fluida e continua, ma “saltava” da uno scenario all’altro, spezzando l’uniformità del tessuto narrativo.

Sul palcoscenico, dove è la parola a focalizzare l’attenzione, questo impianto poteva risultare statico e di difficile comprensione; nel film, invece, dove è la sequenza di immagini a farla da padrone, esso poteva rendere la narrazione più varia e dinamica, grazie soprattutto ad un espediente tecnico di grande efficacia: il montaggio. Di grande effetto, nel caso di Sperduti nel buio, fu il cosiddetto “montaggio di contrasto” che metteva bruscamente a raffronto gli ambienti lussuosi e quelli più miseri. Continua a leggere “Che fine ha fatto “Sperduti nel buio”? , di Donatella Pezzino”

Il castello di Nelson, di Donatella Pezzino

L’abbazia siciliana di Santa Maria di Maniace, meglio conosciuta come Castello di Nelson, sorge al confine fra i territori di Bronte e Maniace, in provincia di Catania.

Il nucleo più antico risale al XI secolo: si tratta del cenobio fatto costruire dal generale bizantino Giorgio Maniace ( dal quale la località prese il nome) per celebrare la sua vittoria contro i musulmani. Dentro, Maniace vi collocò un’icona della Madonna che si diceva essere stata dipinta da San Luca Evangelista e che, secondo la tradizione, raffigurerebbe il vero volto di Maria. L’immagine si trova ancora oggi sull’altare maggiore della chiesetta interna.

Nel secolo successivo, l’abbazia venne riformata dalla regina Margherita di Navarra che la ampliò con un grande feudo e vi introdusse la regola benedettina. Sembra che lei stessa vi si sia ritirata negli ultimi anni della sua vita. Fra XIV e il XV secolo, la struttura fu munita di torri, assumendo l’aspetto di una costruzione fortificata.

Nel 1491 il complesso, insieme al convento di San Filippo di Fragalà, fu assegnato da papa Innocenzo VIII (col pieno appoggio di re Ferdinando d’Aragona) all’”Ospedale Grande e Nuovo” di Palermo. Dalla fine del XVI secolo, l’abbazia cambiò più volte ordine religioso: ai monaci benedettini subentrarono i basiliani, seguiti poi dagli eremiti di S.Agostino e dai francescani. Il terremoto del 1693 distrusse parte delle fabbriche, che furono poi ricostruite con alcune modifiche all’assetto originario. Continua a leggere “Il castello di Nelson, di Donatella Pezzino”

Dieci poesie di Sibilla Aleramo, di Donatella Pezzino

Ritmo

Ritrovata adolescenza,
gioia del colore,
occhi verdi di sole sul greto,
scheggiato turchese immenso de l’onde,
biondezza di cirri e di rupi,
rosea gioia di tetti,
colore, ritmo,
come una bianconera rondine
l’anima ti solca.

*

Son tanto brava

Son tanto brava lungo il giorno.
Comprendo, accetto, non piango.
Quasi imparo ad aver orgoglio quasi fossi un uomo.
Ma, al primo brivido di viola in cielo
ogni diurno sostegno dispare.
Tu mi sospiri lontano: «Sera, sera dolce e mia!»
Sembrami d’aver fra le dita la stanchezza di tutta la terra.
Non son più che sguardo, sguardo sperduto, e vene.

*

Nuda nel sole

Nuda nel sole
per te che dipingi sto immobile,
il seno soltanto ritmando
la vita gagliarda del cuore.
Come un cielo soave d’aurora
è per te questa mia forma lucente,
un prato un’acqua una solitaria fiorita di petali,
tralci di vigna in festività.
E adori, e fervente le dolci dita
su la tela conduci.
Nuda nel sole ed immobile,
frammento di natura,
ti miro orante ed oprante.
Da te invasa da te riassorbita,
sei tu che mi divinizzi
o la mia divinità è che ti crea,
artista, arte, spirito?
Tacitamente il seno respira. Continua a leggere “Dieci poesie di Sibilla Aleramo, di Donatella Pezzino”

Le pietre raccontano: Thapsos, di Donatella Pezzino

Situato sulla penisoletta di Magnisi, in provincia di Siracusa (oggi parte del comune di Priolo Gargallo), Thapsos è uno dei più importanti siti archeologici della protostoria siciliana. Qui, durante la media età del bronzo (3500 a.C. – 1200 a.C. circa) si sviluppò una civiltà fiorente, passata alla storia come “Cultura di Thapsos”. Questa cultura accomuna a Thapsos altri villaggi costieri della Sicilia Orientale, come Matrensa, Plemmyrion, Cozzo del Pantano, Molinello di Augusta. Ceramiche nello stile di Thapsos sono state rinvenute anche nel territorio di Lentini, nel villaggio agrigentino di Caldare presso Monte San Vincenzo, in Contrada Paraspola a Chiaramonte Gulfi e nelle grotte della Barriera a Catania.

I reperti ritrovati a Thapsos testimoniano che il posto era già abitato nel XIV secolo a.C..  Grazie alla sua particolare posizione, il villaggio divenne presto uno dei più attivi centri commerciali del Mediterraneo; la presenza di due golfi, infatti, favoriva al massimo l’approdo dal mare, cosa che facilitò gli scambi con altri popoli. Molto intensi furono, in particolare, i contatti di Thapsos con la cultura egea e con quella maltese di Borg in- Nadur.

Secondo quanto riportato dallo storico greco Tucidide, Thapsos sarebbe stata scelta inizialmente da alcuni megaresi guidati dall’ecista Lamis. La scarsità di acqua, però, spinse questo gruppo di coloni a stabilirsi poco distante, dando vita alla loro fondazione definitiva: Megara Iblea (728 a.C.).

Nel sito di Thapsos, gli archeologi hanno rinvenuto una necropoli composta prevalentemente da tombe scavate nella roccia. Luigi Bernabò Brea le ha classificate in due gruppi: quelle sul pianoro hanno una celletta funeraria alla quale si accede attraverso un pozzetto verticale, munito di gradino per agevolare l’accesso; quelle sulla balza, invece, si aprono direttamente all’esterno attraverso piccole porte. Poichè la balza ha un lieve pendio, davanti ad alcune cellette è scavato un lungo canale per il drenaggio delle acque piovane. Durante le mareggiate, infatti, queste sepolture venivano inevitabilmente raggiunte dall’acqua, con danni ingenti  alla lastra sepolcrale che sovente era in legno. Nelle cellette si aprono una o più nicchie; alcune tombe presentano un intero cerchio di nicchie. Continua a leggere “Le pietre raccontano: Thapsos, di Donatella Pezzino”

Una pioniera del teatro contemporaneo: Giacinta Pezzana, di Donatella Pezzino

 

Giacinta Pezzana nacque a Torino il 28 gennaio 1841.

Attrice teatrale e cinematografica, fu attiva fra l’Unità Italiana e la prima guerra mondiale: di questo periodo, la sua figura incarnò pienamente la sensibilità e gli ideali, esprimendoli attraverso una recitazione innovativa e  anticonformista. Fu una vera pioniera: e, non di rado, le sue coraggiose sperimentazioni suscitarono scalpore, urtando la società perbenista dell’epoca e fruttandole appellativi come attrice garibaldina, petroliera (ovvero incendiaria), grande vagabonda. Trasformista, ardita, sanguigna, la Pezzana provocava sulla scena le reazioni più disparate, dall’ammirazione senza riserve alle critiche feroci. Insomma, le sue esibizioni non passavano mai inosservate.

La sua vocazione artistica si manifestò precocemente, e la portò ad iscriversi, appena sedicenne, all’Accademia Filodrammatica di Torino, dalla quale però un anno dopo fu respinta perché – così la valutò, fin troppo sbrigativamente, l’avvocato Giuseppe Garberoglio – ritenuta del tutto priva di attitudini. Come in tante altre occasioni, Giacinta diede prova di grande determinazione continuando i suoi studi nella scuola di Carolina Gabusi Malfatti, che la introdusse in alcuni circoli di fede mazziniana; accanto a lei, Giacinta conobbe patriote di grande valore, come Giuditta Sidoli (la cospiratrice compagna di Mazzini), Laura Mantegazza e Giulia Calame.

Dal 1859, l’apprendistato di Giacinta proseguì direttamente “sul campo” nella Prina-Boldrini, sua compagnia d’esordio; passò poi alla compagnia dialettale piemontese di Giuseppe Toselli (già allievo dell’intellettuale-attore Gustavo Modena), con la quale riscosse i primi successi. Qualche anno dopo (1862) era già prima attrice nella compagnia Dondini, accanto ad Ernesto Rossi. All’epoca, aveva ancora un repertorio di tipo tradizionale, incentrato prevalentemente su Shakespeare, Goldoni e la drammaturgia romantica. Continua a leggere “Una pioniera del teatro contemporaneo: Giacinta Pezzana, di Donatella Pezzino”

Lawrence Ferlinghetti, 100 anni fra beat, libri e poesia, di Donatella Pezzino

(AP Photo)

Newyorkese di nascita, bresciano d’origine, artista poliedrico e rivoluzionario. Ha appena compiuto 100 anni Lawrence Ferlinghetti, uno dei padri della Beat Generation e grande protagonista della San Francisco Renaissance.

Nel suo interesse per la poesia, il teatro, la musica, la pittura e la scoperta di talenti, Ferlinghetti è sempre stato guidato da un concetto di base: l’arte come ampio respiro,  rottura degli schemi, “urlo” in grado di trovare (o creare) frattura e difformità all’interno dell’ordine e della continuità. L’arte di Ferlinghetti, in altre parole, accoglie intimamente la complessità e gli opposti, in una visione gioiosa che pacifica l’uomo con la vita e con le sue contraddizioni; allo stesso tempo, è libertà totale, di pensiero e di espressione.

Oltre che al poema-scandalo “Urlo” (1956) firmato da Allen Ginsberg e divenuto manifesto della Beat Generation, il nome di Ferlinghetti viene spesso collegato al suo più celebre progetto: la City Lights Books. Nata a San Francisco nel 1953 come libreria, questa realtà è stata anche la casa editrice con la quale il poeta si è fatto promotore e divulgatore di tutti i più importanti nomi della Beat Generation, da Kerouac a Ginsberg.

Autore di una delle raccolte poetiche di maggior successo del Novecento ( A Coney Island of the Mind , 1958), Ferlinghetti annulla i confini tra parola e immagine, creando un singolare poesia “pittorica” dalla eccezionale potenza espressiva. I suoi versi sono irriverenti, psichedelici, ma soprattutto visivi, sensoriali:  e, come il senso, sono costantemente aperti al cambiamento, pronti a plasmarsi sulla realtà lasciandosi allo stesso tempo plasmare da essa, in una reciprocità che illumina l’anima e la libera.

“Ho sognato | che mi erano caduti tutti i denti | ma la mia lingua sopravviveva | per raccontare la storia. Perché io sono un distillatore | di poesia. | Sono una banca del canto. | Sono una pianola | in un casinò abbandonato | sulla riva del mare | in una densa nebbia | che sta suonando ancora.”

Donatella Pezzino

(Foto da: https://longreads.com/2019/03/22/lawrence-ferlinghetti-at-100)

Dieci poesie di Lina Cattermole (Contessa Lara), di Donatella Pezzino

Di notte

Luna, un tuo raggio bianco
Ricama, argenteo filo, il mio giaciglio,
Dove inquieto volgesi
Di dolore in dolore il corpo stanco
E cerca sogni il ciglio.

Un buio folto e nero
Ingombra il resto de la stanza: ed io
Qui medito e fantastico
Su questo fil di luce e quel mistero;
Luna, è il costume mio.

D’ogni cosa le forme
La notte avvolge, in terra, in ciel, ne’l core;
E se un raggio ne illumina
Non bacia che le coltri ove si dorme,
Dove s’ama e si muore.

*

Impressione

Nella sala da pranzo ampia e fiorita
D’antichi arazzi, il sol s’indugia un poco
In una lista d’oro scolorita,
Mentre scoppietta nel camin il fuoco.
E’ un tramonto d’inverno. Ecco la vita.
Ecco quale vorrei che a poco a poco
Mi fuggisse dagli occhi, scolorita;
Mentre in una quiete ampia e fiorita
Gli ultimi sprazzi ancòr mandasse il fuoco.

*

Desiderio

O povere mie carte, e resterete
Con secchi fiori e ciocche di capelli,
Rinchiuse entro uno stipo, in fra segrete
Ricordanze de’ miei giorni più belli!

Non è per voi di gloria avida sete
Il duol che fa che in pianto io vi favelli,
Io che sol chiedo a l’arte intime e liete
Larve onde il ver per poco si cancelli.

Ma egli è il desio d’una manaccia bianca
Che vi scompigli un dì, ne la parola
Cercando questa offesa anima stanca:

La man che chiude gli occhi e che consola
Quando la vita ne la madre manca.
Voi, carte, ingiallirete, io morrò sola.

*

Alba

Apro i vetri e respiro. Appar l’aurora
Tremolando de’ monti in su la cresta;
Cupo è il verde de i boschi, e non ancora
De’l sole a’l bacio la natura è desta.

Fu lunga e tetra la mia notte, ed ora
Che l’alba sorge vaporosa e mesta,
Co’l tedio che in me vive e mi divora,
Chiedo qual nuova lotta il dì m’appresta.

Ahi, non gioie d’amor né sogni d’arte
Che m’assentano l’estasi o l’oblio,
Che m’infiammino il sangue od il pensiero!

Ma quando il sol da i nostri occhi si parte,
Verrò pace chiamando, angelo mio,
Là dove dormi tu ne’l cimitero. Continua a leggere “Dieci poesie di Lina Cattermole (Contessa Lara), di Donatella Pezzino”

Dimore Liberty di Sicilia: Villa d’Ayala-Excelsior, di Donatella Pezzino

E’ sempre triste quando una casa viene demolita. A cadere sotto i colpi delle ruspe non sono solo pietre senz’anima: viene spontaneo pensare a quante storie, a quanti momenti e a quanti sogni stanno scomparendo per sempre in quella devastazione. Se poi la casa in questione ha un particolare valore storico-artistico o, più semplicemente, è troppo bella, la tristezza si trasforma in un vuoto incolmabile, destinato a perpetuarsi nella memoria delle generazioni future. E’ il caso di Villa d’Ayala (poi Villa Excelsior), uno dei più splendidi tesori della Catania liberty.

Il progetto fu commissionato al rinomato architetto Paolo Lanzerotti dai facoltosi conti d’Ayala, decisi a realizzare una dimora principesca in un luogo non eccessivamente lontano dal centro cittadino ma che fosse al tempo stesso tranquillo e poco trafficato. Fu scelto un sito in zona Oliveto Scammacca, oltre la piazza d’Armi, sul quadrante sud-ovest dell’incrocio tra gli attuali Viale Libertà e Corso italia.

Nella costruzione, il conte – raffinato amante dell’arte e incantato dalle nuove tendenze del Liberty e dell’Art Decò –  profuse risorse praticamente illimitate: all’opera architettonica del Lanzerotti, infatti, si affiancò quella di decoratori, stuccatori e arredatori talentuosi e alla moda chiamati appositamente dalla Francia. Il risultato corrispose pienamente alle aspettative: così il quotidiano “La Sicilia” del 13 giugno 1914 commentava l’inaugurazione della villa:

Tutto arcanamente si armonizza in questa dimora di fate: dal vestibolo , in legno noce, da dove d’intravede l’ampio scalone che conduce al piano superiore, al grandioso salone, o hall, d’una magnificenza sovrana, che riceve un’illuminazione radiosa e fantastica da una miriade di lampade elettriche la cui disposizione è da sé sola un lavoro d’arte. Questo immenso salone è tutto bianco, a stucco, dalla indovinata altissima tettoia a superbi cristalli istoriati, stile veneziano, vezzosamente adorno di mobili rossi di pura fantasia moderna. Larghe colonne sorreggono una passerelle o galleria tutt’intorno al salone: galleria adibita per l’orchestrina nei grandi balli o nei sontuosi ricevimenti mondani. E in questo hall ogni cosa è vezzosamente disposta: mobili rossi sui moire e velluto verde, adattati ovunque fra vasellami d’argento e porcellane pregevoli tra statue e ninnoli leggiadri, tra cespi fragranti, tra piante ornamentali, tra palme e palmizi che vengono fuori da immensi, meravigliosi cache-pots, tra il pianoforte di mogano rosso, anch’esso armonizzante al mobilio modernissimo. Continua a leggere “Dimore Liberty di Sicilia: Villa d’Ayala-Excelsior, di Donatella Pezzino”

Francavilla di Sicilia: archeologi svedesi alla scoperta di un’antica città, di Donatella Pezzino

Prosegue la campagna di scavo che vede protagonista Francavilla di Sicilia, sito ubicato nella fertile Valle dell’ Alcantara, sul pendio settentrionale dell’Etna a circa 20 km dalla più antica colonia greca, Naxos. Il 16 ottobre scorso, l’equipe del Dr. Kristian Göransson si è nuovamente recata sul posto per una nuova fase del progetto, nato nel 2015 dalla collaborazione fra l’Istituto Svedese di Studi Classici a Roma, il Parco Archeologico di Naxos e il Comune di Francavilla. In questa impresa Göransson, direttore dell’Istituto, si avvale del prezioso supporto degli archeologi svedesi Dott. Henrik Boman e Dott.ssa Monica Nilsson, di alcuni studenti e di alcuni esperti della British School at Rome.

Risalgono al 1979 i primissimi scavi archeologici effettuati a Francavilla quando, all’interno di un santuario arcaico dedicato a Demetra e Persefone, furono portate alla luce alcune terracotte (pinakes) di tipo locrese. Fra gli anni Ottanta e i primi anni del 2000, l’attività di scavo ha interessato l’area in modo saltuario, e per lo più durante la costruzione di edifici o strade; solo a partire dal 2003, in seguito all’espropriazione del terreno privato su cui si trova il sito, l’Assessorato Regionale dei Beni Culturali ha cominciato ad effettuare ricerche più organizzate e sistematiche. Si è giunti quindi al 2015, anno in cui l’Istituto Svedese di Studi Classici di Roma ha ottenuto l’autorizzazione ad uno scavo quadriennale. Continua a leggere “Francavilla di Sicilia: archeologi svedesi alla scoperta di un’antica città, di Donatella Pezzino”

Libri: “E mi domando la specie dei sogni” di Giovanni Perri, recensione di Donatella Pezzino

Ogni poesia è un’occasione di sogno e di bellezza. E la bellezza è un lavoro paziente di scavo. Io sogno di essere archeologo e scultore: levigo negli affanni e a volte mi trovo a scoprire che la vita è un’invenzione stramba dei poeti che tutto sanno fare fuorché vivere.  (Giovanni Perri)

Sono davvero pochi gli autori che sanno autodefinirsi, e ancora meno quelli in grado di farlo senza scadere nell’autocelebrazione o nella più trita retorica. Giovanni Perri può essere considerato a tutti gli effetti uno di quei pochi: e la sua prima silloge, lungi dal riassumere semplicemente la sua poetica, riflette un percorso interiore dove la realtà onirica appare non tanto come un modo per sfuggire il male, la sofferenza e il vuoto, quanto come la risposta al bisogno di trascendere e superare quelle tristezze per trasformarle in sogno.

Non a caso il titolo “E mi domando la specie dei sogni” pone immediatamente all’attenzione del lettore ciò che costituisce la cifra di tutta l’opera: quali siano la natura e l’essenza di questa materia fantastica che il sentimento umano plasma e dalla quale, inevitabilmente, viene plasmato, in una sorta di anello di Moebius che riduce il dualismo “vita reale -sogno” a pura illusione. Continua a leggere “Libri: “E mi domando la specie dei sogni” di Giovanni Perri, recensione di Donatella Pezzino”

Elvira Mancuso, femminista ante litteram, di Donatella Pezzino

Elvira Mancuso nacque a Pietraperzia, in provincia di Enna (o, secondo alcune fonti, a Caltanissetta) nel 1867.

Scrittrice dimenticata per molti anni, è stata poi rivalutata da Italo Calvino e Leonardo Sciascia, che ne hanno riscoperta l’ opera più significativa, Annuzza la maestrina (1906), romanzo di impronta autobiografica fortemente ispirato al verismo di Verga e di Capuana.

Figlia di un avvocato penalista, fu incoraggiata fin da bambina a coltivare la sua attitudine allo studio; tuttavia, le convenienze sociali ponevano forti limiti anche all’ambiente altoborghese in cui viveva, ed Elvira dovette affrontare l’opposizione dell’intera famiglia di fronte alla sua decisione di iscriversi all’università. Nonostante le resistenze familiari, si laureò a Palermo, dedicandosi poi all’insegnamento nelle scuole elementari, attività che esercitò fino al 1935.

Estremamente sensibile alla delicata condizione femminile nell’Italia del suo tempo, la Mancuso ebbe a cuore i temi dell’emancipazione e della parità dei sessi, tanto da poter essere considerata una precorritrice del movimento femminista. A preoccuparla era soprattutto il ruolo dell’istruzione, ritenuta dalla società dell’epoca sconveniente e addirittura immorale per le donne, e che poteva invece costituire l’unico mezzo di affrancamento dalla subalternità sociale e culturale. Queste considerazioni portarono spesso la sua attività letteraria su posizioni di denuncia sociale, espresse attraverso una scrittura di forte stampo verista. Continua a leggere “Elvira Mancuso, femminista ante litteram, di Donatella Pezzino”

Fotografia: la donna negli “sguardi” di Beatrice Orsini, di Donatella Pezzino

Una, nessuna e centomila. Questa è la donna che Beatrice Orsini ha voluto cogliere nella sua rassegna “Metamorfosi: sguardi di donna” inaugurata lo scorso sabato 9 marzo a Domodossola nello Studio Quadra di Via Marconi con la presentazione del pittore Sebastiano Parasiliti.

Nei 15 autoscatti in mostra prende forma un’immagine di donna che prescinde da qualsiasi situazione contingente per rivelare il femminino nella sua scabra nudità. Con un uso sapiente del bianco e nero e del contrasto, l’artista di Varese gratta l’etichetta di superficie con la quale ogni contesto sociale ci vuole ben riconoscibili (moglie, madre, figlia, donna in carriera, ecc.) evidenziando il corpo sottile e dai contorni imprecisi nel quale ogni donna può riconoscere le sue fragilità, le sue disillusioni, le sue costrizioni entro uno spazio-tempo che spesso isola e opprime.

L’effetto chiaroscurale, ottenuto con un sorprendente gioco di ombre e punti luce, sottolinea la marginalità del corpo rispetto allo sfondo; altrove è un velo, uno specchio o un paio di scarpe in primo piano a marcare questa distanza abissale dall’ambiente circostante. Che si tratti di una stanza chiusa o di un esterno, lo spazio accentua la condizione di estraneità propria dell’anima alla perenne ricerca di un sé che le piccole disarmonie di ogni giorno contribuiscono a smarrire.

Distanze e solitudini che, però, non implicano un semplice distacco dalle cose: tra il soggetto e gli oggetti circostanti si instaura un rapporto di scambio e di trasformazione (“metamorfosi”, appunto), processo nel quale l’annullamento apre a nuove forme di rinascita. Il surrealismo, che a tratti sfiora la dimensione onirica, non limita la concretezza delle situazioni e dei ritratti: al contrario, ne rafforza la capacità evocativa, forgiando un linguaggio espressivo nuovo e del tutto personale.

L’esposizione, che resterà visitabile per i prossimi due mesi, incarna l’essenza di un percorso artistico nel quale la fotografia si propone quale prosecuzione e al tempo stesso trasposizione in immagini della scrittura. Una preziosa occasione per conoscere uno dei migliori talenti emergenti di questi ultimi anni, forte di un’eccezionale creatività unita a rare doti di sensibilità ed eleganza.

Donatella Pezzino

Le pietre raccontano: l’antica città di Centuripe, di Donatella Pezzino

Sito a 65 km da Enna, l’abitato di Centuripe è arroccato su una formazione montuosa, a 733 metri sul livello del mare: dalla sua particolare posizione è possibile scorgere il versante occidentale dell’Etna, la valle del Simeto e parte della Piana di Catania. Di origine antichissima, la città è sorta su un nucleo preistorico, formatosi con molta probabilità durante il Paleolitico; le prime tracce certe di insediamenti umani, però, risalgono al Neolitico, e sono state rinvenute in terreni fertili prossimi al corso del Simeto e del Dittaino, vie di comunicazione oltre che fonti di approvvigionamento idrico. Fra i documenti più notevoli databili a quest’epoca, le pitture rupestri ritrovate in contrada Picone, 400 metri a ovest del Simeto.

Nell’età del ferro, forse per motivi difensivi, gli indigeni della zona tendono ad allontanarsi dal corso dei fiumi e a stabilirsi sule alture, dove si crea una rete di villaggi. Su questa situazione si innesta nel VIII secolo a.C. la colonizzazione greca, che trasforma il posto da comunità di villaggio prevalentemente agricola a vero e proprio centro urbano. L’arrivo dei coloni greci, infatti, porta ad un forte aumento del valore degli scambi e al conseguente rafforzamento delle élites indigene.

Tra Siculi e Greci si sviluppa un peculiare progresso di integrazione che dà vita ad una cultura unica nel suo genere. L’ellenizzazione degli indigeni di Centuripe coinvolge progressivamente ogni settore, dal modo di vivere al gusto artistico. Massima espressione di quest’ultimo sono le ceramiche, che alimentano una produzione fiorente con forme e cromatismi molto particolari. Continua a leggere “Le pietre raccontano: l’antica città di Centuripe, di Donatella Pezzino”

Dieci poesie di Amalia Guglielminetti, di Donatella Pezzino

 

Una voce

Una voce nell’ombra ha qualche volta
la morbidezza calda d’una cosa
tangibile. Non s’ode e non s’ascolta,

ma sul cuor che l’accoglie quasi posa
le sue parole ad una ad una come,
quando langue, le sue foglie una rosa.

Se invoca piano, in ansia, un caro nome
par che vi tremi il mal represso ardore
d’un bacio non osato fra le chiome.

E di soverchia intensità essa muore
soffocata ed il pianto che l’assale
sembra il principio dolce dell’amore

ed è l’inizio acerbo del suo male.

*

Le seduzioni

Colei che ha gli occhi aperti ad ogni luce
e comprende ogni grazia di parola
vive di tutto ciò che la seduce.

Io vado attenta, perchè vado sola,
e il mio sogno che sa goder di tutto,
se sono un poco triste mi consola.

In succo io ho spremuto ogni buon frutto,
ma non mi volli sazïare e ancora
nessun mio desiderio andò distrutto.

Perciò, pronta al fervor, l’anima adora
per la sua gioia, senza attender doni,
e come un razzo in ciel notturno ogni ora

mi sboccia un riso di seduzïoni. Continua a leggere “Dieci poesie di Amalia Guglielminetti, di Donatella Pezzino”

Il capolavoro incompiuto, la chiesa di San Nicolò l’Arena a Catania, di Donatella Pezzino

La chiesa di San Nicolò l’Arena è una delle basiliche monumentali più grandi della Sicilia. Sita in piazza Dante a Catania, nel cuore del centro storico cittadino, fu eretta nel corso del Settecento dai ricchi padri benedettini dell’omonimo convento, considerato ancora oggi il secondo complesso monastico più grande d’Europa.

I lavori per la costruzione dell’edificio cominciarono alcuni decenni dopo il terremoto del 1693 sullo stesso sito della preesistente chiesa cinquecentesca, prima danneggiata dalla colata lavica del 1669 e poi completamente distrutta dal sisma. Per la riedificazione di chiesa e monastero, i padri benedettini non badarono a spese: dotato di enormi ricchezze e popolato da membri di illustri casate nobiliari, il monastero di San Nicolò la Rena potè avvalersi dell’opera di artisti e architetti di pregio, come Antonio Amato, Stefano Ittar e Francesco Battaglia.

Sulla facciata colpiscono soprattutto le proporzioni gigantesche delle otto colonne che affiancano i portali. Per questa parte dell’edificio, il progetto venne cambiato per ben cinque volte prima della sospensione dei lavori, avvenuta nel 1797 a causa di un contenzioso fra i monaci e il fornitore dei laterizi. Nel 1866, a seguito della legge di soppressione delle comunità religiose, lo Stato Italiano confiscò l’intero complesso e la facciata della chiesa rimase incompiuta.

Durante la seconda guerra mondiale la chiesa venne sconsacrata e subì ingenti danni a causa dei bombardamenti. Riconsacrata e restituita ai padri benedettini a partire dal 1989, è stata oggetto di diverse opere di ristrutturazione ed è attualmente visitabile. Continua a leggere “Il capolavoro incompiuto, la chiesa di San Nicolò l’Arena a Catania, di Donatella Pezzino”

Libri: “La vita nascosta” di Felice Serino, recensione di Donatella Pezzino

Il poeta: sognatore, visionario, angelo caduto. Nel caso di Felice Serino, anche viandante. La cui strada sta in quella sottile zona intermedia tra il mondo sensibile e la dimensione trascendente. Per questo viandante, la vita stessa è viaggio; una ricerca continua e instancabile, un afflato spirituale, prima ancora che lirico, verso quell’oltre che ogni realtà sembra sempre celare in sé.

Non a caso, “La vita nascosta” è il titolo della pluriennale raccolta di liriche nelle quali, dal 2014 al 2017, l’anima del viandante si è voluta raccontare, riversare, svelare: nelle dolcezze dell’attimo, negli inciampi sotto la pioggia battente, nei vuoti incolmabili, nelle domande senza risposta; nei lunghi dialoghi con sé stessa e con Dio.

Questo è Felice Serino, fine artigiano di sogni reali e di realtà sognante, aedo di una dimensione parallela in cui tutto parla con il linguaggio perfetto, intellegibile solo all’anima: il silenzio. E in Serino il silenzio racconta i ricordi, le lotte, gli affanni segreti; facendosi racconto di un lungo percorso verso  quel punto luminoso e vitale che, lungi dall’essere il punto d’arrivo, diventa abbandono catartico.

In questo percorso, l’anima errante si fa parola, e parola silenziosa; in quella contemporaneità di passato, presente e futuro che è, in fondo, la vera estensione del nostro vissuto. Come ogni silenzio, anche la parola silenziosa di Serino è coincidenza di opposti: tutto e niente, vita e morte, trascendenza e immanenza, carne e spirito. In quanto tale, ogni parola è un infinito: di voci, di suoni, di odori; di ricordi, di percezioni; di gioie incontenibili e di dolori laceranti. Continua a leggere “Libri: “La vita nascosta” di Felice Serino, recensione di Donatella Pezzino”

Ricordando Dora, stella italiana del jazz, di Donatella Pezzino

 

La storia di Dora Musumeci, catanese, classe 1934, è essenzialmente una storia d’amore. Amore per la musica, per il pianoforte, ma soprattutto per il jazz, al quale consacrò tutta la sua vita. Dotata di un talento che si manifestò fin dalla più tenera età, Giulia Isidora Musumeci (questo il suo nome completo) fu una delle primissime pianiste jazz italiane, ed ebbe il merito di portare in giro per il mondo una particolare sinergia nella quale una sensibilità tutta femminile si fondeva ad un gusto raffinato, ad una straordinaria forza espressiva e ai ritmi caldi della terra di Sicilia.

Intuite le sue eccezionali doti musicali, il padre (violinista presso il Teatro Massimo Bellini di Catania) la indirizzò verso gli studi classici; Dora, estremamente sensibile alla sua approvazione, sacrificò quindi allo studio del pianoforte tutta la sua giovinezza, diplomandosi infine al Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli. Ma né questo traguardo, né il successo che riscuoteva con le sue esibizioni in pubblico (iniziate già quando era una bambina) valevano a gratificarla: nonostante il suo cammino fosse pieno di soddisfazioni, c’era in lei un disagio, una “nota stonata” che le impediva di sentirsi completamente realizzata. Si sentiva, in altre parole, incamminata su una strada a lei non del tutto congeniale. “Chopin, Debussy, Beethoven non erano per lei “scrive Santina Quattrocchi Paradiso “ed essendo vincolanti, non la soddisfacevano più. Voleva improvvisare. La sua libertà, umanamente racchiusa nel solo rapporto col padre, e professionalmente legata alle rigide regole delle esecuzioni classiche, aveva bisogno di espandersi in qualche modo. E la liberazione avvenne, attraverso la sublimazione dell’arte, quando Dora scoprì il jazz.” Continua a leggere “Ricordando Dora, stella italiana del jazz, di Donatella Pezzino”

“Metamorfosi: sguardi di donna”, l’opera fotografica di Beatrice Orsini in mostra a Domodossola, di Donatella Pezzino

Eleganza, fragilità, crudezza, essenzialità. Nella fotografia, come nella poesia, di Beatrice Orsini, si incontrano tutti gli opposti e le sfaccettature dell’animo femminile. Linguaggio è il corpo, sempre in primo piano, mentre l’ambiente circostante si avverte , più che come sfondo, come manifestazione stessa del vissuto interiore.

“Metamorfosi: sguardi di donna” raccoglie 15 autoscatti in bianco e nero, fortemente contrastati, dal sapore concettuale ed in chiave surrealista, nei quali  la ricerca di sé passa attraverso l’estraniamento del corpo e il suo annullamento nel tempo e nello spazio.

Le opere saranno esposte Sabato 9 marzo a Domodossola (VB) presso lo spazio Gallery , ufficio dei Private Banker, in via G. Marconi, 26. Una splendida occasione per approfondire un percorso artistico innovativo e  di grande impatto.

Donatella Pezzino

Dimore storiche di Sicilia: Villa Cerami, di Donatella Pezzino

Villa Cerami, oggi sede della Facoltà di Giurisprudenza di Catania, è una delle dimore antiche più belle e sontuose del capoluogo etneo. Situata alla fine della suggestiva via Crociferi, in una posizione stupenda dal punto di vista storico e panoramico, fu costruita pochi anni dopo il catastrofico terremoto del 1693 sullo “sperone del Penninello”, accanto agli antichi quartieri di Montevergine e Santa Marta; da lì si dominava tutta la città e, cosa ancora più interessante, le antiche rovine di epoca romana. Sembra che il primo proprietario sia stato addirittura il duca di Camastra, personaggio di primo piano nella ricostruzione catanese post-terremoto. Camastra avrebbe poi venduta la villa al duca di San Donato.

L’edificio prende il nome dalla famiglia dei principi Rosso di Cerami, che nei primi decenni del Settecento lo acquistarono dagli eredi del San Donato e lo sottoposero a lavori di ampliamento e abbellimento. Così come lo vediamo oggi, il complesso è la risultante della stratificazione di diversi stili: dal barocco iniziale (evidente soprattutto nello scalone esterno e nel portale d’ingresso, forse opere di Giovan Battista Vaccarini) al neoclassico, fino ai rimaneggiamenti tardo-ottocenteschi del milanese Carlo Sada, uno degli architetti “alla moda” della Catania Liberty.

Completamente immersa in un giardino caratterizzato da una straordinaria varietà di specie vegetali, la villa è ancora oggi un piccolo polmone verde nel cuore del centro cittadino.

Tra i suoi angoli più suggestivi, la grande terrazza dalla quale si può godere di una stupefacente vista sulla città e sul mare. Nel 1881 la villa ospitò re Umberto e la regina Margherita: in loro onore si diede un ricevimento con un ballo, riconvertendo allo scopo una sala adibita a cappella (oggi, l’Aula Magna della Facoltà). Per l’occasione, il grande affresco di Olivio Sozzi sulla volta – raffigurante un soggetto religioso – fu coperto con una cappa di gesso, sulla quale venne riprodotta l’”Aurora” di Guido Reni.

Agli inizi del Novecento cominciò per Villa Cerami un progressivo degrado. Negli anni Trenta, alcuni locali della villa furono occupati da un istituto scolastico: i preziosi arredi ne furono irreparabilmente danneggiati e molte inestimabili opere d’arte andarono perdute. Agli inizi degli anni ’50, una parte del giardino fu alienata e vi fu costruito un edificio a più piani. Nel 1957, l’intero complesso fu acquistato dall’Università di Catania che ne iniziò il restauro. Molte delle sue parti sono state conservate e sistemate, altre sono state modificate: tra le opere rimaste c’è lo scalone interno a due rampe realizzato dal Sada.

E’ interessante notare come, a dispetto delle modifiche che ne hanno stravolto l’aspetto originario, l’esterno e gli ambienti interni riescano ancora a mantenere intatta l’atmosfera di lusso e di sontuosità.

Tracce dell’antica maestosità sopravvivono, in particolare, nella bellezza del portale d’ingresso, nel quale l’abbondanza di fregi e decori culmina nel grandioso stemma della casata Rosso sulla sommità.

*

Donatella Pezzino

dal blog: Donatella Pezzino – La donna siciliana nella storia e nella poesia

Dieci poesie di Vittoria Aganoor, di Donatella Pezzino

 

Sotto le stelle

Dormono i campi, non s’ode una voce.
Solo un passo, che male
discerno ove sia vòlto,
un passo lieve, ritmico, veloce,
io nel silenzio della notte ascolto.

Va, va, va, quel notturno pellegrino,
e benchè mai non resti,
e benchè sempre a un modo
segua rapido e uguale il suo cammino,
io nella notte lontanar non l’odo.

Va, va, va, come mi passasse accosto
sempre, sempre, e fuggisse
sempre un persecutore;
va, va, il fantasma nell’ombre nascosto
che cammina col ritmo del mio cuore.

Io sento io sento che una qualche stilla
di vita, egli, passando,
mi beve; ai miei pensieri
ruba un sogno, al mio sguardo una scintilla,
lorda di polve i miei capelli neri.

Io sento ch’egli porta a dei lontani
cuori l’oblìo dei voti
che travolse il destino,
l’oblìo dei cari dì senza domani,
l’oblìo di me che a ricordar m’ostino.

*
Il treno

Va nella notte l’anelante spettro
tra le fragranze dei vigneti in fiore,
va nella notte e da conquistatore
schiavo il mio corpo si trascina dietro.

Solo il mio corpo, l’inerte persona;
ma dal possente che scintille esala
ratto si sciolse con un colpo d’ala
quel che laccio terren non imprigiona,

Ed a ritroso migra ad un alato
fratel che incontro cupido gli viene;
libere vie liberamente tiene
sui vinti gioghi e il mar signoreggiato.

Sì, lo spettro che torbido viaggia
lunge si porti il fremito degli ebbri
sensi, il tumulto, le maligne febbri,
gl’impeti della mia fibra selvaggia;

E a te venga, e di raggi e fior si valga
a parlarti d’amor senza parola
tutta l’anima mia, l’anima sola,
e la tua cerchi, e le si stringa, e salga! Continua a leggere “Dieci poesie di Vittoria Aganoor, di Donatella Pezzino”

Le pietre raccontano: il villaggio neolitico di Stentinello, di Donatella Pezzino

Il villaggio neolitico di Stentinello, nei pressi di Siracusa, è uno degli insediamenti più antichi rintracciati in Sicilia: risale infatti al V millennio a.C. Fu scoperto dall’archeologo di Rovereto Paolo Orsi, al quale è anche intitolata l’ampia sede museale siracusana che conserva attualmente il maggior numero di reperti archeologici dell’isola.

Il termine “Stentinello” viene usato non soltanto in riferimento al sito archeologico, ma anche per indicare l’intera cultura coeva sviluppatasi in altre zone della Sicilia, della Calabria e dell’arcipelago Eoliano e che presenta alcune caratteristiche ben precise.

Gli Stentinelliani abitavano un’area di 180 X 200 metri, all’interno della quale sorgevano diverse capanne rettangolari, di cui oggi rimangono tracce visibili sul terreno (le buche dove erano conficcati i pali). Sono presenti anche resti di una trincea scavata nella roccia, a recinzione e protezione dell’abitato.

800px-Stentinello,_fori_di_capanna

Il rito funebre praticato da questi antichi siciliani era l’inumazione entro tombe ovali, a forno o a grotticella, nelle quali i cadaveri erano deposti in posizione rannicchiata; tombe simili, non rinvenute a Stentinello, caratterizzano gli altri siti isolani appartenenti alla stessa cultura. Fra i reperti ritrovati sul posto: rudimentali oggetti d’osso, selce e ossidiana, come punteruoli e spatole; ossa di soli animali domestici; ceramiche impresse per mezzo di conchiglie o unghie. Le decorazioni sui vasi sono soprattutto motivi a zigzag, disegni geometrici, occhi umani stilizzati; altri oggetti dell’artigianato stentinelliano sono idoletti e figurine di animali.

I reperti rinvenuti sul posto hanno portato alla conclusione  che la comunità del villaggio fosse composta prevalentemente da pastori e agricoltori; data l’assenza di resti di animali selvatici, si esclude che queste popolazioni si dedicassero anche alla caccia. Fra gli animali allevati, molto diffuso era l’Equus hydruntinus, un equide zebrato molto simile all’asino selvatico asiatico.

Donatella Pezzino

(immagini da Wikipedia)

Dal blog: Donatella Pezzino – La donna siciliana nella storia e nella poesia 

Verismo al femminile, le donne “invisibili” di Maria Messina, di Donatella Pezzino

di Donatella Pezzino

La recente riscoperta dell’opera di Maria Messina ha portato alla luce i caratteri di una particolare formula stilistico-narrativa che attinge dal Verismo per descrivere la reale condizione della donna nella società borghese del primo Novecento. Nata nel 1887, Maria Messina dà voce al dramma di un universo femminile che si vede relegato ad uno stato di penosa segregazione e sottomissione, celato dietro all’ideale ottocentesco di angelo del focolare.

Il periodo in cui nascono gli scritti più significativi di Maria Messina è compreso fra il 1920 e il 1928: in questo momento della sua attività letteraria, tutte le istanze assorbite nel corso dei due decenni precedenti giungono alla loro completa maturazione. La risultante di questa evoluzione è un particolare “adattamento” del Verismo in cui la scrittura appare semplice, sommessa e fortemente autobiografica.

Nella prosa di Maria Messina, manca quel netto distacco psicologico che rappresenta il tratto più tipico dell’opera verghiana; la scrittrice, infatti, si ispira spesso al proprio vissuto per plasmare ambienti, vicende e personaggi. L’aderenza ai canoni veristi, inoltre, imponeva di imprimere alla narrazione un tono incisivo, con l’inserimento di termini e modi di dire tratti dalle parlate locali e con la descrizione di ambienti e comportamenti ben riferibili ad una determinata tipicità culturale.

In Maria Messina, al di là di una ben precisa scelta stilistica, l’assenza di questi elementi è coerente con i lunghi anni trascorsi lontano dalla propria terra d’origine, a dispetto di un profondo senso di appartenenza più volte dichiarato (nelle sue lettere, la Sicilia è definita “grande Madre lontana”). Originaria di Palermo, Maria Messina visse infatti la sua giovinezza spostandosi da una città all’altra a causa delle necessità lavorative del padre: abitò quindi con la famiglia in località diverse e spesso molto distanti fra loro, fra cui Messina, Ascoli Piceno, Arezzo, Napoli e Mistretta. Continua a leggere “Verismo al femminile, le donne “invisibili” di Maria Messina, di Donatella Pezzino”

Finire, di Giuseppe Villaroel, di Donatella Pezzino

 

Anche tu sei passata e lontana, o creatura sognata,
tutta dolcezza e silenzio dagli occhi di selenite.
Anche tu sei passata e lontana! E le rose sono sfiorite
e muoiono giorno per giorno nella villa abbandonata.

Agonia lenta e sottile delle cose che furono nostre,
di tutta la gioia di un’ora che parve eterna e infinita!
Amore profondo in un bacio e pura bellezza di vita
trascorsi per sempre e perduti oltre ogni sogno, oltre…

E dentro il cuore non resta che un’amarezza di rimpianto
come il profumo disseccato di corone funerarie;
rimpianto d’affetti e d’anima sotto le stelle solitarie
che vegliano bianche ne la notte tutte tremule di pianto.
*

Giuseppe Villaroel (Catania, 1889 – Roma, 1965), fu docente, poeta, scrittore, giornalista e critico letterario. Entrato nel giornalismo nel 1915, fondò e diresse il Giornale dell’Isola letterario a Catania; fu critico letterario del Secolo Sera a Milano dal 1925 al 1935, e del Popolo d’Italia dal 1935 al 1943. Curò diverse antologie e si occupò dell’aggiornamento del Nuovissimo Vocabolario della Lingua Italiana di Niccolò Tommaseo. Collaborò con il Giornale d’Italia, il Resto del CarlinoLa Nazione, il Mattino e la Fiera Letteraria; pubblicò dieci volumi di poesie, due romanzi, due volumi di novelle, tre volumi di critica e studi letterari. La sua opera poetica, inizialmente molto vicina al Decadentismo, fu influenzata successivamente dal Crepuscolarismo e dalla Scapigliatura, conservando tuttavia una sua impronta autonoma e distintiva.

Donatella Pezzino

Dal blog Donatella Pezzino – La donna siciliana nella storia e nella poesia

Fonti:

  • Wikipedia
  • Giuseppe Villaroel, La tavolozza e l’oboe, Ferrara, A.Taddei Editore, 1920.

Immagine: “L’attesa”, di Antonino Leto (Monreale, 1844 – Capri, 1913) da: Pinterest

Dimore Liberty di Sicilia: Villa del Grado, di Donatella Pezzino

 

A Catania, al civico 209 di Corso Italia, sorge una delle più belle espressioni del Liberty siciliano: la Villa Cigno Cocuzza. Conosciuta anche come Villa del Grado, è stata eretta fra il 1903 e il 1908 su progetto degli architetti Agatino Atanasio e Benedetto Caruso Puglisi.

Si compone di un corpo centrale con quattro torrette agli angoli; la circonda un giardino di piante mediterranee che si apre su via vecchia Ognina. L’ingresso, accessibile da una scalinata esterna, è situato sotto una loggia architravata sorretta da una coppia di colonne binate. Abitata fino al 2005, la villa è stata poi acquistata da un imprenditore, che l’ha riportata agli antichi splendori attraverso un’accurata opera di restauro durata otto anni.

Nel progetto di questa villa, la luminosità ha giocato un ruolo di primaria importanza: tutto l’edificio, infatti, è costellato di lucernari e finestroni, così da essere attraversato in lungo e in largo dalla luce naturale. Una soluzione di ampio respiro che conferisce agli interni una eccezionale ariosità, quasi annullando la tradizionale distinzione tra dentro e fuori.

Il terrazzo della loggia, che affaccia sul Corso Italia, sembra catturare l’azzurro purissimo del cielo e l’aria frizzante che viene dal vicino mare: l’atmosfera perfetta per una signorile casa delle vacanze di inizio Novecento, dove tutto è proteso alla bellezza e l’osservanza dei canoni estetici si fonde alla ricerca di un profondo benessere fisico e spirituale.

Ovunque, desta stupore la cura dei dettagli, dai bassorilievi a motivi floreali che ornano la facciata alla elaborata manifattura delle ringhiere e dei cancelli. Per realizzare questi ultimi, i due architetti si avvalsero di esperte maestranze parigine.

La sua ricchezza, come già quella delle “vicine di casa” ovvero le altre splendide ville del Corso Italia, testimonia il clima di prosperità che si respirava a Catania nel periodo della Belle Epoque. Continua a leggere “Dimore Liberty di Sicilia: Villa del Grado, di Donatella Pezzino”

Le pietre raccontano: l’antica città di Abakainon, di Donatella Pezzino

L’antica città di Abakainon (indicata con diverse denominazioni fra cui Abacena, Abaceno, Abacano) sorgeva nel cuore dei Nebrodi, fra le attuali Tripi e Novara di Sicilia. Originariamente sicula, fu successivamente ellenizzata e poi romanizzata. I primissimi insediamenti risalgono al paleolitico superiore (circa 18.000 anni a.C.). L’abitato  si sviluppò sempre più nel corso dei secoli, passando progressivamente dal primo aggregato preistorico alla vera e propria città, eretta verso il 1.100 a.C.

Nell’età del ferro, la popolazione indigena era composta soprattutto da contadini e piccoli artigiani. Agli inizi della colonizzazione greca (VIII sec.a.C.), gli abacenini cercarono di mantenere buoni rapporti con i dominatori, instaurando scambi commerciali e barattando i loro prodotti con ceramiche, utensili, gioielli e altri manufatti; tale equilibrio, però, era destinato a rompersi a causa della politica dispotica dei Greci. Vessati da dazi e da ogni genere di imposizione, gli abitanti di Abakainon aderirono alla rivolta di Ducezio contro Dionigi I (V secolo a.C.). Dopo la sconfitta subita dal principe siculo, la città si alleò con Cartagine in un estremo tentativo di resistenza, ma fu inutile: il tiranno di Siracusa ebbe nuovamente la meglio, ed espropriò Abakainon di gran parte del suo territorio per fondare la cittadina di Tindari (396 a.C.).

Dal 304 a.C., con l’avvento al potere del tiranno Agatocle, si creò una situazione di distensione fra Siracusa e le altre popolazioni dell’isola: Abakainon si staccò quindi dai cartaginesi per entrare nell’orbita di influenza siracusana. Le vicende della prima guerra punica portarono la città sotto l’occupazione romana; Abakainon venne eletta municipium nel 262 a.C. cambiando il suo nome in Abacaenum o Abacaena. Questa occupazione privò presto la città di tutte le sue prerogative (fra cui quella di battere moneta, che Abakainon vantava già dal V sec.a.C.) schiacciandola sotto il peso di una insostenibile pressione fiscale. Iniziò così per l’antica città sicula un periodo di declino, che si concluse con la sua distruzione ad opera di Ottaviano (il futuro imperatore Augusto) nel 36 a.C. , durante una delle fasi del conflitto con Sesto Pompeo. Successivamente, un cataclisma ne cancellò le ultime tracce. Sotto i normanni e gli arabi, la popolazione rimasta si spostò sulla montagna, dove sorge l’odierna Tripi.

Sembra che il primo studioso ad individuare i resti della città antica sia stato Tommaso Fazello: verso il 1550, infatti, il celebre storico di Sciacca portò alla luce nei pressi del castello di Tripi importanti reperti archeologici, fra cui monete d’argento e di bronzo con dicitura Abakain, anfore e frammenti di ceramica. Altre campagne di scavo furono portate avanti dalla Soprintendenza Archeologica di Siracusa nel 1953 e nel 1961 e affidate a Francois Villard e Madeleine Cavalier: tali opere portarono alla scoperta di sepolture, vasi, muri e soprattutto monete, sia siracusane che mamertine, attualmente custodite in vari musei del mondo ( Siracusa, Napoli, Firenze, Parigi, Monaco, Londra, Berlino, New York). Negli anni Novanta del Novecento, nuovi importanti scavi hanno condotto alla scoperta di circa 80 sepolture databili tra la fine del IV e l’inizio del II secolo a.C. , attestanti sia l’inumazione che l’incinerazione.

*

Donatella Pezzino

Dal blog: Donatella Pezzino – La donna siciliana nella storia e nella poesia

(Immagine da http://www.etnanatura.it)

Voci dal passato: “Orto un tempo nido dell’incontro” di Ibn Hamdis, di Donatella Pezzino

 

 

Orto un tempo nido dell’incontro
orto chiuso dal fuoco dell’assenza
chi mi renderà il tuo odor di basilico
immortale dono del paradiso?
Quanta saliva dal sapor di miele
stillava dalla fresca grandine!
Servo d’amore
che tanta piaga affligge
e sempre in piedi mi costringe
a voi chiedo pietà, sì lontana
pur se amor lancia il dardo
è la mira dal tiro…
Chi mi salverà dall’accidia del deserto?
Chi verso il disco del sole mi aiuterà a volare?

*

Ibn Hamdis (Noto, 1056 – Maiorca, 1133)

Dal blog Donatella Pezzino – La donna siciliana nella storia e nella poesia

Fonte: Poeti arabi di Sicilia a cura di F.M. Corrao, Mesogea, 2004.

Immagine: un quadro di Michele Catti (Palermo, 1855 – Palermo, 1914) dal sito http://www.alessandrobiffanti.com