Un addio, di Antonietta Fragnito

Lei disse che andava
Lui la guardo’ uscire dal suo sguardo
La vide andare
Riconobbe la sua camminata distante
il suo volto di spalle
Non seppe più nulla di lei
Solo che era in una città lontana dal suo cuore
Nell’isolato di fronte.
Vero è che poteva andare da lei quando voleva
Lui pensava spesso alla macchina di lei
al suo gatto
A quel filo di malinconia che le
sporcava il viso
Lui sapeva di preciso il piano del suo appartamento
Poteva tornarci quando voleva.
Solo che di lì innanzi avrebbero parlato
un’ altra lingua
Avrebbe ben celato il suo sentimento
in un cordiale come stai

Al contrario, di Antonietta Fragnito

 

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Potendo
inventerei un mondo al contrario
Le radici degli alberi le farei rivolte al cielo
Farei persone
non donne non uomini
non carceri
Farei stanze disadorne col retrogusto di gelso
frusciante sui muri
Fuori il balcone solo un tavolo
quattro sedie
e un mazzo di carte
Un caffè da spartire
sorseggiandolo in cinque
passandosi la tazza
Trangugiare parole farmaci
assieme
E poi sospesi
come ciliegie quadri
col fiato monco
Turbinio di gerani alla finestra
vilipesi dal rosso
Quattro amici e un cane
a propria immagine
Quattro amici come me
col marchio della diversità
che accendano parole e bugie esistenziali come fossero fiammiferi

I poeti, di Antonietta Fragnito

I poeti hanno bisogno di sostanza. Sì aggirano con il vocabolario in corpo. La realtà per loro è un vestito troppo stretto.
Sono anime perse , vagabonde del sogno. Spesso si trovano ingabbiate in corpi indecifrabili, prigionieri dell’ inconscio. Tanti di loro hanno occhi di falco e
un’ insaziabile vena interiore che li divora. Sono lerci di poetica, scavano come talpe, si infangano di versi.
Li riconosci subito perche’ hanno la pupilla allagata e hanno perso in normalita’.
La loro anima li perseguita. E’ famelica, avendo conosciuto il momento creativo e l’estasi.

La signorina Gilda, di Antonietta Fragnito

 

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Si fa largo tra gli invitati
lei
la signorina Gilda
Si muove a fatica sulla stampella di un defunto sorriso
Serpeggia fra i tavoli la tipica tristezza
del momento elegante
La noia del vestito da festa
delle scarpe strette
estranee a tutto il resto
Il lancio del bouquet e’ il picco della burla
I fiori freschi azzoppati sono già nella bara del passato.
La signorina Gilda
dopo aver sollevato dalla sedia
i suoi novanta chili
si pone in posizione di raccolta
Ma il sogno la tradisce
Il bouquet alla sua vista
inorridito
cambia traiettoria
Allora dignitosa torna a sedersi
e come in trance
riprende a divorare i mignon innocenti.

Un sogno, di Antonietta Fragnito

 

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Una signora col cappotto verde
su scarpe con modici tacchi
si incammina sovente nel mio sogno
Sembra un quadro di Modigliani
Flessuosa e distaccata
Straripano perle
dal suo corpo
dalle pareti diafane della pelle
Ha un occhio rapido e malinconico
che si appoggia al mio sguardo
Un uomo si spaventa
Non sa da che parte rabberciare il cuore
La signora col cappotto verde
allaga il mio spaventato sogno.

Chi ascolta il poeta?, di Antonietta Fragnito

 

 

Foto fuga nel corridoio

La poesia, più di ogni altra forma d’ arte ha un passo lento, denso, direi fangoso o se si vuole acquitrinoso nel senso delle belle nudità che espone ai frettolosi viandanti. Ma rimane sempre più sepolta, come nel greto di un fiume.

Cerca di darsi a questa umanità liquida, ma non può che porgere il suo canto a qualche sparuto ricercatore d’ oro. Chi vuoi che compri il suo richiamo, il suo lamento?

Meglio il biglietto per liberare l’urlo negli stadi o la formula bugiarda di una promessa di eterno, racchiusa in una bustina granulare, effervescente, a prezzo salato in farmacia.

Riflessioni, di Antonietta Fragnito

 

 

 

Spesso succede di incontrare qualcuno vestito elegante. Impeccabile, istrionico quanto basta.
E’ facile pensare di aver trovato il sosia di dio, è invece solo lo spettro della nostra ricerca di un io ideale. Lo applaudiamo, lo votiamo
Lo facciamo accomodare nel salottino delle nostre ossessioni.
Pur se avvertiamo il peso del suo ingombro, ci serve per riempire i vuoti delle nostre aspettative esistenziali.
Parlo dei credi, dei plagi, della politica, dei transfert quotidiani che ci imprigionano.

Ci sono, di Antonietta Fragnito

 

Ci sono le anime sonore
quelle di purezza tormentata
Quelle delle canzoni di Battisti
E le anime vuote
di carta
Di bellezza precaria hanno l’incarnato
che svilisce di colpo
come dentro il ritratto
di Dorian Gray
Ho bagliori e tuffi nell’inconscio
a sfiorare quel romanzo
che pure conservo
nel mio scaffale
come una reliquia .
Siamo tutti così
perche’invecchia
nel cantico della vita
prima il sogno
e subito dopo il cuore.
Con le rughe in prigione e la carne in agguato
leggo Dante
lo attingo allo stesso scaffale.
Ripiano alto

Lettera all’uomo, di Antonietta Fragnito

Everett Smith, aka "Smitty" or "Pops"

Si spaccano le gemme
a volte sanguinano
Poi le forme si conformano
Cosa c’ entra tutto questo con la lettera all’ uomo?
Non lo so
Sento che in qualche modo ha un’attinenza
Caro uomo ricordi?
Non era primavera e neanche inferno
Solo un misero passo della vita
Uno sguardo distratto
posato come un ladro
La materia
l’incarnato di un uomo
offerto con gesto assente
Tutta la liturgia che fa il sacrale
Le preci
la danza del destino
l’urgenza
a risvegliare in me
l’onnipotenza di essere scultrice.

Al riparo… di Antonietta Fragnito

Al riparo… di Antonietta Fragnito

Ci sta vita nel Web. Una vita al riparo. Una vita che ancora non crea corpi,
scevra del pericolo dell’ evoluzione.
Marx in versi La rivoluzione pacifica della parola.
L’ ingenua fanciullesca vena di agghindarsi online, usando il cerone della parola. Esistere di frasi, a colpi di lupara, di graffiti a volte indecenti, per generare morti bianche , morti azzurre, morti in diretta.
Spettegolare di fantasmi col fantasma . E poi ridere, e fare scena in questo traballantre teatro.
Recitare finanche all’ interno della vena più oscura del cuore.
E talvolta trovare un alter ego da piegare al giogo di un’ illusione
E spogliarlo di qualsiasi nefandezza per confidargli il tuo segreto più efferato .
La consapevolezza che il tuo corpo reale è in agguato.

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Ama, di Antonietta Fragnito

Essere madri, padri, figli, mariti, mogli, non sia mai una condizione di prigionia. Non incastrate mai nessuno in un ruolo, se lo amate davvero.

Non può esistere il quadretto del genitore perfetto, del nonno che deve stare buono ai giardinetti. In tanti cedono a questo stereotipo che gli ha confezionato una società bisognosa di standard.

Non vi vergognate di un congiunto che non è linea con l’ ideale che avete di lui. Non lo relegate in un ruolo , lasciate che esprima il suo ideale di vita se davvero lo amate. I rapporti spesso non funzionano perché l’uomo ha la propensione a diventare il carceriere di chi ha vicino.

Alcuni lo fanno in modo eclatante ed esplicito, altri in modo subdolo. Il controllo, la sopraffazione, il voler gestire il percorso degli altri e’ contro natura, ce lo insegnano gli animali che non si sposano e che accudiscono i loro piccoli solo per il tempo necessario.

Io lotto, di Antonietta Fragnito

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Ecco il racconto che si e’ classificato tra i finalisti al Concorso “Autori in evoluzione”. Il protagonista di questo mio scritto, e’ un personaggio di fantasia controverso, lucidamente folle, scevro di umanità e carico di vuote ambizioni.

Io sono uno che lotta- di Antonietta Fragnito

Io sono uno che lotta per la normalità. Mi contraddistingue una sorta di multiproprietà interiore, una somma variegata di tanti me. D’acchito sembrerebbe che sono un uomo al singolare. Di certo mi è terapeutico essere il Presidente di una grande società. L’esercizio del potere mi seda; l’ammirazione, l’ossequio mi gratificano.

In questo ufficio ordinato, che rispecchia la mia vita, si affacciano una serie di altri da me, per nulla raffinati. Sono i miei lacchè, le mie maschere, gli uomini di fatica al servizio del mio io bulimico.

La vistosa segretaria, ad esempio, è a me invisibile. Incarna il mio femminino, di cui il mio inconscio si vergogna. Tante donne, come lei, sono le mie stampelle. Tranne mia madre che è inafferrabile. Non saprò mai se qualche volta, guardandomi, mi abbia visto.