Un miliardo di anni fa, di Antonietta Fragnito

 

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Non so dipingere
ma appena ti vidi
feci di te uno schizzo sulla mia pelle
Una mappa vanagloriosa che mi rivestiva i pensieri
Eri il più bel tatuaggio della mente
Stavi adagiato in me
come stanno quei fasci di rose sulle braccia
di uno sconosciuto
Come la coccinella sul polpaccio della ragazza
Insomma come quei buchi incolmabili
del cuore

Momenti di poesia. Il sogno, di Antonietta Fragnito

 

 

La malvagità è la deriva di chi ha smarrito il sogno.

Quando si smette di amare, quando si guarda con indifferenza al deprivato,

quando si legifera contro il debole, quando si teme il diverso, ci si circoscrive.

In quella gabbia non c’è posto piu’ per nulla.

Il sogno è vasto. La pochezza umana invece è una cella.

Smettere di sognare vuol dire smettere di essere possibilista.

Se incontrate qualcuno che ha smarrito il sogno prendetelo per mano e

riconvertitelo a sognare.

Siate il suo sacerdote.

Questo mi sento di dire nel giorno della Memoria.

La vita, di Antonietta Fragnito

 

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Penso che Dio quando ha messo a disposizione dell’ uomo un tocco di libero arbitrio gli ha fatto dono di un poco della sua onnipotenza perché scegliere è decidere, è cambiare, è evolvere.
Abbiamo avuto come mezzo di trasporto la vita: molto della riuscita del viaggio dipende da che tipo di autisti siamo, ma anche dai passeggeri che facciamo salire a bordo, dal tipo di carburante che scegliamo.
Di che sostanze infarciamo il nostro corpo: ideologie, religioni, credenze, limiti, paure, velocità o rallentamenti.
La nostra vita può essere un’utilitaria, un fuoristrada, o una Mercedes. Sempre essa è una corsa che possiamo gestire fino ad un certo punto. Perché il punto di arrivo non è nelle nostre facoltà. Noi temiamo molto la conclusione del viaggio, ma non è detta che sia una fine e non un inizio.

La parola, di Antonietta Fragnito

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Un giorno vaghi in uno spazio
ove ti sfugge la parola
E serpeggia fra i denti impronunciabile
Si innesta agli occhi
Al palco del dannato che la ucciderà
Non spaventarti
Sorseggiando contagiose assenze
si è ammalata
Ora brancola nell’ universo dell’innominato
E come farfalla moribonda
abita il vetro della pelle
Non spaventarti

Venezia, di Antonietta Fragnito

 

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Ecco Venezia
Ecco il Canal Grande
Ed io come vicolo di carne
serpeggio e mi involo
E sì che ancora
ho parole nascoste
E dire che non sono un ponte
neppure una Cala
Sono soltanto aria sulla gondola
Ma tu non chiamarmi amore
ora che ho il cuore allagato
Non trafiggermi ancora con la bugia e l’ antica fiammella
Ora che sei Venezia di notte
e mi navighi dentro
senza posa
Ora che giaci
con le membra infangate
l’arte di seta
e i fiordi nell’ inconscio
Proprio come Venezia
Regale e sospesa
Quanta bellezza deturpata

Scrivo, di Antonietta Fragnito

 

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Scrivo di te
Cancellando con i versi la pressione del cuore
Scrivo di te
mio sogno di mezza estate
Gran sogno americano
Perduta mia terra promessa
E ti saluto
come nel finale di Via col vento
Scrivo di te ancora e ancora
Poi arresa
ti offro una ciliegia
La vedo annegare dentro il mare sommosso delle tue labbra
La sento scricchiolare come fosse
nella morsa di un bacio

Mi cerco, di Antonietta Fragnito

 

e tutto

Mi cerco fra le membra
in questo corpo in sovrappeso di passato
È così bello
ora solcato come ferita terra
E’ così bello
sterile di futuro
spinoso e sfrattato
gettato dentro giorni come un senzatetto
Gli rimane ben poco
ma ha adottato il presente
nella misericordia della sua Africa che ha alloggiato nel costato
Ha una lavagna bianca
unico arredo
dove annota i suoi giorni

Sento, di Antonietta Fragnito

 

era bella come un sogno

La’ fuori è il mondo
come un altare
Le cose pregano per salvare la loro inesistenza
L’ inno della pietra odo
La passeggiata infangata della montagna
dentro il cuore dell’ orizzonte
La sera giunge e spegne i ceri
Gli uomini si avvolgono nei cenci della carne e tremano
Come stelle in dissoluzione

Forse, di Antonietta Fragnito

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Si sfiora la libertà quando si esce dall’infanzia del mondo.

E dunque dalle idee preconcette, dai proclami, dal buonismo, dai sermoni, dalle fasce orarie della vita, dalle identità sessuali confezionate a tavolino, dalle elegie, dai sofismi, dai concetti di patria circoscritta, dalla famiglia esemplare, dagli eroismi sbandierati, dai ruoli prefigurati. Potrei continuare.

Penso al Papa, a Madre Teresa di Calcutta, ai ricercatori. Penso a Freud che ci ha smascherato.

Penso a tutti loro, ma mi piace pensarli come uomini e donne.

Non come icone.

La bocca dell’oracolo, di Antonietta Fragnito

 

Ogni tuo attimo

A volte mi prendono il giorno e me lo vivono
Finisco in un cabaret o in un dramma

La recitazione non mi convince
La tv è la bocca dell’ oracolo

Vogliono aprire un nuovo spaccio
Le false verità sono gli allucinogeni

Il Cantico delle creature rimane intatto.

Anoressia, di Antonietta Fragnito

 

 

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La vedevo riflessa nei suoi stessi occhi
un po’ persa un po’ disfatta
un po’ dolce

A volte sembrava un albero
con la chioma scarmigliata

Era un qualcosa

come un uccello che beccava in mezzo al grano

Si sapeva che avrebbe ceduto l’ anima al diavolo
per sembrare più bella

Sopra una rupe stava
eterea come una dea

Lontana

già sospesa
in quel dolore

che divora il corpo

 

e dilania la mente

Liberamente Natale, di Antonietta Fragnito

 

Il profumo delle viole

Ad ogni bambino, specie a quella moltitudine a cui è stata sottratta

l’ infanzia.

Prima della creazione del mondo giustamente fu creato il Natale perché nulla può

accadere se prima non se ne conosce il processo.

Come poteva sorgere il mondo senza una lunga gestazione d’ amore?

Dunque venne alla luce il mondo tondo tondo

come un ben nutrito gestante che allattava ingordo al seno della via lattea,

sotto un’ amorevole coperta di stelle,

cullato dalla ninna nanna suonata dal vento.

Non poteva mancare il profumo in tanta beltà e furono fatti i fiori,

men che mai il sorriso e arrivarono i bambini.

Non poteva essere assente il sogno

e il Creatore prese carta e penna e scrisse la più bella poesia.

La Titolo’ “Il Natale”

La terra dell’abbraccio, di Antonietta Fragnito

 

dentro di te

Nell’ abbraccio ho visitato paesaggi interiori
Ho solcato ogni volta un torace
Ho baciato la terra della dolcezza
Anche in inverno
durante l’abbraccio
ho sentito espandersi nell’ aria il profumo di umanita’
di amicizia
dalla ferita del sogno o del dolore
È sempre un rifugio caldo
l’ abbraccio