Vincent Van Gogh e la Recensione al Romanzo “A Occhi Aperti” di Jean Aquaviva – Pseudonimo di Lorenzo Galbiati

A cura di Manuela Moschin

Recensione al romanzo “A occhi aperti” di Jean Aquaviva (pseudonimo di Lorenzo Galbiati) e approfondimento delle opere d’arte citate dall’autore

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Questo libro mi ha letteralmente conquistata e ora vi spiego il motivo. Da appassionata di arte rappresenta una vera delizia da assaporare a piccoli sorsi. Si tratta di uno di quei volumi che una volta letto dispiace riporre nella libreria perché ti assale la voglia di leggerlo e rileggerlo. Perché?

E’ una storia che contiene un’ottima trama raccontata dalla penna di Jean Aquaviva, pseudonimo di Lorenzo Galbiati, un ottimo scrittore che ho apprezzato moltissimo.

Un viaggio appassionato nei meandri di un vissuto narrato con maestria.

Oltre che un racconto allettante, dettagliato e ricco di dialoghi intellettuali troviamo in queste affascinanti pagine riflessioni profonde sull’importanza delle relazioni umane, sull’amore e sui rapporti di amicizia, nei quali il protagonista Daniel si ritrova coinvolto tra momenti di amarezza e di delusione. Alcuni passaggi nel libro vogliono dare rilievo al conflitto con il padre pittore, che Daniel rivede nelle opere di Van Gogh.

“Daniel, sono mesi che stai viaggiando in modo frenetico, quasi compulsivo. E più passa il tempo, più t’immergi nell’arte di Van Gogh. Come se nei suoi quadri potessi trovare l’anima di…” (cit. A occhi aperti, Jean Aquaviva)

Il lettore instaura un rapporto di empatia con il protagonista, che si ritrova ingenuamente implicato a gestire situazioni imbarazzanti e dolorose che, in finale, rappresenteranno uno stimolo per una crescita interiore.

Daniel è  un critico d’arte appassionato di pittura post-impressionista, che narra le vicende in prima persona. I suoi pensieri sono messi a nudo e analizzati in profondità. Un uomo tormentato assetato di amore, che attraverso il suo intuito e la sua perspicacia troverà la forza di affrontare la realtà.

L’autore si distingue per il suo stile narrativo, estremamente fluido e sciolto, che stimola il lettore incuriosito dallo svolgersi dei fatti a proseguire velocemente nella lettura.

“A occhi aperti” è un libro molto originale poiché include una combinazione di vari generi.

Un romanzo che potrebbe appartenere alla categoria del noir psicologico, del romanzo sentimentale, erotico, oltre che artistico. Aggiungo, peraltro, che diversi frammenti del libro sono arricchiti da piccole lezioni di storia dell’arte che impreziosiscono la lettura, che a tratti si legge come un piacevole saggio.

Essendo il protagonista un critico d’arte, si ha  la sensazione di passeggiare nei quadri percependone l’odore del grano, le splendide vedute paesaggistiche, il profumo dell’erba e dei fiori, il fruscio delle foglie mosse dal vento. Van Gogh e Lautrec dominano il racconto dove tra una descrizione e l’altra spiccano frasi idilliache che suscitano forti emozioni. Senza anticiparvi troppo la trama, vi dico soltanto che, in un capitolo si assiste anche a un incontro con il celebre scrittore Daniel Pennac (Casablanca, 1944) “Finalmente ho davanti a me lo scrittore europeo più osannato degli anni Novanta…”. (cit. A occhi aperti, Jean Aquaviva).

In finale vi esorto a leggere questo straordinario romanzo ricco di spunti e temi su cui riflettere e dedicato a due grandissimi artisti come Van Gogh e Toulouse-Lautrec. Era da tempo che desideravo dedicare un articolo a Vincent van Gogh e quale miglior occasione per parlarne? Ti ringrazio Lorenzo è stato veramente piacevole leggerti.

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Recensione di Manuela Moschin “Il mondo visto da Annika Rose” di Tracey Garvis Graves

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Recensione a cura di Manuela Moschin

Questo libro mi ha letteralmente catturata, segnandomi profondamente. Uno di quei romanzi che non si dimenticano. Alla fine di questa lettura sono rimasta qualche minuto in silenzio, meditando su ciò che mi ha trasmesso “Il mondo visto da Annika Rose”, sulle sensazioni che ho provato e su ciò che ho acquisito dalla timida e delicata Annika.

Una ragazza incompresa che in passato è stata derisa e umiliata per il suo carattere introverso. La sua insicurezza, i suoi modi gentili e la sua grazia hanno catturato l’attenzione di Jonathan, un uomo sensibile che ha avuto l’accortezza di apprezzarla nella sua semplicità.  

Come si legge nella sinossi, Annika non ama socializzare e in varie occasioni si ritrova a combattere con se stessa. Ha paura di sbagliare e di rapportarsi con gli altri. Jonathansarà l’unica persona della sua vita che sarà in grado di entrare nel suo mondo. Annika è una ragazza trasparente e sincera, incapace di ingannare e di disprezzare.

“Come potevo fargli capire che ero perlopiù invisibile agli altri? Gran parte dei membri del club mi aveva da tempo etichettato come una ragazza timida e un po’ strana, e non avevano tutti i torti.”

A questo punto mi chiedo… Perché le persone buone, amabili, affettuose, gentili e oneste vengono considerate “strane”? Personalmente me lo sono chiesta da sempre. Molto spesso gli individui sensibili sono spesso vittime di pregiudizi, ma perché?

“Mi è venuta voglia di piangere. Ma poi mi sono ricordata che nessuno può farmi sentire inferiore senza il mio consenso.” “Te l’ha detto Janice?” “Eleanor Roosevelt.”

L’autrice tratta l’argomento in modo molto delicato, con discrezione, entrando in punta dei piedi.

Vi è nel libro una particolare cura nei dettagli, nella descrizione dei personaggi e delle situazioni,nelle quali essi si trovano coinvolti. La scrittrice accompagna il lettore a piccoli passi “Nel mondo di Annika”, facendogli scoprire e apprezzare le sue doti.

Grande pathos, dunque,  che si intensifica in maggior misura alla fine del libro.

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SEGNALAZIONE MOSTRA DEDICATA A BEATO ANGELICO E AL RINASCIMENTO FIORENTINO AL MUSEO DEL PRADO A MADRID

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Museo del Prado Madrid mostra intitolata “Fra Angelico y el origen del Renacimiento florentino” (Foto tratta dal sito Sky Arte)

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Beato Angelico “Annunciazione” dopo il restauro (Foto tratta dal sito ArteMagazine)

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Beato Angelico “Annunciazione” (entro il 1435) tempera su tavola cm. 154×194 Museo del Prado Madrid
A cura di Manuela Moschin
Carissimi per chi avesse occasione di andare in vacanza a Madrid segnalo che il Museo del Prado ha dedicato una mostra a Beato Angelico (Giovanni da Fiesole al secolo Guido di Pietro) e al Rinascimento fiorentino. 
La mostra intitolata Fra Angelico y el origen del Renacimiento florentino è visitabile fino al 15 settembre. L’esposizione è incentrata sull’Annunciazione che, grazie alla collaborazione di Friends of Florence e dell’American Friends of the Prado Museum, è stata da poco sottoposta a un restauro condotto da Almudena Sanchez Martin. L’opera ha così acquisito brillantezza e colore attraverso un’accurata pulizia, oltre che a un intervento al supporto dell’opera.
La mostra, curata da Carl Brandon Strehlke riguarda il Rinascimento fiorentino dal 1420 e 1430. Oltre all’Annunciazione si possono ammirare anche la “Madonna della melagrana” e il “Funerale di Sant’Antonio Abate”. 

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Segnalazione: uscita Thriller Storico “L’ultimo Affresco” di Ugo Nasi

A cura di Manuela Moschin

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Sono lieta di annunciare che è appena uscito il thriller storico “L’ultimo affresco” di Ugo Nasi. In passato, avendo letto altri libri dell’autore, ho avuto modo di constatare la sua abilità narrativa. Sono certa che sarà un successo. Ugo, essendo appassionato di storia medievale e di misteri antichi,  dedica ai suoi romanzi uno studio  intenso e una ricerca approfondita.

Alla fine della sinossi troverete il video trailer.

Sinossi

Un bimbo, figlio di una principessa celtica ridotta in schiavitù sotto l’impero di Nerone incontra un profeta cartaginese che gli chiede di disegnare su di una tavoletta di argilla la raffigurazione di alcune stelle. Nel 1859 un Cardinale di Aosta viene chiamato a visionare una chiesa ove a causa di uno smottamento del terreno è emersa  quasi dal nulla una cripta sconosciuta. All’interno viene trovato un affresco enigmatico ed i resti di alcuni uomini medievali dai capelli rossi. Nello stesso luogo viene rinvenuta una lapide in pietra su cui è incisa una misteriosa iscrizione in latino: SATOR AREPO TENET OPERA NOSTRA. Qual è il significato di questa frase? E perché una principessa longobarda del VII secolo cercò di interpretarne il senso esoterico? Alcune morti sospette, le cui vittime sono legate tra loro dalla partecipazione ad una spedizione archeologica, spingono la protagonista ed uno storico americano ad indagare su questi fatti scoprendo un’inquietante verità.

Nel 1859 lo smottamento della parete di una chiesa sconsacrata diede alla luce un misterioso dipinto ed un’enigmatica frase incisa sulla pietra.

Ugo Nasi è un avvocato di Milano appassionato di storia medievale e di misteri antichi legati a quel periodo. Attualmente vive in Maremma. Prima de L’ultimo Affresco, ha scritto Le Pagine Perdute e Arcana Rubris appartenenti alla trilogia dei romanzi del mistero.

L’autore è presente su Facebook.

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Qui il Video Trailer L’ultimo Affresco di Ugo Nasi

 

Diego Velazquez e “Las Meninas”

A cura di Manuela Moschin

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“Simboli e Segreti” i significati nascosti nei grandi dipinti Testi di Paul Crenshaw con Rebecca Tucker e Alexandra Bonfante-Warren.

“L’infanta Margherita accudita dalle damigelle d’onore da cui il quadro prende il nome, volge lo sguardo sui genitori, pubblico a cui il dipinto è destinato. All’epoca lei era l’unica erede al trono. Una sorellastra maggiore era stata costretta a rinunciare al diritto di successione, ma il trono alla fine andò a suo fratello minore Carlos”.

Nel volume “Simboli e Segreti” si possono scoprire alcuni interessanti enigmi celati nei dipinti. In questo articolo porremo attenzione verso un’opera appartenente alla storia dell’arte barocca conservata nel Museo Del Prado di Madrid. Si tratta di un dipinto di grandi dimensioni (cm. 318X276) intitolato “Las Meninas” (damigella d’onore) (Fig. n° 1) eseguito da Diego Velazquez. Esso rappresenta una chiara testimonianza della vita di corte spagnola che si svolgeva nella Real Alcazar di Madrid del re Filippo IV e della regina Mariana. I coniugi furono rappresentati nello studio del pittore che nel dipinto si è autoritratto. (Fig. n° 2)

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Segnalazione: uscita di un nuovo romanzo di Massimiliano Scudeletti “L’ultimo rais di Favignana, Aiace alla spiaggia”.

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Vi informo che il 5 luglio è uscito un romanzo di Massimiliano Scudeletti intitolato L’ultimo rais di Favignana, Aiace alla spiaggia.” 

Narra la storia di Gioacchino Cataldo, ultimo rais di Favignana scomparso il 21 luglio 2018, torna a far parlare di sé e della tonnara di Favignana attraverso la penna di Scudeletti che ne traccia un ritratto di eroe. Non è banale parlare dell’ultimo rais, soprattutto in questo periodo in cui è accesa la polemica che ha coinvolto non soltanto Favignana ma l’intera penisola italiana.

All’interno del romanzo vi è un mémoire del giornalista Carlo Ottaviano che così definisce il lavoro di Scudeletti: «Queste pagine sono sì un romanzo della vita di un uomo non comune, ma anche la storia di una intera comunità nell’evolversi di più stagioni. Irripetibili e quindi prezioso documento».

Vi segnalo questo “prezioso documento”, affinché questa “preziosa tradizione” possa continuare a rimanere intatta e viva.

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Recensione di Manuela Moschin “L’isola che c’è” di I.R.Francesconi

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Link sito ThrillerNord: https://thrillernord.it/lisola-che-ce/

Sinossi. Alia è una giovane donna fuori dagli schemi. Ha paura del mondo, delle persone, degli incontri del futuro. Trapiantata assieme alla rumorosa famiglia in un nuovo Stato, ha perso la spontaneità dei gesti e la fiducia nel domani. Poi c’è Don affascinante altruista, colto,paziente e misterioso… Un incontro cambierà le loro vite per sempre…

Recensione

Sono vergine. Ho ventitré anni e sono vergine”.

È cosi che inizia questo libro alquanto toccante, che racconta la storia di Alia una ragazza inconsueta o per meglio dire riflessiva. Lei non si lascia andare. Qualche delusione amorosa e la mancanza del padre sono le probabili cause di una certa diffidenza nei confronti del sesso maschile. Alia ha paura. Ha il timore di soffrire e di essere abbandonata:

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Manuela Moschin intervista il Critico d’Arte e Storico dell’Arte Prof. Gerardo Pecci

Foto di Gerardo Pecci

Carissimi tutti, oggi ho il piacere di ospitare nel sito Alessandria Today ” il professor Gerardo Pecci, storico e critico d’arte che insegna storia dell’arte presso l’Istituto di Istruzione Superiore Statale “Perito- Levi” di Eboli, oltre a esercitare la professione di Giornalista pubblicista e di Ispettore Onorario del MiBAC per la Tutela e la Conservazione del Patrimonio Storico-Artistico della provincia di Salerno.
Vi consiglio vivamente di leggere l’intervista poiché contiene meravigliosi spunti di riflessione e svariati consigli di letture e non solo…
Per chi desiderasse segnarsi il titolo di qualche buon libro troverà interessanti suggerimenti.
Vi assicuro che rimarrete affascinati dalle parole del professore che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente. E’ una persona alquanto competente e splendida che, attraverso la sua grande passione per l’arte,  ha avuto la capacità di suscitare in me grandi emozioni. Pensate che ho visitato con lui le Gallerie dell’Accademia  e la Scuola Grande di San Rocco a Venezia. Vi posso dire che, da quel momento,  ogni volta che mi reco in quei splendidi luoghi ricordo la sua maestria nel descrivere e commentare i capolavori veneziani. Grazie Gerardo.
Ora iniziamo l’intervista:
Benvenuto Gerardo, sono lieta di poterti intervistare, ti ringrazio per aver accettato la mia richiesta, è davvero un piacere e un onore poter dialogare con te. Sei una persona dotata di una grande esperienza e passione nel campo storico/artistico, sono proprio curiosa di conoscerti più approfonditamente.
– Come Storico dell’Arte e Critico d’Arte sei dotato di un significativo percorso professionale. Ci sono particolari eventi che hanno inciso nella tua carriera? 

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Manuela Moschin intervista lo scrittore Andrea Del Castello

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Intervista:

Ciao Andrea, ti ringrazio di cuore per aver accolto la mia richiesta. E’ un grande onore per me poterti intervistare. “La voce della morte” non è un semplice thriller, ma è molto di più. È un libro che intitolerei “Lezioni di vita” perché lancia dei messaggi profondi nei confronti dei peggiori mali che stanno imperversando il mondo.
Ma prima di parlare del tuo libro ti pongo alcune domande per scoprire in quale modo hai raggiunto la tua carriera di scrittore:
– Quando hai cominciato a scrivere? Cosa scrivevi all’inizio? 

Per diletto e per passione la scrittura ha accompagnato da sempre le varie fasi della mia vita. Una svolta importante è arrivata con gli studi universitari, perché ho cominciato a scrivere con un fine professionale. La laurea in Conservazione dei beni culturali con indirizzo musicologico mi ha portato ad approfondire gli studi umanistici, poi confluiti nella pubblicazione di due libri interdisciplinari e vari articoli. Invece da qualche anno a questa parte mi sono concentrato sugli studi letterari e le tecniche narrative. Così nel 2017 ho pubblicato “Come si scrive un thriller di successo” e l’anno scorso ho esordito come autore di thriller.

– A quale genere letterario appartengono i libri che leggi o che hai letto in passato? 

Leggo di tutto. Il modo migliore per essere uno scrittore preparato è conoscere quanti più generi e autori sia umanamente possibile. Nelle mie pubblicazioni di saggistica puoi trovare riferimenti a Flaiano, Apollinaire, Shakespeare, Manzoni, Stoker, Amis, come pure a Raymond Chandler e ad Agatha Christie. Insomma, spazio dai grandi classici alla poesia fino alla narrativa contemporanea. Per fare un esempio recente, ho curato una raccolta di racconti di tredici autori diversi con cui abbiamo rivisitato in chiave moderna i miti delle “Metamorfosi” del poeta latino Ovidio. Uscirà a luglio con il titolo “Miti e delitti”. Sembra strano per un autore di thriller, ma amo perfino la letteratura latina e la contaminazione tra generi anche all’apparenza disparati. Il problema è trovare il tempo necessario per leggere quanto vorrei.

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Recensione del Thriller “La Voce della Morte” di Andrea del Castello

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A cura di Manuela Moschin

“La voce della morte” non è un semplice thriller, ma è molto di più. È un libro che intitolerei “Lezioni di vita” perché lancia dei messaggi profondi nei confronti dei peggiori mali che stanno imperversando il mondo.
Non vi parlerò della trama, ma al termine dell’intervista troverete la sinossi. Vorrei soltanto esprimere le emozioni e le sensazioni che ho provato durante la lettura.
In primo luogo sono rimasta affascinata dai dialoghi. Andrea è riuscito a commuovermi e a divertirmi. Credo che per uno scrittore non sia semplice ricercare le battute adatte a far rallegrare il lettore e nello stesso tempo indurlo alla riflessione profonda.
Incomprensioni familiari, vizi, disperazione, dolore, paura, rassegnazione, amore per il prossimo, amicizia, senso di giustizia, l’amore per la famiglia, tradimento, sono stati trattati con grande perizia.
La narrazione è chiara e precisa. Gesti e azioni dei personaggi mi hanno fatto vivere la scena riuscendo a farmi immedesimare nelle situazioni.
I personaggi sono talmente ben delineati che alla fine del racconto ne senti la mancanza. La figura che ho preferito è quella del commissario Cani, che apparentemente si presenta come una persona insensibile e scorbutica, ma che in realtà ha dimostrato di possedere doti preziose.
Le circostanze della vita hanno indurito il suo cuore, ma nel profondo della sua anima rimane una persona pacata che di fronte ai dilemmi da risolvere si sofferma a riflettere:

“Invece Giorgio Cani era fuori a fumare. E a riflettere. I raggi del sole tornati a splendere dopo la nebbia uggiosa dei giorni precedenti gli fecero fare una strana smorfia di sofferenza. Si mise spalle al sole e tirò forte dalla sigaretta che teneva tra indice e medio con il pugno semichiuso. Guardò il cielo azzurro, di un colore così intenso che solo la stagione fredda poteva colorare.”

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Un’opera d’arte può essere più misteriosa di un thriller? “Misteri ed Enigmi – Nell’archeologia e nell’arte” di Claudio Saporetti – Edito da La Lepre Edizioni.

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A cura di Manuela Moschin

Sulla quarta di copertina del saggio di Claudio Saporetti si trova un quesito piuttosto accattivante: Un’opera d’arte può essere più misteriosa di un thriller?”. 

Vediamo perché:
E’ uscito da poco un saggio che racchiude in un unico volume l’analisi di una serie di opere d’arte trattate dall’assirologo, archeologo e storico dell’arte Claudio Saporetti, oltre che direttore della nota rivista Geo-Archeologia. Il volume rappresenta uno straordinario viaggio all’interno delle opere, dove l’autore si concentra esaminando alcuni misteri appartenenti sia all’ambito archeologico e sia a quello artistico.
La particolarità di questo libro è che l’autore non si sofferma ad analizzare i capolavori soltanto da un unico punto di vista ma ne coglie le svariate sfaccettature. La partecipazione attiva da parte del lettore e la condivisione di ipotesi, pensieri, riflessioni e analisi proposte dallo scrittore sono il fiore all’occhiello di quest’opera.
E’ estremamente utile perché stimola a interrogarsi sulla natura delle opere, immergendo il lettore all’interno di un museo virtuale.

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Paul Gauguin “”Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” 1897 olio su tela cm.139×374.5 Museum of Fine Arts, Boston

Paul Gauguin “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?” 1897 olio su tela cm.139×374.5 Museum of Fine Arts, Boston

Ma che cos’è un’opera d’arte? L’artista cosa desiderò simboleggiare? Osservando ad esempio, il celebre dipinto di Paul Gauguin intitolato “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”, ci chiediamo a cosa stava pensando l’artista quando lo dipinse, oppure cosa ha voluto simboleggiare? Perché ha dipinto un bambino sdraiato sulla schiena? Qual è il significato di quella signora anziana accovacciata? A cosa allude il titolo del dipinto? Questi e molti altri enigmi vengono analizzati dall’autore, entrando in punta dei piedi, perché la sua è una ricerca meditata che considera anche le tesi dei grandi studiosi del passato.

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Manuela Moschin e L’Arte Raccontata nei Libri

Il giornalista e scrittore Roberto Ritondale intervista Manuela Moschin Link Youtube 

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Questo articolo ha lo scopo di presentarmi e di farvi conoscere il mio Blog e i miei Gruppi Facebook. Chissà magari tra voi c’è qualcuno che è appassionato di arte e di libri. Mi chiamo Manuela Moschin abito in provincia di Venezia e lavoro in un’Azienda Ospedaliera nell’ambito dell’amministrazione pubblica. Prima ancora sono stata per dieci anni educatrice in una scuola per l’infanzia. Sono sempre stata attratta dalle opere d’arte e per questo mi sono laureata presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia in Storia dell’Arte – Conservazione e Gestione dei Beni e delle Attività Culturali.

Dalla passione per l’arte sono nati il  Blog L’arte Raccontata nei Libri (per entrare clicca il link) e il gruppo Facebook  “L’Arte Raccontata nei Libri” (per entrare clicca il link) che mi hanno dato e mi stanno dando moltissime soddisfazioni. Ho avuto l’opportunità di conoscere lettori, scrittori, editori, blogger e artisti, persone davvero splendide con alcune delle quali ho stretto una grande amicizia. Questa attività è diventata indispensabile per me. L’arte e la letteratura hanno la capacità di infondere un senso di serenità e di gioia che sono indescrivibili. I miei articoli sono composti da una recensione e da un approfondimento delle opere d’arte menzionate dagli autori, riportando una citazione tratta dal loro libro. L’arte e la letteratura si fondono perciò in un connubio perfetto. Un binomio, dunque, attinente alla coesistenza della cultura letteraria e di quella artistica. L’idea ha origine dalla lettura di qualsiasi testo (Romanzi storici, Saggi, Cataloghi di mostre, Biografie…) che contenga riferimenti al patrimonio artistico.

 

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Recensione al Romanzo “Il sole tra le mani” e intervista all’autore Roberto Ritondale

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A cura di Manuela Moschin

Recensione: 

Questo libro è un fiume in piena dopo un lungo acquazzone dal quale straripano e si liberano le emozioni. Quando iniziai a leggerlo sorridevo alle battute ironiche che rilevai in qualche passaggio, inconsapevole di ciò che avrei incontrato nelle pagine successive. Gradualmente, procedendo nella lettura, rimasi ammaliata dalla profondità dei messaggi intrinseci. Il romanzo narra la storia di un uomo privo di emozioni, che la vita gli ha sottratto, a seguito di alcune vicende drammatiche accadutegli sin dall’infanzia. Il protagonista si comporta in modo inconsueto, appare fuori di senno, ma ha le sue ragioni…. Una trama assolutamente originale, studiata nei minimi particolari, che stimola a procedere nella lettura. È un libro che mi ha fatto ridere, emozionare, riflettere, stupire e piangere. Non nascondo che mi è scappata anche una lacrima. Il mio entusiasmo per questo romanzo è dovuto anche agli argomenti trattati che mi hanno toccata personalmente e che si susseguono in un sincronismo perfetto. Di questo non ne posso parlare direttamente, poiché rischierei di anticipare i temi del racconto. Il romanzo si può sintetizzare in una parola soltanto: AMORE. Con questo sottolineo che non si tratta di un romanzo d’amore, si intende, ma che, a parer mio, l’obiettivo dell’autore è proprio quello di evidenziare l’importanza dell’amore in tutte le sue sfaccettature. Ho avuto modo di conoscere Roberto, una persona umile che mi ha sorpresa per la sua semplicità, per un singolare altruismo e questo libro ne è la conferma. Una scrittura fluida e ricca di dialoghi meditativi che si sedimentano nell’animo. Il libro mi ricorda, in qualche passo, un classico della letteratura intitolato “Il povero Piero” di Achille Campanile, il quale, attraverso una raffinata comicità, ironizza sul tema della morte. Ritondale tratta anche un episodio accaduto realmente qualche anno fa e che ha tenuto in ansia milioni di persone. L’autore racchiude in questa piccola frase un grande insegnamento che, in finale, rappresenta lo scopo della nostra vita e nella quale solo il dolore ne è il veicolo. Non può esistere la felicità senza la sofferenza e l’amore verso il prossimo. L’amore innanzitutto.

Scrive Roberto:“Per essere felice dovevo solo riaprire le mie mani, tendere le braccia, amare e accogliere. E l’ho capito adesso, ora che c’è un disastro intorno a me. Non servono chiese se l’anima resta dentro un guscio. Il segreto, mi dico, sta tutto nell’aprirsi, donarsi agli altri. Nel farsi tempio riciclando il dolore”. 

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Egon Schiele una Pittura Tormentata

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Egon Schiele “L’Abbraccio” 1917. Museo Österreichische Galerie Belvedere di Vienna (Fig.1)
A cura di Manuela Moschin
Negli ultimi anni di vita dell’artista e precisamente nel 1917, mentre imperversava la guerra, Egon Schiele dipinse “L’Abbraccio” (Fig.1). Un’opera che da sempre mi affascina soprattutto per la commovente forza comunicativa rappresentata da un semplice abbraccio. Un consueto gesto affettivo che si converte in un’efficace e drammatica sintesi espressiva.
Nei due amanti, che si stanno stringendo appassionatamente, è racchiuso un intenso significato simbolico: la fragilità umana che di fronte alle atrocità si rassegna abbandonandosi teneramente.
Si percepisce chiaramente che non si tratta solamente di un normale atto di amore.
Senza dubbio Schiele, attraverso quest’opera, desiderò esprimere una situazione drammatica, contrassegnata da un malinconico erotismo. La tragicità del momento si avverte in ogni piccolo dettaglio. I muscoli tesi del braccio dell’uomo e la mano sinistra della donna sono solo alcuni dei segnali rappresentati dall’artista.
Un abbraccio sofferto, passionale, doloroso e carico di amore. Un ultimo straziante saluto che trascina l’osservatore in un amplesso angosciato, una sorta di fuga dagli orrori della guerra. Lo scorcio dall’alto ricorda i dipinti di Edgar Degas. In questo modo, lo spettatore si sente coinvolto in prima persona, immedesimandosi nella scena ne diventa protagonista .
L’opera è stata eseguita mediante contorni scuri e marcati, le pennellate sono nervose e le tonalità cupe. Le pieghe delle lenzuola, che emergono con un effetto dinamico, sono linee tormentate che fungono da sfondo di un amore consumato.
Egon Schiele (Tulln – Bassa Austria, 1890-1918) sebbene abbia avuto una vita breve, lasciò un segno profondo nella pittura europea del primo Novecento, diventando uno dei protagonisti della corrente espressionista austriaca. La sua produzione artistica fu notevole, egli realizzò in totale trecentoquaranta dipinti e duemilaottocento tra acquerelli e disegni.
Un articolo non è sufficiente per riuscire ad esprimere la grandezza del pittore.  E’ uno di quegli artisti che non si dimenticano.
Visitai a Vienna il “Leopold Museum” (Fig.2) inaugurato nel 2001, esso conserva opere di Egon Schiele, Gustav Klimt, Richard Gerstl e Oskar Kokoschka. Nel museo è custodita  la più importante collezione delle opere di Schiele. Ricordo, che ne rimasi molto colpita per l’introspezione psicologica e l’intensità espressiva manifestata sulle tele. Il suo disagio interiore traspare in modo così eclatante da rimanerne fortemente impressionati. Egli sfogava le sue inquietudini rappresentandole su un’immagine. Le sue opere non ci lasciano indifferenti, hanno la capacità di sconvolgere e commuovere.
Esse sono un libro aperto, un romanzo senza un lieto fine… si certamente, perché Schiele morì a soli 28 anni. E’ sufficiente osservarle soltanto un momento, per intuire quali paure, angosce, drammi abbia vissuto l’artista.
Per comprendere le sue opere è fondamentale conoscere alcuni passaggi che si sono rivelati incisivi nella sua vita. Nel 1905 a soli 15 anni, perse il padre, un episodio che influì molto negativamente nella sua psiche, avendo una grande ripercussione anche su tutta la sua pittura. Egon, inoltre, non ebbe un buon rapporto con la madre, la quale, non condivideva la carriera artistica del figlio.
In una serie di dipinti raffiguranti il tema madre-figlio, il pittore trasferì sulle tele le sue riflessioni in merito. Ne sono un esempio i dipinti intitolati  “Madre morta I” (Fig.3) e “Gestante e morte” (Fig.4), il suo è un alludere all’amore inesistente che Schiele attribuiva alla madre. Da alcune lettere tra la madre e il figlio si possono intuire chiaramente i conflitti vissuti nei loro rapporti.
La madre, addirittura,  maledisse Egon scrivendogli parole colme di rabbia:

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Leonardo Da Vinci e L’Annunciazione

Figura 2, Leonardo da Vinci 1452-1519 Annunciazione1 tempera su tavola, 98x217 cm Firenze, Galleria degli Uffizi

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A cura di Manuela Moschin
Quest’anno Leonardo Da Vinci a seguito del cinquecentenario dalla sua morte, avvenuta il 2 maggio 1519, è diventato l’artista più citato in assoluto. Le sue abilità ci conquistano ogni giorno e non ci stanchiamo mai di parlarne. Quest’opera è stata eseguita in età giovanile. Si tratta della celeberrima “Annunciazione”. Inizialmente fino al 1867, ovverosia quando il dipinto si trovava nella sagrestia della chiesa di San Bartolomeo, veniva attribuito a Domenico Ghirlandaio, successivamente dal momento in cui venne trasferito nella Galleria degli Uffizi fu riconosciuta come un’opera di Leonardo. Essa si contraddistingue per alcune particolarità:
se si osserva il dipinto dal punto di vista frontale si può notare che lo sguardo si rivolge verso la montagna che paradossalmente diventa la protagonista del quadro, offuscando l’immagine di Maria. Ebbene c’è una spiegazione in tutto ciò.
I pittori di quel periodo si rifacevano a dei simboli ripresi da testi fondanti.
In particolare, questa immagine si basa sugli scritti di Bernardo di Chiaravalle, abate e teologo francese dell’ordine cistercense che scrisse quattro omelie sul vangelo di Luca (l’unico evangelista a descrivere l’annunciazione). In una di esse fa riferimento al Monte dei monti “Mons Montium” asserendo che il Cristo è il Monte perché è il Santo dei santi. Il mare su cui si trova la montagna rappresenta il mondo degli umani, dei pagani, quindi il Cristo che domina sul Mondo. Il simbolo del “Monte sul mare” rappresenta il Cristo. Altri simboli nel quadro sono rappresentati dagli abeti, olmi e cipressi che fanno riferimento ai legni del santuario del Signore presenti nel ventre di Maria. Inoltre, se si osserva il quadro posizionandosi al centro si percepiscono certe discrepanze, delle difficoltà prospettiche. Si nota, ad esempio, che il braccio di Maria e le bugne sono stati rappresentati troppo lunghi. Queste discrasie non sono altro che degli espedienti compositivi per consentire l’acquisizione di giochi anamorfici. Se si esamina il dipinto disponendosi nella parte destra si potrà constatare che tutto si ricompone, il braccio di Maria si accorcia e l’edificio si allunga. Ne conviene che queste difficoltà non sono di Leonardo, ma della critica dell’interpretazione perché non ha tenuto conto della posizione che sarebbe stato situato il quadro.