Il festeggiato, di Marcello Comitini

Il mio omaggio a Fernando Pessoa, alla sua poetica, al suo amore, ai suoi dubbi, ai suoi tormenti. All’uomo Pessoa, alle storie senza tempo, alle nostre storie personali che si intrecciano con quelle del Poeta e con quelle senza tempo.

A Luigi Maria Corsanico, che ha letto in esclusiva questi versi, esprimo la mia profonda gratitudine per averli resi vivi con la sua voce – che spesso si intreccia con quella di Pessoa. È per me un onore che colui che legge le poesie dei più grandi poeti, con un gusto dell’arte, del bello e dell’armonia (gusto davvero difficile da riscontrare in altri) abbia apprezzato questi miei versi e li abbia voluti leggere a voce alta diffondendoli a tutti coloro che amano come lui la bellezza e l’armonia.

In appendice al testo della poesia. ho ritenuto opportuno qualche annotazione a chiarimento dei rimandi contenuti nei versi.

In una bottega di libri usati, manuali per chiromanti
e vecchie carte geografiche
ho acquistato le poesie di Fernando Pessoa. Continua a leggere “Il festeggiato, di Marcello Comitini”

Ricordo, di Marcello Comitini

Rondine bn e col

Foto dal web – elaborazione di mc

Hai posato solo per un attimo
la tua mano sul mio braccio
e mi è parso per un attimo
anche sul mio cuore.

Nella tua stanchezza
e nel mio pensiero
siamo solo ombre.

Nella memoria tutto si è confuso
come rondine che freme
nel cavo della mano.

Scopriamo solo il senso
di ciò che davvero siamo
ombre delle ombre.

INSONNIA – lettura di Luigi Maria Corsanico

Agli Amici di Alessandria today questa lettura particolarmente suggestiva di Luigi Maria Corsanico della mia poesia “Insonnia”.

marcellocomitini

Con grande piacere pubblico questa lettura forte e profondamente sentita dell’amico carissimo Luigi che ha costruito sui miei pochi versi una cattedrale di meraviglie che la sua voce innalza al centro dei cuori di chi l’ascolta.

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Il salto, di Marcello Comitini

Il salto, di Marcello Comitini

Pablo-Picasso-Child-with-flower
Pablo Picasso, Child with flower

allo stupore dolente dei Genovesi

Eccomi ancora sui sedili posteriori dell’auto.
Nello specchietto retrovisore mi vedo lontano e piccolo.
Giocavo con la palla rossa e blu che mi ha regalato
la nonna per questo viaggio.
Mio padre diceva a mia madre di essere arrabbiato
perché aveva dimenticato di chiudere
il gas e la finestra del bagno.
Io immaginavo la nonna che entrava a casa
per chiudere il gas e la finestra mentre si guardava intorno
e sentiva la malinconia della mia assenza. Saranno contenti
– pensava – d’essere tutti in vacanza.
Non sono mai stati nel Midi della Francia in un sole più buono
e un vino più dolce di quello che fanno in Toscana.
È vero mio padre e mia madre non ci sono mai stati
ma già sanno qualcosa. Lo capisco dai loro visi sereni.
Mio padre diceva la nonna ormai è fuori di testa. Crederà
che non siamo partiti
diventerà triste e morirà di dolore. Non dovevi
dimenticare la finestra aperta e non chiudere il gas.
Mi vedo nello specchietto retrovisore
che ho messo da parte la palla e guardo mio padre.
Anche mia madre lo guarda scuotendo la testa.
Abbiamo voglia di dirgliene quattro
e poi ridere insieme di questo nostro amore che cresce.
Mio padre sorride e mi guarda
nello specchietto retrovisore. Io gli sorrido.
Nel piccolo spazio tra me e il sedile di fronte
lancio la palla che rimbalza e la prendo. Rimbalza e la prendo.
L’auto è il mio cortile il sedile è il muro di fronte
la palla è la musica del mare alla fine del viaggio.
Mia madre sorride e si volta a guardarmi.
Abbiamo tanta strada da fare
forse è meglio che dormi. Non voglio dormire.
Guardo la strada davanti a me tra i loro visi girati
voglio raccogliere sogni.
Cerco di non chiudere gli occhi, di sentire la voce
di nonna che dice ormai sei un ometto.
Poi non vedo più nulla. Tra le mie braccia la palla e la nonna
che apre e chiude la bocca in un silenzio di morte.

 

Frutti rossi, di Marcello Comitini

Pomodori Latino Barilli
Latino Barilli, La raccolta

All’alba salti sulla bici e pedali con forza.
Tieni saldo il manubrio a testa bassa. Le mani
ti tremano ad ogni scabrezza della strada.
Quando arrivi sul bordo dei campi
poggi un piede per terra e le vedi.
Sono fuggite lontano dalle tue labbra
le parole amore famiglia fratellanza
foreste senza fine spazi deserti.
Sono andate via anche dalla punta delle dita
affondate nella polpa rossa
e nei solchi oscuri della terra.
I tuoi compagni sono già chini
fra le numerose file di piante che si distendono
sino all’orizzonte come tutte le giornate di lavoro.
Sei fortunato – ti dicono alzando appena la testa
con i volti che grondano sudore
guardandoti dritto negli occhi –
noi viaggiamo al buio due volte al giorno
dentro un furgone cieco senza sapere
dove ci porta. I loro sguardi ti fanno star male. Continua a leggere “Frutti rossi, di Marcello Comitini”

L’abbraccio | L’étreinte, di Marcello Comitini

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Gustav klimt, “Fregio a Beethoven” (particolare), 1902

Tutti sappiamo che l’ anaconda è un serpente lungo e pesante che vive nelle acque immutabili e stagnanti delle paludi . Si muove ondeggiando il corpo lucido con forti e fangose spirali. Lentamente. Tranne che nel momento favorevole per afferrare una preda e soffocarla tra le sue spire.

Con buona pace degli anaconda, in loro nulla è mutato da secoli. Ma la nostra società, che gli somiglia per come l’abbiamo sempre vissuta, sta cambiando. Pronta a stritolare i deboli tra le sue spirali, mostra sempre più l’aspetto feroce del suo carattere: l’indifferenza che tutto ignora, l’ignoranza che crede a tutto e l’arroganza che si serve degli ignoranti e degli indifferenti.

Da più parti si parla di crisi. Economica, politica, sociale, etica. E già da anni. Anche noi pienamente indottrinati di crisi, diciamo e speriamo che la società prima o poi riacquisti il suo carattere abituale. Soprattutto quello della crescita economica e del ripristino dei valori.

Da più parti ci dicono con certezza che questa crisi è irreversibile. Continua a leggere “L’abbraccio | L’étreinte, di Marcello Comitini”

Un soggiorno in Svizzera, di Marcello Comitini

Sfondo Carver

 

Assenza di lirismo nelle poesie-racconto di Raymond Carver più che in quelle di Cesare Pavese?

Dei due è Pavese il primo a scrivere poesie-racconto. E quando, amaramente per noi, pone fine alla sua vita nel 1950 sembra passare il testimone a Carver che inizia a scrivere nel 1957 e termina (anche in questo caso amaramente per noi, perché morto prematuramente) nel 1988.

Non intendo fare paragoni né parallelismi, per il semplice motivo che i due non si sono mai conosciuti né fisicamente né letterariamente. Inoltre la poetica di Pavese nasce da una sofferta ricerca della felicità, dell’amore e del senso da dare alla propria vita. Là dove Carver si ritiene un uomo fortunato che, uscito miracolosamente dall’alcolismo, sa di aver vissuto due vite nell’arco di una.

Ho accennato a Pavese perché è un poeta che rifugge il lirismo, guidato com’è dalla volontà di narrare il mito che si cela nella realtà, e teso a costruire la poesia-racconto quale “espressione essenziale di fatti essenziali”. Continua a leggere “Un soggiorno in Svizzera, di Marcello Comitini”

Cari ragazzi, di Marcello Comitini

Cari ragazzi

 

Cari ragazzi, di Marcello Comitini

Cari ragazzi, le mie parole non siano vuote
com’è vuoto il cuore di colui
che non ha la forza d’inebriare
il sangue dei vostri cuori.
Chiusi tra le mura dei paeselli
misurate il tempo con l’ombra che si allunga
o che si accorcia sotto il vostro naso.
Non fate caso a chi vi ruba il futuro
voi sperate inutilmente
e inutilmente vi spremete
come l’uva che non produce mosto
ma acre aceto che donerete a bere
alla sete del Cristo senza neppure accorgervene
e lascerete che soltanto il fiato degli animali
scaldino quel Bambino che si farà vecchio
e sempre solo come tutti i vecchi che state dimenticando
cari ragazzi arrampicatevi sulle mura
alte e resistenti dei cortili
dove trascorrete inutilmente
il tempo scrutando dentro il vetro dei vostri social
credendo che la vostra serenità possa nutrirsi
con le speranze d’altri e finite per sognare
che la speranza
debba essere custodita sotto vetro.
Oltre le mura esiste il mondo
che attende la vostra giovinezza per abbattere
quelle barriere erette da quei loschi
che vi fanno credere d’essere deboli come stuzzicadenti
lasciate che nelle chiese le madonne si consolino
d’un amore che nulla vuole che sa solo attendere
che tutto muti mentre i lumi
che le madri accendono ai suoi piedi si consumano
nel tempo lento e lungo che vi vedrà svanire nelle primavere
come i fiori dei ciliegi senza portare frutti ai rami
che con pazienza attendono un’alba sempre uguale.
Le vostre urla le vostre grida i vostri pugni
battuti sopra i visi
che vi invitano alla pietà con un sorriso
saranno capaci di cambiare il mondo
basta non accettarlo così demente e senza cuore.
Basta non amarlo per il suo niente
basta credere in quella stessa forza che voi
saprete infondergli.

Venezia, di Marcello Comitini

Silvia-Caimi-Il-salto-2010
Silvia Caimi, Il salto, 2010

 

Vorrei che fosse nero quell’azzurro del cielo

le nuvole bianche uno scintillio di stelle

gli alberi avvolti in un velo di nebbia

come donne celate per amore dell’uomo.

Vorrei che il mare fosse dentro le strade

a bagnare i palazzi e dagli androni uscissero

cariche di luci gondole silenziose.

Che gli uomini viaggiassero lenti sulle acque

accese di smeraldo ai bagliori delle lampade

e sulla grande piazza sentissero il profumo

della solitudine.

Vorrei che tu accanto ponessi la tua ombra

come un angelo uscito da grotte sommerse

e mi offrissi il tuo viso di donna svelata

in quest’alba in cui il mondo

è una Venezia languida

e le colombe volano su un mare inesistente.

La vittoria di Pablo Neruda

Una lettura dell’ “Ode all’uomo semplice” di Pablo Neruda letta, come sempre in maniera esemplare, da Luigi Maria Corsanico e da me già commentata su Youtube, ma che qui riprendo sotto un altro profilo.

“vinceremo,

anche se tu non lo credi,

vinceremo.” dice Neruda concludendo la sua poesia con questi versi.

Ma cosa vinceremo? il dolore della vita, quello delle nostre scelte, quello che ci procurano gli altri?

La mano sulla spalla che Neruda ci offre come un amico, ci consolerebbe certamente come ci consola la mano dell’amico che ci si pone a fianco. Saremo più sereni, saremo più sorridenti, ci sembrerà più lieve il dolore.

Ma sconfitti siamo e sconfitti resteremo, perché ciascuno di noi è uno e solo uno.

E quando ciascuno di noi pensa e aspira alla felicità non può che pensare e aspirare alla propria. Anche se al di là della propria pensa e vuole la felicità dell’umanità.

Forse se si fosse santi… Ma essere santi non è una categoria dell’essere, semmai è un modo per dare un significato alla sconfitta.

Ti racconterò in segreto
chi sono io,
così, ad alta voce,
mi dirai chi sei,
voglio sapere chi sei,
quanto guadagni,
in quale azienda lavori,
in quale miniera,
in quale farmacia,
ho un dovere terribile,
cioè sapere,
sapere tutto,
giorno e notte sapere
come ti chiami,
è questo il mio compito, conoscere una vita
non è abbastanza,
né conoscere tutte le vite è necessario,
vedrai,
bisogna sviscerare,
grattare a fondo
e come in una tela
le linee nascosero,
con il colore, la trama
del tessuto,
io cancello i colori
e cerco fino a trovare
il tessuto profondo,
così trovo pure l’unità degli uomini,
e nel pane
cerco
più in là della forma:
mi piace il pane, lo mordo,
e allora
vedo il frumento,
i campi di grano vicini,
la verde forma della primavera,
le radici, l’acqua,
per questo
più in là del pane,
vedo la terra,
l’unità della terra,
l’acqua,
l’uomo,
e così provo tutto
cercandoti
in tutto,
cammino,nuoto,navigo
fino ad incontrarti,
e allora ti domando
come ti chiami,
strada e numero,
perché tu riceva
le mie lettere,
perché io ti dica
chi sono e quanto guadagno,
dove abito,
e com’ era mio padre.
Vedi che semplice sono,
che semplice sei,
Continua a leggere “La vittoria di Pablo Neruda”