Chernobyl, di Maura Mantellino

In questi giorni la serie televisiva Chernobyl (targata HBO ) ha riportato alla ribalta internazionale  il disastro nucleare più grave della storia. La notizia che stupisce più di tutte è che si è registrato un aumento quasi del 40 per cento del turismo in quei posti nell’ultimo anno.

Su Instagram si possono vedere centinaia di foto di persone che si fanno fotografare di fronte a edifici abbandonati, auto carbonizzate e tutto ciò che è rimasto dalla devastante esplosione del lontano 1986.

A quanto sembra vengono organizzati tour da diverse agenzie di viaggio che portano i ‘turisti’ nella zona di ‘alienazione’ (un’area compresa entro i 30 chilometri dalla centrale Lenin istituita dopo l’incidente per evacuare la popolazione del luogo).

Ci si può chiedere se l’area visitata è sicura e le varie agenzie turistiche sostengono che una breve visita (massimo due giorni) non è pericolosa. E’ anche vero che i livelli radioattivi si sono abbassati molto in questi decenni anche se molte zone sono ancora ermeticamente off limits ai ‘turisti’.

Interessante è, per chi vuole farsi un’idea di come è oggi Chernobyl, sfogliare il libro intitolato ‘The Zone’ che contiene diversi scatti di David McMillan che in tutti questi anni ha raccolto materiale fotografico della zona del disastro. Foto dal web.

Ciao Franco, maestro indimenticabile, di Maura Mantellino

Una notizia  che colpisce al cuore di tutti noi: si è spento Franco Zeffirelli all’età di  96 anni. La scomparsa è avvenuta alla fine di una lunga malattia.

Il suo Maestro fu Luchino Visconti, con il quale collaborò per Senso, solo per citare il lungometraggio più famoso ma tante furono le collaborazioni, con Michelangelo Antonioni, Vittorio De Sica, Roberto Rossellini, Edoardo De Filippo, tra gli altri.

«Un signore delle scene», per Enrico Mentana.

Franco Zeffirelli non è stato solo cinema, ma anche arte e soprattutto cultura

Gian Franco Corsi Zeffirelli nacque a Firenze, il 12 febbraio 1923, da Ottorino Corsi e Alaide Garosi Cipriani. La sua non fu una infanzia semplice, sia per il mancato riconoscimento paterno, che avvenne solo a 19 anni, sia  per la prematura scomparsa della madre. Dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti a Firenze ed essersi laureato in scenografia, esordì come scenografo nel secondo dopoguerra, curando una messa in scena di Troilo e Cressida diretta da Luchino Visconti.

Le prime esperienze nel cinema furono insieme a Francesco Rosi, come collaboratore dello stesso Visconti ma lunga fu l’esperienza in teatro, sia come regista che come scenografo e disegnatore di costumi.

Negli anni Sessanta,  diresse l’Amleto con Giorgio Albertazzi, mentre si avvicendavano diverse esperienze di successo nei più importanti teatri internazionali, dal Metropolitan Opera House di New York al Grand Théâtre di Ginevra. Sul piccolo schermo, fu grandissimo il successo del film Gesù di Nazareth, nel 1976. Ancora un grande successo per Amleto, del 1990, una grande produzione internazionale con attori del calibro di Mel Gibson, Glenn Close e Helena Bonham Carter, vincitore, nel 1991, del David di Donatello come Miglior Film Straniero.

Nel 2003 gli fu conferita la Medaglia d’oro ai benemeriti della Cultura e dell’Arte, mentre nel 2004 fu nominato Cavaliere Commendatore dell’Ordine dell’Impero Britannico. Dichiaratamente omosessuale, si definiva cattolico ed è stato Senatore della Repubblica italiana dal 1994 al 2001, nel partito di Forza Italia. (foto dal web)

Nuziale di Calpurnea – Antologica Atelier, di Maura Mantellino

Fresco di stampa è arrivato un altro piccolo gioiello edito da Antologica Atelier: ‘Nuziale di Calpurnea’ Album oro: bassorilievi in polvere alabastro con foglio oro zecchino di Lucia Lanza.
I commenti poetici sono di Francesco Paolo Catanzaro, Lucia Lanza, Maria Rosa Oneto, Maura Mantellino, Vincenzo Pollinzi.

Dalla prefazione a cura di Lucia Lanza : ‘ Calpurnea rappresenta la donna del secolo scorso, precisamente della prima metà del secolo. Una donna che va sposa con mille punti interrogativi sospinti dalla speranza che solo l’amore induce. Nel rito nuziale, dopo l’accurata preparazione del corredo, troviamo trine e merletti a comporre il suo abito, guanti e sogni di maternità, lettere dorate cariche di dichiarazioni. 
Il velo che indora la sua femminilità è presagio di confetti indorati verso la meta del cinquantesimo anniversario…..’

Splendidi i bassorilievi nati dalla creatività e arte di Lucia Lanza e le liriche dei poeti a corredo delle immagini.

Le ninfee di Claude Monet, di Maura Mantellino

Claude Monet adorava dipingere le ninfee e iniziò a ritrarle dal 1883, quando il grande maestro si trasferì in una casa colonica presso Giverny, nei pressi di un bacino fluviale, habitat naturale di quella specie di pianta. Da quel momento, Monet avrebbe realizzato circa 250 opere dedicate a quel soggetto e pochi giorni fa ne è stata scoperta un’altra, in un luogo decisamente inaspettato, cioè al di sotto dei Glicini, considerati da sempre come parte di una ricerca secondaria, della quale ci sono pervenuti solo otto esemplari. 

In vista della preparazione di una grande mostra su Monet, infatti, i restauratori del Gemeentemuseum dell’Aja avevano deciso di rimuovere dalle pareti l’opera realizzata tra il 1917 e il 1920. E la storia è emersa immediatamente dai raggi X, raccontando di quando, durante la Seconda Guerra Mondiale, un bombardamento degli Alleati colpì anche lo studio di Monet. L’evento è certificato da un report del Moma del 1957 e dalla testimonianza di EllsworthKelly che, nel 1952, visitò la casa, trovandola invasa dalla polvere e seriamente danneggiata. 

Ma non è finita qui. Dietro i Glicini, si nascondeva un’ennesima versione delle ninfee che, secondo Frouke van Dijke, curatrice della sezione d’arte del XIX secolo al Gemeentemuseum, potrebbero considerarsi una bozza prima del quadro finale. A prescindere dall’esito del dibattito, Monet continua a stupire anche il mercato, con le sue quotazioni in ascesa: uno dei suoi Covoni di grano, andato in asta lo scorso 14 maggio da Sotheby’s a New York, è stato venduto per oltre 97 milioni di dollari, segnando un record per l’artista francese.

L’Archivio della società fotografica Fratelli Alinari- Maura Mantellino

La collezione fotografica  più antica al mondo sarà archiviata in un deposito privato a nord di Firenze. L’Archivio della società fotografica dei Fratelli Alinari, fondata nel 1852 da Leopoldo, Giuseppe e Romualdo, dovrebbe lasciare la sua storica sede fiorentina, in Largo Alinari 15, entro la fine di giugno. L’edificio è stato venduto a privati. 

Debiti alti, bassi ricavi e una liquidazione, nel 2012, di una joint venture quadriennale con il gruppo Il Sole 24 Ore, sono i problemi che attanagliano la Società, emersi a seguito di un reportage de L’Espresso. «Alinari, come tutte le altre società nel campo del licensing delle immagini, opera in un mercato molto difficile dove i diritti spesso non sono riconosciuti economicamente, specialmente nel settore multimediale. Vendere l’edificio in Largo Alinari è certamente anche un’opportunità per consolidare le nostre risorse finanziarie», ha affermato a The Art Newspaper Claudio de Polo, presidente di Alinari dal 1984. L’azienda chiuderà anche il Museo delle immagini di Trieste il 31 agosto.

La collezione detiene oltre cinque milioni di pezzi, dai primi dagherrotipi alle moderne immagini digitali, tra cui 220mila negativi su lastra di vetro, una libreria di oltre 26mila volumi e oltre mille modelli di telecamere. Nel 2008, la collezione è stata valutata per circa 138 milioni di euro dallo storico della fotografia Italo Zannier. Continua a leggere “L’Archivio della società fotografica Fratelli Alinari- Maura Mantellino”

La stampa giapponese, di Maura Mantellino

 

Il vasto mondo delle incisioni giapponesi è ricco e complesso in quanto la loro unicità è data dall’essenza di ‘specchio’ delle emozioni, del percepire, del vivere la vita di un popolo lontano dal mondo occidentale. 

Nel 660 a.C. il Giappone riesce a uscire dalla fase ‘tribale’ della sua storia quando, come narra la leggenda, l’eroe Jimmu Tenno fondò l’impero denominato “ paese dell’origine del sole” (Jihpen ) e quindi il nome attuale Hippon/Nippon. Con i contatti sempre più frequenti e intensi della vicina cultura cinese nacque e si sviluppò la civiltà giapponese. 

Le incisioni Ukiyo-e sono silografie policrome, realizzate con un procedimento di stampa in rilievo di origine cinese risalente agli ultimi secoli a.C. 

I più antichi esemplari di incisioni di origine giapponese che conosciamo risalgono al VIII sec. e hanno come oggetto testi sacri spesso illustrati con figure di divinità. Agli inizi del XVII secolo vengono pubblicati a Kyoto libri illustrati stampati con molte decorazioni in argento e oro. Continua a leggere “La stampa giapponese, di Maura Mantellino”

Werner Bischof, di Maura Mantellino


Dal 7 giugno le bellissime fotografie di Werner Bischof (1916-1954), uno dei più importanti fotografi del Novecento e tra i fondatori dell’agenzia Magnum, saranno esposte per la prima volta alla David Hill. Nacque a Zurigo nel 1916 ef iniziò a fotografare fin da ragazzo, frequentando la Scuola di Arti Applicate della sua città. Nel 1942, pubblicò i suoi primi scatti sul mensile svizzero Du.

Una volta finita la guerra,  Bischof viaggiò in Germania, Francia e Paesi Bassi, dove vide la devastazione che aveva lasciato dietro di sé la Seconda Guerra Mondiale. In Europa immortalò l’elemento umano, documentando la “rinascita europea” post conflitto e affermandosi come fotografo documentarista.

Nel 1948 seguì per Time i Giochi olimpici invernali di Saint Moritz  e  nel 1951 fondò l’Agenzia Magnum: si recò in India per documentare la terribile carestia in Bihar, e continuò viaggiando tra Corea, Giappone ed Estremo Oriente. Nel 1953 attraversò l’intero continente americano, dove scattò le fotografie ora esposte per la prima volta a Londra; un anno dopo, il 16 maggio 1954, morì in un incidente automobilistico nelle Ande peruviane.

Charles-François Daubigny, pittore e fine incisore, di Maura Mantellino

Oggi vi proponiamo un breve excursus delle opere più importanti di Charles-François Daubigny. Pittore e fine incisore, inizialmente Daubigny fu pittore di soggetti storici, ma a partire dal 1843 si avvicinò alla pittura e alla grafica di paesaggi..

A bordo del suo battello battezzato Le Botin, il maestro realizzò una serie di acqueforti che faranno la sua fama di incisore. Le sue acqueforti sono impregnate di un timbro lirico molto evidente. 

Incise di getto, senza ritocchi, con perizia tecnica e sensibilità grafica, riuscì a tradurre in emozioni la sua passione per la natura e la pittura en plein air. Nel 1852 incontrò il grande maestro Jean-Baptiste Camille Corot e questo fu per lui l’inizio di opere delicate e raffinate.  

La sua produzione incisoria conta 150 stampe, più numerose illustrazioni per libri, spartiti, giornali di viaggio e romanzi. 

Fu il primo tra gli artisti della vecchia generazione ad apprezzare e sponsorizzare l’opera degli impressionisti e divenuto membro della giuria del Salon, fece di tutto per difendere i quadri e le opere che gli artisti emergenti tentavano di esporre. Continua a leggere “Charles-François Daubigny, pittore e fine incisore, di Maura Mantellino”

Mostra delle donne Sioux, di Maura Mantellino

Almeno il 90% delle opere d’arte dei nativi americani esposte in tutte le collezioni museali americane è stato realizzato da donne, secondo Jill Ahlberg Yohe, curatrice associata di arte nativa americana presso il Minneapolis Institute of Art. Ma questa stima, così come il riconoscimento dei singoli artisti, non emerge dalle narrazioni istituzionali che, in genere, presentano le opere native come un generico prodotto culturale. «Ora abbiamo l’opportunità di mostrare i loro volti», ha detto Yohe che, con Teri Greeves, artista, curatrice indipendente e membro della Nazione Kiowa, ha organizzato la mostra “Hearts of Our People: Native Women Artists”, in apertura il 2 giugno, al museo di Minneapolis. Con oltre 115 opere di vasellame, tessuti, perline, pittura, scultura, fotografia, installazione, disegni e stampe che coprono mille anni d’arte, l’esposizione identifica circa il 70% degli autori, un lavoro di ricerca portato a termine da un comitato di 21 persone, tra artisti e studiosi dei nativi americani.

Un’artista in precedenza sconosciuta e in gran parte autodidatta è Mary Sully (1896-1963), una donna Dakota Sioux nelle cui opere, trittici realizzati con matita colorata su carta, sono evidenti le connessioni tra arte nativa americana, astrazione e Art Nouveau. «Per esporli in un contesto museale li stiamo trattando con la stessa cura che useremo per un lavoro di Matisse», ha commentato Yohe, che ha supervisionato il processo di restauro e conservazione con DiannaClise, conservatrice al Midwest Art Conservation Center, e con Philip Deloria, pronipote dell’artista e professore di storia ad Harvard, che ha ereditato l’intero corpus di 134 trittici di Sully e pubblicato una monografia, dalla quale si apprende una storia eccezionale. Discendente del ritrattista di George Washington, Thomas Sully, Mary visse con sua sorella, Ella Cara Deloria, un’antropologa nativa americana affiliata alla Columbia University. Le due viaggiarono molto, dagli anni ’20 ai ’40 e Mary entrò anche in contatto con le personalità dell’arte e della cultura più all’avanguardia di New York.

La mostra si sposterà al Frist Art Museum di Nashville, dal 27 settembre 2019 al 12 gennaio 2020, quindi allo Smithsonian American Art Museum di Washington, dal 21 febbraio al 17 maggio 2020, infine al Philbrook Museum of Art di Tulsa, dal 28 giugno al 20 settembre 2020.

Fonte: The ART NEWSPAPER 

Agostino Carracci, di Maura Mantellino

Oggi vorrei ricordare una figura notoriamente incisiva nel panorama dell’incisione italiana nel XVI secolo: Agostino Carracci. Nato a Bologna il 16 agosto 1557, morì a Parma il 23 febbraio del 1602.  

La sua esperienza pittorica si basò sulla formazione in ambiente tardo manieristico bolognese, imparando, in giovane età, anche l’arte dell’incisione.  

Fu autore di circa trecento incisioni.  Ebbe come maestro, intorno alla fine degli anni Settanta, Domenico Tibaldi, presso il quale copiò le opere di Cornelis Cort assimilandone lo stile. 

I suoi soggiorni a Parma e a Venezia hanno lasciato nella sua formazione delle forti suggestioni e un’abitudine quasi connaturata al colorismo. Particolarmente importante fu la sua attività a Venezia dove incontrò Paolo Veronese e il Tintoretto. 

Nel 1954, si recò a Roma per decorare Palazzo Farnese e qui venne in contatto con l’incisore olandese Hendrick Goltzius. Con Agostino, nel panorama dell’incisione, ci fu una svolta determinante in quanto per la prima volta il problema della resa grafica del colore assunse un’importanza determinante. Continua a leggere “Agostino Carracci, di Maura Mantellino”

Agostino Carracci, di Maura Mantellino

Oggi vorrei ricordare una figura notoriamente incisiva nel panorama dell’incisione italiana nel XVI secolo: Agostino Carracci. Nato a Bologna il 16 agosto 1557, morì a Parma il 23 febbraio del 1602.  

La sua esperienza pittorica si basò sulla formazione in ambiente tardo manieristico bolognese, imparando, in giovane età, anche l’arte dell’incisione.  

Fu autore di circa trecento incisioni.  Ebbe come maestro, intorno alla fine degli anni Settanta, Domenico Tibaldi, presso il quale copiò le opere di Cornelis Cort assimilandone lo stile. 

I suoi soggiorni a Parma e a Venezia hanno lasciato nella sua formazione delle forti suggestioni e un’abitudine quasi connaturata al colorismo. Particolarmente importante fu la sua attività a Venezia dove incontrò Paolo Veronese e il Tintoretto. 

Nel 1954, si recò a Roma per decorare Palazzo Farnese e qui venne in contatto con l’incisore olandese Hendrick Goltzius. Con Agostino, nel panorama dell’incisione, ci fu una svolta determinante in quanto per la prima volta il problema della resa grafica del colore assunse un’importanza determinante. Continua a leggere “Agostino Carracci, di Maura Mantellino”

Le artiste Sioux in mostra – Maura Mantellino

Almeno il 90% delle opere d’arte dei nativi americani esposte in tutte le collezioni museali americane è stato realizzato da donne, secondo Jill Ahlberg Yohe, curatrice associata di arte nativa americana presso il Minneapolis Institute of Art.

Ma questa stima, così come il riconoscimento dei singoli artisti, non emerge dalle narrazioni istituzionali che, in genere, presentano le opere native come un generico prodotto culturale. «Ora abbiamo l’opportunità di mostrare i loro volti», ha detto Yohe che, con Teri Greeves, artista, curatrice indipendente e membro della Nazione Kiowa, ha organizzato la mostra “Hearts of Our People: Native Women Artists”, in apertura il 2 giugno, al museo di Minneapolis.

Con oltre 115 opere di vasellame, tessuti, perline, pittura, scultura, fotografia, installazione, disegni e stampe che coprono mille anni d’arte, l’esposizione identifica circa il 70% degli autori, un lavoro di ricerca portato a termine da un comitato di 21 persone, tra artisti e studiosi dei nativi americani. Continua a leggere “Le artiste Sioux in mostra – Maura Mantellino”

Le artiste Sioux in mostra – Maura Mantellino

Almeno il 90% delle opere d’arte dei nativi americani esposte in tutte le collezioni museali americane è stato realizzato da donne, secondo Jill Ahlberg Yohe, curatrice associata di arte nativa americana presso il Minneapolis Institute of Art. Ma questa stima, così come il riconoscimento dei singoli artisti, non emerge dalle narrazioni istituzionali che, in genere, presentano le opere native come un generico prodotto culturale. «Ora abbiamo l’opportunità di mostrare i loro volti», ha detto Yohe che, con Teri Greeves, artista, curatrice indipendente e membro della Nazione Kiowa, ha organizzato la mostra “Hearts of Our People: Native Women Artists”, in apertura il 2 giugno, al museo di Minneapolis. Con oltre 115 opere di vasellame, tessuti, perline, pittura, scultura, fotografia, installazione, disegni e stampe che coprono mille anni d’arte, l’esposizione identifica circa il 70% degli autori, un lavoro di ricerca portato a termine da un comitato di 21 persone, tra artisti e studiosi dei nativi americani.

Un’artista in precedenza sconosciuta e in gran parte autodidatta è Mary Sully (1896-1963), una donna Dakota Sioux nelle cui opere, trittici realizzati con matita colorata su carta, sono evidenti le connessioni tra arte nativa americana, astrazione e Art Nouveau. «Per esporli in un contesto museale li stiamo trattando con la stessa cura che useremo per un lavoro di Matisse», ha commentato Yohe, che ha supervisionato il processo di restauro e conservazione con DiannaClise, conservatrice al Midwest Art Conservation Center, e con Philip Deloria, pronipote dell’artista e professore di storia ad Harvard, che ha ereditato l’intero corpus di 134 trittici di Sully e pubblicato una monografia, dalla quale si apprende una storia eccezionale. Discendente del ritrattista di George Washington, Thomas Sully, Mary visse con sua sorella, Ella Cara Deloria, un’antropologa nativa americana affiliata alla Columbia University. Le due viaggiarono molto, dagli anni ’20 ai ’40 e Mary entrò anche in contatto con le personalità dell’arte e della cultura più all’avanguardia di New York.

La mostra si sposterà al Frist Art Museum di Nashville, dal 27 settembre 2019 al 12 gennaio 2020, quindi allo Smithsonian American Art Museum di Washington, dal 21 febbraio al 17 maggio 2020, infine al Philbrook Museum of Art di Tulsa, dal 28 giugno al 20 settembre 2020.

Fonte: The ART NEWSPAPER 

NOTRE DAME RITORNERA’ COME PRIMA – Maura Mantellino

… Il restauro della cattedrale di Notre-Dame procederà su progetto di conservazione storica. Il Senato francese ha messo fine a mesi di frenetiche speculazioni su come gli architetti avrebbero potuto modificare radicalmente l’esterno della chiesa colpita dall’incendio del 15 aprile, che aveva fatto collassare il tetto e distrutto la flèche. Dal supergiardino alle superfici specchianti, praticamente tutti gli studi d’architettura del mondo, da Foster + Partners a Studio NAB e Studio Fuksas, avevano avanzato la loro proposta, più o meno realistica ma ora c’è l’ufficialità: la Cattedrale verrà restaurata per tornare esattamente come era prima. 

Poco dopo l’incendio, il primo ministro francese Edouard Philippe lanciò l’idea di un concorso internazionale per ricostruire la cupola del duomo, aprendo a proposte «conformi alle tecniche e alle sfide dei nostri tempi». L’annuncio attirò subito le critiche dei conservazionisti, in effetti non a tutti i torti, considerando l’eccentricità di alcune proposte avanzate. Attraverso il voto, il Senato ha esercitato la propria autorità sui piani di restauro del governo come misura di supervisione. Oltre a salvaguardare l’integrità della struttura storica di Notre-Dame, l’organismo legislativo ha stabilito che ogni cambiamento nell’utilizzo di materiali dovrà essere motivato da uno studio. E nonostante numerosi esperti abbiano affermato che il restauro di Notre-Dame richiederebbe almeno un decennio, il Senato ha anche sostenuto il programma quinquennale proposto dal presidente Emmanuel Macron. Giusto in tempo per le Olimpiadi di Parigi del 2024.

Ma gli esperti che hanno esaminato le macerie di Notre-Dame temono che il danneggiamento della struttura di pietra causato dall’eccessivo sbalzo di temperatura possa aver destabilizzato l’intero edificio. Alcuni hanno addirittura sostenuto che la chiesa è così instabile che un forte vento potrebbe abbatterla. Indipendentemente da ciò, gli sforzi per portare avanti la ricostruzione sono motivati da diverse ragioni politiche, economiche e culturali. Per il momento, più di un miliardo di dollari è stato promesso come fondo per la ricostruzione, donato da alcun delle famiglie più ricche della Francia come gli Arnault e i Pinault. 

Tra tutte le proposte, ce n’è una che forse potrebbe incontrare il favore del Governo. La società di design olandese Concr3De aveva avanzato l’idea di ristampare i Gargoyle e le Chimere di Notre-Dame con il materiale ricavato dalle macerie. Usando complessi modelli digitali di Notre-Dame, i Gargoyle ristampati sarebbero molto somiglianti agli originali, con più o meno gli stessi materiali. Con questa tecnologia sarebbe possibile anche creare una sorta di facsimile del tetto e della guglia, per una nuova struttura il più visivamente fedele possibile.

Fonte: Hyperallergic

COAST TO COAST con Andy Warhol – Maura Mantellino

 

Di Andy Warhol non ce n’è mai abbastanza, nemmeno negli Stati Uniti, patria biografica e anche estetica e concettuale, ideologica, del maestro della Pop Art. E così, la grande mostra al Whitney Museum of American Art di New York, dopo la chiusura del 31 maggio, si sposterà sulla West Coast, al SFMOMA-San Francisco Museom of Modern Art, dove rimarrà fino al 2 settembre 2019.  Enciclopedica e coloratissima, “From A to B and Back Again”, a cura di Donna De Salvo, che conobbe Warhol negli anni ’80, periodo in cui la Factory era frequentata da artisti come colleghi Keith Haring e Jean-Michel Basquiat, racconta tutta la storia dietro e intorno al mito, dalle prime prove come grafico pubblicitario di Madison Avenue, a The Last Supper, opera realizzata poco prima di morire, nel 1987, in seguito a un intervento chirurgico alla cistifellea, passando per i ritratti delle superstar, vere icone profane – ma volendo anche sacre, considerando la sua passione per l’arte religiosa – del XX Secolo, le performance, le installazioni, i film, le collaborazioni. Insomma, un viaggio completo nell’universo di un genio. Il che, fa strano a dirsi, non è una cosa poi così usuale. Si tratta infatti della prima retrospettiva che un’istituzione americana dedica a Warhol, dal 1989. In questa occasione, inoltre, sono stati mostrati anche una serie di nuovi materiali documentari, frutto di ricerche recentissime e che dimostrano come la complessità di Warhol sia ancora da scoprire.     Fonte: Hypebeast