Bon ton sui social, 9 semplici regole

di Marie Morel

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Nel mio articolo precedente ho parlato di come per me il bon ton non si riduca ad un semplice elenco di regole da rispettare, per evitare di fare brutta figura. Si tratta, soprattutto, di avere un comportamento educato, gentile, rispettoso nei confronti degli altri, far sentire le persone accolte, metterle a loro agio. Un bon ton, dunque, che più che all’apparenza, guarda all’essere.

Navigando sui social, Facebook in particolare, non posso fare a meno di notare quanto la maleducazione e la scorrettezza siano dilaganti. Il fatto che vi sia un computer a fare da filtro, probabilmente, fa sentire le persone autorizzate a dare il peggio di sé. Per non parlare di chi si fa scudo dell’anonimato, dietro profili fake.

Tutti, invece, dovremmo ricordare che, pur essendo Facebook un luogo virtuale, le persone che sono dall’altra parte dello schermo sono reali e hanno sentimenti che vanno rispettati, sempre e comunque.

Ecco, allora, 9 semplici regole di bon ton sui social che dovremmo seguire:

1 #Rispetto

Ognuno è libero di esprimere le proprie idee, anche se sono diverse dalle vostre. Se non siete d’accordo, potete manifestare la vostra opinione, ma sempre con educazione e rispetto, senza offendere, insultare, mortificare gli altri.

2 #Gentilezza

Va a braccetto con il rispetto. Uno dei miei motti è : “C’è modo e modo di dire le cose”. Si può dire qualunque cosa, anche la più spiacevole, usando la gentilezza e cercando di non ferire i sentimenti altrui.

3 #Non dite nulla che non direste se aveste quella persona di fronte

Prima di scrivere qualcosa, dovremmo chiederci: “Se questa persona fosse di fronte a me e la guardassi negli occhi, avrei il coraggio di dire queste parole?”. Se la risposta è no, evitate. Questa regola vale nel bene e nel male, ossia per insulti, derisioni, commenti spiacevoli, ma anche per avance audaci, complimenti troppo spinti.

4 #Non siete obbligati a commentare

L’alibi più grande,dietro cui si nasconde chi usa i commenti di Facebook per vomitare tutte le sue frustrazioni e la rabbia repressa, è: “Se l’hanno postato, devono aspettarsi i commenti, anche di chi non è d’accordo”. Verissimo, siete liberissimi di commentare, ma senza dimenticare i punti 1 e 2, rispetto, educazione e gentilezza. Se non ne siete capaci, astenetevi, la vostra opinione non farà la differenza.

5 #No è no

Questa semplice regola, come nella vita reale, è sempre valida, anche su Facebook. Non importunate con commenti fuori luogo o messaggi in privato qualcuno che non li gradisce.

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Bianco letale, il thriller di Robert Galbraith

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Bianco letale è il quarto capitolo della storia che vede come protagonista la solida coppia di investigatori Cormoran Strike e Robin Ellacot, di Robert Galbraith. alias di J.K.Rowling, la celebre autrice della saga di Harry Potter.

Come nei precedenti libri, la complessa trama si intreccia attorno ad un nuovo caso che Strike dovrà sbrogliare, per scovare il colpevole di un crudele, feroce omicidio e la relazione tra i due protagonisti e le loro vicende personali.

Ogni libro della serie,infatti, tratta di un caso diverso che segue il suo corso e, al contempo, narra la storia della coppia di collaboratori, soci, amici e dell’altalena di sentimenti, che vanno dalla stima professionale all’attrazione magnetica, dal turbamento all’amore inespresso che li lega.

La sapiente penna della Rowling dipinge personaggi di grande spessore e personalità, con un background solidamente costruito e che ne spiega l’evoluzione nel corso del tempo. Personaggi ai quali ci si affeziona, come fossero degli amici, le cui azioni e reazioni di fronte agli eventi, vizi, debolezze e sfumature commuovono, emozionano,fanno sentire partecipi alla storia. Continua a leggere “Bianco letale, il thriller di Robert Galbraith”

Caccia alle streghe di Napoli

Molti palazzi, strade e chiese a Napoli custodiscono segreti oscuri e leggende legate all’occulto. Se avete voglia di mistero, ve ne ripropongo qualcuna, con un itinerario cittadino per una passeggiata a caccia delle streghe tra i vicoli di Napoli

Maria la rossa, la strega di Port’Alba

Il punto di partenze per questa nostra caccia alle streghe è Port’Alba, che veniva chiamata un tempo Largo delle Sciuscelle, perché vi erano moltissimi alberi di carrube, i cui frutti dolci e saporiti cadevano e venivano raccolti dai popolani.

Tra questi vi era una bellissima fanciulla dai folti capelli rossi e la carnagione candida, di nome Maria, che abitava a pochi passi dalla Porta. Maria era innamorata e ricambiata dal bel Michele, che la chiese in sposa.

I due giovani convolarono a giuste nozze, ma quando felici e innamorati fecero per rientrare a casa, Michele non riuscì ad oltrepassare Port’Alba.

Rimase come pietrificato e non riuscì mai più ad avvicinarsi alla sua bella sposa. La giovane coppia era rimasta vittima di un maleficio.

Maria fu costretta a tornare a casa senza il suo amore e per giorni e giorni si disperò e si dannò. A poco a poco il suo dolore la trasformò: divenne magra, brutta e sdentata e, soprattutto, cattiva.

Per vendicarsi del maleficio che aveva subito e che l’aveva separata per sempre dall’amore della sua vita, si dedicò alla magia, trasformandosi in una potente strega.

I suoi vicini cominciarono a temerla e la denunciarono all’Inquisizione spagnola.

Maria fu chiusa in una gabbia, che fu appesa ad un gancio e lasciata penzolare alla vista sotto Port’Alba.

La donna fu lasciata morire di fame e sete e, quando morì, il suo corpo, anziché decomporsi, cominciò a pietrificarsi, sotto gli occhi increduli della gente.

L’Inquisizione, quindi, si affrettò a far sparire il cadavere, ma dimenticò di togliere il gancio, che per anni e rimasto lì a ricordare quella tragica esecuzione.

Ed è rimasto lì anche il fantasma di Maria, che continua ad aggirarsi ogni notte tra le pizzerie e le librerie, senza trovare pace.

Le janare e il diavolo della Pietrasanta

La chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta è uno dei rari esempi di arte romanica a Napoli e fu la prima chiesa della città ad essere dedicata alla Vergine. Una leggenda lega la storia di questa chiesa a quella delle dianare, le sacerdotesse della dea Diana, il cui nome assunse poi la connotazione dispregiativa di Janare.

La chiesa, infatti, fu fatta edificare dal vescovo Pomponio sui resti di un’antica basilica paleocristiana e di un tempio che, secondo la leggenda, era dedicato al culto della dea Diana, riservato solo alle donne.

In epoca paleocristiana, le sacerdotesse di Diana vennero accusate di stregoneria, dichiarate eretiche e bandite dalla città.

Per vendicarsi le janare invocarono il diavolo, il quale si manifestava nella zona di Piazza Miraglia, sotto forma di un maiale infernale, terrorizzando gli abitanti del posto.

Il vescovo Pomponio disse, allora, di aver sognato la Madonna, che gli aveva ordinato di far costruire una chiesa sui resti del tempio di Diana, per liberare la città dalla presenza demoniaca

Fu così che egli fece costruire la Chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta e da allora il maiale infernale scomparve per sempre.

Suor Giulia de Marco e la setta della carità carnale

Giulia de Marco era una fanciulla di umili origini, che si avvicinò alla fede dopo un’adolescenza tumultuosa, durante la quale rimase incinta e fu costretta a dare via il suo bambino.

Decise di votare la sua vita a Dio, vestendo l’abito di terziaria francescana e divenne famosa in città per la sua devozione, le sue preghiere e le sue opere pie e caritatevoli.

Era ben voluta in tutti gli ambienti, fra il popolo, gli ecclesiastici, gli aristocratici e persino alla corte del viceré spagnolo.

Fino a quando non incontrò sul suo cammino padre Aniello Arciero, che divenne il suo confessore, un uomo affascinante e carismatico e l’avvocato Giuseppe de Vicariis, brillante e pieno di idee.

I tre fondarono insieme una setta, la quale, ispirandosi a frasi del Vangelo come “amatevi gli uni con gli altri”, professavano il rapporto e il piacere carnale come estasi spirituale.

L’unione sessuale veniva considerata come atto religioso e sacro, di ricongiungimento con Dio. Anche gli adepti erano ammessi ai rituali sacri, che si trasformarono ben presto in vere e proprie orgie.

Suor Giulia veniva considerata una santa e le sue parti intime “porte del paradiso”, che offriva ai suoi numerosi fedeli, come atto di carità carnale.

Il nuovo culto si diffuse rapidamente tra uomini e donne, aristocratici e prelati, principi, magistrati e vescovi, sia italiani che spagnoli, i quali si rivolgevano a Suor Giulia per ottenere la sua speciale intercessione.

Il fenomeno attirò l’attenzione di Suon Orsola Benincasa e di una parte del clero, che denunciarono Suor Giulia, Arciero e de Vicariis all’Inquisizione.

Non fu facile, tuttavia, fermare la setta, dal momento che suor Giulia godeva dei favori e della protezione del viceré in persona.

Nel 1615 i tre furono accusati di stregoneria ed eresia, torturati e condannati all’ergastolo. Suor Giulia morì prigioniera a Castel Sant’Angelo.

Ancora oggi, a Forcella, vi è un’edicola votiva a lei dedicata che la ricorda, terza tappa di questa breve caccia alle streghe

A caccia delle streghe

Strega di vico pensiero

Racconta Benedetto Croce nel suo libro “Storie e leggende di Napoli“, che vi era un vicolo stretto e buio, chiamato vico Pensiero, che costeggiava il monastero di San Severino, l’attuale Archivio di Stato.

La stradina si chiamava così perché vi era una targa, che recava una scritta: “Povero pensiero me fu arrobbato, pe no le fare le spese me l’ha tornato” (Povero pensiero, mi fu rubato, ma per non pagarne le spese, mi fu restituito).

Secondo la leggenda, la lapide fu apposta da un giovane, il quale si era innamorato perdutamente di una strega che gli aveva rubato il cuore.

Si racconta che il giovane, mentre percorreva il vicolo, trovò un gattino. Lo raccolse e se lo mise sotto il mantello, ma una bellissima fanciulla aprì la porta e rivendicò la proprietà del micetto.

Il giovane rimase incantato dalla sua bellezza e ogni notte si recava lì per rivederla. Si innamorò perdutamente di lei, ma una notte, si recò in vico pensiero e non la trovò più.

Nessuno la conosceva e l’aveva mai vista.

Era una strega, che voleva rubargli il cuore e una volta ottenutelo aveva perso ogni interesse per lui. Il giovane non riuscì mai a sciogliersi dalla malia della strega e soffrì le pene d’amore per tutta la vita.

Fece apporre la targa in vico pensiero come monito, per scongiurare che altri malcapitati come lui potessero essere irretiti dall’affascinante strega.

Oggi vico Pensiero non esiste più, ma la targa è conservata presso l’Istituto di Storia Patria, grazie proprio a Benedetto Croce che convinse il proprietario dello stabile su cui era apposta a donarla all’Archivio di Stato, prima che fosse demolito

Il diavolo di Mergellina

Possibile che la bella e aristocratica Vittoria Colonna, poetessa dall’animo sensibile, apprezzata stimata da artisti come Michelangelo, fosse proprio la crudele ammaliatrice di Diomede Carafa?

Il vescovo fu davvero vittima di un potente elisir d’amore che gli fece perdere la ragione per la fanciulla?

E’ davvero lei, il celebre diavolo di Mergellina, dipinto nel quadro di Leonardo da Pistoia?

Così narra la leggenda che trovate qui.

Qualunque sia la verità, ho inserito come ultima tappa di questo itinerario la chiesa di Santa Maria del Parto, perché una bella passeggiata a caccia delle streghe come questa merita di concludersi nel migliore dei modi: con la spettacolare vista che si gode dalla sua terrazza e qualche leccornia dello chalet di Ciro a Mergellina

Breve itinerario a caccia delle streghe tra i vicoli di Napoli

La leggenda del diavolo di Mergellina

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San Michele che scaccia il demonio, Leonardo da Pistoia

Il diavolo di Mergellina è il nome con cui è noto tra la gente del posto il quadro di Leonardo da Pistoia,San Michele che scaccia il demonio, che si trova nella chiesa di Santa Maria del Parto a Napoli.

E’ un dipinto che custodisce un segreto tra il sacro e il profano, oggetto di un racconto narrato anche da Benedetto Croce nel suo libro “Storie e leggende napoletane“.

La storia misteriosa di questo quadro è ripresa da Pino Imperatore che nel suo giallo “Aglio, olio e assassino”,ne fa un elemento importante della narrazione.

Si narra che il quadro di San Michele che scaccia il demonio sia stato commissionato a Leonardo da Pistoia dal Vescovo di Ariano Irpino, Diomede Carafa, il quale fu vittima di una potentissima fattura d’amore da parte di una donna bellissima e spregiudicata, Vittoria Colonna D’Avalos.

La giovane nobildonna napoletana si invaghì dell’affascinante Carafa e cercò di indurlo in tentazione in ogni modo possibile. L’uomo rimase fedele al suo voto di castità, ma Vittoria non si arrese e chiese ad una strega, detta l’Alemanna, di preparare un elisir che facesse innamorare Diomede.

La fanciulla lo versò su alcune frittelle che offrì all’ignaro Vescovo.

Dopo averle mangiate, Diomede fu assalito da un’insana ed incontenibile passione per la fanciulla, ma si affidò alla preghiera e non cedette.

Tormentato dal desiderio per Vittoria, non riuscendo a vincere i propri impulsi, chiese aiuto ad un monaco esorcista di Procida, chiedendogli di liberarlo dalla sua ossessione.

Questi preparò un balsamo che consegnò a Diomede, dicendogli che avrebbe dovuto mescolarlo ai colori con cui dipingere un ritratto della donna da custodire in un luogo sacro e benedetto.

Il vescovo, allora, commissionò il dipinto, in cui è rappresentato il diavolo, con il corpo di serpente e il bellissimo volto di Vittoria, mentre viene trafitto dalla lancia di San Michele Arcangelo e lo fece porre nella chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina.

Ed è per questo che alle donne seducenti e ammaliatrici, in grado di stregare i cuori, gli uomini napoletani sono soliti dire ” sei bella come il diavolo di Mergellina“.

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Stampatello o corsivo? Questione di stile, di Marie Morel

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Sono passati molti anni, ma io conservo un ricordo nitido delle ore trascorse a riempire pagine e pagine di lettere dell’alfabeto nelle 4 forme di scrittura che conosciamo: lo stampatello maiuscolo, lo stampatello minuscolo, il corsivo maiuscolo e il corsivo minuscolo.

Erano tempi in cui i computer non esistevano ed era l’unico modo di imparare a scrivere, un approccio graduale che partiva dallo stampatello per arrivare al corsivo.

L’intero anno scolastico della prima elementare era dedicato all’arte della scrittura, per la lingua italiana.

Ero già grande quando nelle nostre vite sono arrivati i computer e la querelle sull’effettiva utilità del corsivo non mi ha sfiorata, neppure quando sono andati in prima elementare (ora primo anno della scuola primaria) i miei figli, i quali hanno frequentato delle scuole molto tradizionali, in cui il problema non si è posto.

Né i miei ragazzi hanno avuto difficoltà nell’apprendimento del corsivo, rispetto allo stampatello, come mi è capitato di sentir dire ad alcune mamme per i loro figli.

Un merito, quest’ultimo, che riconosco alle maestre, che, evidentemente, hanno saputo rispettare i tempi dei bambini, facendo sì che l’apprendimento fosse naturale e spontaneo per tutti. Continua a leggere “Stampatello o corsivo? Questione di stile, di Marie Morel”

Chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina, di Marie Morel

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Alla fine del lungomare di Mergellina, salendo tre strette rampe di scale, si giunge ad un piazzale da cui si gode una vista spettacolare sul golfo di Napoli e su cui si affaccia il sagrato della chiesa di Santa Maria del Parto, dove riposano le spoglie di Jacopo Sannazaro.

Fu il poeta a volerne l’edificazione nel 1504, su un terreno che gli fu donato da re Federico d’Aragona e su cui sorgeva già una villa, nella quale il Sannazaro visse, mentre componeva il poema “De partus Virginis” e che ha dato il nome alla chiesa.

Nelle intenzioni del Sannazaro, sarebbe dovuta restare, probabilmente, una cappella privata, ma divenne ben presto un luogo di culto e di preghiera per le donne incinte o che desideravano un figlio. Ancora oggi, il 25 di ogni mese, si prega per le mamme in attesa e per le donne che vorrebbero diventarlo

Conoscevo il culto di Santa Maria Francesca delle cinque piaghe, ma non avevo mai sentito parlare di questa chiesa. Continua a leggere “Chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina, di Marie Morel”

Handmaid’s tale, tra lacrime, paure e orrore, di Marie Morel

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Non vi parlerò di questa serie tv in quanto tale, dei personaggi, della trama, di spoliler. Tutto questo potete trovarlo qui.

Vi racconterò di come mi fa sentire.

Handmaid’s tale mi coinvolge e mi sconvolge talmente tanto emotivamente, da ritrovarmi spesso a parlare da sola, mentre la guardo. E a piangere, a fremere di sdegno, di paura e orrore.

Perché nutre i miei peggiori incubi, tocca le corde più profonde del mio essere donna, madre, umana, si svela brutalmente, episodio dopo episodio, nuda e cruda, senza alcuna pietà.

Con una la stessa precisione e freddezza di una lama affilata, si insinua tra i pensieri e le paure di chi, razionalmente oppure no, coglie gli sprazzi di verità nell’irrealtà di cui narra.

Un’irrealtà relativa se consideriamo che la condizione delle donne nella teocrazia totalitaria di Gilead, il trattamento riservato ai detrattori, agli oppositori, ai diversi, non è così lontano da quello che accade in alcune parte del mondo.

Potrebbe accadere nel nostro moderno, evoluto, progressista occidente? Questa è la domanda che penetra subdolamente nella mente e tormenta chi guarda questa serie, soprattutto tenendo conto dello scenario politico americano e italiano attuale. Continua a leggere “Handmaid’s tale, tra lacrime, paure e orrore, di Marie Morel”

Una storia di vita e di coraggio, quella di Zoe Rondini, nata viva

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Ci sono racconti, talvolta, che hanno una propria vita e il compito dei moderni cantastorie è solo quello di prestare la propria voce o la propria penna.

Storie che hanno urgenza di essere raccontate, di imprimersi e di sopravvivere allo scorrere del tempo, come quella di Zoe Rondini, che racconterò oggi : la storia appassionata e antipedagogica di una bambina e, poi, di una ragazza che, tra luci e tenebre, ha saputo lottare per raggiungere e conquistare quella serenità che tutti bramiamo.

Zoe non respirava quando è nata. Ha cominciato a farlo dopo cinque, lunghissimi minuti. Cinque minuti che hanno segnato la sua vita per sempre. L’asfissia le ha procurato delle lesioni al sistema nervoso, per cui non cammina bene, non parla bene, non si muove bene.

Eppure è viva ed esige di vivere.  Zoe esige di avere un’esistenza come tutti gli altri, perché si rende conto che i limiti non risiedono nella sua disabilità.

Come non si è arresa in quei primi 5 minuti, decide di non farlo per il resto della sua vita e trasforma la sua esperienza in una storia, che ha raccontato nel libro autobiografico “Nata viva” (edito dalla Società Editrice Dante Alighieri,  novembre 2015) e nell’omonimo cortometraggio (regia di Lucia Pappalardo, realizzato dell’associazione nazionale  Filmaker e Videomaker Italiani ), vincitore del premio L’anello debole, al Festival di Capodarco nel 2016. Continua a leggere “Una storia di vita e di coraggio, quella di Zoe Rondini, nata viva”

Napoli vs Francia a tavola: i monzù, di Marie Morel

Il_cuoco_galante_3Devo ammettere di averci messo un po’ a digerire la storia del babà, ma tutta la faccenda della regina Maria Carolina d’Austria e la sua passione per la cucina francese mi ha incuriosita.

La consorte di re Ferdinando IV di Borbone, detto re Nasone, giunse a Napoli giovanissima, nel 1768.

Il suo matrimonio non fu certo d’amore, ma nonostante ciò la fanciulla seppe costruire una buona intesa con il marito e gli diede ben 18 figli, dei quali ne sopravvissero fino all’età adulta solo 7.

Maria Carolina era forte e volitiva e ben presto divenne la principale consigliera del re che, invece, mancava di attitudine al comando.

Aveva idee illuministiche e progressiste, grazie alle quali fu benvoluta da letterati ed intellettuali.

Si interessò in maniera particolare alla Francia, probabilmente perché nutriva un grande amore per la sorella Maria Antonietta.

Le sue idee nei confronti della Francia e degli illuministi, tuttavia, cambiarono radicalmente dopo l’esecuzione della sorella minore.

In seguito alla decapitazione di Maria Antonietta, assunse una posizione apertamente conservatrice e antifrancese, tanto da rifiutarsi di continuare a parlare francese.

Molto prima di questi tragici eventi, durante i primi anni del suo matrimonio, la giovane regina decise di importare a Napoli la cucina francese.

Così mandò i cuochi reali a Parigi, perché imparassero i segreti della cucina d’oltralpe dai maestri francesi ed il suo esempio fu seguito da molti nobili napoletani.

Tornati a Napoli, i cuochi che avevano studiato in Francia, venivano chiamati Monzù (da monsieur) ed erano considerati al pari dei nostri chef stellati.

Il più famoso monzù dell’epoca fu Vincenzo Corrado, il quale scrisse un libro di cucina nel 1773, “Il cuoco galante”, che divenne famoso in tutta Europa.

I monzù portarono a Napoli dalla Francia, oltre al babà, anche altri piatti, che noi crediamo essere tipicamente partenopei.

I crocché di patate, quelli che a Napoli chiamiamo panzarotti, derivano dalle croquettes. Il gattò di patate, quel delizioso tortino di patate farcito di salumi e formaggi, è figlio del gateaux francese. Persino il ragù napoletano, celebre in tutto il mondo, deriva dal ragout, uno stufato di carne e verdure. La besciamella e la maionese ( da Bechamel e Mayonnaise) sono le uniche due salse tipicamente francesi che hanno avuto successo anche da noi e, ormai, sono di casa.

Qual è stato il merito dei napoletani? Quello di rivisitare e fare propri questi piatti, arricchendoli in gusto e colore, grazie alla loro fantasia.

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Spiagge senza plastica, di Maria Morel

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Dal 2021 anche in Italia sarà vietato l’utilizzo di alcuni articoli di plastica monouso, come piatti, posate, cannucce e bastoncini per palloncini. Una direttiva di importanza storica quella del parlamento europeo, che ha ricevuto 560 voti a favore, 35 contrari e 28 astenuti. Tra i partiti italiani, hanno votato sì Pd e M5s, no Lega e Forza Italia.

Molte regioni, tuttavia, hanno deciso di anticipare i tempi adottando dei provvedimenti per evitare l’uso della plastica monouso negli stabilimenti balneari già a partire da quest’anno. Una splendida notizia per il nostro mare!

Ordinanze già approvate in Puglia, Toscana, Roma, Napoli, Rimini, Genova da Vernazzola a Capolungo, Lerici, Carloforte, Anzio e Cerveteri, per spiagge senza plastica da subito.

Ormai l’estate è qui, ma non smetto di sperare che anche le altre regioni decidano di cavalcare quest’ onda di virtuosismo che sembra aver inondato il nostro Paese.

Del resto le alternative alla plastica da adottare sono disponibili già da tempo ed è ora di cominciare a modificare le nostre abitudini, in vista del cambiamento definitivo, previsto per il 2021. Esistono, infatti,posate, piatti, bicchieri e persino cannucce completamente biodegradabili ed eco-friendly( su Amazon).

Manca ancora tanta informazione, purtroppo, ed un interesse concreto intorno al problema ambientale. Va combattuta quella mentalità che, secondo me, è il nemico numero uno delle iniziative ambientaliste, quel pensiero, ancora molto diffuso, secondo il quale quello che accadrà tra 50-100-1000 anni non è affar nostro.

Qualcuno l’altro giorno, durante una lezione ad un gruppo di bambini ha detto loro una cosa anche noi adulti non dovremmo dimenticare mai: la natura senza l’uomo, esiste da 4,5 miliardi di anni, mentre l’uomo ha fatto la sua comparsa sulla terra appena 6 milioni di anni fa, un battito di ciglia rispetto all’età del nostro pianeta. E la natura continuerà ad esistere anche senza l’uomo. E’ della sopravvivenza della nostra specie che dovremmo preoccuparci, perché siamo noi che non possiamo vivere senza determinate risorse, che l’ambiente ci offre.

Voglio sperare che questa direttiva abbia un impatto decisivo, non solo sull’ambiente, ma bensì su quella cultura dello spreco, dello sfruttamento incontrollato delle nostre risorse, sulla mentalità del vivi oggi senza pensare al domani, che è solo una delle tante follie collettive che hanno invasato l’uomo nel secolo scorso.

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Aglio, olio e assassino, il giallo di Pino Imperatore

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Di questi tempi, sarà il caldo, saranno le nottate insonni, mi viene sempre voglia di letture più leggere, di libri che scivolino via senza fatica e che mi divertano.

E’ così che ho scovato “Aglio, olio e assassino“, di Pino Imperatore.

Un libro che si è rivelato un concentrato di cose che amo: un thriller avvincente, la cui trama si sviluppa intorno a momenti di pura comicità, lo scenario della mia bella Napoli, con spunti storici e artistici che ho apprezzato moltissimo, personaggi animati da quell’umana e verace napoletanità, che li rende unici ed indimenticabili.

L’ispettore Gianni Scapece, un nostrano Sherlock Holmes, torna a Napoli, la sua città natia, dopo aver prestato servizio in vari commissariati italiani.

Qui troverà una delle più grandi sfide lavorative, mai affrontate: svelare il mistero del serial killer chiamato l’Arcangelo che,muovendosi nell’ombra della Napoli bene, porta avanti il suo piano criminale dagli insoliti risvolti culinari.

In una corsa contro il tempo, l’ispettore Scapece, coadiuvato da improbabili, quanto sorprendentemente preziosi assistenti, dovrà fermare il pericoloso assassino, prima che uccida ancora.

Chi è l’Arcangelo? Cosa lo spinge ad uccidere? Quale messaggio vuole lasciare con i sui macabri rituali? La verità si nasconde tra chiese, dipinti , vicoli, simboli e credenze partenopee.

Nonno Ciccio Vitiello, suo figlio Peppe “Braciola” con la visionaria moglie Angelina e tutti i personaggi di questo bel libro, compreso il cane Zorro, danno il loro contributo alla soluzione del caso, regalando intuizioni e strappando risate.

Più di ogni altra cosa, di questo libro, mi è piaciuto molto l’equilibrio perfetto tra suspence e ironia.

L’Arcangelo è un assassino spietato, scaltro, che lascia pochi indizi dietro di sé.

Metterà a dura prova l’ispettore Scapece e il lettore, che solo alla fine riuscirà a mettere insieme i pezzi del puzzle, sapientemente disseminati tra le pagine.

L’ironia non toglie gusto al thriller, semmai lo esalta, aggiungendo quel pizzico di piccante che lo rende proprio saporito.

Una lettura davvero, davvero piacevole.

Aglio, olio e assassino, Pino Imperatore, ed. Dea Planeta Libri, thriller, 2018

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La vera storia del baba’

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Ogni volta che mi capita di affondare i denti un un soffice e profumato babà al rhum , il mio pensiero vola subito alla mia Napoli e si trasforma in un caleidoscopio di immagini colorate: la Galleria Umberto I, via Toledo, ciuffi di panna e fragoline, palazzo reale, il lungomare….

Per questo motivo, una delle delusioni più cocenti nella mia vita è stata scoprire che il babà non è nato a Napoli.

Sì, perché pare che il babà sia stato inventato nel 1700 dal re di Polonia Stanislao Leszczynski, il quale amava due cose: la buona cucina e le fiabe delle “Mille e una notte”.

Un giorno, re Stanislao ebbe l’idea di intingere il dolce alsaziano che stava mangiando nel rhum e gli piacque così tanto da dare vita ad un nuovo dessert, che chiamò babà in onore del suo protagonista della sua novella preferita, “Alì Babà e i quaranta ladroni”.

Incredibile, vero? Passarono molti anni prima che il babà arrivasse a Napoli, dove raggiunse quell’equilibrio perfetto di sapori, morbidezza e aromi, che possiamo gustare oggi.

Approdò prima a Parigi, dove la famiglia reale polacca fu esiliata. Il celebre pasticcere Stohrer riuscì a carpirne la ricetta, se ne attribuì l’invenzione e lo trasformò nella più celebre specialità dolciaria parigina.

Nel frattempo, a Napoli, la regina Maria Carolina d’ Austria, moglie del re spagnolo Ferdinando I di Borbone, pensò bene di importare la cucina francese. Molti cuochi napoletani furono allora mandati dalle cucine reali e da quelle di molte famiglie nobili a Parigi, per imparare i segreti della raffinata cucina francese. Fu un fiasco clamoroso. Le ricette francesi non incontrarono i gusti di molti e furono ben presto accantonate e dimenticate, ad eccezione del sartù di riso, del gattò di patate e del babà. Quest’ultimo, grazie alla maestria dei pasticceri napoletani, che ne perfezionarono le tecniche di impasto e lavorazione, i tempi di lievitazione, le proporzioni degli ingredienti, assurse alla magnificenza di oggi.

Il babà ben presto si impregnò non solo di rhum, ma anche di napoletanità, entrando nel lessico popolare in varie espressioni. Ad esempio, quando si vuole fare un complimento a qualcuno, perché è una persona squisita, si usa dire ” Si’ nu babà” (sei come un babà).

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Aspettando La casa di carta 3 (contiene spoiler)

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Se, proprio come me, state fremendo in attesa del rilascio de La casa di carta 3, il conto alla rovescia è ufficialmente iniziato: 4 settimane esatte, 28 giorni a partire da oggi al 19 luglio!

Questa è la data comunicata da Netflix per l’inizio della terza stagione della prima serie europea ad aver conquistato il mondo intero. E io non faccio eccezione. Devo confessare che questa è una delle mie serie preferite in assoluto e non vedo l’ora che arrivi il mese prossimo!

Nel frattempo sto facendo incetta di tutte le possibili anticipazioni che riesco a raccattare in rete. Ecco cosa ho scoperto, finora.

Alla fine della seconda stagione i membri della banda si erano separati, andando ciascuno per la propria strada, Berlino sembrava irrimediabilmente morto, Monica aspettava il bambino di Arturito, Raquel raggiungeva il Professore nelle Filippine.

Li vediamo nel primo trailer, mentre si stanno godendo il frutto dell’assalto alla zecca, ma la loro vacanza sta per terminare bruscamente.

Scopriamo subito qual è il motivo per cui la banda decide di riunirsi. Mentre Tokyo e Rio si trovano su un’isola tropicale (?), irrompono via mare delle forze armate che catturano il ragazzo. Continua a leggere “Aspettando La casa di carta 3 (contiene spoiler)”

Streghe, janare e fattucchiere

Witches
Il sabba delle streghe di Francesco Goya

A Napoli si sa, la superstizione è di casa. Le leggende su streghe, janare e fattucchiere sono moltissime e si intrecciano con fatti realmente accaduti, cosicché, talvolta, diventa difficile scorgere il confine tra realtà e fantasia e superarlo. L’immaginazione, poi, non manca di certo ai napoletani! Ma queste tre parole sono sinonimi, oppure no? Cosa vogliono dire in realtà?

La parola strega deriva, probabilmente, dal greco strigx, che vuol dire civetta, uccello sacro alla dea Atena e simbolo della saggezza e della conoscenza.

Nel medioevo, il termine assunse la connotazione negativa di donne discepole del diavolo, che da lui traevano i loro poteri soprannaturali e malevoli.

Durante il periodo dell’Inquisizione, la stregoneria divenne la spiegazione a tutti i mali possibili, con la conseguenza che centinaia di donne accusate di praticarla vennero brutalmente uccise. Una vera e propria strage, quella che oggi chiamiamo caccia alle streghe, poiché le paure irrazionali presero il sopravvento sulla ragione e bastava davvero poco per essere processate e condannate ad una morte orribile. Una follia collettiva che colpì l’Europa intera, alcuni Paesi di più, altri meno.

A Napoli, l’inquisizione spagnola si dimostrò piuttosto scettica nei confronti della stregoneria e di conseguenza assunse una posizione più morbida e tollerante rispetto ad altre città. Vi furono dei processi, ma nessuna condanna o, forse, solo qualcuna, probabilmente più frutto della leggenda che della storia.

La fattucchiera è una strega, che pratica fatture, cioè incantesimi, rituali magici che sottraggono o accrescono l’energia vitale del destinatario. Un esempio è la fattura di morte, che conduce chi ne viene colpito ad una fine prematura oppure quella d’amore, che viene lanciata per far innamorare qualcuno.

Le janare, infine, sono le streghe che popolano le campagne del beneventano e che si manifestano solo di notte, perché temono la luce del sole.

Il nome potrebbe derivare da Dianara, ossia sacerdotessa di Diana, la dea romana della luna oppure dalla parola latina ianua, cioè porta, perché secondo la leggenda, per impedire alle janare di entrare in casa nottetempo, si deve mettere una scopa dietro la porta. La strega, per entrare, è obbligata a contare tutti i fili della scopa, perdendo così tempo fino al sorgere del sole.

Secondo le più antiche leggende, le streghe beneventane si riuniscono sotto un grande noce lungo le sponde del fiume Sabato, dove tengono i loro sabba, in cui venerano il diavolo sotto forma di cane o caprone, intonando una cantilena che recita “‘nguento ‘nguento, mànname a lu nocio ‘e Beneviente, sott’a ll’acqua e sotto ô viento, sotto â ogne maletiempo”.

Le janare solitamente sono esperte di erbe medicamentose, con cui fabbricano unguenti e pozioni e contrariamente alle altre streghe sono solitarie.

Secondo la leggende queste streghe sono acide ed aggressive, tanto che, in Campania quando una donna ha un brutto carattere si usa dire “Sei proprio una janara!”.

Centinaia sono i film sulle streghe, ma io ve ne consiglio tre, tutti girati da registi italiani:

Suspiria del 2018, di Luca Guadagnino

L’ultima fattucchiera del 2018, di Eugenio Attanasio e Davide Cosco

Janara del 2014, di Roberto Bontà Polito

 

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La rivolta di Masaniello

di Marie Morel

 

Correva l’anno 1647, quando Masaniello, un povero pescatore originario di Piazza Mercato, guidava la rivolta popolare di Napoli contro il governo spagnolo.

I napoletani erano esasperati dalle pesanti gabelle imposte dal viceré Rodrigo Ponce de Léon, duca di Arcos, in particolare quella sulla frutta, che all’epoca era l’alimento più consumato dai ceti umili.

Così il 7 luglio 1647 si sollevarono contro gli spagnoli al grido di “Viva ‘o Rre ‘e Spagna, mora ‘o malgoverno” e guidati da Masaniello giunsero fino alla reggia, sbaragliando i soldati spagnoli e i lanzichenecchi.

Il duca di Arcos, che riuscì a scampare miracolosamente all’assalto, promise di abolire le imposte più gravose e fu costretto a concedere la costituzione repubblicana.

All’interno della nuova Repubblica Partenopea, Masaniello andò a ricoprire la carica di Capitano generale del fedelissimo popolo napoletano. La sua esperienza di capopopolo, tuttavia, fu molto breve, durò solo 9 giorni, durante i quali, Masaniello adottò provvedimenti completamente arbitrari. Continua a leggere “La rivolta di Masaniello”

Piccolo galateo del caffè al bar

di Marie Morel
Caffé al Bar
Immagine di Pixabay

 

Io, da buona napoletana, amo il caffè. Non solo per l’aroma, che da solo basta a tirami su di morale o il gusto, ma per quello che il caffè rappresenta per me. E’ un momento di pausa, di piacere e se lo bevo assieme a qualcuno, di convivialità. Inorridisco, dunque, quando vedo le persone che entrano nei bar con gli occhi e le orecchie attaccati allo smartphone, bofonchiano qualcosa al barista e mandano giù il caffè distrattamente. Allora, ecco, secondo me, le poche semplici regole per una veloce pausa caffè al bar, che sia un piacere che per chi lo gusta e per chi sta a fianco.

  • Quando decidete di concedervi un caffè mettete via il cellulare. Non accadrà nulla, vi assicuro. Nel momento in cui lo riprenderete, scoprirete che tutto è esattamente come prima, che in quei 5 minuti nulla è cambiato e che, con ogni probabilità, il mondo non si è neppure accorto della vostra momentanea assenza.
  • Quando entrate in un bar salutate il personale con il sorriso sulle labbra. E’ lì per lavorare, servirvi e farvi gustare un buon caffè. Il minimo che possiate fare è essere educati e gentili e non vi costa nulla
  • Decidete bene, prima di ordinare. Cambiare idea dopo averlo fatto non è educato
  • Il caffè va girato sempre, anche quando non si zucchera, per esaltarne il gusto e gli aromi. Si mescola solo dal basso verso l’alto, delicatamente, per evitare che la schiuma si smonti, avendo cura di non far tintinnare il cucchiaino contro le pareti della tazzina. Il cucchiaino non va mai messo in bocca, lasciato sul tavolo o nella tazzina vuota, ma sul piattino a destra
  • Bevete portando la tazzina alla bocca e non viceversa e senza emettere alcun suono. Non roteate la tazza, come se steste degustando un calice di vino. Se il caffè è bollente, così come dovrebbe, non soffiateci su, ma aspettate pazientemente qualche secondo
  • La tazzina va tenuta stringendo il manico tra pollice ed indice. Siamo nel 2019 eppure mi sento ancora in dovere di ricordarlo: non si alza il mignolo mentre si beve, mai!
  • Non lasciate in giro la bustina vuota dello zucchero, se ne avete usata una, ma buttatela o lasciatela sul piattino assieme al cucchiaino
  • L’acqua va bevuta sempre prima del caffè, per preparare la bocca ad assaporarlo pienamente. Se dovessero servirvi un cioccolatino, accanto al caffè, potete mangiarlo prima o dopo, a seconda dei gusti
  • Dopo aver gustato il vostro buon caffè al bar, accomiatatevi ringraziando e salutando

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La gabbia dorata, il romanzo di Camilla Lackberg

Di Marie Morel

la gabbia dorata

La gabbia dorata è l’ultimo romanzo di Camilla Lackberg. Io ho un vero debole per i gialli libri della regina del giallo nordico, per cui appena l’ho visto sugli scaffali in libreria ho dovuto comprarlo e leggerlo tutto d’un fiato.

Mi piacciono per la magica atmosfera dei paesi scandinavi in cui sono ambientati e che io amo.

In quest’ultimo romanzo, tuttavia, la scrittrice indugia poco su paesaggi e descrizioni, perché il ritmo degli eventi è incalzante.

La narrazione si intreccia attorno a tre momenti della vita della protagonista, il presente, il 2001 quando lascia la sua cittadina natale e si trasferisce a Stoccolma e gli anni della sua infanzia.

Fin dall’inizio, la scrittrice rivela che Faye ha dei segreti, un passato oscuro da cui cerca di liberarsi, ma che riaffiora inesorabilmente. Solo alla fine i tre momenti confluiranno in un unico assolo, nel quale tutto sarà finalmente chiarito, tutti i segreti svelati. Continua a leggere “La gabbia dorata, il romanzo di Camilla Lackberg”

Caravaggio Napoli, la mostra

di Marie Morel

 

Caravaggio, pseudonimo di Michelangelo Merisi, è uno dei più noti artisti italiani di tutti i tempi.

Di origini milanesi, trascorse l’ultimo periodo della sua vita a Napoli, 18 mesi complessivi durante due soggiorni, tra l’ottobre del 1606 e il luglio del 1610, quando morì durante il viaggio di ritorno a Roma.

Caravaggio ebbe una vita piuttosto difficile, in particolare gli ultimi anni, in cui visse in fuga per sottrarsi alla pena di morte per decapitazione, che gli era stata inflitta a Roma per aver assassinato Ranuccio Tomassoni,durante una rissa.

Ricercato e tormentato dai sensi di colpa, le sue opere del periodo napoletano testimoniano un cambiamento. rispetto al contesto romano. Sono infatti caratterizzate da un’alta drammaticità, dalla tensione emotiva, dalla passione e compare il tema ricorrente delle teste mozzate.

Dei molti dipinti eseguiti durante il primo periodo e il secondo periodo napoletano, solo tre sono sono ancora in città.

Il primo è il suggestivo Sette opere di Misericordia , uno dei lavori più importanti del Caravaggio e che attualmente si trova presso il Pio Monte della Misericordia.

L’altro dipinto rimasto a Napoli fu eseguito per la chiesa di San Domenico Maggiore e spostato in seguito al museo di Capodimonte, ovvero la seconda versione della Flagellazione di Cristo.

Il terzo è il Martirio di sant’Orsola , considerato l’ultimo dipinto di Cravaggio oggi conservato nel palazzoZevallos-Stigliano.

L’incontro di Caravaggio con la città partenopea ha segnato profondamente la Scuola napoletana nello sviluppo del naturalismo, influenzando molti pittori locali.

In questi giorni, fino al 14 luglio, presso il Museo e il Real Bosco di Capodimonte è possibile visitare la mostra, curata da Maria Cristina Terzaghi e Sylvain Bellenger, “Caravaggio Napoli”, che approfondisce il soggiorno dell’artista in città

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Riparare i viventi, il romanzo di Maylis de Kerangal

di Marie Morel

kerangal

“Riparare i viventi” è libro durissimo, difficile, affilato come la lama di un coltello, ma emozionante come pochi, indimenticabile.

Con una prosa asciutta, elegante, incalzante, la scrittrice inizia raccontando una storia come tante, tragedie che accadono ogni giorno e che direttamente o indirettamente hanno toccato ciascuno di noi.

Simon è un ragazzo di 19 anni, bello, forte, pieno di vita e di energia, che vive del suo amore per la bella Juliette, dell’affetto della sua famiglia, della sua indomabile passione per il surf.

Una notte, rientrando da una sessione in cui ha sfidato e cavalcato le onde della Manica, Simon, stanchissimo e infreddolito ma felice, resta coinvolto in un incidente d’auto.

La prognosi, purtroppo è nefasta: trauma cranico, coma irreversibile, morte cerebrale. Solo il suo cuore batte ancora, in un corpo che ormai è un guscio vuoto, perché Simon è andato via.

Il difficile compito dell’infermiere Thomas è comunicare ai genitori che il loro bambino non c’è più; far accettare loro, con tutta la delicatezza possibile, che è morto irrimediabilmente, nonostante quel cuore pulsante.

Deve spalancare dinanzi a loro il baratro senza fine della perdita di un figlio.

Allo stesso tempo, però, muovendosi con la leggerezza di un equilibrista, deve sussurrare loro che non si tratta di una morte insensata se può dare una speranza di vita a qualcun altro, attraverso la donazione degli organi.

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Addicted di Paolo Roversi, il nuovo thriller

di Marie Morel

 

Addicted di Paolo Roversi, è un thriller pubblicato da Sem editore a gennaio 2019

Addicted di Paolo Roversi

Nella scelta dei libri da leggere, spesso mi lascio sedurre da titoli, quarte di copertina e sensazioni.

Come tutte le forme di seduzione, anche quella dei libri può essere ingannevole e così è stato per questo thriller di Paolo Roversi.

Da tempo mi ripromettevo di leggere un romanzo di questo scrittore, che è abbastanza prolifico, per cui ho visto periodicamente il suo nome ammiccare dagli scaffali della libreria.

Ho pensato che fosse giunto il momento, quando ho letto il titolo di quest’ultimo thriller, che mi ha intrigata, perché il tema delle dipendenze, nell’accezione più ampia del termine, allargata a tecnologia, alimentazione, autolesionismo, sesso, mi interessa molto.

Lo spunto narrativo mi era sembrato originale, ma lo sviluppo della trama è stato una completa delusione.

La mia sensazione è stata quella di stare leggendo una versione in chiave moderna, ma veramente brutta, di “Dieci piccoli indiani”di Agatha Christie.

La storia si divide in due filoni, apparentemente scollegati, che andranno poi ad intrecciarsi. Il primo è ambientato nel passato ed è il racconto dell’ efferato omicidio di un uomo, avvenuto in un bosco molti prima. Il secondo si svolge nel presente, dove la brillante psichiatra inglese Rebecca Stark ha elaborato un programma molto efficace per curare ogni forma di dipendenza.

La dottoressa viene contattata da un suo ex paziente, un magnate russo, che intende aprire una serie di cliniche in tutto il mondo, in cui applicare il suo protocollo di cura.

La prima clinica viene aperta in Puglia, in un casolare in aperta campagna, tra gli ulivi e il mare.

I primi sette pazienti di varie nazionalità, accuratamente selezionati tra migliaia di aspiranti, verranno seguiti dalla dottoressa Stark in persona.

Il protocollo prevede, tra le altre cose, l’isolamento e pratiche poco ortodosse.

Inizialmente la terapia sembra funzionare, ma improvvisamente la situazione precipita e i pazienti cominciano a morire misteriosamente uno alla volta, mentre fuori la tempesta imperversa ed è impossibile chiamare i soccorsi.

L’assassino deve essere uno dei presenti all’interno della cascina. Chi sarà e perché starà uccidendo?

Al di là della trama poco originale, è la suspense che latita in questo libro.

Il modus agendi dei personaggi e i loro schemi di pensiero, infatti, non vengono scandagliati progressivamente attraverso il racconto, in un crescendo emozionalmente coinvolgente, ma letteralmente spiattellati con lezioncine di psicologia sparse qua e là. Su di me, l’effetto è stato quello di appiattire drasticamente ogni picco emotivo come se, nel momento in cui, finalmente, sentivo di stare per entrare nel libro, quelle pause nozionistiche mi gettassero bruscamente fuori.

L’intreccio tra la storia della clinica e quella dell’omicidio avvenuto in passato è l’unica parte che può riservare, forse, qualche sorpresa. E dico forse, perché i lettori di thriller esperti non si lasceranno sfuggire gli indizi, né fuorviare dal tentativo, piuttosto goffo, di  spostare l’attenzione su personaggi fin troppo ovvi per essere credibili, come potenziali assassini.

La narrazione, poi, precipita verso un epilogo frettoloso, in cui avvengono troppe cose e troppo velocemente, lasciando il lettore inappagato, come accade quando si è costretti ad ingurgitare qualcosa senza poterlo assaporare.

Insomma, Addicted di Paolo Roversi è finito nella mia black list, insieme al suo autore, al quale non ho ancora deciso se dare una seconda chance, oppure no.

 

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Dimagrire consapevolmente

di Marie Morel

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L’ argomento alimentazione e dieta è sempre difficile da affrontare, perché ci sono moltissime cose da dire e il web è letteralmente invaso da spot sensazionalistici, del tipo “perdi 10 kg” in un mese, da informazioni scorrette, da persone che si improvvisano consulenti.

Ora, partendo dalla premessa che non sono un medico, né una biologa nutrizionista, non è mia intenzione fornire diete, ma semplicemente raccontare la mia esperienza.

Un’esperienza sia personale, perché , ahimè, ho sempre avuto un rapporto conflittuale con peso e alimentazione, sia maturata come counselor.

La prima cosa che ho imparato è che chi è in sovrappeso non è quasi mai ( per non dire mai) una persona a cui semplicemente piace mangiare molto, per il gusto di farlo.

E’ una persona che, spesso, ha un rapporto disfunzionale con il cibo. Il che non significa soffrire di disturbi del comportamento alimentare, che sono delle vere e proprie patologie, la cui cura richiede l’intervento di specialisti,come psichiatri e psicologi.

Vuol dire che chi è in sovrappeso ha un rapporto molto difficile e complicato con il cibo, che usa non per soddisfare un bisogno primario, ossia la fame, ma per colmare altri vuoti, non certo quelli dello stomaco.

Spesso chi è in sovrappeso non mangia perché ha fame, ma perché è triste, arrabbiato, si annoia, non vuole sentirsi escluso e una lunghissima serie di motivazioni che con la fame non hanno nulla a che vedere.

Di conseguenza, non prova neppure piacere nel mangiare, che diventa un automatismo.

Quasi sempre finisce in una spirale infernale: sono triste-mangio-ingrasso-mi sento in colpa per essere ingrassato-sono triste-mangio.

Ecco questa sono io.

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L’ultima volte che ti ho vista, il romanzo di Alafair Burke

Alafair Burke, L'ultima volta che tiho vista

L’ultima volta che ti ho vista è il nuovo legal thriller di Alafair Burke, edizioni Piemme, 2018, 396 pagine.

La protagonista è Mckenna Wright, che si è lasciata alle spalle il suo lavoro come procuratore distrettuale, dopo un fatale errore che le è costato la carriera.

Ora fa la giornalista e la sua esistenza scorre piatta, fino al giorno in cui le capita di vedere un video diventato virale: una donna che salva un ragazzo caduto sui binari della metropolitana

. In quella donna Mckenna riconosce la sua amica Susan, scomparsa dieci anni prima senza lasciare tracce e, ormai, data per morta.

La giornalista decide di indagare e scoprire l’identità dell’eroina della metropolitana, ma non sa che si ritroverà coinvolta in una storia molto più complicata di quella che avrebbe mai potuto immaginare e che, sorprendentemente, si riallaccia al suo passato.

Alafair Burke non sbaglia un colpo.

Figlia d’arte ( suo padre è il noto romanziere statunitense James Lee Burke), già vice procuratore in Oregon e insegnante universitaria di diritto, la scrittrice sforna un thriller dietro l’altro.

Questo è il suo terzo libro che ho deciso di leggere, perché avevo apprezzato quelli precedenti e anche questa lettura non mi ha delusa.

Al primo impatto, dai suoi romanzi emerge con chiarezza la sua familiarità con procure, tribunali, forze dell’ordine, avvocati e giudici.

Si muove con dimestichezza nei meandri del diritto, riuscendo ad articolare storie che si intrecciano, si incastrano e si sviluppano, secondo logiche che si svelano pian piano.

La trama non è lineare, ma si ingarbuglia e infittisce via via, con rivelazioni parziali, colpi di scena, veri e propri cliffhangers che tengono il lettore incollato al libro, mentre le quasi quattrocento pagine scorrono veloci.

Con astuzia e maestria Alafair Burke dissemina indizi, suggerisce teorie, sussurra deduzioni che irretiscono il lettore, ne stuzzicano la curiosità, mantengono alta la tensione.

Gli eventi si susseguono a ritmi serrati, i ruoli si ribaltano più e più volte. Chi sono i buoni e i cattivi? Chi le vittime e i carnefici? Di chi ci si può veramente fidare?Fino a che punto conosciamo le persone che ci sono accanto?

Sono questi gli interrogativi con i quali si arriva fino alle ultime pagine del romanzo, dove la verità, finalmente, si dipana con leggerezza, estinguendo l’arsura con cui il lettore arriva all’epilogo, con l’urgenza e il piacere che si prova quando, dopo una lunga corsa, ci si può dissetare d’acqua fresca.

Il finale che, qualcuno ha definito buonista o sottotono,è , invece, secondo me perfettamente coerente con la storia e con le personalità dei personaggi, così ben caratterizzati dalla Burke. Se avete voglia di leggere un bel thriller, intrigante e ben congegnato, che richieda una certa partecipazione intellettiva ed emotiva, per addentrarsi nelle trama e sostenere le scariche adrenaliniche, ve lo consiglio caldamente

L’odio…

IL MONDO DI ZORYANA ...dove l'amore inventa il suo infinito...

Guardate com’è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.

Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
L’insonnia non lo indebolisce ma lo rafforza.

Religione o non religione –
purché ci si inginocchi per il via
Patria o no –
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all’inizio.
Poi corre tutto solo.
L’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.

Oh, quegli altri sentimenti –
malaticci e fiacchi.
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
giunta prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre…

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Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, la Santa protettrice della maternità

di Marie Morel

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Chiesa e museo di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe

 

Nel cuore di Napoli c’è una chiesetta, che ogni giorno viene visitata perlopiù da donne. Molte cercano un figlio che non arriva, altre aspettano il loro bambino. Tutte si recano con fede a porgere una preghiera a Santa Maria Francesca delle Cinque piaghe, compatrona di Napoli e prima Santa napoletana nella storia della Chiesa.

Mentre i vicoli dei Quartieri Spagnoli pullulano di vitalità, le voci si rincorrono, l’aroma del caffè si spande nell’aria, questo santuario, in cui si respira spiritualità pura, accoglie chi vuole pregare e chiedere una grazia a questa santa, nota per essere la protettrice della maternità.

Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, al secolo Anna Maria Rosa Nicoletta Gallo, nacque a Napoli il 25 marzo 1715 in una famiglia umile. Frequentava la chiesa di Santa Lucia al Monte e appena bambina manifestò già la volontà di farsi suora.

Il padre,che l’aveva destinata in sposa ad un giovane molto ricco, si oppose strenuamente, arrivando a maltrattare e picchiare la figlia perché cambiasse idea, ma nono ci fu verso. A 16 anni la fanciulla si consacrò al Signore nel terzo Ordine Francescano Alcantarino e prese il nome di suor Maria Francesca delle Cinque Piaghe.

Tra i numerosi carismi che ricevette i dono c’era quello della profezia, delle stimmate, ogni venerdì e in quaresima riviveva i dolori della Passione di Cristo. E il dono del miracolo, perché sono centinaia le testimonianze di grazie ricevute per intercessione di Santa Maria Francesca.

Tante donne, a cui la scienza aveva tolto ogni speranza, sono diventate mamme dopo essersi sedute sulla “sedia della fertilità”, una poltroncina su cui la Santa si sedeva a riposare durante i dolori della passione.

Io non credo di essere la persona più adatta a parlare di fede, perché la mia vita è stata, a lungo, una continua altalena tra le affannose rincorse a qualcosa in cui credere e i miseri crolli di quelle che, per me,erano certezze.

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Idda, il libro di Michela Marzano

di Marie Morel

Idda è il nuovo libro di Michela Marzano, pubblicato da Einaudi, stile libero.

Idda, Michela Marzano

Alessandra era giovanissima, aveva dei progetti per il futuro e dei sogni che si infrangono improvvisamente, quando la mamma, Giulia, muore in un tragico incidente.

Devastata da questa perdita, la ragazza decide di fuggire, taglia ponti con la famiglia e si rifà una vita a Parigi dove trova un lavoro e incontra Pierre, l’amore della sua vita.

Alessandra ora ha quarant’anni, conduce un’esistenza ordinata,metodica, in cui tutto è incasellato, secondo regole che la donna si è data per contenere il dolore.

Ma la verità è che la vita se ne frega delle regole e fa il suo corso, inesorabilmente.

Così, quando idda ( lei), sua suocera Annie, si ammala di demenza senile, Alessandra si ritrova inaspettatamente a fare i conti con quei con i ricordi e con quel passato che aveva creduto di potersi lasciare alle spalle.

Mentre Annie perde via via pezzi del suo passato, Alessandra tenta di rimetterli insieme e nel farlo comincia a ricucire anche il suo, perché all’improvviso dinanzi ai suoi occhi si palesa un gigantesco interrogativo: cosa resta di noi, se non ricordiamo chi siamo stati, se il passato viene inghiottito dall’oblio?

Continua a leggere “Idda, il libro di Michela Marzano”

Coltivare la gratitudine per essere felici

di Marie Morel

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La gratitudine è quella sensazione che ci fa sentire in armonia con il mondo, che ci fa provare uno slancio positivo verso la vita e verso gli altri, che ci scalda il cuore.

Certo, nella vita di chiunque possono esserci momenti in cui sentirsi grati può risultare difficile, eppure quella della gratitudine può diventare una pratica quotidiana, che può farci vedere le cose in una prospettiva diversa.

Se ci sembra, infatti, di non avere nulla per cui essere grati è perché ci siamo abituati, assuefatti alle cose belle e buone che ci circondano.

Un po’ come accade quando compriamo qualcosa che ci piace tanto e inizialmente ci sembra bellissima. Dopo qualche tempo diventa semplicemente una delle tante cose che possediamo.

Praticando la gratitudine, invece, facciamo tre cose: impariamo ad apprezzare quello che abbiamo già e diamo per scontato, focalizziamo l’attenzione sulle cose positive, diamo valore a quello che riceviamo dagli altri e che spesso sottovalutiamo.

Coltivare la gratitudine, anche quando la vita non va come vorremmo, può farci scoprire che, in realtà siamo più fortunati di quello che pensiamo.

Continua a leggere “Coltivare la gratitudine per essere felici”

Sulle tracce dei fantasmi a Napoli: Giuditta Guastamacchia

di Marie Morel

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Napoli è una città in cui esoterismo e occulto sono palpabili.

Tra i vicoli e nelle case si sussurrano leggende, dicerie e superstizioni.

In bilico perenne tra sacro e profano, le storie misteriose sono parte integrante del bagaglio culturale di ogni napoletano.

Racconti di fantasmi, di miracoli, di alchimia e magia, che si intrecciano alla storia di questa città e che hanno ispirato e continuano ad ispirare artisti e scrittori.

Da Matilde Serao a Maurizio de Giovanni con il suo commissario Ricciardi, dal teatro di Eduardo De Filippo al cinema di Ferzan Ozpetek, si può attingere a piene mani al folklore partenopeo.

Una delle vicende in cui la storia diventa leggenda, è quella della bellissima e diabolica Giuditta Guastamacchia.

La donna si rese protagonista di uno dei più efferati delitti, riportati nelle cronache giudiziarie della fine del 1700.

Rimasta vedova giovanissima, con un figlio piccolo, Giuditta fu chiusa in convento dal padre, che non poteva mantenerla. Continua a leggere “Sulle tracce dei fantasmi a Napoli: Giuditta Guastamacchia”

Less, il libro di Andrew Sean Greer

Su “Less” di Andrew Sean Greer, libro vincitore del premio Pulitzer per la narrativa dell’edizione 20018, avevo letto di tutto e il contrario di tutto, critiche entusiastiche ed altre tranchant.

Sono stata, dunque, a lungo in dubbio sul leggerlo oppure no.

Mi sono convinta a farlo per due motivi: la motivazione della giuria che l’ha premiato e che l’ha descritto come “un libro generoso, musicale nella prosa e ampio in struttura e portata, sul diventare grandi e sulla natura essenziale dell’amore” e il fatto che sia stato amato od odiato, ma non abbia lasciato nessun lettore indifferente.

Arthur Less è uno scrittore che ha avuto in passato un discreto successo di pubblico e critica, con un unico libro.

Successo che non è più riuscito a replicare ed è, ormai, squattrinato e privo di speranze.

Per anni è vissuto nell’ombra del suo più celebre compagno Robert Brownburn, apprezzato scrittore di fama internazionale.

Sebbene siano passati oltre 10 anni dalla fine della loro storia, Less continua a vivere di ricordi nella casa che hanno condiviso e che li ha visti felici.

Nel frattempo, ha intrecciato con Freddy, molto più giovane di lui, una lunga relazione, che si è conclusa a causa della stessa immaturità che aveva condotto alla fine anche quella con Robert.

Ora è completamente solo a dover affrontare tre eventi che lo terrorizzano e ai quali vorrebbe sottrarsi: il suo ormai prossimo cinquantesimo compleanno, l’imminente matrimonio di Freddy col suo nuovo compagno e la malattia terminale di Robert.

Cosa resta da fare se non fuggire lontano?

Continua a leggere “Less, il libro di Andrew Sean Greer”

Il Carnevale a Napoli, di Marie Morel

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Carnevale a Napoli-Alessandro D’Anna

Sono nata e cresciuta in una famiglia che definirei bizzarra, se questo aggettivo non rievocasse in me un’allegria che, ahimè, non c’era.

Non era affatto scontato che accadesse, ma dopo aver girovagato per un po’, sono finita nel ramo più partenopeo della famiglia, che si formo’ negli anni quaranta, quando una mia prozia si maritò con lo zio Pasqualino, napoletano verace.

Non ebbero figli, ma la loro casa era sempre aperta ai nipoti e, già anziani, accolsero me in tenerissima età, regalandomi il loro amore e quelle che sono le mie radici più profonde.

I ricordi della mia infanzia sono legati alle tradizioni che scandivano lo scorrere del tempo. Ogni giorno della settimana arrivava con i suoi piccoli riti quotidiani e ogni mese portava con sé le sue festività.

A febbraio si festeggiava il Carnevale, secondo le usanze napoletane

Le origini del Carnevale napoletano

Il Carnevale a Napoli ha origini molto antiche , ma raggiunse il suo apice durante il periodo del viceregno spagnolo.

All’epoca iniziava la notte del 17 gennaio, quando si accendeva ( in alcuni quartieri di Napoli, si accende ancora) ‘o cippo in onore di Sant’Antonio Abate, cioè un falò in cui c’era l’usanza di bruciare le cose vecchie, per propiziarsi il nuovo anno appena iniziato.

Il Carnevale durava oltre un mese e i napoletani si riversavano nelle strade, cantando, ballando e suonando alcuni strumenti tradizionali della musica popolare, come lo Scetavajasse, il Pitipù e il Triccheballacche.

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I gatti nei libri, di Marie Morel

di Marie Morel

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I gatti, nell’attraversare secoli di storia, hanno lasciato tracce del loro passaggio in moltissime opere letterarie.

Amatissimi da molti artisti, hanno ispirato e affiancato, mentre creavano, grandi scrittori e poeti, come Dante e Petrarca e, talvolta, sono diventati protagonisti di storie, racconti e favole.

Poesie, favole e fumetti

Da Esopo, fino ai tempi moderni. alcuni personaggi felini sono entrati ormai nell’immaginario collettivo, anche grazie alle trasposizioni cinematografiche, come lo stregatto di Lewis Carroll, il gatto con gli stivali dei fratelli Grimm, quello che si accompagnava alla volpe di Carlo Collodi, Salem, passato dalle matite di Archie Comics al piccolo schermo.

Ma gli scrittori che sono rimasti ammaliati dal fascino felino e hanno dedicato ai gatti almeno qualche verso sono innumerevoli, da Elsa Morante a Hemingway ,Sepulveda, Hoffman, Bulgakov, per citarne alcuni.

I gatti nei libri sono spesso legati ad una simbologia che gli autori attribuiscono loro, come la scaltrezza, la saggezza, il soprannaturale, l’occulto, la malvagità.

Il gatto nero

Ebbi un’esperienza piuttosto traumatica nella mia prima esplorazione del mondo letterario legato ai gatti, perché passai bruscamente dalle favole ai racconti di Edgar Allan Poe.

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Facciamo che ero morta, il libro d’esordio di Jen Beagin

di Marie Morel

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Facciamo che ero morta” è il libro d’esordio della scrittrice statunitense Jen Beagin, tradotto da Federica Aceto ed edito in Italia da Einaudi. Si è aggiudicato il Whiting Award 2017 per la narrativa ed è attesa a giorni l’uscita negli Stati Uniti del seguito, “Vacuum in the dark

Mona ha ventitré anni e una vita difficile. Non è uscita integra da un’infanzia traumatica e non è ancora a riuscita a salvarsi dai fantasmi del suo passato.

Per guadagnarsi da vivere fa la donna delle pulizie, ma ha un’indole artistica e un grande talento per la fotografia, anche se non sa ancora come sfruttarlo.

Un’altra cosa che le riesce molto bene è cacciarsi in situazioni bizzarre, a causa della sua tendenza all’autolesionismo e alla mancanza di fiducia in se stessa.

Conduce un’esistenza piuttosto solitaria, tiene delle conversazioni con Dio chiamandolo Bob e ha un serio problema con le dipendenze.

Pagina dopo pagina la vedremo intrecciare relazioni sbagliate con personaggi strampalati, portare alla luce, tra una pulizia e l’altra, vizi e manie delle persone per cui lavora, confrontarsi con le proprie imperfezioni, affrontare quell’ingombrante figura paterna, così sbagliata da non riuscire a liberarsene.

L’esordiente Jen Beagin disegna a colori vividi scorci di realtà nuda e cruda,senza sconti e senza edulcoranti.

Mona è un personaggio fortemente drammatico: vorrebbe un cambiamento, ma non lo cerca davvero, perché è completamente disillusa e sfiduciata, tanto da prendere la notizia di una sua possibile morte precoce come una cosa positiva; mentre fa le pulizie, fruga nelle case degli altri e ogni piccola scoperta apre nel suo immaginario scenari di violenze, abusi e sofferenze; le sue fantasie sono sempre inquietanti e orrorifiche, così come le foto che si scatta.

Eppure in tanto dolore, delusione e umana imperfezione, con sottile e irresistibile ironia, emerge una Mona che è stanca di fingersi morta, è stanca di continuare a giustificare quel padre che l’ha ferita, di offrirgli ancora appigli. Vuole smettere di aspettarsi che qualcuno corra a salvarla, finalmente. E’ ora che si salvi da sola.

Leggi un estratto di “Facciamo che ero morta”di Jen Beagin qui

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Possibilità, di Wislawa Szymborska

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Wislawa Szymborska

La poetessa polacca Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura nel 1996, sa cogliere e fermare dei frammenti di vita e di umanità, con semplicità e profondità . I suoi versi risuonano di realtà, amore per le piccole cose e natura ed entrano nel cuore con passo leggero, ma non ne escono più.

La poesia “Possibilità” è solo una tra le mie preferite di Wislawa Szymborska e rileggerla, ieri sera, è stato come incontrare una vecchia amica, dopo qualche tempo, un ritrovarsi.

Possibilità
Preferisco il cinema.
Preferisco i gatti.
Preferisco le querce sul fiume Warta.
Preferisco Dickens a Dostoevskij.
Preferisco me che vuol bene alla gente
a me che ama l’umanità.
Preferisco avere sottomano ago e filo.
Preferisco il colore verde.
Preferisco non affermare
che l’intelletto ha la colpa di tutto.
Preferisco le eccezioni.
Preferisco uscire prima.
Preferisco parlare con i medici d’altro.
Preferisco le vecchie illustrazione a tratteggio.
Preferisco il ridicolo di scrivere poesie
al ridicolo di non scriverne.
Preferisco in amore gli anniversari non tondi,
da festeggiare ogni giorno.
Preferisco i moralisti
che non mi promettono nulla.
Preferisco una bontà avveduta a una credulona.
Preferisco la terra in borghese.
Preferisco i paesi conquistati a quelli conquistatori.
Preferisco avere delle riserve.
Preferisco l’inferno del caos all’inferno dell’ordine.
Preferisco le favole dei Grimm alle prime pagine.
Preferisco foglie senza fiori a fiori senza foglie.
Preferisco i cani con la coda non tagliata.
Preferisco gli occhi chiari, perché li ho scuri.
Preferisco i cassetti.
Preferisco molte cose che qui non ho menzionato
a molte pure qui non menzionate.
Preferisco gli zeri alla rinfusa
che non allineati in una cifra.
Preferisco il tempo degli insetti a quello siderale.
Preferisco toccare ferro.
Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando.
Preferisco prendere in considerazione perfino la possibilità
che l’essere abbia una sua ragione.

Il culto delle anime pezzentelle, di Marie Morel

di Marie Morel

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Cimitero delle Fontanelle

Una storia tutta napoletana che mi ha sempre toccata nel profondo è il culto delle anime pezzentelle. E’una devozione che affonda le sue radici nella tradizione popolare, in cui il sacro incontra il profano e che i napoletani hanno coltivato per secoli, fino a pochi decenni fa.

Le anime pezzentelle, per i napoletani, sono quelle abbandonate, di persone povere, morte da sole e che non hanno nessuno che preghi per loro, affinché possano scontare il periodo di Purgatorio più in fretta e volare così in Paradiso.

Il culto nacque nel 1600, quando a Napoli vi fu l’epidemia di peste che fece oltre trecentomila morti. I corpi vennero seppelliti in parte nella chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco ed ammassati nel cimitero delle Fontanelle. La maggior parte di essi non aveva neppure un nome e ben presto non rimase che un mucchio di teschi e ossa.

Nell’immaginario popolare, le anime di quei defunti si trovavano in Purgatorio per espiare i peccati commessi in vita e,dunque, destinate a soffrire a lungo, perché abbandonate e dimenticate. Esse, però, potevano intercedere per ottenere grazie per coloro che offrivano loro suffragi, per abbreviare la loro pena.

Oggetto di devozione divennero, in particolare i teschi ( detti capuzzelle), che le persone adottavano, per chiedere all’anima grazie e protezione, in cambio di una sepoltura degna e del riposo eterno. Continua a leggere “Il culto delle anime pezzentelle, di Marie Morel”

L’esercizio del distacco, di Mary Barbara Tolusso

di Marie Morel

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Voce narrante del libro “L’esercizio del distacco“della poetessa M.B. Tolusso è la protagonista, che, parlando in prima persona, esordisce raccontando di quando la madre la lascia, poco più che bambina, davanti ad un collegio e va via senza neppure voltarsi indietro.

Sembra essere un vero e proprio abbandono, ma è la quattordicenne a viverlo come tale, il suo primo distacco. In realtà viene mandata a studiare in una scuola esclusiva, riservata ai rampolli di famiglie molto facoltose, affinché vengano istruiti ed addestrati per diventare i nuovi potenti.

Tra lezioni di logica e galateo, i ragazzi vengono sottoposti anche ad una dieta e cure innovative, per garantire loro una salute intaccabile e una vita più lunga della media.

Parte integrante di questo modello educativo è il distacco da passioni,affetti ed emozioni, viste come potenzialmente dannose per questi pochi eletti, il cui futuro sembra già essere stato programmato.

Il collegio è un microcosmo dal quale è impossibile tenere fuori le passioni, perché pur sempre di adolescenti si tratta. Nascono amicizie, come quella che lega la protagonista a David ed Emma, antipatie, rivalità ed amori, ma che i ragazzi sono costretti ad imparare ad addomesticare e disciplinare.

Al momento del diploma, la protagonista si allontana dal collegio lasciando dietro di sé il tempo vissuto lì, grazie all’esercizio del distacco. Eppure quel mondo ovattato, nel quale la ragazza impara a lasciar andare passato e affetti, ma nel quale si concede, talvolta, momenti di abbandono, diventa per lei, negli anni successivi, uno dei ricordi più struggenti.

Scritto bene e scorrevole, è un libro che si legge in poche ore, ma di quel tempo a me non è rimasto nulla, se non un grande vuoto.

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Critiche al pensiero positivo

di Marie Morel

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Le critiche mosse al pensiero positivo ( secondo l’accezione che ho chiarito nel mio post precedente), si riducono a queste considerazioni: non è salutare evitare le negatività, fingere che i problemi non esistano e che vada tutto bene; un ottimismo cieco è controproducente, perché finirà con lo scontrarsi inevitabilmente con la realtà.

Queste critiche al pensiero positivo, tuttavia, arrivano a conclusioni errate, perché partono da presupposti errati.

Pensiero positivo e resilienza

Il pensiero positivo non si fonda, infatti, su un ottimismo irragionevole o sull’evitamento, come ho letto da qualche parte, bensì sul concetto di resilienza.

La psicologia positiva non prescrive una ricetta facile per una felicità da raggiungere chiudendo gli occhi di fronte ai problemi. Anzi, essi diventano un’occasione di miglioramento e di crescita personale.

Si tratta,in realtà, di trovare un senso e una ragione di speranza anche nelle circostanze più difficili.

La vita, infatti, può riservare indicibili dispiaceri, vere tragedie umane, eppure anche nelle esperienze più dolorose è possibile trovare del buono, trarne degli insegnamenti preziosi, piuttosto che cullarsi nell’inevitabile sofferenza.

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Alimentazione consapevole versus chirurgia bariatrica

di Marie Morel

Cos’è l’alimentazione consapevole?

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L’alimentazione consapevole  consiste nel mangiare consapevolmente. 

Cosa vuol dire? Innanzitutto saper riconoscere gli stimoli della fame e della sazietà, che sono i segnali con cui il nostro corpo ci comunica quando ha bisogno di nutrimento e quando è pieno.

Molto spesso, infatti, ci capita di mangiare per molte ragioni diverse, tranne che per fame e di continuare a farlo anche quando non ne abbiamo più bisogno.

Vuol dire capire se stiamo mangiando per soddisfare un bisogno fisiologico o affettivo.

Comprendere i reali motivi che stanno dietro le nostre scelte alimentari, i meccanismi consci e, soprattutto inconsci, che sono alla base del nostro comportamento verso il cibo.

Saper scegliere gli alimenti di cui abbiamo bisogno, in base ai loro valori nutrizionali e alle nostre esigenze, senza farci abbagliare dalle mode del momento.

Significa anche imparare a mangiare con gusto e piacere, liberandosi dai sensi di colpa, avere un rapporto autentico, sano ed equilibrato con l’alimentazione.

Chirurgia bariatrica

Ieri pomeriggio ho incontrato una conoscente, che non vedevo da un paio di mesi. Sapevo che si sarebbe dovuta sottoporre ad un intervento di chirurgia bariatrica e, in effetti, l’ho vista dimagrita. Mi ha raccontato del decorso post-operatorio, di come si sentisse e di come il suo organismo stesse reagendo.

Quando tempo fa mi aveva parlato dell’intervento, che era in programma di lì a poco, ne ero rimasta sorpresa, perché non mi sembrava che la sua obesità fosse tale da giustificare la chirurgia.

Non le avevo detto niente di queste mie perplessità, perché sembrava ben informata e consapevole di ciò che stava per affrontare. Né volevo metterle ansia, dal momento che non sono un medico e le mie opinioni al riguardo potevano essere del tutto infondate.

Ieri, però, chiacchierando, le ho chiesto i motivi di questa sua scelta radicale, quando potevano bastare una buona dieta, attività fisica e forza di volontà.

Mi ha confermato che, effettivamente, il suo grado di obesità non era così eccessivo e di aver incontrato in clinica persone che dovevano perdere anche solo 20 kg.

Partendo dal presupposto che questa persona sia attendibile (trattandosi di una semplice conoscenza non posso garantire), mi è sembrata una cosa davvero allarmante.

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Torta caprese, la mia ricetta del cuore

di Marie Morel

Non sono una food blogger, per cui parlo raramente di cibo. Quando lo faccio, è perché mi piace condividere quelle ricette che fanno parte della mia vita, della mia cultura, della tradizione.

Questo è uno di quei casi, perché la torta caprese è un dolce che ha un posto speciale nel mio cuore.

A casa mia si prepara ogni anno per il giorno di San valentino, perché con il suo gusto soave si sposa a meraviglia con l’idea di amore.

Appena croccante fuori e morbida dentro, la torta caprese si scioglie in bocca in tripudio di cioccolato e mandorle. Estasi!

Ne esistono, ormai, decine di versioni e reinterpretazioni, ma io sono dell’idea che le ricette tradizionali vadano preservate dall’estro e la fantasia degli chef e tramandate ai posteri come delle reliquie, così com’è avvenuto per la mia.

Non so se quella che possiedo risalga davvero al 1920, quando lo chef Carmine Di Fiore la inventò per un caso fortuito, nel suo suo laboratorio di pasticceria a Capri, dimenticando di mettere la farina nell’impasto.

Ma sono certa che, già oltre 80 anni fa, la zia di mia madre la faceva per i suoi nipoti, poi per me quand’ero bambina, esattamente come io oggi la preparo per i miei figli.

Anche per questo associo la torta caprese all’amore, perché come accadde a Proust con la sua madeleine, ogni boccone per me è un tuffo nei più dolci ricordi della mia infanzia.

Ecco a la mia ricetta

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La mappa letteraria di Napoli

di Marie Morel

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Internet è un mare immenso dove la navigazione è una continua scoperta.

Non è un posto sicuro e ci si può imbattere in cose spiacevole e persino pericolose.

Con le dovute precauzioni, tuttavia, può essere fonte di bellissime sorprese.

Così è stato per me, quando per puro caso, neppure ricordo cosa stessi cercando, ho scovato una mappa letteraria di Napoli.

Non riuscivo a staccarmene. Mi è sembrato di fare un tour immaginario della città, guardandola attraverso gli occhi e le parole di scrittori e poeti.

Ho percorso con la mente vicoli e strade, tra monumenti e folklore e ho ritrovato angoli dimenticati nella mia memoria, come l’ospedale delle bambole o il mercatino di Antignano.

Si è spalancato davanti a me un mondo di impressioni, suggestioni, ricordi…..

Allo tesso tempo, è un modo bellissimo per scoprire nuove opere ed autori che raccontano di Napoli.

La mappa letteraria di Napoli è stata realizzata da una rivista culturale online, Identità insorgenti, che ha avuto un’idea geniale e l’ha realizzata brillantemente.

Alla redazione e a chiunque abbia collaborato, va la mia riconoscenza per aver messo a disposizione di tutti uno strumento davvero prezioso, per chi vuole scoprire o approfondire il mondo letterario che ruota attorno alla città di Napoli.

Deve essere stato un lavoro enorme, data la mole di informazioni che contiene: oltre 1450 citazioni di autori, che in versi o prosa, hanno parlato di Napoli nelle loro opere. Un lavoro enorme, ma stupendo.

La mappa può essere consultata in due modi : si può cliccare su citazioni e visualizzare un elenco degli autori, con accanto la strada, il monumento, la zona di Napoli di cui hanno parlato. Cliccando sul nome dell’autore, si evidenza sulla mappa il luogo citato e nel riquadro a sinistra è possibile leggere il brano o parte di esso, con l’indicazione dell’opera da cui è tratto. Nella parte inferiore, per molte citazioni, sono presenti anche le foto dei luoghi.

Un altro modo è quello di ingrandire la mappa e scegliere un posto preciso e leggere cosa scrittori e poeti hanno scritto al riguardo, cliccando sulle icone colorate a forma di libro. Ed io, che di posti del cuore a Napoli ne ho tanti, non sapevo da che parte cominciare e , una volta che l’ho fatto, non sapevo come smettere.

Se volete consultarla, potete trovare la mappa letteraria di Napoli qui

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La famiglia Aubrey, il libro

di Marie Morel

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La famiglia Aubrey, Rebecca Wets, Fazi Editore, 2018

Opulento. Questo è l’aggettivo che risuonava nella mia mente, quando ho finito di leggere “La famiglia Aubrey“di Rebecca West.

Opulento, perché straordinariamente ricco di particolari, di dettagli, di immagini che incatenano il lettore alle pagine e lo trascinano nel ritmo lentissimo dell’azione.

Accadono pochi eventi, in questo libro di oltre 400 pagine, ma è proprio in questo che sta la sua magnificenza. Rebecca West non si limita a scrivere, ma dipinge con pennellate lente e perfette personaggi, scene di vita, emozioni e sentimenti.

In una sua recensione, Alessandro Baricco dice di essere “rimasto abbagliato dalla calma silenziosa con cui la scrittrice scompone una sensazione, uno sguardo, un sentimento”. Ed è l’esperienza che ho vissuto anch’io.

Nello suo svilupparsi con studiata lentezza, la trama si illumina a tratti, grazie alla perfezione delle parole che, come piccole perle,vanno ad incastonarsi al posto esatto nell’intarsio di un gioiello.Una lentezza che non diventa mai ridondanza.

Non è una lettura per tutti. Se cercate azione, suspense, ritmi serrati, non fa per voi. Lo stesso se avete voglia di leggere qualcosa di poco impegnativo.

Per apprezzare questo libro, dovete essere disposti ad abbandonarvi alla sua lentezza e ad abbracciare i suoi ritmi,ad amare un lessico prezioso, elegante, che ricama immagini di rara bellezza, ma di certo non semplice.

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Mamme di figli adolescenti?Parliamone

di Marie Morel

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Ogni mamma ha i suoi problemi

Mi capita, di frequente, sentire le mamme dei bimbi lamentarsi per tutti i problemi legati alla nanna, alla pappa, lo svezzamento, le nottate insonni; quelle dei bambini in età scolare, invece, della scuola, dei compiti, delle maestre, dello sport. Fanalino di coda le mamme degli adolescenti, che hanno anche loro un bel po’ di cui lagnarsi. Ora io penso che lamentarsi sia del tutto inutile, nonché un grave attentato alla felicità ( leggi qui le mie pillole di pensiero positivo), ma al di là di questo, da dove nasce questo bisogno di mettersi in competizione con le altre mamme a chi ha più problemi? Ognuna attraverserà tutte le fasi della vita del proprio figlio, con tutte le relative gioie e dolori. Perché la verità, care mamme, è che ogni età ha le sue difficoltà, non c’è gara, ma ha anche i suoi momenti di felicità e le sue soddisfazioni ed è su questi che ci dovremmo concentrare, quando ci sentiamo stanche.

Adolescenza e omertà

Nella mia esperienza, però, ho potuto osservare che, ad essere più silenziose, sono le mamme di figli adolescenti ed io, che sono una di loro, so che ne avrebbero di cose da dire! Anche online mi sembra che agli adolescenti non si presti la stessa attenzione rispetto ai bambini. Mi chiedevo il perché. Forse perché i problemi degli adolescenti, avendo spesso a che fare con rabbia, comportamenti ingestibili, sessualità sono considerati scabrosi e, di conseguenza, vissuti ancora con un certo pudore da parte delle famiglie? O perché, oltre agli adolescenti, in questa fase anche i genitori si sentono confusi, disorientati, impreparati? In entrambi i casi, non sarebbe meglio se delle difficoltà legate all’adolescenza se ne parlasse di più? La mia sensazione è che molti genitori, una volta che i figli hanno superato una certa età, si sentano a disagio a parlare dei problemi legati all’adolescenza, perché li vivono, come un disagio personale. Come se avere un figlio che non corrisponde, per un qualunque motivo, alle aspettative che si erano creati fosse un loro fallimento. Diventa difficile, dunque, ammettere ed accettare che un figlio abbia difficoltà a scuola o sia ribelle o confuso sulla propria sessualità. Continua a leggere “Mamme di figli adolescenti?Parliamone”

Abbi cura di me, la canzone di Simone Cristicchi

di Marie Morel

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Ieri sera, qualcuno, ascoltando Abbi cura di me di Simone Cristicchi, ha pensato a me e mi ha inviato il testo.

Ed io che il Festival di Sanremo non lo guardo da anni, sono andata a rivedere l’esibizione su Raiplay e mi sono commossa.

E ho pianto.

Perché il testo di Abbi cura di me è un puro ed essenziale concentrato di tutto ciò in cui credo.

Nelle sue parole ho incontrato me stessa, ho rivissuto il lungo viaggio attraverso il mio dolore, nel mio mondo interiore e ho ritrovato le verità a cui sono approdata, le mie verità.

Lo stesso deve essere accaduto a tutti quelli che ascoltando questa canzone si sono emozionati, perché “ognuno combatte la propria battaglia“.

Chi l’ha interpretata come una preghiera, chi come una poesia, chi come un messaggio d’amore universale , questa canzone arriva diritta al cuore di chi l’ascolta.

Ascoltala su Rai Play-Abbi cura di me

Vedi il post originale

 

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