Bianco letale, il thriller di Robert Galbraith

IMG_1200.jpeg

Bianco letale è il quarto capitolo della storia che vede come protagonista la solida coppia di investigatori Cormoran Strike e Robin Ellacot, di Robert Galbraith. alias di J.K.Rowling, la celebre autrice della saga di Harry Potter.

Come nei precedenti libri, la complessa trama si intreccia attorno ad un nuovo caso che Strike dovrà sbrogliare, per scovare il colpevole di un crudele, feroce omicidio e la relazione tra i due protagonisti e le loro vicende personali.

Ogni libro della serie,infatti, tratta di un caso diverso che segue il suo corso e, al contempo, narra la storia della coppia di collaboratori, soci, amici e dell’altalena di sentimenti, che vanno dalla stima professionale all’attrazione magnetica, dal turbamento all’amore inespresso che li lega.

La sapiente penna della Rowling dipinge personaggi di grande spessore e personalità, con un background solidamente costruito e che ne spiega l’evoluzione nel corso del tempo. Personaggi ai quali ci si affeziona, come fossero degli amici, le cui azioni e reazioni di fronte agli eventi, vizi, debolezze e sfumature commuovono, emozionano,fanno sentire partecipi alla storia. Continua a leggere “Bianco letale, il thriller di Robert Galbraith”

Caccia alle streghe di Napoli

Molti palazzi, strade e chiese a Napoli custodiscono segreti oscuri e leggende legate all’occulto. Se avete voglia di mistero, ve ne ripropongo qualcuna, con un itinerario cittadino per una passeggiata a caccia delle streghe tra i vicoli di Napoli

Maria la rossa, la strega di Port’Alba

Il punto di partenze per questa nostra caccia alle streghe è Port’Alba, che veniva chiamata un tempo Largo delle Sciuscelle, perché vi erano moltissimi alberi di carrube, i cui frutti dolci e saporiti cadevano e venivano raccolti dai popolani.

Tra questi vi era una bellissima fanciulla dai folti capelli rossi e la carnagione candida, di nome Maria, che abitava a pochi passi dalla Porta. Maria era innamorata e ricambiata dal bel Michele, che la chiese in sposa.

I due giovani convolarono a giuste nozze, ma quando felici e innamorati fecero per rientrare a casa, Michele non riuscì ad oltrepassare Port’Alba.

Rimase come pietrificato e non riuscì mai più ad avvicinarsi alla sua bella sposa. La giovane coppia era rimasta vittima di un maleficio.

Maria fu costretta a tornare a casa senza il suo amore e per giorni e giorni si disperò e si dannò. A poco a poco il suo dolore la trasformò: divenne magra, brutta e sdentata e, soprattutto, cattiva.

Per vendicarsi del maleficio che aveva subito e che l’aveva separata per sempre dall’amore della sua vita, si dedicò alla magia, trasformandosi in una potente strega.

I suoi vicini cominciarono a temerla e la denunciarono all’Inquisizione spagnola.

Maria fu chiusa in una gabbia, che fu appesa ad un gancio e lasciata penzolare alla vista sotto Port’Alba.

La donna fu lasciata morire di fame e sete e, quando morì, il suo corpo, anziché decomporsi, cominciò a pietrificarsi, sotto gli occhi increduli della gente.

L’Inquisizione, quindi, si affrettò a far sparire il cadavere, ma dimenticò di togliere il gancio, che per anni e rimasto lì a ricordare quella tragica esecuzione.

Ed è rimasto lì anche il fantasma di Maria, che continua ad aggirarsi ogni notte tra le pizzerie e le librerie, senza trovare pace.

Le janare e il diavolo della Pietrasanta

La chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta è uno dei rari esempi di arte romanica a Napoli e fu la prima chiesa della città ad essere dedicata alla Vergine. Una leggenda lega la storia di questa chiesa a quella delle dianare, le sacerdotesse della dea Diana, il cui nome assunse poi la connotazione dispregiativa di Janare.

La chiesa, infatti, fu fatta edificare dal vescovo Pomponio sui resti di un’antica basilica paleocristiana e di un tempio che, secondo la leggenda, era dedicato al culto della dea Diana, riservato solo alle donne.

In epoca paleocristiana, le sacerdotesse di Diana vennero accusate di stregoneria, dichiarate eretiche e bandite dalla città.

Per vendicarsi le janare invocarono il diavolo, il quale si manifestava nella zona di Piazza Miraglia, sotto forma di un maiale infernale, terrorizzando gli abitanti del posto.

Il vescovo Pomponio disse, allora, di aver sognato la Madonna, che gli aveva ordinato di far costruire una chiesa sui resti del tempio di Diana, per liberare la città dalla presenza demoniaca

Fu così che egli fece costruire la Chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta e da allora il maiale infernale scomparve per sempre.

Suor Giulia de Marco e la setta della carità carnale

Giulia de Marco era una fanciulla di umili origini, che si avvicinò alla fede dopo un’adolescenza tumultuosa, durante la quale rimase incinta e fu costretta a dare via il suo bambino.

Decise di votare la sua vita a Dio, vestendo l’abito di terziaria francescana e divenne famosa in città per la sua devozione, le sue preghiere e le sue opere pie e caritatevoli.

Era ben voluta in tutti gli ambienti, fra il popolo, gli ecclesiastici, gli aristocratici e persino alla corte del viceré spagnolo.

Fino a quando non incontrò sul suo cammino padre Aniello Arciero, che divenne il suo confessore, un uomo affascinante e carismatico e l’avvocato Giuseppe de Vicariis, brillante e pieno di idee.

I tre fondarono insieme una setta, la quale, ispirandosi a frasi del Vangelo come “amatevi gli uni con gli altri”, professavano il rapporto e il piacere carnale come estasi spirituale.

L’unione sessuale veniva considerata come atto religioso e sacro, di ricongiungimento con Dio. Anche gli adepti erano ammessi ai rituali sacri, che si trasformarono ben presto in vere e proprie orgie.

Suor Giulia veniva considerata una santa e le sue parti intime “porte del paradiso”, che offriva ai suoi numerosi fedeli, come atto di carità carnale.

Il nuovo culto si diffuse rapidamente tra uomini e donne, aristocratici e prelati, principi, magistrati e vescovi, sia italiani che spagnoli, i quali si rivolgevano a Suor Giulia per ottenere la sua speciale intercessione.

Il fenomeno attirò l’attenzione di Suon Orsola Benincasa e di una parte del clero, che denunciarono Suor Giulia, Arciero e de Vicariis all’Inquisizione.

Non fu facile, tuttavia, fermare la setta, dal momento che suor Giulia godeva dei favori e della protezione del viceré in persona.

Nel 1615 i tre furono accusati di stregoneria ed eresia, torturati e condannati all’ergastolo. Suor Giulia morì prigioniera a Castel Sant’Angelo.

Ancora oggi, a Forcella, vi è un’edicola votiva a lei dedicata che la ricorda, terza tappa di questa breve caccia alle streghe

A caccia delle streghe

Strega di vico pensiero

Racconta Benedetto Croce nel suo libro “Storie e leggende di Napoli“, che vi era un vicolo stretto e buio, chiamato vico Pensiero, che costeggiava il monastero di San Severino, l’attuale Archivio di Stato.

La stradina si chiamava così perché vi era una targa, che recava una scritta: “Povero pensiero me fu arrobbato, pe no le fare le spese me l’ha tornato” (Povero pensiero, mi fu rubato, ma per non pagarne le spese, mi fu restituito).

Secondo la leggenda, la lapide fu apposta da un giovane, il quale si era innamorato perdutamente di una strega che gli aveva rubato il cuore.

Si racconta che il giovane, mentre percorreva il vicolo, trovò un gattino. Lo raccolse e se lo mise sotto il mantello, ma una bellissima fanciulla aprì la porta e rivendicò la proprietà del micetto.

Il giovane rimase incantato dalla sua bellezza e ogni notte si recava lì per rivederla. Si innamorò perdutamente di lei, ma una notte, si recò in vico pensiero e non la trovò più.

Nessuno la conosceva e l’aveva mai vista.

Era una strega, che voleva rubargli il cuore e una volta ottenutelo aveva perso ogni interesse per lui. Il giovane non riuscì mai a sciogliersi dalla malia della strega e soffrì le pene d’amore per tutta la vita.

Fece apporre la targa in vico pensiero come monito, per scongiurare che altri malcapitati come lui potessero essere irretiti dall’affascinante strega.

Oggi vico Pensiero non esiste più, ma la targa è conservata presso l’Istituto di Storia Patria, grazie proprio a Benedetto Croce che convinse il proprietario dello stabile su cui era apposta a donarla all’Archivio di Stato, prima che fosse demolito

Il diavolo di Mergellina

Possibile che la bella e aristocratica Vittoria Colonna, poetessa dall’animo sensibile, apprezzata stimata da artisti come Michelangelo, fosse proprio la crudele ammaliatrice di Diomede Carafa?

Il vescovo fu davvero vittima di un potente elisir d’amore che gli fece perdere la ragione per la fanciulla?

E’ davvero lei, il celebre diavolo di Mergellina, dipinto nel quadro di Leonardo da Pistoia?

Così narra la leggenda che trovate qui.

Qualunque sia la verità, ho inserito come ultima tappa di questo itinerario la chiesa di Santa Maria del Parto, perché una bella passeggiata a caccia delle streghe come questa merita di concludersi nel migliore dei modi: con la spettacolare vista che si gode dalla sua terrazza e qualche leccornia dello chalet di Ciro a Mergellina

Breve itinerario a caccia delle streghe tra i vicoli di Napoli

La leggenda del diavolo di Mergellina

il diavolo di Mergellina
San Michele che scaccia il demonio, Leonardo da Pistoia

Il diavolo di Mergellina è il nome con cui è noto tra la gente del posto il quadro di Leonardo da Pistoia,San Michele che scaccia il demonio, che si trova nella chiesa di Santa Maria del Parto a Napoli.

E’ un dipinto che custodisce un segreto tra il sacro e il profano, oggetto di un racconto narrato anche da Benedetto Croce nel suo libro “Storie e leggende napoletane“.

La storia misteriosa di questo quadro è ripresa da Pino Imperatore che nel suo giallo “Aglio, olio e assassino”,ne fa un elemento importante della narrazione.

Si narra che il quadro di San Michele che scaccia il demonio sia stato commissionato a Leonardo da Pistoia dal Vescovo di Ariano Irpino, Diomede Carafa, il quale fu vittima di una potentissima fattura d’amore da parte di una donna bellissima e spregiudicata, Vittoria Colonna D’Avalos.

La giovane nobildonna napoletana si invaghì dell’affascinante Carafa e cercò di indurlo in tentazione in ogni modo possibile. L’uomo rimase fedele al suo voto di castità, ma Vittoria non si arrese e chiese ad una strega, detta l’Alemanna, di preparare un elisir che facesse innamorare Diomede.

La fanciulla lo versò su alcune frittelle che offrì all’ignaro Vescovo.

Dopo averle mangiate, Diomede fu assalito da un’insana ed incontenibile passione per la fanciulla, ma si affidò alla preghiera e non cedette.

Tormentato dal desiderio per Vittoria, non riuscendo a vincere i propri impulsi, chiese aiuto ad un monaco esorcista di Procida, chiedendogli di liberarlo dalla sua ossessione.

Questi preparò un balsamo che consegnò a Diomede, dicendogli che avrebbe dovuto mescolarlo ai colori con cui dipingere un ritratto della donna da custodire in un luogo sacro e benedetto.

Il vescovo, allora, commissionò il dipinto, in cui è rappresentato il diavolo, con il corpo di serpente e il bellissimo volto di Vittoria, mentre viene trafitto dalla lancia di San Michele Arcangelo e lo fece porre nella chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina.

Ed è per questo che alle donne seducenti e ammaliatrici, in grado di stregare i cuori, gli uomini napoletani sono soliti dire ” sei bella come il diavolo di Mergellina“.

Seguimi su http://www.storiedivitaeamore.com

Stampatello o corsivo? Questione di stile, di Marie Morel

Alfabeto_corsivo_maiuscolo_minuscolo_schema_Genitorialmente

Sono passati molti anni, ma io conservo un ricordo nitido delle ore trascorse a riempire pagine e pagine di lettere dell’alfabeto nelle 4 forme di scrittura che conosciamo: lo stampatello maiuscolo, lo stampatello minuscolo, il corsivo maiuscolo e il corsivo minuscolo.

Erano tempi in cui i computer non esistevano ed era l’unico modo di imparare a scrivere, un approccio graduale che partiva dallo stampatello per arrivare al corsivo.

L’intero anno scolastico della prima elementare era dedicato all’arte della scrittura, per la lingua italiana.

Ero già grande quando nelle nostre vite sono arrivati i computer e la querelle sull’effettiva utilità del corsivo non mi ha sfiorata, neppure quando sono andati in prima elementare (ora primo anno della scuola primaria) i miei figli, i quali hanno frequentato delle scuole molto tradizionali, in cui il problema non si è posto.

Né i miei ragazzi hanno avuto difficoltà nell’apprendimento del corsivo, rispetto allo stampatello, come mi è capitato di sentir dire ad alcune mamme per i loro figli.

Un merito, quest’ultimo, che riconosco alle maestre, che, evidentemente, hanno saputo rispettare i tempi dei bambini, facendo sì che l’apprendimento fosse naturale e spontaneo per tutti. Continua a leggere “Stampatello o corsivo? Questione di stile, di Marie Morel”

Chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina, di Marie Morel

Chiesa_di_Santa_Maria_del_Parto_a_Mergellina_1-1

Alla fine del lungomare di Mergellina, salendo tre strette rampe di scale, si giunge ad un piazzale da cui si gode una vista spettacolare sul golfo di Napoli e su cui si affaccia il sagrato della chiesa di Santa Maria del Parto, dove riposano le spoglie di Jacopo Sannazaro.

Fu il poeta a volerne l’edificazione nel 1504, su un terreno che gli fu donato da re Federico d’Aragona e su cui sorgeva già una villa, nella quale il Sannazaro visse, mentre componeva il poema “De partus Virginis” e che ha dato il nome alla chiesa.

Nelle intenzioni del Sannazaro, sarebbe dovuta restare, probabilmente, una cappella privata, ma divenne ben presto un luogo di culto e di preghiera per le donne incinte o che desideravano un figlio. Ancora oggi, il 25 di ogni mese, si prega per le mamme in attesa e per le donne che vorrebbero diventarlo

Conoscevo il culto di Santa Maria Francesca delle cinque piaghe, ma non avevo mai sentito parlare di questa chiesa. Continua a leggere “Chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina, di Marie Morel”

Handmaid’s tale, tra lacrime, paure e orrore, di Marie Morel

47108279111_fc20ac8422_b

Non vi parlerò di questa serie tv in quanto tale, dei personaggi, della trama, di spoliler. Tutto questo potete trovarlo qui.

Vi racconterò di come mi fa sentire.

Handmaid’s tale mi coinvolge e mi sconvolge talmente tanto emotivamente, da ritrovarmi spesso a parlare da sola, mentre la guardo. E a piangere, a fremere di sdegno, di paura e orrore.

Perché nutre i miei peggiori incubi, tocca le corde più profonde del mio essere donna, madre, umana, si svela brutalmente, episodio dopo episodio, nuda e cruda, senza alcuna pietà.

Con una la stessa precisione e freddezza di una lama affilata, si insinua tra i pensieri e le paure di chi, razionalmente oppure no, coglie gli sprazzi di verità nell’irrealtà di cui narra.

Un’irrealtà relativa se consideriamo che la condizione delle donne nella teocrazia totalitaria di Gilead, il trattamento riservato ai detrattori, agli oppositori, ai diversi, non è così lontano da quello che accade in alcune parte del mondo.

Potrebbe accadere nel nostro moderno, evoluto, progressista occidente? Questa è la domanda che penetra subdolamente nella mente e tormenta chi guarda questa serie, soprattutto tenendo conto dello scenario politico americano e italiano attuale. Continua a leggere “Handmaid’s tale, tra lacrime, paure e orrore, di Marie Morel”

Una storia di vita e di coraggio, quella di Zoe Rondini, nata viva

11224401_2212834578973332_5339393883378796622_o

Ci sono racconti, talvolta, che hanno una propria vita e il compito dei moderni cantastorie è solo quello di prestare la propria voce o la propria penna.

Storie che hanno urgenza di essere raccontate, di imprimersi e di sopravvivere allo scorrere del tempo, come quella di Zoe Rondini, che racconterò oggi : la storia appassionata e antipedagogica di una bambina e, poi, di una ragazza che, tra luci e tenebre, ha saputo lottare per raggiungere e conquistare quella serenità che tutti bramiamo.

Zoe non respirava quando è nata. Ha cominciato a farlo dopo cinque, lunghissimi minuti. Cinque minuti che hanno segnato la sua vita per sempre. L’asfissia le ha procurato delle lesioni al sistema nervoso, per cui non cammina bene, non parla bene, non si muove bene.

Eppure è viva ed esige di vivere.  Zoe esige di avere un’esistenza come tutti gli altri, perché si rende conto che i limiti non risiedono nella sua disabilità.

Come non si è arresa in quei primi 5 minuti, decide di non farlo per il resto della sua vita e trasforma la sua esperienza in una storia, che ha raccontato nel libro autobiografico “Nata viva” (edito dalla Società Editrice Dante Alighieri,  novembre 2015) e nell’omonimo cortometraggio (regia di Lucia Pappalardo, realizzato dell’associazione nazionale  Filmaker e Videomaker Italiani ), vincitore del premio L’anello debole, al Festival di Capodarco nel 2016. Continua a leggere “Una storia di vita e di coraggio, quella di Zoe Rondini, nata viva”

Napoli vs Francia a tavola: i monzù, di Marie Morel

Il_cuoco_galante_3Devo ammettere di averci messo un po’ a digerire la storia del babà, ma tutta la faccenda della regina Maria Carolina d’Austria e la sua passione per la cucina francese mi ha incuriosita.

La consorte di re Ferdinando IV di Borbone, detto re Nasone, giunse a Napoli giovanissima, nel 1768.

Il suo matrimonio non fu certo d’amore, ma nonostante ciò la fanciulla seppe costruire una buona intesa con il marito e gli diede ben 18 figli, dei quali ne sopravvissero fino all’età adulta solo 7.

Maria Carolina era forte e volitiva e ben presto divenne la principale consigliera del re che, invece, mancava di attitudine al comando.

Aveva idee illuministiche e progressiste, grazie alle quali fu benvoluta da letterati ed intellettuali.

Si interessò in maniera particolare alla Francia, probabilmente perché nutriva un grande amore per la sorella Maria Antonietta.

Le sue idee nei confronti della Francia e degli illuministi, tuttavia, cambiarono radicalmente dopo l’esecuzione della sorella minore.

In seguito alla decapitazione di Maria Antonietta, assunse una posizione apertamente conservatrice e antifrancese, tanto da rifiutarsi di continuare a parlare francese.

Molto prima di questi tragici eventi, durante i primi anni del suo matrimonio, la giovane regina decise di importare a Napoli la cucina francese.

Così mandò i cuochi reali a Parigi, perché imparassero i segreti della cucina d’oltralpe dai maestri francesi ed il suo esempio fu seguito da molti nobili napoletani.

Tornati a Napoli, i cuochi che avevano studiato in Francia, venivano chiamati Monzù (da monsieur) ed erano considerati al pari dei nostri chef stellati.

Il più famoso monzù dell’epoca fu Vincenzo Corrado, il quale scrisse un libro di cucina nel 1773, “Il cuoco galante”, che divenne famoso in tutta Europa.

I monzù portarono a Napoli dalla Francia, oltre al babà, anche altri piatti, che noi crediamo essere tipicamente partenopei.

I crocché di patate, quelli che a Napoli chiamiamo panzarotti, derivano dalle croquettes. Il gattò di patate, quel delizioso tortino di patate farcito di salumi e formaggi, è figlio del gateaux francese. Persino il ragù napoletano, celebre in tutto il mondo, deriva dal ragout, uno stufato di carne e verdure. La besciamella e la maionese ( da Bechamel e Mayonnaise) sono le uniche due salse tipicamente francesi che hanno avuto successo anche da noi e, ormai, sono di casa.

Qual è stato il merito dei napoletani? Quello di rivisitare e fare propri questi piatti, arricchendoli in gusto e colore, grazie alla loro fantasia.

Seguimi su http://www.storiedivitaeamore.com

Spiagge senza plastica, di Maria Morel

relaxation-1082170_1920

Dal 2021 anche in Italia sarà vietato l’utilizzo di alcuni articoli di plastica monouso, come piatti, posate, cannucce e bastoncini per palloncini. Una direttiva di importanza storica quella del parlamento europeo, che ha ricevuto 560 voti a favore, 35 contrari e 28 astenuti. Tra i partiti italiani, hanno votato sì Pd e M5s, no Lega e Forza Italia.

Molte regioni, tuttavia, hanno deciso di anticipare i tempi adottando dei provvedimenti per evitare l’uso della plastica monouso negli stabilimenti balneari già a partire da quest’anno. Una splendida notizia per il nostro mare!

Ordinanze già approvate in Puglia, Toscana, Roma, Napoli, Rimini, Genova da Vernazzola a Capolungo, Lerici, Carloforte, Anzio e Cerveteri, per spiagge senza plastica da subito.

Ormai l’estate è qui, ma non smetto di sperare che anche le altre regioni decidano di cavalcare quest’ onda di virtuosismo che sembra aver inondato il nostro Paese.

Del resto le alternative alla plastica da adottare sono disponibili già da tempo ed è ora di cominciare a modificare le nostre abitudini, in vista del cambiamento definitivo, previsto per il 2021. Esistono, infatti,posate, piatti, bicchieri e persino cannucce completamente biodegradabili ed eco-friendly( su Amazon).

Manca ancora tanta informazione, purtroppo, ed un interesse concreto intorno al problema ambientale. Va combattuta quella mentalità che, secondo me, è il nemico numero uno delle iniziative ambientaliste, quel pensiero, ancora molto diffuso, secondo il quale quello che accadrà tra 50-100-1000 anni non è affar nostro.

Qualcuno l’altro giorno, durante una lezione ad un gruppo di bambini ha detto loro una cosa anche noi adulti non dovremmo dimenticare mai: la natura senza l’uomo, esiste da 4,5 miliardi di anni, mentre l’uomo ha fatto la sua comparsa sulla terra appena 6 milioni di anni fa, un battito di ciglia rispetto all’età del nostro pianeta. E la natura continuerà ad esistere anche senza l’uomo. E’ della sopravvivenza della nostra specie che dovremmo preoccuparci, perché siamo noi che non possiamo vivere senza determinate risorse, che l’ambiente ci offre.

Voglio sperare che questa direttiva abbia un impatto decisivo, non solo sull’ambiente, ma bensì su quella cultura dello spreco, dello sfruttamento incontrollato delle nostre risorse, sulla mentalità del vivi oggi senza pensare al domani, che è solo una delle tante follie collettive che hanno invasato l’uomo nel secolo scorso.

Seguimi su http://www.storiedivitaeamore.com

Aglio, olio e assassino, il giallo di Pino Imperatore

9788851161736_0_0_519_75

Di questi tempi, sarà il caldo, saranno le nottate insonni, mi viene sempre voglia di letture più leggere, di libri che scivolino via senza fatica e che mi divertano.

E’ così che ho scovato “Aglio, olio e assassino“, di Pino Imperatore.

Un libro che si è rivelato un concentrato di cose che amo: un thriller avvincente, la cui trama si sviluppa intorno a momenti di pura comicità, lo scenario della mia bella Napoli, con spunti storici e artistici che ho apprezzato moltissimo, personaggi animati da quell’umana e verace napoletanità, che li rende unici ed indimenticabili.

L’ispettore Gianni Scapece, un nostrano Sherlock Holmes, torna a Napoli, la sua città natia, dopo aver prestato servizio in vari commissariati italiani.

Qui troverà una delle più grandi sfide lavorative, mai affrontate: svelare il mistero del serial killer chiamato l’Arcangelo che,muovendosi nell’ombra della Napoli bene, porta avanti il suo piano criminale dagli insoliti risvolti culinari.

In una corsa contro il tempo, l’ispettore Scapece, coadiuvato da improbabili, quanto sorprendentemente preziosi assistenti, dovrà fermare il pericoloso assassino, prima che uccida ancora.

Chi è l’Arcangelo? Cosa lo spinge ad uccidere? Quale messaggio vuole lasciare con i sui macabri rituali? La verità si nasconde tra chiese, dipinti , vicoli, simboli e credenze partenopee.

Nonno Ciccio Vitiello, suo figlio Peppe “Braciola” con la visionaria moglie Angelina e tutti i personaggi di questo bel libro, compreso il cane Zorro, danno il loro contributo alla soluzione del caso, regalando intuizioni e strappando risate.

Più di ogni altra cosa, di questo libro, mi è piaciuto molto l’equilibrio perfetto tra suspence e ironia.

L’Arcangelo è un assassino spietato, scaltro, che lascia pochi indizi dietro di sé.

Metterà a dura prova l’ispettore Scapece e il lettore, che solo alla fine riuscirà a mettere insieme i pezzi del puzzle, sapientemente disseminati tra le pagine.

L’ironia non toglie gusto al thriller, semmai lo esalta, aggiungendo quel pizzico di piccante che lo rende proprio saporito.

Una lettura davvero, davvero piacevole.

Aglio, olio e assassino, Pino Imperatore, ed. Dea Planeta Libri, thriller, 2018

Seguimi su http://www.storiedivitaeamore.com

La vera storia del baba’

Neapolitan_rum_baba

Ogni volta che mi capita di affondare i denti un un soffice e profumato babà al rhum , il mio pensiero vola subito alla mia Napoli e si trasforma in un caleidoscopio di immagini colorate: la Galleria Umberto I, via Toledo, ciuffi di panna e fragoline, palazzo reale, il lungomare….

Per questo motivo, una delle delusioni più cocenti nella mia vita è stata scoprire che il babà non è nato a Napoli.

Sì, perché pare che il babà sia stato inventato nel 1700 dal re di Polonia Stanislao Leszczynski, il quale amava due cose: la buona cucina e le fiabe delle “Mille e una notte”.

Un giorno, re Stanislao ebbe l’idea di intingere il dolce alsaziano che stava mangiando nel rhum e gli piacque così tanto da dare vita ad un nuovo dessert, che chiamò babà in onore del suo protagonista della sua novella preferita, “Alì Babà e i quaranta ladroni”.

Incredibile, vero? Passarono molti anni prima che il babà arrivasse a Napoli, dove raggiunse quell’equilibrio perfetto di sapori, morbidezza e aromi, che possiamo gustare oggi.

Approdò prima a Parigi, dove la famiglia reale polacca fu esiliata. Il celebre pasticcere Stohrer riuscì a carpirne la ricetta, se ne attribuì l’invenzione e lo trasformò nella più celebre specialità dolciaria parigina.

Nel frattempo, a Napoli, la regina Maria Carolina d’ Austria, moglie del re spagnolo Ferdinando I di Borbone, pensò bene di importare la cucina francese. Molti cuochi napoletani furono allora mandati dalle cucine reali e da quelle di molte famiglie nobili a Parigi, per imparare i segreti della raffinata cucina francese. Fu un fiasco clamoroso. Le ricette francesi non incontrarono i gusti di molti e furono ben presto accantonate e dimenticate, ad eccezione del sartù di riso, del gattò di patate e del babà. Quest’ultimo, grazie alla maestria dei pasticceri napoletani, che ne perfezionarono le tecniche di impasto e lavorazione, i tempi di lievitazione, le proporzioni degli ingredienti, assurse alla magnificenza di oggi.

Il babà ben presto si impregnò non solo di rhum, ma anche di napoletanità, entrando nel lessico popolare in varie espressioni. Ad esempio, quando si vuole fare un complimento a qualcuno, perché è una persona squisita, si usa dire ” Si’ nu babà” (sei come un babà).

Seguimi su http://www.storiedivitaeamore.com

Aspettando La casa di carta 3 (contiene spoiler)

casa-di-carta

Se, proprio come me, state fremendo in attesa del rilascio de La casa di carta 3, il conto alla rovescia è ufficialmente iniziato: 4 settimane esatte, 28 giorni a partire da oggi al 19 luglio!

Questa è la data comunicata da Netflix per l’inizio della terza stagione della prima serie europea ad aver conquistato il mondo intero. E io non faccio eccezione. Devo confessare che questa è una delle mie serie preferite in assoluto e non vedo l’ora che arrivi il mese prossimo!

Nel frattempo sto facendo incetta di tutte le possibili anticipazioni che riesco a raccattare in rete. Ecco cosa ho scoperto, finora.

Alla fine della seconda stagione i membri della banda si erano separati, andando ciascuno per la propria strada, Berlino sembrava irrimediabilmente morto, Monica aspettava il bambino di Arturito, Raquel raggiungeva il Professore nelle Filippine.

Li vediamo nel primo trailer, mentre si stanno godendo il frutto dell’assalto alla zecca, ma la loro vacanza sta per terminare bruscamente.

Scopriamo subito qual è il motivo per cui la banda decide di riunirsi. Mentre Tokyo e Rio si trovano su un’isola tropicale (?), irrompono via mare delle forze armate che catturano il ragazzo. Continua a leggere “Aspettando La casa di carta 3 (contiene spoiler)”

Streghe, janare e fattucchiere

Witches
Il sabba delle streghe di Francesco Goya

A Napoli si sa, la superstizione è di casa. Le leggende su streghe, janare e fattucchiere sono moltissime e si intrecciano con fatti realmente accaduti, cosicché, talvolta, diventa difficile scorgere il confine tra realtà e fantasia e superarlo. L’immaginazione, poi, non manca di certo ai napoletani! Ma queste tre parole sono sinonimi, oppure no? Cosa vogliono dire in realtà?

La parola strega deriva, probabilmente, dal greco strigx, che vuol dire civetta, uccello sacro alla dea Atena e simbolo della saggezza e della conoscenza.

Nel medioevo, il termine assunse la connotazione negativa di donne discepole del diavolo, che da lui traevano i loro poteri soprannaturali e malevoli.

Durante il periodo dell’Inquisizione, la stregoneria divenne la spiegazione a tutti i mali possibili, con la conseguenza che centinaia di donne accusate di praticarla vennero brutalmente uccise. Una vera e propria strage, quella che oggi chiamiamo caccia alle streghe, poiché le paure irrazionali presero il sopravvento sulla ragione e bastava davvero poco per essere processate e condannate ad una morte orribile. Una follia collettiva che colpì l’Europa intera, alcuni Paesi di più, altri meno.

A Napoli, l’inquisizione spagnola si dimostrò piuttosto scettica nei confronti della stregoneria e di conseguenza assunse una posizione più morbida e tollerante rispetto ad altre città. Vi furono dei processi, ma nessuna condanna o, forse, solo qualcuna, probabilmente più frutto della leggenda che della storia.

La fattucchiera è una strega, che pratica fatture, cioè incantesimi, rituali magici che sottraggono o accrescono l’energia vitale del destinatario. Un esempio è la fattura di morte, che conduce chi ne viene colpito ad una fine prematura oppure quella d’amore, che viene lanciata per far innamorare qualcuno.

Le janare, infine, sono le streghe che popolano le campagne del beneventano e che si manifestano solo di notte, perché temono la luce del sole.

Il nome potrebbe derivare da Dianara, ossia sacerdotessa di Diana, la dea romana della luna oppure dalla parola latina ianua, cioè porta, perché secondo la leggenda, per impedire alle janare di entrare in casa nottetempo, si deve mettere una scopa dietro la porta. La strega, per entrare, è obbligata a contare tutti i fili della scopa, perdendo così tempo fino al sorgere del sole.

Secondo le più antiche leggende, le streghe beneventane si riuniscono sotto un grande noce lungo le sponde del fiume Sabato, dove tengono i loro sabba, in cui venerano il diavolo sotto forma di cane o caprone, intonando una cantilena che recita “‘nguento ‘nguento, mànname a lu nocio ‘e Beneviente, sott’a ll’acqua e sotto ô viento, sotto â ogne maletiempo”.

Le janare solitamente sono esperte di erbe medicamentose, con cui fabbricano unguenti e pozioni e contrariamente alle altre streghe sono solitarie.

Secondo la leggende queste streghe sono acide ed aggressive, tanto che, in Campania quando una donna ha un brutto carattere si usa dire “Sei proprio una janara!”.

Centinaia sono i film sulle streghe, ma io ve ne consiglio tre, tutti girati da registi italiani:

Suspiria del 2018, di Luca Guadagnino

L’ultima fattucchiera del 2018, di Eugenio Attanasio e Davide Cosco

Janara del 2014, di Roberto Bontà Polito

 

Seguimi su http://www.storiedivitaeamore.com

La rivolta di Masaniello

di Marie Morel

 

Correva l’anno 1647, quando Masaniello, un povero pescatore originario di Piazza Mercato, guidava la rivolta popolare di Napoli contro il governo spagnolo.

I napoletani erano esasperati dalle pesanti gabelle imposte dal viceré Rodrigo Ponce de Léon, duca di Arcos, in particolare quella sulla frutta, che all’epoca era l’alimento più consumato dai ceti umili.

Così il 7 luglio 1647 si sollevarono contro gli spagnoli al grido di “Viva ‘o Rre ‘e Spagna, mora ‘o malgoverno” e guidati da Masaniello giunsero fino alla reggia, sbaragliando i soldati spagnoli e i lanzichenecchi.

Il duca di Arcos, che riuscì a scampare miracolosamente all’assalto, promise di abolire le imposte più gravose e fu costretto a concedere la costituzione repubblicana.

All’interno della nuova Repubblica Partenopea, Masaniello andò a ricoprire la carica di Capitano generale del fedelissimo popolo napoletano. La sua esperienza di capopopolo, tuttavia, fu molto breve, durò solo 9 giorni, durante i quali, Masaniello adottò provvedimenti completamente arbitrari. Continua a leggere “La rivolta di Masaniello”

Piccolo galateo del caffè al bar

di Marie Morel
Caffé al Bar
Immagine di Pixabay

 

Io, da buona napoletana, amo il caffè. Non solo per l’aroma, che da solo basta a tirami su di morale o il gusto, ma per quello che il caffè rappresenta per me. E’ un momento di pausa, di piacere e se lo bevo assieme a qualcuno, di convivialità. Inorridisco, dunque, quando vedo le persone che entrano nei bar con gli occhi e le orecchie attaccati allo smartphone, bofonchiano qualcosa al barista e mandano giù il caffè distrattamente. Allora, ecco, secondo me, le poche semplici regole per una veloce pausa caffè al bar, che sia un piacere che per chi lo gusta e per chi sta a fianco.

  • Quando decidete di concedervi un caffè mettete via il cellulare. Non accadrà nulla, vi assicuro. Nel momento in cui lo riprenderete, scoprirete che tutto è esattamente come prima, che in quei 5 minuti nulla è cambiato e che, con ogni probabilità, il mondo non si è neppure accorto della vostra momentanea assenza.
  • Quando entrate in un bar salutate il personale con il sorriso sulle labbra. E’ lì per lavorare, servirvi e farvi gustare un buon caffè. Il minimo che possiate fare è essere educati e gentili e non vi costa nulla
  • Decidete bene, prima di ordinare. Cambiare idea dopo averlo fatto non è educato
  • Il caffè va girato sempre, anche quando non si zucchera, per esaltarne il gusto e gli aromi. Si mescola solo dal basso verso l’alto, delicatamente, per evitare che la schiuma si smonti, avendo cura di non far tintinnare il cucchiaino contro le pareti della tazzina. Il cucchiaino non va mai messo in bocca, lasciato sul tavolo o nella tazzina vuota, ma sul piattino a destra
  • Bevete portando la tazzina alla bocca e non viceversa e senza emettere alcun suono. Non roteate la tazza, come se steste degustando un calice di vino. Se il caffè è bollente, così come dovrebbe, non soffiateci su, ma aspettate pazientemente qualche secondo
  • La tazzina va tenuta stringendo il manico tra pollice ed indice. Siamo nel 2019 eppure mi sento ancora in dovere di ricordarlo: non si alza il mignolo mentre si beve, mai!
  • Non lasciate in giro la bustina vuota dello zucchero, se ne avete usata una, ma buttatela o lasciatela sul piattino assieme al cucchiaino
  • L’acqua va bevuta sempre prima del caffè, per preparare la bocca ad assaporarlo pienamente. Se dovessero servirvi un cioccolatino, accanto al caffè, potete mangiarlo prima o dopo, a seconda dei gusti
  • Dopo aver gustato il vostro buon caffè al bar, accomiatatevi ringraziando e salutando

Seguimi su http://www.storiedivitaeamore.com

 

CapoVerso: New Leader

Per una buona leadership

Il sasso nello stagno di AnGre

insistenze poetico-artistiche per (ri)connettere Cultura & Persona a cura di Angela Greco & Co.

Gifted and Talent: tra realtà e quotidianità

Informarsi e formarsi sulla Plusdotazione nei bambini, per essere più consapevoli e responsabili

Il mio sorriso

la mia fotografia

"...e poi Letteratura e Politica"

La specie si odia. E mi permetto di aggiungere: "A volte di coppie non si può parlare, ma d'amore sì; altre volte di coppie sì, ma non d'amore, e è il caso un po' più ordinario". R. Musil, 'L'uomo senza qualità', Ed. Einaudi, 1996, p. 1386. Ah, a proposito di 'relazioni': SE APRI IL TUO CUORE SI TRATTA DI AMICIZIA. SE APRI LE GAMBE SI TRATTA DI SESSO. SE APRI ENTRAMBI E' AMORE

Quarchedundepegi's Blog

Just another WordPress.com weblog

VALENTINE MOONRISE

Parole di una sconosciuta

laulilla film blog

un sito per parlare di cinema liberamente, ma se volete anche d'altro

Poesie di Massimiliana

Benvenuti nel mondo della poesia di Massy!

danielastraccamore

Le Passioni non conoscono ostacoli

Writer's Choice

Blog filled with the Breathings of my heart

LOCANDA DELL'ARTE

DIMORA OSPITALE E MUSEO APERTO

Bricolage

Appunt'attenti di un'acuta osservatrice

it rains in my heart

Just another WordPress.com site

Ilblogdinucciavip

"...I consigli lo sai, non si ascoltano mai e puoi seguire solo il tuo istinto..." (S.B.)

lementelettriche

Just another WordPress.com site

Controvento

“La lettura della poesia è un atto anarchico” Hans M. Enzensberger

imrobertastone

La vita di una piccola espatriata in dolce attesa [Mamma dal 2016 ❤️ ]

Pensieri Raccolti

Non importa che un fiore abbia il nome, l'importante è sentirne il profumo

dimensioneC

Se apro la porta al mondo, forse qualcuno entrerà