Streghe, janare e fattucchiere

Witches
Il sabba delle streghe di Francesco Goya

A Napoli si sa, la superstizione è di casa. Le leggende su streghe, janare e fattucchiere sono moltissime e si intrecciano con fatti realmente accaduti, cosicché, talvolta, diventa difficile scorgere il confine tra realtà e fantasia e superarlo. L’immaginazione, poi, non manca di certo ai napoletani! Ma queste tre parole sono sinonimi, oppure no? Cosa vogliono dire in realtà?

La parola strega deriva, probabilmente, dal greco strigx, che vuol dire civetta, uccello sacro alla dea Atena e simbolo della saggezza e della conoscenza.

Nel medioevo, il termine assunse la connotazione negativa di donne discepole del diavolo, che da lui traevano i loro poteri soprannaturali e malevoli.

Durante il periodo dell’Inquisizione, la stregoneria divenne la spiegazione a tutti i mali possibili, con la conseguenza che centinaia di donne accusate di praticarla vennero brutalmente uccise. Una vera e propria strage, quella che oggi chiamiamo caccia alle streghe, poiché le paure irrazionali presero il sopravvento sulla ragione e bastava davvero poco per essere processate e condannate ad una morte orribile. Una follia collettiva che colpì l’Europa intera, alcuni Paesi di più, altri meno.

A Napoli, l’inquisizione spagnola si dimostrò piuttosto scettica nei confronti della stregoneria e di conseguenza assunse una posizione più morbida e tollerante rispetto ad altre città. Vi furono dei processi, ma nessuna condanna o, forse, solo qualcuna, probabilmente più frutto della leggenda che della storia.

La fattucchiera è una strega, che pratica fatture, cioè incantesimi, rituali magici che sottraggono o accrescono l’energia vitale del destinatario. Un esempio è la fattura di morte, che conduce chi ne viene colpito ad una fine prematura oppure quella d’amore, che viene lanciata per far innamorare qualcuno.

Le janare, infine, sono le streghe che popolano le campagne del beneventano e che si manifestano solo di notte, perché temono la luce del sole.

Il nome potrebbe derivare da Dianara, ossia sacerdotessa di Diana, la dea romana della luna oppure dalla parola latina ianua, cioè porta, perché secondo la leggenda, per impedire alle janare di entrare in casa nottetempo, si deve mettere una scopa dietro la porta. La strega, per entrare, è obbligata a contare tutti i fili della scopa, perdendo così tempo fino al sorgere del sole.

Secondo le più antiche leggende, le streghe beneventane si riuniscono sotto un grande noce lungo le sponde del fiume Sabato, dove tengono i loro sabba, in cui venerano il diavolo sotto forma di cane o caprone, intonando una cantilena che recita “‘nguento ‘nguento, mànname a lu nocio ‘e Beneviente, sott’a ll’acqua e sotto ô viento, sotto â ogne maletiempo”.

Le janare solitamente sono esperte di erbe medicamentose, con cui fabbricano unguenti e pozioni e contrariamente alle altre streghe sono solitarie.

Secondo la leggende queste streghe sono acide ed aggressive, tanto che, in Campania quando una donna ha un brutto carattere si usa dire “Sei proprio una janara!”.

Centinaia sono i film sulle streghe, ma io ve ne consiglio tre, tutti girati da registi italiani:

Suspiria del 2018, di Luca Guadagnino

L’ultima fattucchiera del 2018, di Eugenio Attanasio e Davide Cosco

Janara del 2014, di Roberto Bontà Polito

 

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La rivolta di Masaniello

di Marie Morel

 

Correva l’anno 1647, quando Masaniello, un povero pescatore originario di Piazza Mercato, guidava la rivolta popolare di Napoli contro il governo spagnolo.

I napoletani erano esasperati dalle pesanti gabelle imposte dal viceré Rodrigo Ponce de Léon, duca di Arcos, in particolare quella sulla frutta, che all’epoca era l’alimento più consumato dai ceti umili.

Così il 7 luglio 1647 si sollevarono contro gli spagnoli al grido di “Viva ‘o Rre ‘e Spagna, mora ‘o malgoverno” e guidati da Masaniello giunsero fino alla reggia, sbaragliando i soldati spagnoli e i lanzichenecchi.

Il duca di Arcos, che riuscì a scampare miracolosamente all’assalto, promise di abolire le imposte più gravose e fu costretto a concedere la costituzione repubblicana.

All’interno della nuova Repubblica Partenopea, Masaniello andò a ricoprire la carica di Capitano generale del fedelissimo popolo napoletano. La sua esperienza di capopopolo, tuttavia, fu molto breve, durò solo 9 giorni, durante i quali, Masaniello adottò provvedimenti completamente arbitrari. Continua a leggere “La rivolta di Masaniello”

Piccolo galateo del caffè al bar

di Marie Morel
Caffé al Bar
Immagine di Pixabay

 

Io, da buona napoletana, amo il caffè. Non solo per l’aroma, che da solo basta a tirami su di morale o il gusto, ma per quello che il caffè rappresenta per me. E’ un momento di pausa, di piacere e se lo bevo assieme a qualcuno, di convivialità. Inorridisco, dunque, quando vedo le persone che entrano nei bar con gli occhi e le orecchie attaccati allo smartphone, bofonchiano qualcosa al barista e mandano giù il caffè distrattamente. Allora, ecco, secondo me, le poche semplici regole per una veloce pausa caffè al bar, che sia un piacere che per chi lo gusta e per chi sta a fianco.

  • Quando decidete di concedervi un caffè mettete via il cellulare. Non accadrà nulla, vi assicuro. Nel momento in cui lo riprenderete, scoprirete che tutto è esattamente come prima, che in quei 5 minuti nulla è cambiato e che, con ogni probabilità, il mondo non si è neppure accorto della vostra momentanea assenza.
  • Quando entrate in un bar salutate il personale con il sorriso sulle labbra. E’ lì per lavorare, servirvi e farvi gustare un buon caffè. Il minimo che possiate fare è essere educati e gentili e non vi costa nulla
  • Decidete bene, prima di ordinare. Cambiare idea dopo averlo fatto non è educato
  • Il caffè va girato sempre, anche quando non si zucchera, per esaltarne il gusto e gli aromi. Si mescola solo dal basso verso l’alto, delicatamente, per evitare che la schiuma si smonti, avendo cura di non far tintinnare il cucchiaino contro le pareti della tazzina. Il cucchiaino non va mai messo in bocca, lasciato sul tavolo o nella tazzina vuota, ma sul piattino a destra
  • Bevete portando la tazzina alla bocca e non viceversa e senza emettere alcun suono. Non roteate la tazza, come se steste degustando un calice di vino. Se il caffè è bollente, così come dovrebbe, non soffiateci su, ma aspettate pazientemente qualche secondo
  • La tazzina va tenuta stringendo il manico tra pollice ed indice. Siamo nel 2019 eppure mi sento ancora in dovere di ricordarlo: non si alza il mignolo mentre si beve, mai!
  • Non lasciate in giro la bustina vuota dello zucchero, se ne avete usata una, ma buttatela o lasciatela sul piattino assieme al cucchiaino
  • L’acqua va bevuta sempre prima del caffè, per preparare la bocca ad assaporarlo pienamente. Se dovessero servirvi un cioccolatino, accanto al caffè, potete mangiarlo prima o dopo, a seconda dei gusti
  • Dopo aver gustato il vostro buon caffè al bar, accomiatatevi ringraziando e salutando

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La gabbia dorata, il romanzo di Camilla Lackberg

Di Marie Morel

la gabbia dorata

La gabbia dorata è l’ultimo romanzo di Camilla Lackberg. Io ho un vero debole per i gialli libri della regina del giallo nordico, per cui appena l’ho visto sugli scaffali in libreria ho dovuto comprarlo e leggerlo tutto d’un fiato.

Mi piacciono per la magica atmosfera dei paesi scandinavi in cui sono ambientati e che io amo.

In quest’ultimo romanzo, tuttavia, la scrittrice indugia poco su paesaggi e descrizioni, perché il ritmo degli eventi è incalzante.

La narrazione si intreccia attorno a tre momenti della vita della protagonista, il presente, il 2001 quando lascia la sua cittadina natale e si trasferisce a Stoccolma e gli anni della sua infanzia.

Fin dall’inizio, la scrittrice rivela che Faye ha dei segreti, un passato oscuro da cui cerca di liberarsi, ma che riaffiora inesorabilmente. Solo alla fine i tre momenti confluiranno in un unico assolo, nel quale tutto sarà finalmente chiarito, tutti i segreti svelati. Continua a leggere “La gabbia dorata, il romanzo di Camilla Lackberg”

Caravaggio Napoli, la mostra

di Marie Morel

 

Caravaggio, pseudonimo di Michelangelo Merisi, è uno dei più noti artisti italiani di tutti i tempi.

Di origini milanesi, trascorse l’ultimo periodo della sua vita a Napoli, 18 mesi complessivi durante due soggiorni, tra l’ottobre del 1606 e il luglio del 1610, quando morì durante il viaggio di ritorno a Roma.

Caravaggio ebbe una vita piuttosto difficile, in particolare gli ultimi anni, in cui visse in fuga per sottrarsi alla pena di morte per decapitazione, che gli era stata inflitta a Roma per aver assassinato Ranuccio Tomassoni,durante una rissa.

Ricercato e tormentato dai sensi di colpa, le sue opere del periodo napoletano testimoniano un cambiamento. rispetto al contesto romano. Sono infatti caratterizzate da un’alta drammaticità, dalla tensione emotiva, dalla passione e compare il tema ricorrente delle teste mozzate.

Dei molti dipinti eseguiti durante il primo periodo e il secondo periodo napoletano, solo tre sono sono ancora in città.

Il primo è il suggestivo Sette opere di Misericordia , uno dei lavori più importanti del Caravaggio e che attualmente si trova presso il Pio Monte della Misericordia.

L’altro dipinto rimasto a Napoli fu eseguito per la chiesa di San Domenico Maggiore e spostato in seguito al museo di Capodimonte, ovvero la seconda versione della Flagellazione di Cristo.

Il terzo è il Martirio di sant’Orsola , considerato l’ultimo dipinto di Cravaggio oggi conservato nel palazzoZevallos-Stigliano.

L’incontro di Caravaggio con la città partenopea ha segnato profondamente la Scuola napoletana nello sviluppo del naturalismo, influenzando molti pittori locali.

In questi giorni, fino al 14 luglio, presso il Museo e il Real Bosco di Capodimonte è possibile visitare la mostra, curata da Maria Cristina Terzaghi e Sylvain Bellenger, “Caravaggio Napoli”, che approfondisce il soggiorno dell’artista in città

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Riparare i viventi, il romanzo di Maylis de Kerangal

di Marie Morel

kerangal

“Riparare i viventi” è libro durissimo, difficile, affilato come la lama di un coltello, ma emozionante come pochi, indimenticabile.

Con una prosa asciutta, elegante, incalzante, la scrittrice inizia raccontando una storia come tante, tragedie che accadono ogni giorno e che direttamente o indirettamente hanno toccato ciascuno di noi.

Simon è un ragazzo di 19 anni, bello, forte, pieno di vita e di energia, che vive del suo amore per la bella Juliette, dell’affetto della sua famiglia, della sua indomabile passione per il surf.

Una notte, rientrando da una sessione in cui ha sfidato e cavalcato le onde della Manica, Simon, stanchissimo e infreddolito ma felice, resta coinvolto in un incidente d’auto.

La prognosi, purtroppo è nefasta: trauma cranico, coma irreversibile, morte cerebrale. Solo il suo cuore batte ancora, in un corpo che ormai è un guscio vuoto, perché Simon è andato via.

Il difficile compito dell’infermiere Thomas è comunicare ai genitori che il loro bambino non c’è più; far accettare loro, con tutta la delicatezza possibile, che è morto irrimediabilmente, nonostante quel cuore pulsante.

Deve spalancare dinanzi a loro il baratro senza fine della perdita di un figlio.

Allo stesso tempo, però, muovendosi con la leggerezza di un equilibrista, deve sussurrare loro che non si tratta di una morte insensata se può dare una speranza di vita a qualcun altro, attraverso la donazione degli organi.

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Addicted di Paolo Roversi, il nuovo thriller

di Marie Morel

 

Addicted di Paolo Roversi, è un thriller pubblicato da Sem editore a gennaio 2019

Addicted di Paolo Roversi

Nella scelta dei libri da leggere, spesso mi lascio sedurre da titoli, quarte di copertina e sensazioni.

Come tutte le forme di seduzione, anche quella dei libri può essere ingannevole e così è stato per questo thriller di Paolo Roversi.

Da tempo mi ripromettevo di leggere un romanzo di questo scrittore, che è abbastanza prolifico, per cui ho visto periodicamente il suo nome ammiccare dagli scaffali della libreria.

Ho pensato che fosse giunto il momento, quando ho letto il titolo di quest’ultimo thriller, che mi ha intrigata, perché il tema delle dipendenze, nell’accezione più ampia del termine, allargata a tecnologia, alimentazione, autolesionismo, sesso, mi interessa molto.

Lo spunto narrativo mi era sembrato originale, ma lo sviluppo della trama è stato una completa delusione.

La mia sensazione è stata quella di stare leggendo una versione in chiave moderna, ma veramente brutta, di “Dieci piccoli indiani”di Agatha Christie.

La storia si divide in due filoni, apparentemente scollegati, che andranno poi ad intrecciarsi. Il primo è ambientato nel passato ed è il racconto dell’ efferato omicidio di un uomo, avvenuto in un bosco molti prima. Il secondo si svolge nel presente, dove la brillante psichiatra inglese Rebecca Stark ha elaborato un programma molto efficace per curare ogni forma di dipendenza.

La dottoressa viene contattata da un suo ex paziente, un magnate russo, che intende aprire una serie di cliniche in tutto il mondo, in cui applicare il suo protocollo di cura.

La prima clinica viene aperta in Puglia, in un casolare in aperta campagna, tra gli ulivi e il mare.

I primi sette pazienti di varie nazionalità, accuratamente selezionati tra migliaia di aspiranti, verranno seguiti dalla dottoressa Stark in persona.

Il protocollo prevede, tra le altre cose, l’isolamento e pratiche poco ortodosse.

Inizialmente la terapia sembra funzionare, ma improvvisamente la situazione precipita e i pazienti cominciano a morire misteriosamente uno alla volta, mentre fuori la tempesta imperversa ed è impossibile chiamare i soccorsi.

L’assassino deve essere uno dei presenti all’interno della cascina. Chi sarà e perché starà uccidendo?

Al di là della trama poco originale, è la suspense che latita in questo libro.

Il modus agendi dei personaggi e i loro schemi di pensiero, infatti, non vengono scandagliati progressivamente attraverso il racconto, in un crescendo emozionalmente coinvolgente, ma letteralmente spiattellati con lezioncine di psicologia sparse qua e là. Su di me, l’effetto è stato quello di appiattire drasticamente ogni picco emotivo come se, nel momento in cui, finalmente, sentivo di stare per entrare nel libro, quelle pause nozionistiche mi gettassero bruscamente fuori.

L’intreccio tra la storia della clinica e quella dell’omicidio avvenuto in passato è l’unica parte che può riservare, forse, qualche sorpresa. E dico forse, perché i lettori di thriller esperti non si lasceranno sfuggire gli indizi, né fuorviare dal tentativo, piuttosto goffo, di  spostare l’attenzione su personaggi fin troppo ovvi per essere credibili, come potenziali assassini.

La narrazione, poi, precipita verso un epilogo frettoloso, in cui avvengono troppe cose e troppo velocemente, lasciando il lettore inappagato, come accade quando si è costretti ad ingurgitare qualcosa senza poterlo assaporare.

Insomma, Addicted di Paolo Roversi è finito nella mia black list, insieme al suo autore, al quale non ho ancora deciso se dare una seconda chance, oppure no.

 

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Dimagrire consapevolmente

di Marie Morel

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L’ argomento alimentazione e dieta è sempre difficile da affrontare, perché ci sono moltissime cose da dire e il web è letteralmente invaso da spot sensazionalistici, del tipo “perdi 10 kg” in un mese, da informazioni scorrette, da persone che si improvvisano consulenti.

Ora, partendo dalla premessa che non sono un medico, né una biologa nutrizionista, non è mia intenzione fornire diete, ma semplicemente raccontare la mia esperienza.

Un’esperienza sia personale, perché , ahimè, ho sempre avuto un rapporto conflittuale con peso e alimentazione, sia maturata come counselor.

La prima cosa che ho imparato è che chi è in sovrappeso non è quasi mai ( per non dire mai) una persona a cui semplicemente piace mangiare molto, per il gusto di farlo.

E’ una persona che, spesso, ha un rapporto disfunzionale con il cibo. Il che non significa soffrire di disturbi del comportamento alimentare, che sono delle vere e proprie patologie, la cui cura richiede l’intervento di specialisti,come psichiatri e psicologi.

Vuol dire che chi è in sovrappeso ha un rapporto molto difficile e complicato con il cibo, che usa non per soddisfare un bisogno primario, ossia la fame, ma per colmare altri vuoti, non certo quelli dello stomaco.

Spesso chi è in sovrappeso non mangia perché ha fame, ma perché è triste, arrabbiato, si annoia, non vuole sentirsi escluso e una lunghissima serie di motivazioni che con la fame non hanno nulla a che vedere.

Di conseguenza, non prova neppure piacere nel mangiare, che diventa un automatismo.

Quasi sempre finisce in una spirale infernale: sono triste-mangio-ingrasso-mi sento in colpa per essere ingrassato-sono triste-mangio.

Ecco questa sono io.

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L’ultima volte che ti ho vista, il romanzo di Alafair Burke

Alafair Burke, L'ultima volta che tiho vista

L’ultima volta che ti ho vista è il nuovo legal thriller di Alafair Burke, edizioni Piemme, 2018, 396 pagine.

La protagonista è Mckenna Wright, che si è lasciata alle spalle il suo lavoro come procuratore distrettuale, dopo un fatale errore che le è costato la carriera.

Ora fa la giornalista e la sua esistenza scorre piatta, fino al giorno in cui le capita di vedere un video diventato virale: una donna che salva un ragazzo caduto sui binari della metropolitana

. In quella donna Mckenna riconosce la sua amica Susan, scomparsa dieci anni prima senza lasciare tracce e, ormai, data per morta.

La giornalista decide di indagare e scoprire l’identità dell’eroina della metropolitana, ma non sa che si ritroverà coinvolta in una storia molto più complicata di quella che avrebbe mai potuto immaginare e che, sorprendentemente, si riallaccia al suo passato.

Alafair Burke non sbaglia un colpo.

Figlia d’arte ( suo padre è il noto romanziere statunitense James Lee Burke), già vice procuratore in Oregon e insegnante universitaria di diritto, la scrittrice sforna un thriller dietro l’altro.

Questo è il suo terzo libro che ho deciso di leggere, perché avevo apprezzato quelli precedenti e anche questa lettura non mi ha delusa.

Al primo impatto, dai suoi romanzi emerge con chiarezza la sua familiarità con procure, tribunali, forze dell’ordine, avvocati e giudici.

Si muove con dimestichezza nei meandri del diritto, riuscendo ad articolare storie che si intrecciano, si incastrano e si sviluppano, secondo logiche che si svelano pian piano.

La trama non è lineare, ma si ingarbuglia e infittisce via via, con rivelazioni parziali, colpi di scena, veri e propri cliffhangers che tengono il lettore incollato al libro, mentre le quasi quattrocento pagine scorrono veloci.

Con astuzia e maestria Alafair Burke dissemina indizi, suggerisce teorie, sussurra deduzioni che irretiscono il lettore, ne stuzzicano la curiosità, mantengono alta la tensione.

Gli eventi si susseguono a ritmi serrati, i ruoli si ribaltano più e più volte. Chi sono i buoni e i cattivi? Chi le vittime e i carnefici? Di chi ci si può veramente fidare?Fino a che punto conosciamo le persone che ci sono accanto?

Sono questi gli interrogativi con i quali si arriva fino alle ultime pagine del romanzo, dove la verità, finalmente, si dipana con leggerezza, estinguendo l’arsura con cui il lettore arriva all’epilogo, con l’urgenza e il piacere che si prova quando, dopo una lunga corsa, ci si può dissetare d’acqua fresca.

Il finale che, qualcuno ha definito buonista o sottotono,è , invece, secondo me perfettamente coerente con la storia e con le personalità dei personaggi, così ben caratterizzati dalla Burke. Se avete voglia di leggere un bel thriller, intrigante e ben congegnato, che richieda una certa partecipazione intellettiva ed emotiva, per addentrarsi nelle trama e sostenere le scariche adrenaliniche, ve lo consiglio caldamente

L’odio…

IL MONDO DI ZORYANA ...dove l'amore inventa il suo infinito...

Guardate com’è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.

Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
L’insonnia non lo indebolisce ma lo rafforza.

Religione o non religione –
purché ci si inginocchi per il via
Patria o no –
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all’inizio.
Poi corre tutto solo.
L’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.

Oh, quegli altri sentimenti –
malaticci e fiacchi.
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
giunta prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre…

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Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, la Santa protettrice della maternità

di Marie Morel

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Chiesa e museo di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe

 

Nel cuore di Napoli c’è una chiesetta, che ogni giorno viene visitata perlopiù da donne. Molte cercano un figlio che non arriva, altre aspettano il loro bambino. Tutte si recano con fede a porgere una preghiera a Santa Maria Francesca delle Cinque piaghe, compatrona di Napoli e prima Santa napoletana nella storia della Chiesa.

Mentre i vicoli dei Quartieri Spagnoli pullulano di vitalità, le voci si rincorrono, l’aroma del caffè si spande nell’aria, questo santuario, in cui si respira spiritualità pura, accoglie chi vuole pregare e chiedere una grazia a questa santa, nota per essere la protettrice della maternità.

Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, al secolo Anna Maria Rosa Nicoletta Gallo, nacque a Napoli il 25 marzo 1715 in una famiglia umile. Frequentava la chiesa di Santa Lucia al Monte e appena bambina manifestò già la volontà di farsi suora.

Il padre,che l’aveva destinata in sposa ad un giovane molto ricco, si oppose strenuamente, arrivando a maltrattare e picchiare la figlia perché cambiasse idea, ma nono ci fu verso. A 16 anni la fanciulla si consacrò al Signore nel terzo Ordine Francescano Alcantarino e prese il nome di suor Maria Francesca delle Cinque Piaghe.

Tra i numerosi carismi che ricevette i dono c’era quello della profezia, delle stimmate, ogni venerdì e in quaresima riviveva i dolori della Passione di Cristo. E il dono del miracolo, perché sono centinaia le testimonianze di grazie ricevute per intercessione di Santa Maria Francesca.

Tante donne, a cui la scienza aveva tolto ogni speranza, sono diventate mamme dopo essersi sedute sulla “sedia della fertilità”, una poltroncina su cui la Santa si sedeva a riposare durante i dolori della passione.

Io non credo di essere la persona più adatta a parlare di fede, perché la mia vita è stata, a lungo, una continua altalena tra le affannose rincorse a qualcosa in cui credere e i miseri crolli di quelle che, per me,erano certezze.

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Idda, il libro di Michela Marzano

di Marie Morel

Idda è il nuovo libro di Michela Marzano, pubblicato da Einaudi, stile libero.

Idda, Michela Marzano

Alessandra era giovanissima, aveva dei progetti per il futuro e dei sogni che si infrangono improvvisamente, quando la mamma, Giulia, muore in un tragico incidente.

Devastata da questa perdita, la ragazza decide di fuggire, taglia ponti con la famiglia e si rifà una vita a Parigi dove trova un lavoro e incontra Pierre, l’amore della sua vita.

Alessandra ora ha quarant’anni, conduce un’esistenza ordinata,metodica, in cui tutto è incasellato, secondo regole che la donna si è data per contenere il dolore.

Ma la verità è che la vita se ne frega delle regole e fa il suo corso, inesorabilmente.

Così, quando idda ( lei), sua suocera Annie, si ammala di demenza senile, Alessandra si ritrova inaspettatamente a fare i conti con quei con i ricordi e con quel passato che aveva creduto di potersi lasciare alle spalle.

Mentre Annie perde via via pezzi del suo passato, Alessandra tenta di rimetterli insieme e nel farlo comincia a ricucire anche il suo, perché all’improvviso dinanzi ai suoi occhi si palesa un gigantesco interrogativo: cosa resta di noi, se non ricordiamo chi siamo stati, se il passato viene inghiottito dall’oblio?

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Coltivare la gratitudine per essere felici

di Marie Morel

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La gratitudine è quella sensazione che ci fa sentire in armonia con il mondo, che ci fa provare uno slancio positivo verso la vita e verso gli altri, che ci scalda il cuore.

Certo, nella vita di chiunque possono esserci momenti in cui sentirsi grati può risultare difficile, eppure quella della gratitudine può diventare una pratica quotidiana, che può farci vedere le cose in una prospettiva diversa.

Se ci sembra, infatti, di non avere nulla per cui essere grati è perché ci siamo abituati, assuefatti alle cose belle e buone che ci circondano.

Un po’ come accade quando compriamo qualcosa che ci piace tanto e inizialmente ci sembra bellissima. Dopo qualche tempo diventa semplicemente una delle tante cose che possediamo.

Praticando la gratitudine, invece, facciamo tre cose: impariamo ad apprezzare quello che abbiamo già e diamo per scontato, focalizziamo l’attenzione sulle cose positive, diamo valore a quello che riceviamo dagli altri e che spesso sottovalutiamo.

Coltivare la gratitudine, anche quando la vita non va come vorremmo, può farci scoprire che, in realtà siamo più fortunati di quello che pensiamo.

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Sulle tracce dei fantasmi a Napoli: Giuditta Guastamacchia

di Marie Morel

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Napoli è una città in cui esoterismo e occulto sono palpabili.

Tra i vicoli e nelle case si sussurrano leggende, dicerie e superstizioni.

In bilico perenne tra sacro e profano, le storie misteriose sono parte integrante del bagaglio culturale di ogni napoletano.

Racconti di fantasmi, di miracoli, di alchimia e magia, che si intrecciano alla storia di questa città e che hanno ispirato e continuano ad ispirare artisti e scrittori.

Da Matilde Serao a Maurizio de Giovanni con il suo commissario Ricciardi, dal teatro di Eduardo De Filippo al cinema di Ferzan Ozpetek, si può attingere a piene mani al folklore partenopeo.

Una delle vicende in cui la storia diventa leggenda, è quella della bellissima e diabolica Giuditta Guastamacchia.

La donna si rese protagonista di uno dei più efferati delitti, riportati nelle cronache giudiziarie della fine del 1700.

Rimasta vedova giovanissima, con un figlio piccolo, Giuditta fu chiusa in convento dal padre, che non poteva mantenerla. Continua a leggere “Sulle tracce dei fantasmi a Napoli: Giuditta Guastamacchia”

Less, il libro di Andrew Sean Greer

Su “Less” di Andrew Sean Greer, libro vincitore del premio Pulitzer per la narrativa dell’edizione 20018, avevo letto di tutto e il contrario di tutto, critiche entusiastiche ed altre tranchant.

Sono stata, dunque, a lungo in dubbio sul leggerlo oppure no.

Mi sono convinta a farlo per due motivi: la motivazione della giuria che l’ha premiato e che l’ha descritto come “un libro generoso, musicale nella prosa e ampio in struttura e portata, sul diventare grandi e sulla natura essenziale dell’amore” e il fatto che sia stato amato od odiato, ma non abbia lasciato nessun lettore indifferente.

Arthur Less è uno scrittore che ha avuto in passato un discreto successo di pubblico e critica, con un unico libro.

Successo che non è più riuscito a replicare ed è, ormai, squattrinato e privo di speranze.

Per anni è vissuto nell’ombra del suo più celebre compagno Robert Brownburn, apprezzato scrittore di fama internazionale.

Sebbene siano passati oltre 10 anni dalla fine della loro storia, Less continua a vivere di ricordi nella casa che hanno condiviso e che li ha visti felici.

Nel frattempo, ha intrecciato con Freddy, molto più giovane di lui, una lunga relazione, che si è conclusa a causa della stessa immaturità che aveva condotto alla fine anche quella con Robert.

Ora è completamente solo a dover affrontare tre eventi che lo terrorizzano e ai quali vorrebbe sottrarsi: il suo ormai prossimo cinquantesimo compleanno, l’imminente matrimonio di Freddy col suo nuovo compagno e la malattia terminale di Robert.

Cosa resta da fare se non fuggire lontano?

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