Addicted di Paolo Roversi, il nuovo thriller

di Marie Morel

 

Addicted di Paolo Roversi, è un thriller pubblicato da Sem editore a gennaio 2019

Addicted di Paolo Roversi

Nella scelta dei libri da leggere, spesso mi lascio sedurre da titoli, quarte di copertina e sensazioni.

Come tutte le forme di seduzione, anche quella dei libri può essere ingannevole e così è stato per questo thriller di Paolo Roversi.

Da tempo mi ripromettevo di leggere un romanzo di questo scrittore, che è abbastanza prolifico, per cui ho visto periodicamente il suo nome ammiccare dagli scaffali della libreria.

Ho pensato che fosse giunto il momento, quando ho letto il titolo di quest’ultimo thriller, che mi ha intrigata, perché il tema delle dipendenze, nell’accezione più ampia del termine, allargata a tecnologia, alimentazione, autolesionismo, sesso, mi interessa molto.

Lo spunto narrativo mi era sembrato originale, ma lo sviluppo della trama è stato una completa delusione.

La mia sensazione è stata quella di stare leggendo una versione in chiave moderna, ma veramente brutta, di “Dieci piccoli indiani”di Agatha Christie.

La storia si divide in due filoni, apparentemente scollegati, che andranno poi ad intrecciarsi. Il primo è ambientato nel passato ed è il racconto dell’ efferato omicidio di un uomo, avvenuto in un bosco molti prima. Il secondo si svolge nel presente, dove la brillante psichiatra inglese Rebecca Stark ha elaborato un programma molto efficace per curare ogni forma di dipendenza.

La dottoressa viene contattata da un suo ex paziente, un magnate russo, che intende aprire una serie di cliniche in tutto il mondo, in cui applicare il suo protocollo di cura.

La prima clinica viene aperta in Puglia, in un casolare in aperta campagna, tra gli ulivi e il mare.

I primi sette pazienti di varie nazionalità, accuratamente selezionati tra migliaia di aspiranti, verranno seguiti dalla dottoressa Stark in persona.

Il protocollo prevede, tra le altre cose, l’isolamento e pratiche poco ortodosse.

Inizialmente la terapia sembra funzionare, ma improvvisamente la situazione precipita e i pazienti cominciano a morire misteriosamente uno alla volta, mentre fuori la tempesta imperversa ed è impossibile chiamare i soccorsi.

L’assassino deve essere uno dei presenti all’interno della cascina. Chi sarà e perché starà uccidendo?

Al di là della trama poco originale, è la suspense che latita in questo libro.

Il modus agendi dei personaggi e i loro schemi di pensiero, infatti, non vengono scandagliati progressivamente attraverso il racconto, in un crescendo emozionalmente coinvolgente, ma letteralmente spiattellati con lezioncine di psicologia sparse qua e là. Su di me, l’effetto è stato quello di appiattire drasticamente ogni picco emotivo come se, nel momento in cui, finalmente, sentivo di stare per entrare nel libro, quelle pause nozionistiche mi gettassero bruscamente fuori.

L’intreccio tra la storia della clinica e quella dell’omicidio avvenuto in passato è l’unica parte che può riservare, forse, qualche sorpresa. E dico forse, perché i lettori di thriller esperti non si lasceranno sfuggire gli indizi, né fuorviare dal tentativo, piuttosto goffo, di  spostare l’attenzione su personaggi fin troppo ovvi per essere credibili, come potenziali assassini.

La narrazione, poi, precipita verso un epilogo frettoloso, in cui avvengono troppe cose e troppo velocemente, lasciando il lettore inappagato, come accade quando si è costretti ad ingurgitare qualcosa senza poterlo assaporare.

Insomma, Addicted di Paolo Roversi è finito nella mia black list, insieme al suo autore, al quale non ho ancora deciso se dare una seconda chance, oppure no.

 

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Dimagrire consapevolmente

di Marie Morel

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L’ argomento alimentazione e dieta è sempre difficile da affrontare, perché ci sono moltissime cose da dire e il web è letteralmente invaso da spot sensazionalistici, del tipo “perdi 10 kg” in un mese, da informazioni scorrette, da persone che si improvvisano consulenti.

Ora, partendo dalla premessa che non sono un medico, né una biologa nutrizionista, non è mia intenzione fornire diete, ma semplicemente raccontare la mia esperienza.

Un’esperienza sia personale, perché , ahimè, ho sempre avuto un rapporto conflittuale con peso e alimentazione, sia maturata come counselor.

La prima cosa che ho imparato è che chi è in sovrappeso non è quasi mai ( per non dire mai) una persona a cui semplicemente piace mangiare molto, per il gusto di farlo.

E’ una persona che, spesso, ha un rapporto disfunzionale con il cibo. Il che non significa soffrire di disturbi del comportamento alimentare, che sono delle vere e proprie patologie, la cui cura richiede l’intervento di specialisti,come psichiatri e psicologi.

Vuol dire che chi è in sovrappeso ha un rapporto molto difficile e complicato con il cibo, che usa non per soddisfare un bisogno primario, ossia la fame, ma per colmare altri vuoti, non certo quelli dello stomaco.

Spesso chi è in sovrappeso non mangia perché ha fame, ma perché è triste, arrabbiato, si annoia, non vuole sentirsi escluso e una lunghissima serie di motivazioni che con la fame non hanno nulla a che vedere.

Di conseguenza, non prova neppure piacere nel mangiare, che diventa un automatismo.

Quasi sempre finisce in una spirale infernale: sono triste-mangio-ingrasso-mi sento in colpa per essere ingrassato-sono triste-mangio.

Ecco questa sono io.

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L’ultima volte che ti ho vista, il romanzo di Alafair Burke

Alafair Burke, L'ultima volta che tiho vista

L’ultima volta che ti ho vista è il nuovo legal thriller di Alafair Burke, edizioni Piemme, 2018, 396 pagine.

La protagonista è Mckenna Wright, che si è lasciata alle spalle il suo lavoro come procuratore distrettuale, dopo un fatale errore che le è costato la carriera.

Ora fa la giornalista e la sua esistenza scorre piatta, fino al giorno in cui le capita di vedere un video diventato virale: una donna che salva un ragazzo caduto sui binari della metropolitana

. In quella donna Mckenna riconosce la sua amica Susan, scomparsa dieci anni prima senza lasciare tracce e, ormai, data per morta.

La giornalista decide di indagare e scoprire l’identità dell’eroina della metropolitana, ma non sa che si ritroverà coinvolta in una storia molto più complicata di quella che avrebbe mai potuto immaginare e che, sorprendentemente, si riallaccia al suo passato.

Alafair Burke non sbaglia un colpo.

Figlia d’arte ( suo padre è il noto romanziere statunitense James Lee Burke), già vice procuratore in Oregon e insegnante universitaria di diritto, la scrittrice sforna un thriller dietro l’altro.

Questo è il suo terzo libro che ho deciso di leggere, perché avevo apprezzato quelli precedenti e anche questa lettura non mi ha delusa.

Al primo impatto, dai suoi romanzi emerge con chiarezza la sua familiarità con procure, tribunali, forze dell’ordine, avvocati e giudici.

Si muove con dimestichezza nei meandri del diritto, riuscendo ad articolare storie che si intrecciano, si incastrano e si sviluppano, secondo logiche che si svelano pian piano.

La trama non è lineare, ma si ingarbuglia e infittisce via via, con rivelazioni parziali, colpi di scena, veri e propri cliffhangers che tengono il lettore incollato al libro, mentre le quasi quattrocento pagine scorrono veloci.

Con astuzia e maestria Alafair Burke dissemina indizi, suggerisce teorie, sussurra deduzioni che irretiscono il lettore, ne stuzzicano la curiosità, mantengono alta la tensione.

Gli eventi si susseguono a ritmi serrati, i ruoli si ribaltano più e più volte. Chi sono i buoni e i cattivi? Chi le vittime e i carnefici? Di chi ci si può veramente fidare?Fino a che punto conosciamo le persone che ci sono accanto?

Sono questi gli interrogativi con i quali si arriva fino alle ultime pagine del romanzo, dove la verità, finalmente, si dipana con leggerezza, estinguendo l’arsura con cui il lettore arriva all’epilogo, con l’urgenza e il piacere che si prova quando, dopo una lunga corsa, ci si può dissetare d’acqua fresca.

Il finale che, qualcuno ha definito buonista o sottotono,è , invece, secondo me perfettamente coerente con la storia e con le personalità dei personaggi, così ben caratterizzati dalla Burke. Se avete voglia di leggere un bel thriller, intrigante e ben congegnato, che richieda una certa partecipazione intellettiva ed emotiva, per addentrarsi nelle trama e sostenere le scariche adrenaliniche, ve lo consiglio caldamente

L’odio…

IL MONDO DI ZORYANA ...dove l'amore inventa il suo infinito...

Guardate com’è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.

Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
L’insonnia non lo indebolisce ma lo rafforza.

Religione o non religione –
purché ci si inginocchi per il via
Patria o no –
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all’inizio.
Poi corre tutto solo.
L’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.

Oh, quegli altri sentimenti –
malaticci e fiacchi.
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
giunta prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre…

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Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, la Santa protettrice della maternità

di Marie Morel

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Chiesa e museo di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe

 

Nel cuore di Napoli c’è una chiesetta, che ogni giorno viene visitata perlopiù da donne. Molte cercano un figlio che non arriva, altre aspettano il loro bambino. Tutte si recano con fede a porgere una preghiera a Santa Maria Francesca delle Cinque piaghe, compatrona di Napoli e prima Santa napoletana nella storia della Chiesa.

Mentre i vicoli dei Quartieri Spagnoli pullulano di vitalità, le voci si rincorrono, l’aroma del caffè si spande nell’aria, questo santuario, in cui si respira spiritualità pura, accoglie chi vuole pregare e chiedere una grazia a questa santa, nota per essere la protettrice della maternità.

Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, al secolo Anna Maria Rosa Nicoletta Gallo, nacque a Napoli il 25 marzo 1715 in una famiglia umile. Frequentava la chiesa di Santa Lucia al Monte e appena bambina manifestò già la volontà di farsi suora.

Il padre,che l’aveva destinata in sposa ad un giovane molto ricco, si oppose strenuamente, arrivando a maltrattare e picchiare la figlia perché cambiasse idea, ma nono ci fu verso. A 16 anni la fanciulla si consacrò al Signore nel terzo Ordine Francescano Alcantarino e prese il nome di suor Maria Francesca delle Cinque Piaghe.

Tra i numerosi carismi che ricevette i dono c’era quello della profezia, delle stimmate, ogni venerdì e in quaresima riviveva i dolori della Passione di Cristo. E il dono del miracolo, perché sono centinaia le testimonianze di grazie ricevute per intercessione di Santa Maria Francesca.

Tante donne, a cui la scienza aveva tolto ogni speranza, sono diventate mamme dopo essersi sedute sulla “sedia della fertilità”, una poltroncina su cui la Santa si sedeva a riposare durante i dolori della passione.

Io non credo di essere la persona più adatta a parlare di fede, perché la mia vita è stata, a lungo, una continua altalena tra le affannose rincorse a qualcosa in cui credere e i miseri crolli di quelle che, per me,erano certezze.

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Idda, il libro di Michela Marzano

di Marie Morel

Idda è il nuovo libro di Michela Marzano, pubblicato da Einaudi, stile libero.

Idda, Michela Marzano

Alessandra era giovanissima, aveva dei progetti per il futuro e dei sogni che si infrangono improvvisamente, quando la mamma, Giulia, muore in un tragico incidente.

Devastata da questa perdita, la ragazza decide di fuggire, taglia ponti con la famiglia e si rifà una vita a Parigi dove trova un lavoro e incontra Pierre, l’amore della sua vita.

Alessandra ora ha quarant’anni, conduce un’esistenza ordinata,metodica, in cui tutto è incasellato, secondo regole che la donna si è data per contenere il dolore.

Ma la verità è che la vita se ne frega delle regole e fa il suo corso, inesorabilmente.

Così, quando idda ( lei), sua suocera Annie, si ammala di demenza senile, Alessandra si ritrova inaspettatamente a fare i conti con quei con i ricordi e con quel passato che aveva creduto di potersi lasciare alle spalle.

Mentre Annie perde via via pezzi del suo passato, Alessandra tenta di rimetterli insieme e nel farlo comincia a ricucire anche il suo, perché all’improvviso dinanzi ai suoi occhi si palesa un gigantesco interrogativo: cosa resta di noi, se non ricordiamo chi siamo stati, se il passato viene inghiottito dall’oblio?

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Coltivare la gratitudine per essere felici

di Marie Morel

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La gratitudine è quella sensazione che ci fa sentire in armonia con il mondo, che ci fa provare uno slancio positivo verso la vita e verso gli altri, che ci scalda il cuore.

Certo, nella vita di chiunque possono esserci momenti in cui sentirsi grati può risultare difficile, eppure quella della gratitudine può diventare una pratica quotidiana, che può farci vedere le cose in una prospettiva diversa.

Se ci sembra, infatti, di non avere nulla per cui essere grati è perché ci siamo abituati, assuefatti alle cose belle e buone che ci circondano.

Un po’ come accade quando compriamo qualcosa che ci piace tanto e inizialmente ci sembra bellissima. Dopo qualche tempo diventa semplicemente una delle tante cose che possediamo.

Praticando la gratitudine, invece, facciamo tre cose: impariamo ad apprezzare quello che abbiamo già e diamo per scontato, focalizziamo l’attenzione sulle cose positive, diamo valore a quello che riceviamo dagli altri e che spesso sottovalutiamo.

Coltivare la gratitudine, anche quando la vita non va come vorremmo, può farci scoprire che, in realtà siamo più fortunati di quello che pensiamo.

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Sulle tracce dei fantasmi a Napoli: Giuditta Guastamacchia

di Marie Morel

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Napoli è una città in cui esoterismo e occulto sono palpabili.

Tra i vicoli e nelle case si sussurrano leggende, dicerie e superstizioni.

In bilico perenne tra sacro e profano, le storie misteriose sono parte integrante del bagaglio culturale di ogni napoletano.

Racconti di fantasmi, di miracoli, di alchimia e magia, che si intrecciano alla storia di questa città e che hanno ispirato e continuano ad ispirare artisti e scrittori.

Da Matilde Serao a Maurizio de Giovanni con il suo commissario Ricciardi, dal teatro di Eduardo De Filippo al cinema di Ferzan Ozpetek, si può attingere a piene mani al folklore partenopeo.

Una delle vicende in cui la storia diventa leggenda, è quella della bellissima e diabolica Giuditta Guastamacchia.

La donna si rese protagonista di uno dei più efferati delitti, riportati nelle cronache giudiziarie della fine del 1700.

Rimasta vedova giovanissima, con un figlio piccolo, Giuditta fu chiusa in convento dal padre, che non poteva mantenerla. Continua a leggere “Sulle tracce dei fantasmi a Napoli: Giuditta Guastamacchia”

Less, il libro di Andrew Sean Greer

Su “Less” di Andrew Sean Greer, libro vincitore del premio Pulitzer per la narrativa dell’edizione 20018, avevo letto di tutto e il contrario di tutto, critiche entusiastiche ed altre tranchant.

Sono stata, dunque, a lungo in dubbio sul leggerlo oppure no.

Mi sono convinta a farlo per due motivi: la motivazione della giuria che l’ha premiato e che l’ha descritto come “un libro generoso, musicale nella prosa e ampio in struttura e portata, sul diventare grandi e sulla natura essenziale dell’amore” e il fatto che sia stato amato od odiato, ma non abbia lasciato nessun lettore indifferente.

Arthur Less è uno scrittore che ha avuto in passato un discreto successo di pubblico e critica, con un unico libro.

Successo che non è più riuscito a replicare ed è, ormai, squattrinato e privo di speranze.

Per anni è vissuto nell’ombra del suo più celebre compagno Robert Brownburn, apprezzato scrittore di fama internazionale.

Sebbene siano passati oltre 10 anni dalla fine della loro storia, Less continua a vivere di ricordi nella casa che hanno condiviso e che li ha visti felici.

Nel frattempo, ha intrecciato con Freddy, molto più giovane di lui, una lunga relazione, che si è conclusa a causa della stessa immaturità che aveva condotto alla fine anche quella con Robert.

Ora è completamente solo a dover affrontare tre eventi che lo terrorizzano e ai quali vorrebbe sottrarsi: il suo ormai prossimo cinquantesimo compleanno, l’imminente matrimonio di Freddy col suo nuovo compagno e la malattia terminale di Robert.

Cosa resta da fare se non fuggire lontano?

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Il Carnevale a Napoli, di Marie Morel

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Sono nata e cresciuta in una famiglia che definirei bizzarra, se questo aggettivo non rievocasse in me un’allegria che, ahimè, non c’era.

Non era affatto scontato che accadesse, ma dopo aver girovagato per un po’, sono finita nel ramo più partenopeo della famiglia, che si formo’ negli anni quaranta, quando una mia prozia si maritò con lo zio Pasqualino, napoletano verace.

Non ebbero figli, ma la loro casa era sempre aperta ai nipoti e, già anziani, accolsero me in tenerissima età, regalandomi il loro amore e quelle che sono le mie radici più profonde.

I ricordi della mia infanzia sono legati alle tradizioni che scandivano lo scorrere del tempo. Ogni giorno della settimana arrivava con i suoi piccoli riti quotidiani e ogni mese portava con sé le sue festività.

A febbraio si festeggiava il Carnevale, secondo le usanze napoletane

Le origini del Carnevale napoletano

Il Carnevale a Napoli ha origini molto antiche , ma raggiunse il suo apice durante il periodo del viceregno spagnolo.

All’epoca iniziava la notte del 17 gennaio, quando si accendeva ( in alcuni quartieri di Napoli, si accende ancora) ‘o cippo in onore di Sant’Antonio Abate, cioè un falò in cui c’era l’usanza di bruciare le cose vecchie, per propiziarsi il nuovo anno appena iniziato.

Il Carnevale durava oltre un mese e i napoletani si riversavano nelle strade, cantando, ballando e suonando alcuni strumenti tradizionali della musica popolare, come lo Scetavajasse, il Pitipù e il Triccheballacche.

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I gatti nei libri, di Marie Morel

di Marie Morel

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I gatti, nell’attraversare secoli di storia, hanno lasciato tracce del loro passaggio in moltissime opere letterarie.

Amatissimi da molti artisti, hanno ispirato e affiancato, mentre creavano, grandi scrittori e poeti, come Dante e Petrarca e, talvolta, sono diventati protagonisti di storie, racconti e favole.

Poesie, favole e fumetti

Da Esopo, fino ai tempi moderni. alcuni personaggi felini sono entrati ormai nell’immaginario collettivo, anche grazie alle trasposizioni cinematografiche, come lo stregatto di Lewis Carroll, il gatto con gli stivali dei fratelli Grimm, quello che si accompagnava alla volpe di Carlo Collodi, Salem, passato dalle matite di Archie Comics al piccolo schermo.

Ma gli scrittori che sono rimasti ammaliati dal fascino felino e hanno dedicato ai gatti almeno qualche verso sono innumerevoli, da Elsa Morante a Hemingway ,Sepulveda, Hoffman, Bulgakov, per citarne alcuni.

I gatti nei libri sono spesso legati ad una simbologia che gli autori attribuiscono loro, come la scaltrezza, la saggezza, il soprannaturale, l’occulto, la malvagità.

Il gatto nero

Ebbi un’esperienza piuttosto traumatica nella mia prima esplorazione del mondo letterario legato ai gatti, perché passai bruscamente dalle favole ai racconti di Edgar Allan Poe.

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Facciamo che ero morta, il libro d’esordio di Jen Beagin

di Marie Morel

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Facciamo che ero morta” è il libro d’esordio della scrittrice statunitense Jen Beagin, tradotto da Federica Aceto ed edito in Italia da Einaudi. Si è aggiudicato il Whiting Award 2017 per la narrativa ed è attesa a giorni l’uscita negli Stati Uniti del seguito, “Vacuum in the dark

Mona ha ventitré anni e una vita difficile. Non è uscita integra da un’infanzia traumatica e non è ancora a riuscita a salvarsi dai fantasmi del suo passato.

Per guadagnarsi da vivere fa la donna delle pulizie, ma ha un’indole artistica e un grande talento per la fotografia, anche se non sa ancora come sfruttarlo.

Un’altra cosa che le riesce molto bene è cacciarsi in situazioni bizzarre, a causa della sua tendenza all’autolesionismo e alla mancanza di fiducia in se stessa.

Conduce un’esistenza piuttosto solitaria, tiene delle conversazioni con Dio chiamandolo Bob e ha un serio problema con le dipendenze.

Pagina dopo pagina la vedremo intrecciare relazioni sbagliate con personaggi strampalati, portare alla luce, tra una pulizia e l’altra, vizi e manie delle persone per cui lavora, confrontarsi con le proprie imperfezioni, affrontare quell’ingombrante figura paterna, così sbagliata da non riuscire a liberarsene.

L’esordiente Jen Beagin disegna a colori vividi scorci di realtà nuda e cruda,senza sconti e senza edulcoranti.

Mona è un personaggio fortemente drammatico: vorrebbe un cambiamento, ma non lo cerca davvero, perché è completamente disillusa e sfiduciata, tanto da prendere la notizia di una sua possibile morte precoce come una cosa positiva; mentre fa le pulizie, fruga nelle case degli altri e ogni piccola scoperta apre nel suo immaginario scenari di violenze, abusi e sofferenze; le sue fantasie sono sempre inquietanti e orrorifiche, così come le foto che si scatta.

Eppure in tanto dolore, delusione e umana imperfezione, con sottile e irresistibile ironia, emerge una Mona che è stanca di fingersi morta, è stanca di continuare a giustificare quel padre che l’ha ferita, di offrirgli ancora appigli. Vuole smettere di aspettarsi che qualcuno corra a salvarla, finalmente. E’ ora che si salvi da sola.

Leggi un estratto di “Facciamo che ero morta”di Jen Beagin qui

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Possibilità, di Wislawa Szymborska

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Wislawa Szymborska

La poetessa polacca Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura nel 1996, sa cogliere e fermare dei frammenti di vita e di umanità, con semplicità e profondità . I suoi versi risuonano di realtà, amore per le piccole cose e natura ed entrano nel cuore con passo leggero, ma non ne escono più.

La poesia “Possibilità” è solo una tra le mie preferite di Wislawa Szymborska e rileggerla, ieri sera, è stato come incontrare una vecchia amica, dopo qualche tempo, un ritrovarsi.

Possibilità
Preferisco il cinema.
Preferisco i gatti.
Preferisco le querce sul fiume Warta.
Preferisco Dickens a Dostoevskij.
Preferisco me che vuol bene alla gente
a me che ama l’umanità.
Preferisco avere sottomano ago e filo.
Preferisco il colore verde.
Preferisco non affermare
che l’intelletto ha la colpa di tutto.
Preferisco le eccezioni.
Preferisco uscire prima.
Preferisco parlare con i medici d’altro.
Preferisco le vecchie illustrazione a tratteggio.
Preferisco il ridicolo di scrivere poesie
al ridicolo di non scriverne.
Preferisco in amore gli anniversari non tondi,
da festeggiare ogni giorno.
Preferisco i moralisti
che non mi promettono nulla.
Preferisco una bontà avveduta a una credulona.
Preferisco la terra in borghese.
Preferisco i paesi conquistati a quelli conquistatori.
Preferisco avere delle riserve.
Preferisco l’inferno del caos all’inferno dell’ordine.
Preferisco le favole dei Grimm alle prime pagine.
Preferisco foglie senza fiori a fiori senza foglie.
Preferisco i cani con la coda non tagliata.
Preferisco gli occhi chiari, perché li ho scuri.
Preferisco i cassetti.
Preferisco molte cose che qui non ho menzionato
a molte pure qui non menzionate.
Preferisco gli zeri alla rinfusa
che non allineati in una cifra.
Preferisco il tempo degli insetti a quello siderale.
Preferisco toccare ferro.
Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando.
Preferisco prendere in considerazione perfino la possibilità
che l’essere abbia una sua ragione.

Il culto delle anime pezzentelle, di Marie Morel

di Marie Morel

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Cimitero delle Fontanelle

Una storia tutta napoletana che mi ha sempre toccata nel profondo è il culto delle anime pezzentelle. E’una devozione che affonda le sue radici nella tradizione popolare, in cui il sacro incontra il profano e che i napoletani hanno coltivato per secoli, fino a pochi decenni fa.

Le anime pezzentelle, per i napoletani, sono quelle abbandonate, di persone povere, morte da sole e che non hanno nessuno che preghi per loro, affinché possano scontare il periodo di Purgatorio più in fretta e volare così in Paradiso.

Il culto nacque nel 1600, quando a Napoli vi fu l’epidemia di peste che fece oltre trecentomila morti. I corpi vennero seppelliti in parte nella chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco ed ammassati nel cimitero delle Fontanelle. La maggior parte di essi non aveva neppure un nome e ben presto non rimase che un mucchio di teschi e ossa.

Nell’immaginario popolare, le anime di quei defunti si trovavano in Purgatorio per espiare i peccati commessi in vita e,dunque, destinate a soffrire a lungo, perché abbandonate e dimenticate. Esse, però, potevano intercedere per ottenere grazie per coloro che offrivano loro suffragi, per abbreviare la loro pena.

Oggetto di devozione divennero, in particolare i teschi ( detti capuzzelle), che le persone adottavano, per chiedere all’anima grazie e protezione, in cambio di una sepoltura degna e del riposo eterno. Continua a leggere “Il culto delle anime pezzentelle, di Marie Morel”

L’esercizio del distacco, di Mary Barbara Tolusso

di Marie Morel

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Voce narrante del libro “L’esercizio del distacco“della poetessa M.B. Tolusso è la protagonista, che, parlando in prima persona, esordisce raccontando di quando la madre la lascia, poco più che bambina, davanti ad un collegio e va via senza neppure voltarsi indietro.

Sembra essere un vero e proprio abbandono, ma è la quattordicenne a viverlo come tale, il suo primo distacco. In realtà viene mandata a studiare in una scuola esclusiva, riservata ai rampolli di famiglie molto facoltose, affinché vengano istruiti ed addestrati per diventare i nuovi potenti.

Tra lezioni di logica e galateo, i ragazzi vengono sottoposti anche ad una dieta e cure innovative, per garantire loro una salute intaccabile e una vita più lunga della media.

Parte integrante di questo modello educativo è il distacco da passioni,affetti ed emozioni, viste come potenzialmente dannose per questi pochi eletti, il cui futuro sembra già essere stato programmato.

Il collegio è un microcosmo dal quale è impossibile tenere fuori le passioni, perché pur sempre di adolescenti si tratta. Nascono amicizie, come quella che lega la protagonista a David ed Emma, antipatie, rivalità ed amori, ma che i ragazzi sono costretti ad imparare ad addomesticare e disciplinare.

Al momento del diploma, la protagonista si allontana dal collegio lasciando dietro di sé il tempo vissuto lì, grazie all’esercizio del distacco. Eppure quel mondo ovattato, nel quale la ragazza impara a lasciar andare passato e affetti, ma nel quale si concede, talvolta, momenti di abbandono, diventa per lei, negli anni successivi, uno dei ricordi più struggenti.

Scritto bene e scorrevole, è un libro che si legge in poche ore, ma di quel tempo a me non è rimasto nulla, se non un grande vuoto.

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