Possibilità, di Wislawa Szymborska

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Wislawa Szymborska

La poetessa polacca Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura nel 1996, sa cogliere e fermare dei frammenti di vita e di umanità, con semplicità e profondità . I suoi versi risuonano di realtà, amore per le piccole cose e natura ed entrano nel cuore con passo leggero, ma non ne escono più.

La poesia “Possibilità” è solo una tra le mie preferite di Wislawa Szymborska e rileggerla, ieri sera, è stato come incontrare una vecchia amica, dopo qualche tempo, un ritrovarsi.

Possibilità
Preferisco il cinema.
Preferisco i gatti.
Preferisco le querce sul fiume Warta.
Preferisco Dickens a Dostoevskij.
Preferisco me che vuol bene alla gente
a me che ama l’umanità.
Preferisco avere sottomano ago e filo.
Preferisco il colore verde.
Preferisco non affermare
che l’intelletto ha la colpa di tutto.
Preferisco le eccezioni.
Preferisco uscire prima.
Preferisco parlare con i medici d’altro.
Preferisco le vecchie illustrazione a tratteggio.
Preferisco il ridicolo di scrivere poesie
al ridicolo di non scriverne.
Preferisco in amore gli anniversari non tondi,
da festeggiare ogni giorno.
Preferisco i moralisti
che non mi promettono nulla.
Preferisco una bontà avveduta a una credulona.
Preferisco la terra in borghese.
Preferisco i paesi conquistati a quelli conquistatori.
Preferisco avere delle riserve.
Preferisco l’inferno del caos all’inferno dell’ordine.
Preferisco le favole dei Grimm alle prime pagine.
Preferisco foglie senza fiori a fiori senza foglie.
Preferisco i cani con la coda non tagliata.
Preferisco gli occhi chiari, perché li ho scuri.
Preferisco i cassetti.
Preferisco molte cose che qui non ho menzionato
a molte pure qui non menzionate.
Preferisco gli zeri alla rinfusa
che non allineati in una cifra.
Preferisco il tempo degli insetti a quello siderale.
Preferisco toccare ferro.
Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando.
Preferisco prendere in considerazione perfino la possibilità
che l’essere abbia una sua ragione.

Il culto delle anime pezzentelle, di Marie Morel

di Marie Morel

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Cimitero delle Fontanelle

Una storia tutta napoletana che mi ha sempre toccata nel profondo è il culto delle anime pezzentelle. E’una devozione che affonda le sue radici nella tradizione popolare, in cui il sacro incontra il profano e che i napoletani hanno coltivato per secoli, fino a pochi decenni fa.

Le anime pezzentelle, per i napoletani, sono quelle abbandonate, di persone povere, morte da sole e che non hanno nessuno che preghi per loro, affinché possano scontare il periodo di Purgatorio più in fretta e volare così in Paradiso.

Il culto nacque nel 1600, quando a Napoli vi fu l’epidemia di peste che fece oltre trecentomila morti. I corpi vennero seppelliti in parte nella chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco ed ammassati nel cimitero delle Fontanelle. La maggior parte di essi non aveva neppure un nome e ben presto non rimase che un mucchio di teschi e ossa.

Nell’immaginario popolare, le anime di quei defunti si trovavano in Purgatorio per espiare i peccati commessi in vita e,dunque, destinate a soffrire a lungo, perché abbandonate e dimenticate. Esse, però, potevano intercedere per ottenere grazie per coloro che offrivano loro suffragi, per abbreviare la loro pena.

Oggetto di devozione divennero, in particolare i teschi ( detti capuzzelle), che le persone adottavano, per chiedere all’anima grazie e protezione, in cambio di una sepoltura degna e del riposo eterno. Continua a leggere “Il culto delle anime pezzentelle, di Marie Morel”

L’esercizio del distacco, di Mary Barbara Tolusso

di Marie Morel

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Voce narrante del libro “L’esercizio del distacco“della poetessa M.B. Tolusso è la protagonista, che, parlando in prima persona, esordisce raccontando di quando la madre la lascia, poco più che bambina, davanti ad un collegio e va via senza neppure voltarsi indietro.

Sembra essere un vero e proprio abbandono, ma è la quattordicenne a viverlo come tale, il suo primo distacco. In realtà viene mandata a studiare in una scuola esclusiva, riservata ai rampolli di famiglie molto facoltose, affinché vengano istruiti ed addestrati per diventare i nuovi potenti.

Tra lezioni di logica e galateo, i ragazzi vengono sottoposti anche ad una dieta e cure innovative, per garantire loro una salute intaccabile e una vita più lunga della media.

Parte integrante di questo modello educativo è il distacco da passioni,affetti ed emozioni, viste come potenzialmente dannose per questi pochi eletti, il cui futuro sembra già essere stato programmato.

Il collegio è un microcosmo dal quale è impossibile tenere fuori le passioni, perché pur sempre di adolescenti si tratta. Nascono amicizie, come quella che lega la protagonista a David ed Emma, antipatie, rivalità ed amori, ma che i ragazzi sono costretti ad imparare ad addomesticare e disciplinare.

Al momento del diploma, la protagonista si allontana dal collegio lasciando dietro di sé il tempo vissuto lì, grazie all’esercizio del distacco. Eppure quel mondo ovattato, nel quale la ragazza impara a lasciar andare passato e affetti, ma nel quale si concede, talvolta, momenti di abbandono, diventa per lei, negli anni successivi, uno dei ricordi più struggenti.

Scritto bene e scorrevole, è un libro che si legge in poche ore, ma di quel tempo a me non è rimasto nulla, se non un grande vuoto.

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Critiche al pensiero positivo

di Marie Morel

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Le critiche mosse al pensiero positivo ( secondo l’accezione che ho chiarito nel mio post precedente), si riducono a queste considerazioni: non è salutare evitare le negatività, fingere che i problemi non esistano e che vada tutto bene; un ottimismo cieco è controproducente, perché finirà con lo scontrarsi inevitabilmente con la realtà.

Queste critiche al pensiero positivo, tuttavia, arrivano a conclusioni errate, perché partono da presupposti errati.

Pensiero positivo e resilienza

Il pensiero positivo non si fonda, infatti, su un ottimismo irragionevole o sull’evitamento, come ho letto da qualche parte, bensì sul concetto di resilienza.

La psicologia positiva non prescrive una ricetta facile per una felicità da raggiungere chiudendo gli occhi di fronte ai problemi. Anzi, essi diventano un’occasione di miglioramento e di crescita personale.

Si tratta,in realtà, di trovare un senso e una ragione di speranza anche nelle circostanze più difficili.

La vita, infatti, può riservare indicibili dispiaceri, vere tragedie umane, eppure anche nelle esperienze più dolorose è possibile trovare del buono, trarne degli insegnamenti preziosi, piuttosto che cullarsi nell’inevitabile sofferenza.

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Alimentazione consapevole versus chirurgia bariatrica

di Marie Morel

Cos’è l’alimentazione consapevole?

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L’alimentazione consapevole  consiste nel mangiare consapevolmente. 

Cosa vuol dire? Innanzitutto saper riconoscere gli stimoli della fame e della sazietà, che sono i segnali con cui il nostro corpo ci comunica quando ha bisogno di nutrimento e quando è pieno.

Molto spesso, infatti, ci capita di mangiare per molte ragioni diverse, tranne che per fame e di continuare a farlo anche quando non ne abbiamo più bisogno.

Vuol dire capire se stiamo mangiando per soddisfare un bisogno fisiologico o affettivo.

Comprendere i reali motivi che stanno dietro le nostre scelte alimentari, i meccanismi consci e, soprattutto inconsci, che sono alla base del nostro comportamento verso il cibo.

Saper scegliere gli alimenti di cui abbiamo bisogno, in base ai loro valori nutrizionali e alle nostre esigenze, senza farci abbagliare dalle mode del momento.

Significa anche imparare a mangiare con gusto e piacere, liberandosi dai sensi di colpa, avere un rapporto autentico, sano ed equilibrato con l’alimentazione.

Chirurgia bariatrica

Ieri pomeriggio ho incontrato una conoscente, che non vedevo da un paio di mesi. Sapevo che si sarebbe dovuta sottoporre ad un intervento di chirurgia bariatrica e, in effetti, l’ho vista dimagrita. Mi ha raccontato del decorso post-operatorio, di come si sentisse e di come il suo organismo stesse reagendo.

Quando tempo fa mi aveva parlato dell’intervento, che era in programma di lì a poco, ne ero rimasta sorpresa, perché non mi sembrava che la sua obesità fosse tale da giustificare la chirurgia.

Non le avevo detto niente di queste mie perplessità, perché sembrava ben informata e consapevole di ciò che stava per affrontare. Né volevo metterle ansia, dal momento che non sono un medico e le mie opinioni al riguardo potevano essere del tutto infondate.

Ieri, però, chiacchierando, le ho chiesto i motivi di questa sua scelta radicale, quando potevano bastare una buona dieta, attività fisica e forza di volontà.

Mi ha confermato che, effettivamente, il suo grado di obesità non era così eccessivo e di aver incontrato in clinica persone che dovevano perdere anche solo 20 kg.

Partendo dal presupposto che questa persona sia attendibile (trattandosi di una semplice conoscenza non posso garantire), mi è sembrata una cosa davvero allarmante.

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Torta caprese, la mia ricetta del cuore

di Marie Morel

Non sono una food blogger, per cui parlo raramente di cibo. Quando lo faccio, è perché mi piace condividere quelle ricette che fanno parte della mia vita, della mia cultura, della tradizione.

Questo è uno di quei casi, perché la torta caprese è un dolce che ha un posto speciale nel mio cuore.

A casa mia si prepara ogni anno per il giorno di San valentino, perché con il suo gusto soave si sposa a meraviglia con l’idea di amore.

Appena croccante fuori e morbida dentro, la torta caprese si scioglie in bocca in tripudio di cioccolato e mandorle. Estasi!

Ne esistono, ormai, decine di versioni e reinterpretazioni, ma io sono dell’idea che le ricette tradizionali vadano preservate dall’estro e la fantasia degli chef e tramandate ai posteri come delle reliquie, così com’è avvenuto per la mia.

Non so se quella che possiedo risalga davvero al 1920, quando lo chef Carmine Di Fiore la inventò per un caso fortuito, nel suo suo laboratorio di pasticceria a Capri, dimenticando di mettere la farina nell’impasto.

Ma sono certa che, già oltre 80 anni fa, la zia di mia madre la faceva per i suoi nipoti, poi per me quand’ero bambina, esattamente come io oggi la preparo per i miei figli.

Anche per questo associo la torta caprese all’amore, perché come accadde a Proust con la sua madeleine, ogni boccone per me è un tuffo nei più dolci ricordi della mia infanzia.

Ecco a la mia ricetta

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La mappa letteraria di Napoli

di Marie Morel

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Internet è un mare immenso dove la navigazione è una continua scoperta.

Non è un posto sicuro e ci si può imbattere in cose spiacevole e persino pericolose.

Con le dovute precauzioni, tuttavia, può essere fonte di bellissime sorprese.

Così è stato per me, quando per puro caso, neppure ricordo cosa stessi cercando, ho scovato una mappa letteraria di Napoli.

Non riuscivo a staccarmene. Mi è sembrato di fare un tour immaginario della città, guardandola attraverso gli occhi e le parole di scrittori e poeti.

Ho percorso con la mente vicoli e strade, tra monumenti e folklore e ho ritrovato angoli dimenticati nella mia memoria, come l’ospedale delle bambole o il mercatino di Antignano.

Si è spalancato davanti a me un mondo di impressioni, suggestioni, ricordi…..

Allo tesso tempo, è un modo bellissimo per scoprire nuove opere ed autori che raccontano di Napoli.

La mappa letteraria di Napoli è stata realizzata da una rivista culturale online, Identità insorgenti, che ha avuto un’idea geniale e l’ha realizzata brillantemente.

Alla redazione e a chiunque abbia collaborato, va la mia riconoscenza per aver messo a disposizione di tutti uno strumento davvero prezioso, per chi vuole scoprire o approfondire il mondo letterario che ruota attorno alla città di Napoli.

Deve essere stato un lavoro enorme, data la mole di informazioni che contiene: oltre 1450 citazioni di autori, che in versi o prosa, hanno parlato di Napoli nelle loro opere. Un lavoro enorme, ma stupendo.

La mappa può essere consultata in due modi : si può cliccare su citazioni e visualizzare un elenco degli autori, con accanto la strada, il monumento, la zona di Napoli di cui hanno parlato. Cliccando sul nome dell’autore, si evidenza sulla mappa il luogo citato e nel riquadro a sinistra è possibile leggere il brano o parte di esso, con l’indicazione dell’opera da cui è tratto. Nella parte inferiore, per molte citazioni, sono presenti anche le foto dei luoghi.

Un altro modo è quello di ingrandire la mappa e scegliere un posto preciso e leggere cosa scrittori e poeti hanno scritto al riguardo, cliccando sulle icone colorate a forma di libro. Ed io, che di posti del cuore a Napoli ne ho tanti, non sapevo da che parte cominciare e , una volta che l’ho fatto, non sapevo come smettere.

Se volete consultarla, potete trovare la mappa letteraria di Napoli qui

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La famiglia Aubrey, il libro

di Marie Morel

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La famiglia Aubrey, Rebecca Wets, Fazi Editore, 2018

Opulento. Questo è l’aggettivo che risuonava nella mia mente, quando ho finito di leggere “La famiglia Aubrey“di Rebecca West.

Opulento, perché straordinariamente ricco di particolari, di dettagli, di immagini che incatenano il lettore alle pagine e lo trascinano nel ritmo lentissimo dell’azione.

Accadono pochi eventi, in questo libro di oltre 400 pagine, ma è proprio in questo che sta la sua magnificenza. Rebecca West non si limita a scrivere, ma dipinge con pennellate lente e perfette personaggi, scene di vita, emozioni e sentimenti.

In una sua recensione, Alessandro Baricco dice di essere “rimasto abbagliato dalla calma silenziosa con cui la scrittrice scompone una sensazione, uno sguardo, un sentimento”. Ed è l’esperienza che ho vissuto anch’io.

Nello suo svilupparsi con studiata lentezza, la trama si illumina a tratti, grazie alla perfezione delle parole che, come piccole perle,vanno ad incastonarsi al posto esatto nell’intarsio di un gioiello.Una lentezza che non diventa mai ridondanza.

Non è una lettura per tutti. Se cercate azione, suspense, ritmi serrati, non fa per voi. Lo stesso se avete voglia di leggere qualcosa di poco impegnativo.

Per apprezzare questo libro, dovete essere disposti ad abbandonarvi alla sua lentezza e ad abbracciare i suoi ritmi,ad amare un lessico prezioso, elegante, che ricama immagini di rara bellezza, ma di certo non semplice.

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Mamme di figli adolescenti?Parliamone

di Marie Morel

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Ogni mamma ha i suoi problemi

Mi capita, di frequente, sentire le mamme dei bimbi lamentarsi per tutti i problemi legati alla nanna, alla pappa, lo svezzamento, le nottate insonni; quelle dei bambini in età scolare, invece, della scuola, dei compiti, delle maestre, dello sport. Fanalino di coda le mamme degli adolescenti, che hanno anche loro un bel po’ di cui lagnarsi. Ora io penso che lamentarsi sia del tutto inutile, nonché un grave attentato alla felicità ( leggi qui le mie pillole di pensiero positivo), ma al di là di questo, da dove nasce questo bisogno di mettersi in competizione con le altre mamme a chi ha più problemi? Ognuna attraverserà tutte le fasi della vita del proprio figlio, con tutte le relative gioie e dolori. Perché la verità, care mamme, è che ogni età ha le sue difficoltà, non c’è gara, ma ha anche i suoi momenti di felicità e le sue soddisfazioni ed è su questi che ci dovremmo concentrare, quando ci sentiamo stanche.

Adolescenza e omertà

Nella mia esperienza, però, ho potuto osservare che, ad essere più silenziose, sono le mamme di figli adolescenti ed io, che sono una di loro, so che ne avrebbero di cose da dire! Anche online mi sembra che agli adolescenti non si presti la stessa attenzione rispetto ai bambini. Mi chiedevo il perché. Forse perché i problemi degli adolescenti, avendo spesso a che fare con rabbia, comportamenti ingestibili, sessualità sono considerati scabrosi e, di conseguenza, vissuti ancora con un certo pudore da parte delle famiglie? O perché, oltre agli adolescenti, in questa fase anche i genitori si sentono confusi, disorientati, impreparati? In entrambi i casi, non sarebbe meglio se delle difficoltà legate all’adolescenza se ne parlasse di più? La mia sensazione è che molti genitori, una volta che i figli hanno superato una certa età, si sentano a disagio a parlare dei problemi legati all’adolescenza, perché li vivono, come un disagio personale. Come se avere un figlio che non corrisponde, per un qualunque motivo, alle aspettative che si erano creati fosse un loro fallimento. Diventa difficile, dunque, ammettere ed accettare che un figlio abbia difficoltà a scuola o sia ribelle o confuso sulla propria sessualità. Continua a leggere “Mamme di figli adolescenti?Parliamone”

Abbi cura di me, la canzone di Simone Cristicchi

di Marie Morel

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Ieri sera, qualcuno, ascoltando Abbi cura di me di Simone Cristicchi, ha pensato a me e mi ha inviato il testo.

Ed io che il Festival di Sanremo non lo guardo da anni, sono andata a rivedere l’esibizione su Raiplay e mi sono commossa.

E ho pianto.

Perché il testo di Abbi cura di me è un puro ed essenziale concentrato di tutto ciò in cui credo.

Nelle sue parole ho incontrato me stessa, ho rivissuto il lungo viaggio attraverso il mio dolore, nel mio mondo interiore e ho ritrovato le verità a cui sono approdata, le mie verità.

Lo stesso deve essere accaduto a tutti quelli che ascoltando questa canzone si sono emozionati, perché “ognuno combatte la propria battaglia“.

Chi l’ha interpretata come una preghiera, chi come una poesia, chi come un messaggio d’amore universale , questa canzone arriva diritta al cuore di chi l’ascolta.

Ascoltala su Rai Play-Abbi cura di me

Vedi il post originale

 

Bon ton sui social, 9 semplici regole

di Marie Morel

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Nel mio articolo precedente ho parlato di come per me il bon ton non si riduca ad un semplice elenco di regole da rispettare, per evitare di fare brutta figura. Si tratta, soprattutto, di avere un comportamento educato, gentile, rispettoso nei confronti degli altri, far sentire le persone accolte, metterle a loro agio. Un bon ton, dunque, che più che all’apparenza, guarda all’essere.

Navigando sui social, Facebook in particolare, non posso fare a meno di notare quanto la maleducazione e la scorrettezza siano dilaganti. Il fatto che vi sia un computer a fare da filtro, probabilmente, fa sentire le persone autorizzate a dare il peggio di sé. Per non parlare di chi si fa scudo dell’anonimato, dietro profili fake.

Tutti, invece, dovremmo ricordare che, pur essendo Facebook un luogo virtuale, le persone che sono dall’altra parte dello schermo sono reali e hanno sentimenti che vanno rispettati, sempre e comunque.

Ecco, allora, 9 semplici regole di bon ton sui social che dovremmo seguire:

1 #Rispetto

Ognuno è libero di esprimere le proprie idee, anche se sono diverse dalle vostre. Se non siete d’accordo, potete manifestare la vostra opinione, ma sempre con educazione e rispetto, senza offendere, insultare, mortificare gli altri.

2 #Gentilezza

Va a braccetto con il rispetto. Uno dei miei motti è : “C’è modo e modo di dire le cose”. Si può dire qualunque cosa, anche la più spiacevole, usando la gentilezza e cercando di non ferire i sentimenti altrui.

3 #Non dite nulla che non direste se aveste quella persona di fronte

Prima di scrivere qualcosa, dovremmo chiederci: “Se questa persona fosse di fronte a me e la guardassi negli occhi, avrei il coraggio di dire queste parole?”. Se la risposta è no, evitate. Questa regola vale nel bene e nel male, ossia per insulti, derisioni, commenti spiacevoli, ma anche per avance audaci, complimenti troppo spinti.

4 #Non siete obbligati a commentare

L’alibi più grande,dietro cui si nasconde chi usa i commenti di Facebook per vomitare tutte le sue frustrazioni e la rabbia repressa, è: “Se l’hanno postato, devono aspettarsi i commenti, anche di chi non è d’accordo”. Verissimo, siete liberissimi di commentare, ma senza dimenticare i punti 1 e 2, rispetto, educazione e gentilezza. Se non ne siete capaci, astenetevi, la vostra opinione non farà la differenza.

5 #No è no

Questa semplice regola, come nella vita reale, è sempre valida, anche su Facebook. Non importunate con commenti fuori luogo o messaggi in privato qualcuno che non li gradisce.

Continua a leggere “Bon ton sui social, 9 semplici regole”

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