Tracce bizantine in Sicilia: la Cuba di Santa Domenica, di Donatella Pezzino

La Cuba di Santa Domenica sorge nel territorio di Castiglione di Sicilia, in prossimità del fiume Alcantara. Ricca di fascino e di mistero, questa antica cappella rustica combina in sé diversi stili architettonici, dal bizantino all’arabo.

La Cuba è stata ritenuta per tutto il Novecento una costruzione di età bizantina, databile fra il VII e il IX secolo; successivamente, studi approfonditi hanno portato a stabilirne una datazione più tarda. Oggi, infatti, gli studiosi sono concordi nel collocarla in un periodo compreso fra il X e l’XI secolo.

Nonostante sia di epoca normanna, l’impianto presenta moltissimi aspetti dell’architettura e dell’arte bizantina, ai quali sono mescolati elementi di ispirazione islamica.

Allo stato attuale delle ricerche, non se ne conosce ancora con certezza l’originaria destinazione d’uso. Il suo contesto è fra gli aspetti che destano le maggiori perplessità: ci si chiede infatti quale possa essere stata la motivazione che ha portato a costruire un edificio tanto particolare in un luogo così isolato e ameno. Oggi come allora, infatti, la Cuba campeggia solitaria in mezzo al paesaggio agreste. Continua a leggere “Tracce bizantine in Sicilia: la Cuba di Santa Domenica, di Donatella Pezzino”

La guerriera ha gli occhi verdi, recensione di Cristina Saracano

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Marco Rovelli, giornalista e scrittore, visita i luoghi martoriati del Kurdistan.

Da una lettura che ha per protagonista Avesta Harun ne nasce un libro, “La guerriera ha gli occhi verdi”, appunto.

Avesta, la guerriera, ha ventidue anni quando lascia la sua famiglia per seguire i combattenti sulle montagne del Qandil, passando da una vita in famiglia con qualche comodità in un luogo dal clima mite, a una vita nascosta, sempre attenta a non farsi trovare dal nemico turco, tra il freddo e gli stenti. Ma lo fa per passione, per amore verso il fratello, anch’egli combattente, ma mai più rientrato a casa e, soprattutto, per amore verso il suo popolo.

“E’ la cura per le piccole cose che ci tiene in vita”. Afferma più volte Avesta.

La sua gente è da sempre messa in un angolo, la loro lingua, disprezzata, perfino a scuola è proibito usarla, preferendo, sempre il turco.

I bambini sono disorientati, gli adulti si sentono privati delle loro tradizioni e della cultura.

Ma i curdi sono resistenti come rocce, sono le gocce di un immenso oceano, dove nonostante la loro forza, trionfa il dolore.

Questa è una storia dove la vita, la morte, il sacrificio, la sofferenza, il male, non contano più, l’unica cosa che conta è la lotta per la libertà.

E ‘ una storia dedicata ad Avesta e a tutti i curdi che hanno sacrificato le loro vite in nome di questa parola dal significato immenso e, purtroppo, per molte popolazioni ancora sconosciuto.

La Sindone e il business delle reliquie, di Cristina Saracano

Una nuova recente scoperta, direttamente dall’Università di Harvard, sul “velo sacro”, di cui ci parlerà il Professor Ferdinando Caputi nella sua conferenza, mercoledì 22 maggio presso il museo etnografico “C’era una volta” di Piazza Gambarina, Alessandria

Inizio ore 21.

Momenti di cultura. La violinista di Piero Milanese. Recensione di Maurizio Coscia (Sargon)

“Ciò che può compiere un partigiano, indipendentemente da valutazioni di valore personale, è differente da ciò che può compiere un soldato di un reparto regolare. Chi crea è diverso da chi esegue, chi fa volontariamente una cosa è differente da chi vi è costretto, chi persegue un ideale costruttivo non è eguale a chi soddisfa un precetto legale. Nel secondo potrà esistere volontà e determinazione, ma difficilmente entusiasmo.”
(Giorgio Bocca, scrittore e giornalista italiano)

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Recensione libro

La violinista: un libro, un romanzo d’amore e sulla Resistenza italiana, da leggere e su cui riflettere. Perché no? Ci sono pagine di questo movimento di liberazione del territorio italiano, dall’occupazione nazifascista, che sono ancora poco conosciute. Piero Milanese, già autore di interessanti opere letterarie quali “Parola Sospesa”, “Amami Alfredo” e “La scappatella”, ha voluto indagare, anche ispirato da un precedente lavoro del giornalista Giorgio Bocca, incentrato sulle repubbliche partigiane, la realtà e lo sviluppo di un’importante esperienza politica e militare: la Repubblica ossolana del 1944. Lo scrittore non si è fermato a questo: sulla base di tale retroterra storico ha raccontato una bellissima, quanto travagliata, storia d’amore tra due giovani, Nevio Ottonelli e Orsola De Luca. Questo romanzo è, quindi, la vicenda di un partigiano torinese, Nevio, ostacolato nel suo proposito di ricongiungersi con Orsola, una musicista che adora suonare il suo violino e che il giovane ama con trasporto. Tra i due sboccia l’amore grazie a quello strumento musicale che la ragazza suona in casa sua, durante l’estate in cui si frequentano prima di essere divisi dalla guerra, mentre Nevio l’ascolta con grande interesse, voltando le pagine del suo spartito musicale. La storia d’amore ha come sfondo il periodo difficile e ricco di eventi drammatici delle azioni di guerriglia partigiana per la costituzione nel Nord d’Italia della libera Repubblica dell’Ossola. Quest’ultima vide, nei suoi 44 giorni di durata, dal 9 settembre al 23 ottobre 1944, la nomina di una Giunta Provvisoria di Governo che assunse un indirizzo civile ed istituzionale che ispirò alcuni principi contenuti nella successiva Costituzione italiana del 1948. All’inizio del racconto, Nevio, gravemente ferito in uno scontro a fuoco, è portato a spalle presso le suore di Falmenta, comune montano della valle cannobina. Due sorelle sono impegnate nella recita delle preghiere, mentre da lontano si odono provenire i colpi di mortaio e di una cruenta battaglia sul lago Maggiore per la riconquista nazifascista di Cannobio. Le religiose sentono bussare pesantemente alla porta della loro residenza e accolgono Nevio Ottonelli, nome di battaglia Toro, in fin di vita, accompagnato da altri due partigiani e che ha bisogno di cure immediate. Presso le suore, si reca, poi, il dottore che lo cura. L’ospitalità delle religiose è ottima e puntuale, tuttavia, Nevio non può rimanere ed è prossimo il suo trasferimento presso la struttura ospedaliera di Domo. Nel frattempo, oltre alla visita del medico, il partigiano riceve quella del parroco della zona a cui confida che ha desiderio di rincontrarsi con Orsola De Luca, figlia di un impiegato pubblico iscritto al partito fascista e di cui non ha saputo più nulla. Nevio non è riuscito a trovarla a casa quando i partigiani della sua divisione hanno liberato Cannobio, dove la violinista viveva con la sua famiglia. Durante la visita del parroco, il giovane partigiano gli chiede se sia in grado di procurargli notizie della ragazza ed il sacerdote si impegna ad informarsi presso un altro religioso. Da questo drammatico inizio si sviluppa tutta la vicenda che è ricca di fatti ben documentati dal punto di vista storico e di molti riferimenti geografici che è un piacere leggere, soprattutto, per gli appassionati di escursioni in montagna. In un libro che fa riferimento alle lotte di liberazione non poteva, infatti, mancare la descrizione di incantevoli luoghi montani attraversati dai partigiani, utilizzati come nascondiglio, sia in difesa, sia all’attacco nella guerriglia contro le forze nazifasciste. Senza volere anticipare altro sulla vicenda che, oltre ad essere stata raccontata in modo brillante ed esaustivo, grazie alle ottime capacità espressive e di narrazione dell’autore Piero Milanese, mi sento di citare, in particolare, due episodi che ho trovato molto interessanti. Si tratta del racconto del ricongiungimento tra Orsola e Nevio e dell’inutile “sacrificio” del partigiano Gabriele Fiorini, nome di battaglia Lele. Nel primo caso si legge di quanto avrebbe dovuto svolgersi nel migliore dei modi e con attesa felicità da parte di entrambi i giovani e che, tuttavia, da un lato, a causa dei patimenti sofferti da Nevio per la militanza partigiana e, dall’altro, a causa delle vessazioni subite da Orsola, compresa la rasatura dei bellissimi capelli e la sottrazione dell’amato violino, diviene un incontro drammatico e molto sofferto. Le vicende della guerra hanno messo a dura prova i due giovani e quanto risulta di positivo risiede nella loro volontà di non sentirsi degli sconfitti e di essere anche disposti a perdonare i torti subiti, dimostrando inoltre di essere umanamente migliori, rispetto a quando, in precedenza, si erano conosciuti. Nel secondo caso si legge di quanto avrebbe potuto finire, diversamente, con un allontanamento senza vittime da parte di Nevio e dei due compagni che sono rimasti con lui a presidio di una zona che sta per essere raggiunta dai fascisti, mentre coprono la ritirata di altri compagni e che, tuttavia, si conclude con la morte di Lele. Quando oramai gli assalitori stanno retrocedendo e sono stati respinti, il partigiano Gabriele Fiorini in un impeto di follia omicida, sguscia dal suo nascondiglio e si getta allo scoperto, imbracciando il suo mitra ed al loro inseguimento, con l’evidente volontà di fare più vittime possibili. Nevio ed il compagno rimangono indietro ed al sicuro. Avendo visto gli assalitori retrocedere, non appena, qualche istante più tardi, odono alcuni colpi di mitraglia, pensano che Lele abbia raggiunto il suo scopo. Dietro di lui, si avventurano con prudenza fuori dal nascondiglio e, trovando il suo corpo senza vita, steso a terra, saggiano con occhi sgomenti la realtà che, per quanto possa essere stata un’ottima persona e di supporto per i suoi compagni, uno come Lele, in guerra, chi vuole solo uccidere e vede solo nemici, muore.

Bellissimo libro.

Biografia dell’autore (dal web)

Autore

Piero Milanese nasce ad Alessandria nel 1947. Lavora come tecnico elettronico in aziende del Gruppo FIAT su sistemi di automazione varia e su progetti di componentistica per auto. Da sempre appassionato di letteratura, nel 1975 pubblica il racconto “Il posto alla Fiat”. Nel 1998 esce una sua raccolta di poesie dialettali “El cor an Piasa” (Il cuore in piazza) cui seguono due importanti premi letterari, il “Cesare Pavese” nel 2000 e il “Guido Gozzano” nel 2001, attribuiti ad altre sue raccolte inedite di versi. Nel 2012 collabora con l’Istituto per la Storia della Resistenza di Alessandria alla stesura dell’antologia “El len-ni an Tani” (Le lune in Tanaro) del poeta Giovanni Rapetti. Nel 2013 ritorna al romanzo con “Parola sospesa” cui seguono nel 2014 “Amamialfredo” e nel 2015 “La Scappatella” pubblicati dalle Edizioni Araba Fenice di Boves (CN). Pensionato dal 2002, vive con la moglie a Fubine, nel Monferrato alessandrino.

Dieci poesie di Mariannina Coffa, di Donatella Pezzino

La potenza della donna

A te la voce dell’ amor fu data,
A te la gloria, l’ armonia, l’ affetto,
Quando d’arcana speme inebriata,
Più sublime ti fai d’ ogni altro obietto.

E allor che di splendore irradiata
La bella chioma ti discende al petto
E di virtù favelli… oh, in te traslata
Veggio la possa dell’ eterno Detto!

E nei rai, nella voce, e nel sorriso
Fulge il gaudio di Dio che ti feconda,
Che congiunge la terra al paradiso!

Donna, che sei tu dunque?.. e Vita, e Morte. . .
E spesso adduci alla beata sponda,
E sovente del Ciel chiudi le porte!

*

Una sera d’està

L’aura che spira tra le verdi fronde
Pare un sospir di Dio;
Il pensiero si svolge, e si confonde
Di vita nell’ oblio;
Di speme un canto che le pene ammuta
Va lieve in sulla terra, e la saluta.

Il mormorio del fresco ruscelletto
Par l’ eco de la speme;
Ahi, la campagna, la foresta ha un tetto
Pel misero che geme,
Solo la terra più crudel, più dura
Nega un asilo ai giusti, alla sventura.

E il raggio della luna incerto e mesto,
Che imbianca i firmamenti,
Che vede? . . il mondo di sciagure infèsto,
E danni, e tradimenti,
E sotto il vago innamorato aspetto
Scopre in cor dei mortali, odio, e sospetto.

Qual dolcezza nell’ animo trabocca
Al mormorio del fonte!. .
Como l’ arpa che cessa d’ esser tòcca
Risponde amico il monte . . .
E dei mesti pensier l’ incerto volo
Si fa sublime nel pensier di un Solo.

*

I sogni

Tremante immago d’ un affetto estinto,
Ombra della speranza e dell‘ oblio,
Vieni al mio cor da tanti strazi avvinto,
Cui solo è guida… e l’ avvenire è Dio!

Vieni bell’ angiol mio!.. d’un lauro è cinto
Il tuo vergine capo… oh almen sei mio
Sei mio nei sogni.. . allor che a te sospinto
Si fa dolce e sublime ogni desio!!

Lieve come il sospir della speranza
Sì soave ti veggio in sulla sera,
Che tetra in sul mattino è la membranza

Forse disceso dall’ eterna sfera
Tu a me ti volgi… cui niun bene avanza…
Che la tua luce immaculata e vera! Continua a leggere “Dieci poesie di Mariannina Coffa, di Donatella Pezzino”

Una misteriosa chiesetta gotica alle pendici dell’Etna, di Donatella Pezzino

Guardandolo vengono in mente le chiesette medievali della Scozia o dell’Irlanda. Invece il tempio di Sant’Antonio Abate è siciliano, anzi sicilianissimo: sorge alle pendici dell’Etna, ed è attualmente inglobato all’interno del cimitero di Mascalucia.

La struttura, in pietra lavica e in stile gotico-normanno, è fra le più antiche del territorio etneo:  risale infatti al VI secolo. Una vera rarità, se si pensa a quante costruzioni antecedenti al 1693 siano state qui completamente distrutte da terremoti ed eruzioni.

E’ possibile che la chiesetta, originariamente, facesse parte del monastero di San Vito citato da San Gregorio Magno ma di cui oggi non rimane traccia; ciò che si sa di certo è che per secoli ha rappresentato il punto di riferimento non solo per i cristiani del luogo, ma anche per quelli dei villaggi vicini che non avevano un edificio di culto proprio.

Nel corso della sua storia, l’impianto ha subìto molti rimaneggiamenti. E’ stato cambiato l’orientamento: la facciata, originariamente rivolta a est, oggi guarda a sud, cioè verso il mare. La scalinata e il portico per i penitenti posti davanti all’ingresso principale, ancora esistenti agli inizi del XIX secolo, sono stati rimossi, come pure alcuni altari e alcune finestre. Tra gli elementi originari che sono stati mantenuti, invece, ci sono la porticina laterale – presumibilmente, l’ingresso per le donne – e il binario in pietra lavica che divide in due l’interno della chiesa e che, prima dell’avvento dei normanni, serviva a separare l’uditorio maschile da quello femminile. Continua a leggere “Una misteriosa chiesetta gotica alle pendici dell’Etna, di Donatella Pezzino”

Conferenza al Museo della Gambarina, di Cristina Saracano

Alessandria: Appuntamento, mercoledì 8 maggio alle 21,15 al Museo Etnografico “C’era una volta” in piazza Gamabrina, Alessandria, con una conferenza del professor Ferdinando Caputi.

Questa volta ci parlera’ dei siti romani in provincia di Alessandria delle testimonianze archeologiche.

Esumazione (Dedicata alle morti bianche di Carrara), di Yuleisy Cruz Lezcano

Mettimi il casco in testa,
così se cado, solo frantumo
il vestito bianco della morte.
Parlo e sono già vestito di rocce,
sono polvere di Carrara.
Scavando, cava son diventato
e le mie lacrime scritte in un muro,
dal vento e la pioggia sono state cancellate.
Le lacrime che non ho versato,
le hanno versate chi mi voleva bene.
Un funebre canto alle catene,
innalza nel vento
un esercito di parole mutilate.
Gli uccelli hanno disegnato nei miei occhi
voli che non riesco più a fare,
idee di avventure mai realizzate.
Asse immobile è la vita,
ferma nelle mie vene.
Mondo fermo da morti e pene
che girano attorno al marmo.
I commenti sono duro pane
sotto i denti
per chi deve masticare la morte
dei propri cari.
“La morte a Carrara
è come un raffreddore,
lo accetti e basta”
Come un’onda alla ricerca della sabbia,
le lacrime ferme negli occhi
son trattenute dall’umile timore di lanciarsi.
Il dolore è come un ripetitore di vuoti,
in tutti i luoghi dell’anima
scrive messaggi,
intrisi di veleni furiosi
e di sete di incubi, mutanti in volti,
riassunti nella tristezza
di un angelo che passa.

di Yuleisy Cruz Lezcano

La bellezza del marmo nella sua sede naurale…
La Natura va rispettata… L’incidente è sempre in agguato…

Destino di Raffaella Romagnolo, recensione di Cristina Saracano

Dopo quarantasei anni, quando l’Italia sta diventando una repubblica, Giulia fa ritorno dagli Stati Uniti al borgo natio, nella campagna al confine tra Piemonte e Liguria.

Giulia si era lasciata alle spalle una vita di miseria, di duro lavoro nella filanda, per tante ore, nell’umidità, con i geloni alle mani, una paga troppo bassa per sfamarsi, una madre troppo indurita da una vita crudele, un’amica del cuore, con cui dividere le fatiche e le risate di ragazze, aveva lasciato tutto ciò per i grattacieli di Manhattan, per lei, ventenne povera e incinta.

Come cita un noto proverbio, “la fortuna aiuta gli audaci”, Giulia, di fortuna, grazie ad aver osato, ne ha avuta molta: ha trovato un padre per suo figlio, con un’attività commerciale sempre più avviata tra i grattacieli di Manhattan.

E intanto, a Borgo di Dentro, il “suo” borgo, la vita continua, passano due guerre mondiali, il fascismo e una coraggiosa lotta per la liberazione.

La nostalgia, la voglia, di sapere che cosa è accaduto ai suoi vecchi amici, i silenzi interminabili della madre, e molto altro ancora, la spingono, in compagnia del figlio, ormai uomo, marito e padre, a ritornare laddove era partita senza dare alcuna spiegazione.

Un romanzo storico, la storia della nostra Italia del Novecento.

Un romanzo dove le storie d’amore s’intrecciano con i dissapori, le sofferenze, la povertà, i sogni mai abbandonati.

Un romanzo che narra i temi cruciali della nostra esistenza: la difficoltà, soprattutto femminile, a emergere e affermarsi in un mondo sempre molto maschilista, ma anche, la quasi impossibilità nel riuscire a cancellare le classi sociali, le differenze, tra “ricchi e poveri”, come se questi ultimi fossero marchiati, fin dalla nascita, e per tutta la loro esistenza, e non riescano a liberarsi, a uscire da questa scomoda posizione.

Un romanzo che affronta i temi sociali, le prime manifestazioni in fabbrica per un lavoro più sano e dignitoso, ma che racconta anche le crudeltà della guerra e tutto il coraggio delle donne e degli uomini che hanno fatto la Resistenza, che si sono nascosti tra queste montagne, in questi luoghi bellissimi sull’Appennino tra Piemonte e Liguria e che ancora oggi portano il ricordo di quei martiri, della loro forza e del loro sacrificio e che, quando, passeggiando tra questi boschi silenziosi, oltre al rumore dei nostri passi, sembra di sentire loro, i loro nomi di battaglia, le fughe, i nascondigli, loro sempre pronti a rischiare per veder realizzato il più bel sogno: la libertà.

Un romanzo ben scritto, dove ogni pagina è una storia, un’emozione, una sensazione, un luogo, una piccola parte di noi.

Un romanzo che racconta la gente che non molla, resta, parte, torna, ma, comunque, resiste, perché la vita è un dono inestimabile.

Dove il Vespro ebbe inizio: la chiesa del Santo Spirito a Palermo, di Donatella Pezzino

La guerra dei Vespri Siciliani iniziò a Palermo con la rivolta del lunedi di Pasqua del 1282 ( 30 marzo), scoppiata in seguito alla perquisizione arbitraria di una gentildonna da parte di un soldato francese. L’episodio si svolse davanti alla chiesa normanna del Santo Spirito, che da allora è conosciuta anche con il nome di “Chiesa del Vespro”.

L’edificio fu realizzato nel 1178 per iniziativa di Margherita di Navarra, consorte del re normanno Guglielmo il Malo,  e affidato all’Ordine cistercense; nel XVIII secolo vi sorse attorno il cimitero di Sant’Orsola ma ciò non ha reso meno suggestiva la sua bellezza.

L’impianto è basilicale, a tre navate con sei colonne e otto archi; il cappellone maggiore porta la firma del celebre scultore palermitano Antonello Gagini  (1478 – 1536). Il pregiato soffitto ligneo e lo stupendo Crocifisso in legno risalente al XV secolo rendono questa chiesa ancora più preziosa. Continua a leggere “Dove il Vespro ebbe inizio: la chiesa del Santo Spirito a Palermo, di Donatella Pezzino”

Buon 25 aprile, con le parole di Dino Buzzati

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Ecco, la guerra è finita.
Si è fatto silenzio sull’Europa.
E sui mari intorno ricominciano di notte a navigare i lumi.
Dal letto dove sono disteso posso finalmente guardare le stelle.
Come siamo felici.
A metà del pranzo la mamma si è messa improvvisamente a piangere per la gioia, nessuno era più capace di andare avanti a parlare.
Che da stasera la gente ricominci a essere buona?
Spari di gioia per le vie, finestre accese a sterminio, tutti sono diventati pazzi, ridono, si abbracciano, i più duri tipi dicono strane parole dimenticate.
Felicità su tutto il mondo è pace!
Infatti quante cose orribili passate per sempre.
Non udremo più misteriosi schianti nella notte che gelano il sangue e al rombo ansimante dei motori
le case non saranno mai più così immobili e nere.
Non arriveranno più piccoli biglietti colorati con sentenze fatali,
Non più al davanzale per ore, mesi, anni, aspettando lui che ritorni.
Non più le Moire lanciate sul mondo a prendere uno qua uno là senza preavviso, e sentirle perennemente nell’aria, notte e dì capricciose tiranne.
Non più, non più, ecco tutto;
Dio come siamo felici.

25 aprile, Dino Buzzati

Dimore Liberty di Sicilia: il Villino Florio all’Olivuzza, di Donatella Pezzino

Quando si parla di stile Liberty, non si può non pensare al Villino Florio. Ancora oggi, questo piccolo gioiello dell’Art Nouveau fa bella mostra di sé al n. 38 di Viale Regina Margherita a Palermo, nel quartiere dell’”Olivuzza” vicino alla Zisa,  dove crea una parentesi incantevole e fuori dal tempo a stretto contatto con la modernità. Circondato da un suggestivo giardino, l’edificio è un vero e proprio respiro di arte e di bellezza, capace di rendere più tollerabile l’aspetto – ben poco artistico – dei palazzoni che lo circondano.

Costruito tra il 1899 e il 1902, fu commissionato dai coniugi Florio all’insigne architetto Ernesto Basile, uno dei massimi esponenti del modernismo italiano e del Liberty, nonchè autore di edifici ed interni celebri (l’ala nuova di Montecitorio e il palazzo Bruno di Belmonte di Ispica, solo per fare qualche esempio). Desiderosi di regalare una dependance al giovane figlio Vincenzo, i facoltosi imprenditori palermitani, com’era loro costume, non badarono a spese, lasciando piena libertà al genio creativo di Basile.

Ispirandosi all’indole del futuro proprietario, uomo raffinato, cosmopolita e amante dei viaggi, l’architetto fuse con sapiente armonia una pluralità di stili, dal romanico al barocco, dal gotico al rinascimentale, reinterpretando motivi nordici e mediterranei alla luce del nuovo gusto Liberty.

All’esterno, i capitelli, i bassorilievi, le torrette, le scalinate, le vetrate, il loggiato e i dettagli artistici in ferro battuto danno vita ad un insieme dalle forme sinuose che accarezzano lo sguardo: qui, l’armonia è creata dalla diversità, l’eleganza dalla capacità di essere eclettici e originali senza mai spezzare l’equilibrio delle parti.

All’interno, il legno trasmette ovunque calore e intimità, creando un’atmosfera raccolta, avvolgente e al tempo stesso estremamente ricercata. Alcuni elementi decorativi, come il soffitto ligneo scolpito della scalinata, le pareti rivestite di stoffe a motivi floreali, gli intarsi sulle porte e sul camino, realizzano un perfetto connubio fra opulenza e squisito gusto artistico.

A dispetto degli anni che passano, l’interior design del Villino colpisce per la sua sorprendente attualità: le stanze e gli ambienti di passaggio, dai rivestimenti agli elementi decorativi, potrebbero tranquillamente uscire dall’ultimo numero di una moderna rivista di arredamento.

Altrettanto all’avanguardia era l’arredamento originario. Lo aveva progettato lo stesso Basile, conosciuto in tutta Europa non solo come architetto, ma anche per i suoi originali mobili di design. Purtroppo, oggi non possiamo più ammirare quelli dell’ Olivuzza: nel 1962, sono andati irrimediabilmente perduti in un incendio che ha devastato parte della struttura, insieme ai dipinti e gli affreschi di Ettore Maria Bergler e Giuseppe Enea e ad altre pregevoli opere d’arte.

Nel periodo di maggior splendore, ovvero durante la Belle Epoque, il Villino vide tra le sue stanze ricevimenti sfarzosi ed ebbe molti ospiti illustri, sia italiani che stranieri.

Nel 1911, la giovanissima moglie di Vincenzo Florio morì di colera dopo soli pochi anni di matrimonio, e senza dargli alcun erede. Da allora, iniziò per il Villino la parabola discendente: l’immobile e il relativo parco furono quasi abbandonati finchè, nel 1922, i fratelli Florio li vendettero per far fronte a gravi problemi economici.

La proprietà passò al principe di Fitalia e poi alla Curia Arcivescovile; negli anni Trenta e Quaranta, gran parte del parco venne lottizzato e adibito a nuove costruzioni.

Nel 1984, l’edificio è stato acquisito dalla Regione Siciliana, che lo ha sottoposto ad una serie di restauri e ne ha fatto una delle sue sedi di rappresentanza. Oggi il Villino Florio è aperto al pubblico: è possibile visitarlo dal martedi al sabato e ogni prima domenica del mese dalle 9 alle 13.

Donatella Pezzino

dal Blog: Donatella Pezzino – La donna siciliana nella storia e nella poesia