“All’alba della civiltà” ad ARTES, di Lia Tommi

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Associazione culturale e ASD ARTES ALESSANDRIA. 4 OTTOBRE 2019 . h 17. Via U. Rattazzi 47

Commenti, Letture , Musiche > per conoscere il mondo

Laura Anania – Davide Delfino
a cura di Pier Luigi Cavalchini

ALL’ALBA DELLA CIVILTÀ

Il libro “All’Alba della Civiltà”, di recentissima pubblicazione, tratta della martoriata area mediorientale, delle culture, delle tradizioni e della lunga storia che l’hanno caratterizzata. Il libro è curato dalprof. Pier Luigi Cavalchini
ARTES. scuola di danza musica e teatro &etta da Patrizia Campassi: punto di rferimento culturale ed artistico per bambini: adolescenti e giovani: attraverso uno specfico percorso didattico: contnbuisce alla formazione di e potenziali artisti La danza: disciplina dal grande valore estetico e morale: è un alte particolarmente rigorosa: per la quale sono previste forza di volontà: abnegazione ed impegno costante al fine di acquisire consapevolezza corporea: concentrazione: svüuppando inoltre negli allievi senslbüità e capacità tecnico — espressive: in un percorso di studio che tenga conto delle loro diverse età.

I Celti in Irlanda. Stefania Pellegrini

I Celti in Irlanda di Stefania Pellegrini

Gli antichi Celti abitarono gran parte dell’Europa tra il 600 a.C. E il 400 d.C. Nonostante l’assenza di una vera e propria tradizione letteraria, tracce della loro mitologia e delle loro credenze si possono rinvenire nei miti vernacolari dell’Irlanda e del Galles. Sono fantastiche storie di dei, eroi sovrumani e magici animali tramandate per un certo periodo oralmente, poi in un periodo più tardo scribi cristiani li riportarono negli scritti conservando lo spirito della più antica mitologia pagana.

In Irlanda la tradizione orale incominciò a essere riportata in forma scritta nel VI secolo d.C., tuttavia, la maggior parte dei manoscritti sopravvissuti risale a non prima del XII secolo.
Comprendono elementi che si riferiscono a una fase molto antica della storia irlandese, forse addirittura al periodo pagano, vale a dire prima del V secolo d.C.

NelLibro delle invasioni“, il cui intento sembra essere quello di spiegare la presenza dei Celti storici nell’Irlanda, il racconto parte da una spedizione condotta da Cesair e culmina nell’arrivo dei Gaeli, i primi Celti, che parlavano una lingua gaelica (o goidelica).
I protagonisti del mito sono una stirpe di dei i “Tuatha Dè Danann” ( il popolo della dea Danu), che abitarono l’Irlanda prima dei Celti. Essi vi portarono quattro potenti talismani: 


la pietra di Fal, che parlava quando veniva toccata dal re giusto;
La lancia di Lugh, che garantiva la vittoria;
la spada di Nuadu, cui nessuno sfuggiva;
il calderone del Daghda, da cui nessuno si staccava insoddisfatto.


I Tuatha Dè Danann erano esperti nella arti magiche e druidiche, e gli dei più importanti erano protagonisti di miti, storie speciali, collegati alle loro capacità. Daghda ( “il Buon dio”) era il dio – padre tribale, colui che garantiva il benessere e la rigenerazione.
Per diventare i signori dell’Irlanda, i Tuatha Dé Danann dovettero combattere due formidabili gruppi di esseri: i Fir Bholg e i Formoni (demoni sotterranei che avevano sempre abitato nell’Irlanda)) ognuno dei quali svolse una parte nella “storia” dell’isola. 

I Fir Bholg furono sconfitti nella prima battaglia di Magh Tuiredh e mandati in esilio nelle isole Aran, dove si dice avessero costruito il massiccio forte di Dun Aonghsa a Inishmore.


 Per i Formoni la leggenda racconta che avessero un terribile capo. Si chiamava Balor dall’occhio malefico; lo sguardo del suo unico occhio provocava all’istante la morte e sembra non potesse essere ucciso da nessun arma.

Balor risiedeva nell’isola Tory, nel costante terrore che si avverasse una profezia, secondo cui sarebbe stato ucciso dal nipote.
Nonostante i suoi numerosi sforzi per evitare questa fine, tenendo lontana la figlia Eithne dagli uomini, essa rimase incinta e diede alla luce tre gemelli. Allora Balon li gettò in mare, ma uno sopravvisse, e si chiamava Lugh. Con la sua sopravvivenza Lugh segnò, com’era predetto, la fine di Balon. Comandò i Tuatha Dé contro i Formoni e uccise il nonno Balon, centrandogli  l’occhio, con un colpo di fionda.

L’ARRIVO DEI CELTI

Gli ultimi invasori appunto i Gaeli (Celti) secondo la tradizione mitica, erano i discendenti dei Figli di Mìl. Giunsero in Irlanda dalla Spagna e sconfissero i Tuatha Dé costringendoli a crearsi un nuovo regno sottoterra.
Il mito racconta che i Gaeli arrivati in Irlanda incontrarono tre dee della terra: Banbha, Fòdla ed Ériu. Ognuna delle quali strappò agli invasori la promessa di dare al paese il nome di una di loro, qualora avessero avuto successo nella conquista.
Il veggente o fili Amhairghin assicurò a Ériu che l’Irlanda avrebbe portato il suo nome ( da cui il nome gaelico dell’Irlanda = Eire) e in cambio Ériu profetizzò che la terra sarebbe appartenuta ai Gaeli per sempre.
Dopo la sconfitta dei Tuatha Dé Danann ad opera dei Gaeli, gli dei dei vinti si rifugiarono sottoterra, in un luogo che era un’immagine speculare del mondo. Benchè fossero sconfitti, furono ancora in grado di privare i Gaeli del grano e del latte e usarono questo potere per concludere con loro un accordo.
Si divisero l’Irlanda in due parti: un mondo superiore e uno inferiore. Nel loro regno sotterraneo i Tuatha Dé continuarono a controllare il soprannaturale per mezzo della magia.
Ogni dio possedette un sidh (un tumulo magico) che fu parte del Felice oltretomba.

Tumulo degli ostaggi – Collina di Tara

(La collina di Tara situata nei pressi del fiume Boyne è un complesso archeologico che corre tra Naval e Dunshaughlin in County Meath, in Irlanda. Esso contiene una serie di monumenti antichi, e secondo la tradizione, fu sede del re supremo d’Irlanda).

Lia Fail (Stone of destiny) – Collina di Tara

I miei blog: il mio tempo migliore, Parole nomadi, SETA FINA.

Curiosità sul pollo alla Marengo

Storia e leggenda dietro le origini del pollo alla Marengo. La ricetta risale alla vittoria di #Napoleone contro gli Austriaci nella famosa battaglia di Marengo (14 giugno 1800).
Si narra che il cuoco personale del condottiero creò sul campo, subito dopo la battaglia, una ricetta con i viveri requisiti a qualche contadino della zona: nacque così il Pollo alla Marengo. Napoleone l’apprezzò a tal punto che divenne il suo piatto fisso dopo ogni vittoria.

Se volete assaggiare il piatto della vittoria di Napoleone, questo fine settimana (6-7-8 settembre) la Proloco Bosco Marengo vi aspetta alla 23° edizione della Sagra del Pollo alla Marengo che si svolgerà nell’area eventi del Complesso Monumentale di Santa Croce .
#novesedagustare

Marengo Museum Regione Piemonte – Piemonteitalia.eu Amici di Santa Croce di Bosco Marengo

Fonte: pagina Distretto del Novese

Momenti di poesia, Al timone dell’universo di Grazia Denaro

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Non senti l’odore dei gelsi

e lo stormire delle fronde

carezzate dal vento caldo

della nuova stagione?

 

E’ un gioire di bambini

ch’elevano al cielo il loro tripudio

colmo di grida e di risate

in una festa che battezza

l’inizio dell’estate.

 

L’aria adorna di profumi e voli

 induce all’ardore

accendendo la tavola del mondo

apparecchiata ed ospitale

verso noi fragili creature

che siamo qui a godere

di questa splendida natura

e dell’abbraccio

impercettibile dell’aria.

 

Osservo bene ombra e luce

che si posa sulle creature e sulle cose

e penso che siamo noi seme e zolla

al timone dell’universo.

 

@Grazia Denaro@

Momenti di poesia, Dove ora guardo il cielo di Grazia Denaro

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E ti vengo a cercare

nella volta azzurra della mia anima

che confina con l’orizzonte

da noi agognato

dove ascoltavamo la danza del vento

scaturente da quella musica lontana

che scioglieva i capelli all’abbraccio del sole

e guardandoci negli occhi

inseguivamo sogni e chimere.

 

Questa notte solitaria

mi avvolge a ritroso nei pensieri

e s’illumina di frastuoni emozionanti

a risvegliare quel seme racchiuso

nel ricordo interrato

sotto un cielo di miele e fuoco

che ha percorso la scala d’ogni senso

dell’amore e della gioia

di cui di profumi di nardo l’aria inebriava…

 

e lì, dove ora guardo il cielo

passa la tua ombra.

 

@Grazia Denaro@

Momenti di poesia, Ho le iridi infiorate di Grazia Denaro

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Oggi la valle

è una distesa verde

ed io dalla panchina all’ombra

osservo svolazzi e trilli di uccelli

che rallegrano il cielo

mentre il vento mi riporta effluvi

di piante in movimento.

 

Ho le iridi infiorate

dallo splendore emanante dalla natura

esaltata dai raggi fulgenti

che regnano incontrastati

sotto la volta blu cobalto

a regalare oro al paesaggio

nella luce del ridente giorno

deliziato dal suono

gorgogliante del torrente

che dona un canto di serenata

dispiegato in tutta la sua aulica poesia

di cui interiormente mi sento parte…

 

… ed il pensiero ritorna

al tempo delle trecce, delle risa,

delle gioiose grida

quando le corse non le fermavano

neppure le sbucciature alle ginocchia.

 

@Grazia Denaro@

Momenti di poesia, Rimani qui di Grazia Denaro

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Rimani qui

dove lo zefiro torna a carezzarci

con le lusinghe della primavera

lasciando il suo messaggio

di gioia e fiori

su cui il sole riscalda e rifulge

mettendo le ali agli occhi

e regalando sorrisi al cuore

che corre su itinerari

di dolci capriole.

 

Qui tutto parla di noi

delle albe rosate lucenti e cristalline,

delle sere vissute

nella bellezza del nostro sentire

di anime prese l’uno dell’altra

interagendo

in quella lingua infiorata

aperta al linguaggio

degli irresistibili istinti

intinti in pennellate di sogni

atti ad innalzare l’anima

verso l’apice del cielo

per rimirare le costellazioni

ed il loro incanto.

 

@Grazia Denaro@

Momenti di poesia, Nell’aria dei cieli tersi di Grazia Denaro

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Quel silenzio che si riflette

in quelle sere offuscate dalla bruma

rabbuiando prematuramente la luce

non profonde né rugiada né canto

alla nostra anima

lontani come siamo dai gioiosi mari

lasciati nei ricordi degli anni

che s’affacciavano

sopra i raduni degli imbarcaderi.

Dove viviamo adesso

c’è il sibilo del vento

che dopo il gran bisbiglio d’oro

cade sui monti singhiozzando

in una tonalità che non rincuora.

E quando s’incontra una fonte

che scroscia cantando argentina

risveglia i tempi lieti

di cui si sentono con nostalgia

gli echi di amate voci

volate via

nell’aria di cieli tersi.  

@ Grazia Denaro@

 

 

 

Biografia di Umberto Eco, illustre alessandrino in Italia e nel mondo.

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Critico, saggista, scrittore e semiologo di fama internazionale, Umberto Eco nasce ad Alessandria il 5 gennaio 1932. Si laurea nel 1954, all’età di 22 anni, presso l’Università di Torino, con una tesi sul pensiero estetico di Tommaso d’Aquino, poi pubblicata come volume autonomo. La carriera di Umberto Eco si avvia presso i servizi culturali della Rai. Anche grazie ad alcuni amici collaboratori della trasmissione “Lascia o Raddoppia”, questi anni diventano il terreno fertile per il suo celeberrimo saggio-stroncatura di Mike Bongiorno, intitolato provocatoriamente “Fenomenologia di Mike Bongiorno” (contenuto nell’altrettanto celebre “Diario minimo”, una raccolta di elzeviri scritti per “il Verri”, la rivista di Giovanni Anceschi, riecheggianti gli esercizi di Roland Barthes). Negli anni ’60 insegna prima presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Milano, poi presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze ed infine presso la Facoltà di architettura del Politecnico di Milano. Sono gli anni italiani dell’impegno e delle avanguardie artistiche e anche il semiologo offre il suo contributo teorico aderendo al cosiddetto Gruppo 63, una corrente che ha fatto scuola in tutti i sensi (vi aderirono, fra gli altri Antonio Porta, Nanni Ballestrini, Edoardo Sanguineti, Alfredo Giuliani, Francesco Leonetti e Angelo Guglielmi). Nel 1962 arriva l’exploit con un capolavoro della semiologia, l’ultra-adottato “Opera aperta”, un testo fondamentale per capire le evoluzioni della scienza dei segni. Nel turbinio di attività che lo vedono protagonista, Umberto Eco trova anche il tempo di lavorare presso la Casa Editrice Bompiani (dal 1959 al 1975), come senior editor, fino a quando non viene nominato professore di Semiotica all’Università di Bologna, dove impianta una vivace ed agguerrita scuola. Nel periodo 1976-77 e 1980-83 dirige l’Istituto di Discipline della Comunicazione e dello Spettacolo, presso l’Università di Bologna. La collezione di titoli onorifici di Umberto Eco è impressionante, essendo stato omaggiato da università di tutto il mondo, non limitandosi a ritirare le lauree honoris causa o i premi, ma anche tenendo frequentatissimi corsi. Dal 1989 è presidente dell’International Center for Semiotic and Cognitive Studies, e dal 1994 è presidente onorario dell’International Association for Semiotic Studies, di cui negli anni precedenti è stato segretario generale e vice-presidente. Dal 1999 è inoltre presidente della Scuola superiore di Studi Umanistici presso l’Università di Bologna. Ha collaborato con l’Unesco, con la Triennale di Milano, con l’Expo 1967-Montreal, e con la Fondation Européenne de la Culture, e con molte altre organizzazioni, accademie, e testate editoriali nazionali ed internazionali. Numerose inoltre sono le sue collaborazioni, non solo con i quotidiani («II Giorno», «La Stampa», «Il Corriere della Sera», «La Repubblica», «Il Manifesto») e a settimanali («l’Espresso»), ma anche a periodici artistici ed intellettuali («Quindici», «Il Verri», ed altri). Umberto Eco ha svolto indagini in molteplici direzioni: sulla storia dell’estetica, sulle poetiche d’avanguardia, sulle comunicazioni di massa, sulla cultura di consumo… Spaziando dall’estetica medievale alla semiotica ai vari codici di comunicazione artistica, la sua produzione saggistica appare estremamente varia e vasta. Non si può dimenticare il successo planetario ottenuto con il romanzo best seller “Il nome della rosa”, seguito poi dagli altrettanto “campioni di incassi” “Il pendolo di Foucault”, “L’isola del giorno prima” e il romanzo picaresco-medioevale “Baudolino”, opere di trascinante narrativa che nessuno probabilmente si aspettava da uno studioso di filosofia e da un teorico quale Eco. Il suo lavoro del 2004 è “La misteriosa fiamma della regina Loana”, un romanzo illustrato ispirato ad un fumetto degli anni ’30. Gli ultimi romanzi di Umberto Eco sono nel 2010 il suo sesto romanzo “Il cimitero di Praga”, seguito da “Numero Zero” nel 2015. Nel 2012 è stata pubblicata una versione “riveduta e corretta” del suo primo romanzo “Il nome della rosa”, con una nota finale dello stesso Eco che, mantenendo stile e struttura narrativa, è intervenuto a eliminare ripetizioni ed errori, a modificare l’impianto delle citazioni latine e la descrizione della faccia del bibliotecario per togliere un riferimento neogotico. Umberto Eco muore all’età di 84 anni nella sua casa di Milano la sera del 19 febbraio 2016, a causa di un tumore che lo aveva colpito due anni prima.

(tratto da biografieonline.it)

 

San Vito lo Capo – Grazia Denaro

Mare azzurro, sabbia bianchissima, quasi caraibica, palme, vegetazione e l’imponente Monte Monaco che delinea i contorni. Fare un viaggio a San Vito lo Capo significa scoprire un autentico angolo di Sicilia, in provincia di Trapani.

Lungo la costa occidentale dell’isola, questa città vi affascinerà per la sua posizione, per il centro storico e per le sue incredibili (e pluripremiate) spiagge. In questo articolo abbiamo realizzato una utile guida a cosa vedere, alle spiagge più belle e alle informazioni utili per raggiungere San Vito Lo Capo.

San Vito lo Capo

San Vito è incastonato tra la piana dell’Egitarso e il Promontorio di Monte Monaco. Si trova a poco più di 40 km da Trapani ed è famoso in tutto il mondo per le sue spiagge caraibiche e per il Cous Cous Fest, il festival di sapori e civiltà che ogni anno celebra il cous cous come piatto della pace e dell’integrazione.

San Vito è anche un bellissimo borgo caratterizzato tipiche casette bianche dei pescatori e da stradine strette che profumano di bouganville, circondato da paesaggi naturali incredibili; troverete a poca distanza dal mare uliveti, vigneti e mandorli e due incredibili luoghi naturali che meritano una visita: la Riserva dello Zingaro e la Riservadi monte Monaco.

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Cosa vedere

Cosa vedere a San Vito lo Capo? Di seguito trovate la lista delle attrazioni da non perdere a San Vito e dintorni

  • Santuario di San Vito Lo Capo, Piazza Santuario
  • Cappella di Santa Crescenzia, Contrada Valanga
  • Faro di San Vito, Via Faro
  • Riserva dello Zingaro
  • Tonnara del Secco, Via del Secco
  • Monte Monaco
  • Riserva Monte Cofano
  • Caletta del bue Marino, Contrada di Macari
  • Scopello, Castellammare del Golfo
  • Grotta Mangiapane, Custonaci

La vostra visita alla città non può che iniziare dal Santuario, la Chiesa Madre, che sorge su quella che era una vecchia fortezza realizzata nel 300 dai Saraceni. Non perdete una passeggiata al Faro, simbolo di San Vito Lo Capo che è in funzione dal 1959. Raggiungete la torre Falta 43 metri, la fatica sarà ampiamente ripagata.

Nelle vicinanze del Porto troverete il Torrazzo di San Vito Lo Capo, una piccola torre araba utilizzata come guardia della tonnara. Non troppo distante dal paese, in una zona conosciuta come Contrada Valanga, fate visita alla Cappella di Santa Crescenzia, una piccola cappella in stile moresco realizzata in onore della nutrice di San Vito. Continua a leggere “San Vito lo Capo – Grazia Denaro”

Momenti di poesia, In quella grotta di Grazia Denaro

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Entriamo in quella grotta

esponiamoci ai riflessi della luce

che giocano col sole

carezzando l’acqua in spicchi d’oro.

 

Palpabili muschi nel carezzare curve

arricciano la pelle in fremiti di sensi

ad accendere purpureo desiderio

che inspira e spinge a fondo

in anfratti nascosti d’umido sapore

e fessure arcane di molecole spore.

 

Sassi giocosi

si offrono alla vista ed al tatto

in un gioco di mani esperte

 dischiuse a calde e passionali carezze.

 

In un toccar d’affondo

si sente all’unisono il giubilo di un grido

e il riecheggiare di un gioioso sorriso.

 

@Grazia Denaro@

Momenti di poesia, I giorni magici di allora di Grazia Denaro

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 Bello ti ritrovo

dopo anni di lontananza.

 

La mia anima

sente sciogliersi quel nodo

che da sempre le alberga dentro.

 

Il tintinnio della tua voce

scaturisce brividi sulla pelle

e di petali odorosi

m’investe il tuo profumo

riportandomi ai giorni magici

 di allora.

 

@Grazia Denaro@

La scala dei turchi, di Grazia Denaro

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In Sicilia c’è una meraviglia da visitare, si trova lungo la costa di Agrigento ed è un paradiso naturale plasmato dall’incessante lavoro del mare e del vento. È la Scala dei Turchi, una falesia bianca come il latte che si erge a strapiombo sul mare.

La Scala dei Turchi si trova a Realmonte, in provincia di Agrigento, sembra scolpita dalla sapiente mano di un artista e protegge alcune tra le più belle spiagge della Sicilia. È costituita da una roccia sedimentaria di natura calcarea ed argillosa, la marna, dal caratteristico colore bianco.

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La Scala dei Turchi sembra sospesa tra cielo e mare, e si trova non troppo distante da Porto Empedocle. Il suo nome è legato alla leggenda secondo cui il luogo era il riparo delle navi turche i quali salivano i gradoni nella roccia per a depredare i luoghi lungo la costa. La tipica forma a scalinata è dovuta al processo di erosione causato da acqua e vento.

Questa scogliera mozzafiato si erge tra spiaggette di sabbia dorata, per raggiungerle occorre passeggiare lungo la scala naturale di pietra calcarea,  dall’alto della sua sommità il panorama è bellissimo, abbraccia tutta la costa di Agrigento fino a Capo Rossello.

In questo angolo di paradiso troverete calette riparate e angoli di paradiso protette dalla roccia bianca, per raggiungere occorre un po’ di fatica ma sarete ricompensati dalla meraviglia. La scala è stata magistralmente descritta da Andrea Camilleri nella sua opera la prima indagine di Montalbano.

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Finalmente, dopo qualche anno di attesa, riaprirà al pubblico l’unico accesso via terra alla Scala dei Turchi. Da dicembre 2017 infatti, un’ordinanza del Comune di Realmonte, ne impediva il transito a causa della caduta di massi.

Notizie immagini dell’articolo raccolte dal Web.

Selinunte, di Grazia Denaro

Arte e cultura della Scilia Occidentale

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Selinunte, nel periodo che va dal V al III secolo a.C., è stata un’antica città greca che si trova sul litorale sud-ovest della Sicilia occidentale.

Adesso fa parte del territorio del comune di Castelvetrano, in provincia di Trapani. Il suo Parco Archeologico è il più grande d’Europa. Ma questa località ha anche molto da offrire a chi desidera trascorrere un periodo di vacanza all’insegna del mare e del completo relax. Spiagge incontaminate e una suggestiva Area Protetta Marina.

Oltre alle bellezze paesaggistiche, nella stagione estiva, si ha modo di gustare nei ristoranti lungo il litorale i prodotti tipici e le prelibatezze della cultura gastronomica siciliana.

Ma adesso iniziamo esplorare le bellezze naturali, artistiche e archeologiche di una realtà alquanto suggestiva, come Selinunte.

 

Selinunte è una località molto ricca di storia per via del suo Parco Archeologico che si estende per oltre 1700 km quadrati e ci offre tantissime testimonianze della dominazione greca di cui ha subito l’influenza nell’antichità. Al suo interno, si possono visitare ben 5 templi di cui solo uno è stato ricostruito per intero, il Tempio di Era.
Molti reperti rinvenuti sono stati trasferiti al Museo Archeologico di Palermo. Eccetto la statua di Efebo che è rimasta in zona e può essere visitata al Museo Comunale di Castelvetrano.
Tra i siti di interesse archeologico, che si trovano all’interno del Parco, si segnala l’Acropoli dedicata alle divinità greche. Molto probabilmente in parte era anche abitata durante il periodo di dominazione greco-punico.

Da non perdere anche l’affascinante Malophoros, il santuario di Demetra Malophoros, una divinità al tempo invocata in più aree della Sicilia. Nella collina orientale del Parco si trovano 3 dei più antichi e grandi Templi greci, risalenti intorno alla metà del V secolo a.C..

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Parco Archeologico di Selinunte

 

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Tempio di Demetra