Le pietre raccontano: il sito archeologico di Sant’Angelo Muxaro, di Donatella Pezzino

Sant’Angelo Muxaro sorge su un colle gessoso a una trentina di chilometri da Agrigento, in una zona appartata rispetto alle consuete rotte turistiche. Ci si arriva seguendo la strada per Raffadali e deviando poi per S.Elisabetta. Secondo alcuni studiosi, sul suo territorio sarebbe fiorita la mitica Camico, antica e misteriosa città sicana sede della reggia di Kokalos.

Secondo la leggenda, la città fu fondata da un angelo: in realtà, il nome “Muxaro”(da Mu-assar o Muxar) si deve agli arabi che la tennero fra il IX e il XI secolo facendone un borgo fortificato. Dopo la conquista normanna, nel possesso di S.Angelo Muxaro si avvicendarono alcune delle più potenti famiglie siciliane, come i Chiaramonte e i Moncada.

La maggior parte della zona archeologica è composta da grotte scavate nelle rocce e da tombe sicane, le più antiche delle quali sono databili fra il XII e il IX sec. a. C. In queste tombe sono stati rinvenuti tesori che testimoniano la presenza di una fiorente civiltà dalla tarda età del Bronzo fino al V sec. a.C.  In questa civiltà, nonostante gli evidenti contatti con la cultura egea, l’elemento indigeno (sicano) sembra emergere con forza e seguire un corso evolutivo autonomo prima della definitiva acculturazione greca. La posizione isolata e la rarità dei contatti con la parte orientale dell’isola (più permeabile agli influssi esterni, soprattutto peninsulari) consentirono infatti alla tradizione sicano-egea di S.Angelo Muxaro di conservare a lungo la propria identità.

I resti dell’abitato indicano che fino all’inizio dell’età del ferro gli insediamenti umani sul sito fossero organizzati in piccoli nuclei, probabilmente a motivo del fatto che sullo stesso territorio convivevano diverse culture. Successivamente, il delinearsi della facies omonima porta gli abitanti a concentrarsi intorno ad un unico nucleo.

Nell’Ottocento, gli scavi effettuati dai contadini prima e dagli archeologi poi portarono al ritrovamento di una grande quantità di materiale archeologico, che oggi si trova sparso in vari musei, fra cui Palermo, Agrigento, Siracusa e addirittura il British Museum di Londra, che di S. Angelo Muxaro espone una coppa d’oro decorata a sbalzi raffigurante sei torelli in circolo.

Oltre alle ceramiche e ad altri oggetti di uso comune, nella necropoli di Sant’Angelo Muxaro sono stati ritrovati gioielli di eccezionale finezza: al dito di un cadavere, ad esempio, è stato rinvenuto un pesante anello submiceneo finemente intagliato. Altri preziosi degni di nota ritrovati in loco sono due anelli-sigillo in oro massiccio di produzione fenicio-cipriota (o indigena, secondo alcuni) e alcune coppe auree (fra cui, appunto, quella conservata al British Museum). Dalle sepolture a tholos proviene inoltre una gran copia di vasellame indigeno, coloniale e greco databile fra il VIII e il V secolo a.C.

Molte tombe sono a cupola, dalla forma a tholos miceneo tipica di tutto il bacino mediterraneo. Altre, molto particolari, hanno l’aspetto di un alveare: sono le cosiddette “grotticelle” scavate nella roccia.

La sepoltura più spettacolare è la cosiddetta “Tomba del principe” o “Grotta di Sant’ Angelo” (foto in apertura dell’articolo), dove secondo la leggenda, si ritirò S.Angelo, l’uccisore del drago. La tomba consta di due locali a cupola schiacciata: un’ampia camera circolare e un’annessa camera sepolcrale, anch’essa di forma rotonda. La grandezza della sepoltura e la particolare ricchezza del corredo al suo interno hanno fatto pensare ad una tomba reale o comunque destinata ad una dinastia influente. In epoca bizantina, questa tomba fu utilizzata come chiesa; nei secoli successivi divenne perfino covo di briganti. Inclusa nella grande campagna di scavo guidata da Paolo Orsi, a partire dagli anni Trenta del Novecento è stata oggetto di studi accurati.

Così Vito Maria Amico nel suo “Dizionario”(1757-1760) descriveva la località: “Angelo (S.) lo Mussaro. Lat. S. Angelus de Muxaro. Sic. S. Ancilu di lu Muxiaru (v. M.) Siede nella parte meridionale della Sicilia nella Valle di Mazzara, e la Diocesi di Girgenti, presso le rive di Alico, volgarmente Platani; contavanvisi nel secolo XVII 302 case, 1121 abitanti, oggi conta però 283 case, 949 abitanti. Ne è montuoso il sito verso Occidente, e rivolto ad Ostro.”

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Donatella Pezzino

Dal blog: Donatella Pezzino – la donna siciliana nella storia e nella poesia

Tracce bizantine in Sicilia: la Cuba di Santa Domenica, di Donatella Pezzino

La Cuba di Santa Domenica sorge nel territorio di Castiglione di Sicilia, in prossimità del fiume Alcantara. Ricca di fascino e di mistero, questa antica cappella rustica combina in sé diversi stili architettonici, dal bizantino all’arabo.

La Cuba è stata ritenuta per tutto il Novecento una costruzione di età bizantina, databile fra il VII e il IX secolo; successivamente, studi approfonditi hanno portato a stabilirne una datazione più tarda. Oggi, infatti, gli studiosi sono concordi nel collocarla in un periodo compreso fra il X e l’XI secolo.

Nonostante sia di epoca normanna, l’impianto presenta moltissimi aspetti dell’architettura e dell’arte bizantina, ai quali sono mescolati elementi di ispirazione islamica.

Allo stato attuale delle ricerche, non se ne conosce ancora con certezza l’originaria destinazione d’uso. Il suo contesto è fra gli aspetti che destano le maggiori perplessità: ci si chiede infatti quale possa essere stata la motivazione che ha portato a costruire un edificio tanto particolare in un luogo così isolato e ameno. Oggi come allora, infatti, la Cuba campeggia solitaria in mezzo al paesaggio agreste. Continua a leggere “Tracce bizantine in Sicilia: la Cuba di Santa Domenica, di Donatella Pezzino”

Le pietre raccontano: il Parco Archeologico di Segesta, di Donatella Pezzino

Il Parco Archeologico di Segesta sorge sul Monte Barbaro, una suggestiva zona collinare a nord-ovest di Calatafimi, in provincia di Trapani. Il paesaggio, che alterna alture, gole e vallate, si distingue per la straordinaria bellezza della sua natura incontaminata e per gli imponenti resti dell’antica città, fra i quali spiccano il teatro greco e il grande tempio dorico.

La città fu fondata dagli Elimi, gruppo indigeno del quale Tucidide segnala l’origine troiana. Sembra infatti che questo popolo sia la risultante della fusione tra i profughi scampati alla distruzione di Troia, alcuni emigrati focesi provenienti dal Mediterraneo orientale e la locale etnia sicana. Non si conosce con esattezza la data di fondazione, ma i reperti portano ad ipotizzare che il sito fosse già abitato nel IX secolo a.C.

La storia più antica di Segesta è strettamente legata a quella della vicina Selinunte. Le due comunità, infatti, rivaleggiarono costantemente per questioni di confine e a causa delle mire espansionistiche dei selinuntini verso l’entroterra. Il conflitto entrò nella sua fase più critica nel V secolo a C.,  quando le due città, nel tentativo di sopraffarsi l’un l’altra, cercarono potenti alleati nei greci, nei siracusani e nei cartaginesi. La lunga stagione di guerre che ne scaturì portò alla sconfitta e alla distruzione di Segesta da parte del tiranno di Siracusa Agatocle, che ne cambiò il nome in Diceopoli (307 a.C.). Successivamente, la città riuscì a risollevarsi e riprese il suo vecchio nome. Continua a leggere “Le pietre raccontano: il Parco Archeologico di Segesta, di Donatella Pezzino”

Le pietre raccontano: Thapsos, di Donatella Pezzino

Situato sulla penisoletta di Magnisi, in provincia di Siracusa (oggi parte del comune di Priolo Gargallo), Thapsos è uno dei più importanti siti archeologici della protostoria siciliana. Qui, durante la media età del bronzo (3500 a.C. – 1200 a.C. circa) si sviluppò una civiltà fiorente, passata alla storia come “Cultura di Thapsos”. Questa cultura accomuna a Thapsos altri villaggi costieri della Sicilia Orientale, come Matrensa, Plemmyrion, Cozzo del Pantano, Molinello di Augusta. Ceramiche nello stile di Thapsos sono state rinvenute anche nel territorio di Lentini, nel villaggio agrigentino di Caldare presso Monte San Vincenzo, in Contrada Paraspola a Chiaramonte Gulfi e nelle grotte della Barriera a Catania.

I reperti ritrovati a Thapsos testimoniano che il posto era già abitato nel XIV secolo a.C..  Grazie alla sua particolare posizione, il villaggio divenne presto uno dei più attivi centri commerciali del Mediterraneo; la presenza di due golfi, infatti, favoriva al massimo l’approdo dal mare, cosa che facilitò gli scambi con altri popoli. Molto intensi furono, in particolare, i contatti di Thapsos con la cultura egea e con quella maltese di Borg in- Nadur.

Secondo quanto riportato dallo storico greco Tucidide, Thapsos sarebbe stata scelta inizialmente da alcuni megaresi guidati dall’ecista Lamis. La scarsità di acqua, però, spinse questo gruppo di coloni a stabilirsi poco distante, dando vita alla loro fondazione definitiva: Megara Iblea (728 a.C.).

Nel sito di Thapsos, gli archeologi hanno rinvenuto una necropoli composta prevalentemente da tombe scavate nella roccia. Luigi Bernabò Brea le ha classificate in due gruppi: quelle sul pianoro hanno una celletta funeraria alla quale si accede attraverso un pozzetto verticale, munito di gradino per agevolare l’accesso; quelle sulla balza, invece, si aprono direttamente all’esterno attraverso piccole porte. Poichè la balza ha un lieve pendio, davanti ad alcune cellette è scavato un lungo canale per il drenaggio delle acque piovane. Durante le mareggiate, infatti, queste sepolture venivano inevitabilmente raggiunte dall’acqua, con danni ingenti  alla lastra sepolcrale che sovente era in legno. Nelle cellette si aprono una o più nicchie; alcune tombe presentano un intero cerchio di nicchie. Continua a leggere “Le pietre raccontano: Thapsos, di Donatella Pezzino”

Francavilla di Sicilia: archeologi svedesi alla scoperta di un’antica città, di Donatella Pezzino

Prosegue la campagna di scavo che vede protagonista Francavilla di Sicilia, sito ubicato nella fertile Valle dell’ Alcantara, sul pendio settentrionale dell’Etna a circa 20 km dalla più antica colonia greca, Naxos. Il 16 ottobre scorso, l’equipe del Dr. Kristian Göransson si è nuovamente recata sul posto per una nuova fase del progetto, nato nel 2015 dalla collaborazione fra l’Istituto Svedese di Studi Classici a Roma, il Parco Archeologico di Naxos e il Comune di Francavilla. In questa impresa Göransson, direttore dell’Istituto, si avvale del prezioso supporto degli archeologi svedesi Dott. Henrik Boman e Dott.ssa Monica Nilsson, di alcuni studenti e di alcuni esperti della British School at Rome.

Risalgono al 1979 i primissimi scavi archeologici effettuati a Francavilla quando, all’interno di un santuario arcaico dedicato a Demetra e Persefone, furono portate alla luce alcune terracotte (pinakes) di tipo locrese. Fra gli anni Ottanta e i primi anni del 2000, l’attività di scavo ha interessato l’area in modo saltuario, e per lo più durante la costruzione di edifici o strade; solo a partire dal 2003, in seguito all’espropriazione del terreno privato su cui si trova il sito, l’Assessorato Regionale dei Beni Culturali ha cominciato ad effettuare ricerche più organizzate e sistematiche. Si è giunti quindi al 2015, anno in cui l’Istituto Svedese di Studi Classici di Roma ha ottenuto l’autorizzazione ad uno scavo quadriennale. Continua a leggere “Francavilla di Sicilia: archeologi svedesi alla scoperta di un’antica città, di Donatella Pezzino”

Le pietre raccontano: l’antica città di Centuripe, di Donatella Pezzino

Sito a 65 km da Enna, l’abitato di Centuripe è arroccato su una formazione montuosa, a 733 metri sul livello del mare: dalla sua particolare posizione è possibile scorgere il versante occidentale dell’Etna, la valle del Simeto e parte della Piana di Catania. Di origine antichissima, la città è sorta su un nucleo preistorico, formatosi con molta probabilità durante il Paleolitico; le prime tracce certe di insediamenti umani, però, risalgono al Neolitico, e sono state rinvenute in terreni fertili prossimi al corso del Simeto e del Dittaino, vie di comunicazione oltre che fonti di approvvigionamento idrico. Fra i documenti più notevoli databili a quest’epoca, le pitture rupestri ritrovate in contrada Picone, 400 metri a ovest del Simeto.

Nell’età del ferro, forse per motivi difensivi, gli indigeni della zona tendono ad allontanarsi dal corso dei fiumi e a stabilirsi sule alture, dove si crea una rete di villaggi. Su questa situazione si innesta nel VIII secolo a.C. la colonizzazione greca, che trasforma il posto da comunità di villaggio prevalentemente agricola a vero e proprio centro urbano. L’arrivo dei coloni greci, infatti, porta ad un forte aumento del valore degli scambi e al conseguente rafforzamento delle élites indigene.

Tra Siculi e Greci si sviluppa un peculiare progresso di integrazione che dà vita ad una cultura unica nel suo genere. L’ellenizzazione degli indigeni di Centuripe coinvolge progressivamente ogni settore, dal modo di vivere al gusto artistico. Massima espressione di quest’ultimo sono le ceramiche, che alimentano una produzione fiorente con forme e cromatismi molto particolari. Continua a leggere “Le pietre raccontano: l’antica città di Centuripe, di Donatella Pezzino”

Le pietre raccontano: il villaggio neolitico di Stentinello, di Donatella Pezzino

Il villaggio neolitico di Stentinello, nei pressi di Siracusa, è uno degli insediamenti più antichi rintracciati in Sicilia: risale infatti al V millennio a.C. Fu scoperto dall’archeologo di Rovereto Paolo Orsi, al quale è anche intitolata l’ampia sede museale siracusana che conserva attualmente il maggior numero di reperti archeologici dell’isola.

Il termine “Stentinello” viene usato non soltanto in riferimento al sito archeologico, ma anche per indicare l’intera cultura coeva sviluppatasi in altre zone della Sicilia, della Calabria e dell’arcipelago Eoliano e che presenta alcune caratteristiche ben precise.

Gli Stentinelliani abitavano un’area di 180 X 200 metri, all’interno della quale sorgevano diverse capanne rettangolari, di cui oggi rimangono tracce visibili sul terreno (le buche dove erano conficcati i pali). Sono presenti anche resti di una trincea scavata nella roccia, a recinzione e protezione dell’abitato.

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Il rito funebre praticato da questi antichi siciliani era l’inumazione entro tombe ovali, a forno o a grotticella, nelle quali i cadaveri erano deposti in posizione rannicchiata; tombe simili, non rinvenute a Stentinello, caratterizzano gli altri siti isolani appartenenti alla stessa cultura. Fra i reperti ritrovati sul posto: rudimentali oggetti d’osso, selce e ossidiana, come punteruoli e spatole; ossa di soli animali domestici; ceramiche impresse per mezzo di conchiglie o unghie. Le decorazioni sui vasi sono soprattutto motivi a zigzag, disegni geometrici, occhi umani stilizzati; altri oggetti dell’artigianato stentinelliano sono idoletti e figurine di animali.

I reperti rinvenuti sul posto hanno portato alla conclusione  che la comunità del villaggio fosse composta prevalentemente da pastori e agricoltori; data l’assenza di resti di animali selvatici, si esclude che queste popolazioni si dedicassero anche alla caccia. Fra gli animali allevati, molto diffuso era l’Equus hydruntinus, un equide zebrato molto simile all’asino selvatico asiatico.

Donatella Pezzino

(immagini da Wikipedia)

Dal blog: Donatella Pezzino – La donna siciliana nella storia e nella poesia 

Le pietre raccontano: l’antica città di Abakainon, di Donatella Pezzino

L’antica città di Abakainon (indicata con diverse denominazioni fra cui Abacena, Abaceno, Abacano) sorgeva nel cuore dei Nebrodi, fra le attuali Tripi e Novara di Sicilia. Originariamente sicula, fu successivamente ellenizzata e poi romanizzata. I primissimi insediamenti risalgono al paleolitico superiore (circa 18.000 anni a.C.). L’abitato  si sviluppò sempre più nel corso dei secoli, passando progressivamente dal primo aggregato preistorico alla vera e propria città, eretta verso il 1.100 a.C.

Nell’età del ferro, la popolazione indigena era composta soprattutto da contadini e piccoli artigiani. Agli inizi della colonizzazione greca (VIII sec.a.C.), gli abacenini cercarono di mantenere buoni rapporti con i dominatori, instaurando scambi commerciali e barattando i loro prodotti con ceramiche, utensili, gioielli e altri manufatti; tale equilibrio, però, era destinato a rompersi a causa della politica dispotica dei Greci. Vessati da dazi e da ogni genere di imposizione, gli abitanti di Abakainon aderirono alla rivolta di Ducezio contro Dionigi I (V secolo a.C.). Dopo la sconfitta subita dal principe siculo, la città si alleò con Cartagine in un estremo tentativo di resistenza, ma fu inutile: il tiranno di Siracusa ebbe nuovamente la meglio, ed espropriò Abakainon di gran parte del suo territorio per fondare la cittadina di Tindari (396 a.C.).

Dal 304 a.C., con l’avvento al potere del tiranno Agatocle, si creò una situazione di distensione fra Siracusa e le altre popolazioni dell’isola: Abakainon si staccò quindi dai cartaginesi per entrare nell’orbita di influenza siracusana. Le vicende della prima guerra punica portarono la città sotto l’occupazione romana; Abakainon venne eletta municipium nel 262 a.C. cambiando il suo nome in Abacaenum o Abacaena. Questa occupazione privò presto la città di tutte le sue prerogative (fra cui quella di battere moneta, che Abakainon vantava già dal V sec.a.C.) schiacciandola sotto il peso di una insostenibile pressione fiscale. Iniziò così per l’antica città sicula un periodo di declino, che si concluse con la sua distruzione ad opera di Ottaviano (il futuro imperatore Augusto) nel 36 a.C. , durante una delle fasi del conflitto con Sesto Pompeo. Successivamente, un cataclisma ne cancellò le ultime tracce. Sotto i normanni e gli arabi, la popolazione rimasta si spostò sulla montagna, dove sorge l’odierna Tripi.

Sembra che il primo studioso ad individuare i resti della città antica sia stato Tommaso Fazello: verso il 1550, infatti, il celebre storico di Sciacca portò alla luce nei pressi del castello di Tripi importanti reperti archeologici, fra cui monete d’argento e di bronzo con dicitura Abakain, anfore e frammenti di ceramica. Altre campagne di scavo furono portate avanti dalla Soprintendenza Archeologica di Siracusa nel 1953 e nel 1961 e affidate a Francois Villard e Madeleine Cavalier: tali opere portarono alla scoperta di sepolture, vasi, muri e soprattutto monete, sia siracusane che mamertine, attualmente custodite in vari musei del mondo ( Siracusa, Napoli, Firenze, Parigi, Monaco, Londra, Berlino, New York). Negli anni Novanta del Novecento, nuovi importanti scavi hanno condotto alla scoperta di circa 80 sepolture databili tra la fine del IV e l’inizio del II secolo a.C. , attestanti sia l’inumazione che l’incinerazione.

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Donatella Pezzino

Dal blog: Donatella Pezzino – La donna siciliana nella storia e nella poesia

(Immagine da http://www.etnanatura.it)

“Quasi giallo”: un romanzo di archeologia alla Gambarina, di Maria Luisa Pirrone

Venerdì 9 novembre alle 18 presso il Museo Etnografico “C’era una volta”, in piazza della Gambarina ad Alessandria, sarà presentato il libro “Quasi giallo. Romanzo di archeologia” di Enrico Giannichedda, archeologo indipendente. Introdurrà l’autore l’archeozoologa Silvia Del Nevo.

“Quasi giallo” è l’esordio narrativo di Giannichedda e tiene insieme vicende di fantasia – con morti misteriose e misfatti, ma anche amicizie e affetti – e lo svolgersi di lezioni universitarie dove, con metodo e libertà di pensiero, sono discussi numerosi casi archeologici di difficile interpretazione e già oggetto di roventi polemiche.

Il romanzo è ambientato in un dipartimento di Archeologia dove si intrecciano diverse storie.

Alla morte sospetta di un docente di Numismatica fanno seguito furti, incendi, minacce in un clima di tensione che coinvolge un giovane ricercatore impegnato la sera nella pasticceria paterna, una professoressa che non vuole invecchiare, una sensuale dottoranda e altri personaggi, molti dei quali hanno qualcosa da celare. Fra loro, un carabiniere interessato ai metodi archeologici e una bizzarra studentessa appassionata di gialli. Continua a leggere ““Quasi giallo”: un romanzo di archeologia alla Gambarina, di Maria Luisa Pirrone”

Museo Etnografico “C’era una volta”: “Da Akhenaton a Tuthankamon, archeologia e mistero dei Faraoni del Sole”

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“Da Akhenaton a Tuthankamon, archeologia e mistero dei Faraoni del Sole”

al Museo Etnografico “C’era una volta” Alessandria.

27 GENNAIO 2018.

Il Centro Studi e Ricerche Urbano Rattazzi di Alessandria organizza la Conferenza
“Da Akhenaton a Tuthankamon, archeologia e mistero dei Faraoni del Sole”

Interverrà il noto Egittologo Prof. Giacomo Cavillier, direttore della missione italiana di scavi nella città di Luxor, l’ antica Tebe.
La sua tomba, ritrovata nel 1922 dall’ archeologo Howard Carter è infatti l’ unica sepoltura reale a non essere stata depredata dai Tombaroli (ladri di tombe) e ci ha restituito pressochè intatto il suo magnifico corredo funerario.

I presenti saranno informati sulle ultime scoperte degli archeologi, rese possibili dal progresso tecnologico e dall’ esame del DNA: dove si trova la vera Tomba di Nefertiti? Chi era la madre di Tuthankamon e dove venne seppellita?
Dove si trova la Mummia del Faraone Akhenaton?
Continua a leggere “Museo Etnografico “C’era una volta”: “Da Akhenaton a Tuthankamon, archeologia e mistero dei Faraoni del Sole””