Mahmood vince il Festival di Sanremo, sul podio Ultimo e Il Volo – La Stampa

ALBERTO MATTIOLI INVIATO A SANREMO

Il Sanremone finisce in gloria, dando un nuovo significato alla parola «noia». Come sarebbe andata a finire, lo si era già capito dopo cinque minuti.

Nel consueto numero di apertura con il balletto (ottimo e abbondante, al solito), Claudio Baglioni in smoking bianco da gelataio canta la sua vecchia hit, «E adesso la pubblicità». Uno dei versi recita: «E adesso è un quasi un secolo di noia».

Beh, sembra proprio una profezia. «Nessuno è perfetto», dice poi Claudio magno nell’omelia iniziale, dove mette il cappello sul Sanremone che verrà e che forse farà lui o forse no, ma che dovrà continuare «nel solco della musica al centro» e nella difesa della gloriosa canzonetta italiana, e così via (anzi, così sia).

Ventiquattro canzoni e tanto spettacolo: finalmente più spazio per Virginia Raffaele. Serata eterna, la critica premia Silvestri

Sorgente: Mahmood vince il Festival di Sanremo, sul podio Ultimo e Il Volo – La Stampa

FABRIZIO DE ANDRE’: PREGHIERA IN GENNAIO, di Elvio Bombonato

FABRIZIO DE ANDRE’: PREGHIERA IN GENNAIO, di Elvio Bombonato

Lascia che sia fiorito, Signore, il suo sentiero

quando a Te la sua anima e al mondo la sua pelle

dovrà riconsegnare, quando verrà al Tuo cielo

là dove in pieno giorno risplendono le stelle.

Quando attraverserà l’ultimo vecchio ponte

ai suicidi dirà baciandoli alla fronte

“Venite in Paradiso là dove vado anch’io

perché non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio”.

Fate che giunga a Voi con le sue ossa stanche

seguito da migliaia di quelle facce bianche,

fate che a Voi ritorni fra i morti per oltraggio

che al cielo ed alla terra mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti spero non vi dispiaccia

se in cielo, in mezzo ai Santi, Dio, fra le sue braccia

soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte

che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte.

Dio di misericordia, il Tuo bel paradiso Lo hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso per quelli che han vissuto con la coscienza pura; l’inferno esiste solo per chi ne ha paura.

Meglio di lui nessuno mai ti potrà indicare gli errori di noi tutti che puoi e vuoi salvare. Ascolta la sua voce che ormai canta nel vento. Dio di misericordia vedrai, sarai contento.

Indispensabile sapere che la ballata è dedicata all’amico (“per me Luigi è stato un fratello”) quasi coetaneo Luigi Tenco, suicida il 27 gennaio 1967, a 29 anni. E’ davvero una preghiera: Fabrizio si rivolge direttamente a Dio (vocativo; “lascia/fate iterato, col pronome al plurale/ascolta” evidenziati in punta di verso), chiedendogli di accogliere Luigi in Paradiso, insieme agli altri suicidi. Continua a leggere “FABRIZIO DE ANDRE’: PREGHIERA IN GENNAIO, di Elvio Bombonato”

52 anni fa la drammatica morte del grande Luigi Tenco, di Lia Tommi

Se fosse nato negli Stati Uniti o anche soltanto in Inghilterra o in Francia, Luigi Tenco sarebbe stato sicuramente una star. Perché era bello, dotato di un fascino tenebroso e maledetto e soprattutto perché era bravo, un genio e un poeta. Ed era contro, sempre inquieto e sempre insoddisfatto.
Invece, Luigi Tenco nasce il 21 marzo 1938 a Cassine, in provincia di Alessandria, in un’Italia ancora quasi ignara del ’68 in arrivo e che gli aveva decretato a fatica un successo di culto, culto fragile e molto tormentato, proprio come lui. Tenco infatti scrive canzoni bellissime, che affrontano tantissimi temi, dall’amore alla politica alla vita all’esistenza e sono brani inquieti e tormentati, di una malinconia disperata e anche di un’ironia graffiante.

Muore in circostanze che a lungo sono state considerate misteriose anche se forse il vero mistero è lui. Intanto, quando muore e dove muore è già particolare. Muore dopo aver cantato “Ciao amore ciao ” al Festival di Sanremo 1967, nell’ hotel dove alloggiava.
Sono passate da poco le due di notte e Dalida è andata in camera di Tenco a vedere come sta perché la loro canzone è stata eliminata dalla giuria del Festival e lui, Luigi, sembra averla presa veramente molto male. La porta è socchiusa, ci sono le chiavi ancora fuori, nella serratura. Dalida la apre e vede Luigi Tenco steso a terra. Allora si attacca al telefono per chiamare aiuto, abbraccia Tenco e si mette a urlare e quando arriva gente corre fuori dalla stanza con i vestiti sporchi di sangue.
C’è Lucio Dalla che sta nella camera vicina, scende nella hall dell’albergo ed è il primo a raccontare a tutti che è successo qualcosa a Tenco. Ma che cosa è successo a Luigi Tenco?

Il commissario Arrigo Molinari del commissariato di Sanremo arriva verso le tre del mattino, assieme ad alcuni agenti e naturalmente anche al medico legale.
“Tenco è morto per un colpo di pistola alla testa ed è evidente”, scrive il commissario Molinari nella sua relazione, “la posizione assunta dal cadavere come conseguenza di ferita d’arma da fuoco a scopo suicida”. L’arma da fuoco c’è, è lì vicino, è una piccola Walther PPK calibro 765 e poi c’è anche un biglietto su un tavolino, scritto su una carta intestata dell’albergo. La calligrafia viene riconosciuta come quella di Tenco. Le parole sono proprio le parole di un suicida:
“Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda “Io tu e le rose” in finale e ad una commissione che seleziona “La rivoluzione”. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi”.
(“Io, tu e le rose” è una canzone di Orietta Berti e “La rivoluzione” è una canzone di Gianni Pettenati e sono state entrambe selezionate al Festival di Sanremo quando la canzone di Tenco è stata eliminata).
È un caso molto chiaro, è un caso di suicidio. Il 24 giugno di quell’anno la Procura chiude ufficialmente l’inchiesta: Luigi Tenco si è suicidato.
Ma è vero? Forse sì, anzi probabilmente sì, però ci sono molte cose che non tornano nelle ultime ore della vita di Tenco e ci sono molti dubbi che hanno continuato a frullare nella testa di molta gente.

Quella sera al Festival Tenco è dietro le quinte, terrorizzato perché ha sempre avuto la fobia del pubblico. Una dose di Fenobarbital, un barbiturico che fino agli Anni ’70 era un farmaco di riferimento per il trattamento dell’ansia, poi un’intera bottiglia di grappa di pere e poi anche la spinta proprio fisica di Mike Bongiorno che conduce il Festival, riescono a farlo uscire da dietro le quinte. Canta la sua canzone e la canta male, donando al pubblico del Festival un’esecuzione disastrosa: stona, sembra che non riesca ad andare a tempo, nelle parti più lunghe da sostenere vocalmente non arriva bene e negli stacchi musicali la sua voce arriva in ritardo. “Ciao amore ciao” prende solo 38 voti sui 900 della giuria popolare e la commissione artistica del Festival composta da Ugo Zatterin, Lello Bersani, Gianni Ravera e Lino Procacci, che aveva il potere di ripescare una canzone, opta per “La rivoluzione” cantata da Gianni Pettenati. Luigi Tenco e Dalida sono fuori dal 17esimo Festival di Sanremo.
Tenco la prende malissimo, tratta male tutti e guida come un pazzo fino all’albergo, perché a cena con Dalida e gli altri non ci vuole andare. In camera telefona a Valeria, che è una ragazza che ama da sempre, anche se i rotocalchi lo danno fidanzato con Dalida, però è una cosa che serve soltanto a vendere canzoni; si sfoga con lei, con Valeria, dice che l’indomani convocherà una conferenza stampa per protestare e che compreranno un casolare in campagna e vivranno assieme, avranno un figlio. È l’una e trenta.
Poco più di mezz’ora dopo Dalida arriva e lo trova a terra, morto.

Ci sta che Tenco si sia suicidato, uno come Tenco così inquieto, insoddisfatto, contraddittorio, insomma un ribelle, un cantautore impegnato che anticipa i temi del ’68 e che allo stesso tempo si ritrova a Sanremo a inseguire il sogno di una popolarità da star, prigioniero delle logiche commerciali delle case discografiche; uno che ama Valeria ma è innamorato di Dalida allo stesso tempo, che è stanco, pieno di ansiolitici e alcol e ha appena subito una delusione frustrante; insomma, uno come lui, capace di scrivere canzoni di una disperazione esistenziale bellissima e insopportabile come “Un giorno dopo l’altro”, se si spara non è certo per il Festival. Ma per un ideale tormentato, una crisi esistenziale, un suicidio filosofico, ecco. Come già accaduto a molti poeti, a molti scrittori e anche a moltissimi musicisti.

Vent’anni senza Fabrizio De Andrè, di Lia Tommi

Sono trascorsi vent’anni dalla morte di Fabrizio De André. Il cantautore genovese ci lasciò l’11 gennaio 1999, morì in un letto dell’Istituto dei Tumori di Milano, dov’era stato ricoverato a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni fisiche in seguito a una diagnosi di carcinoma polmonare avvenuta circa un anno e mezzo prima. Aveva 58 anni e non si era mai lasciato sconfiggere dalla malattia, anzi, aveva già in mente alcuni progetti cui dedicarsi, tra cui un libro con Oliviero Malaspina che si sarebbe dovuto intitolare “Dizionario dell’ingiuria. Il tumore si portò via un artista che oggi viene ricordato non solo come un cantautore, ma anche come un poeta e un intellettuale. Così molti amano descrivere Faber, cantore degli emarginati, degli indignati, delle vittime d’ingiustizia, dei più sfortunati, delle minoranze, ma anche dell’amore, della morte (anche mentale), del valore della solitudine.

Bocca di rosa, Il pescatore, La guerra di Piero, Via del Campo, Don Raffaé, Amore che vieni amore che vai, Il testamento di Tito, Amico fragile, Il suonatore Jones, Smisurata preghiera, Anime salve… Sono solo alcuni dei brani più famosi e apprezzati di De André, ma fu una magistrale interpretazione dell’ormai celeberrima La canzone di Marinella da parte di Mina – per l’album “Dedicato a mio padre”, pubblicato dalla cantante nel 1967 – a farlo conoscere al grande pubblico (i due avrebbero poi inciso lo stesso pezzo insieme, come duetto, nel 1997). Il resto è storia, ed è un pezzetto di storia bellissima e irripetibile della musica italiana che, per fortuna, a 20 anni dalla dipartita di Faber, non sembra sfuggire alla memoria collettiva.

Dalle scorribande con l’amico Paolo Villaggio tra i caruggi di Genova al rapporto con Luigi Tenco, dall’interesse per la politica che lo portò a definirsi un anarchico all’alcolismo superato grazie a una promessa strappatagli dal padre sul letto di morte, dalla paura di esibirsi dal vivo superata con un concerto alla Bussola nel 1974 cui, per la gioia dei fan, ne sarebbero seguiti molti altri, fino alla ricerca di un contatto con la natura e il lavoro agricolo in Sardegna, la vita e la carriera del cantautore ligure sono state sviscerate in ogni dove e in ogni modo.

In tutto questo c’è stato un rapimento: il 27 agosto 1979 De André e Dori Ghezzi – allora sua compagna, diventata sua moglie dieci anni più tardi – finirono nelle mani dell’anonima sequestri sarda, che li liberò quattro mesi dopo, tra il 21 e il 22 dicembre, dopo che fu versato il riscatto (550 milioni di lire circa). Sono trascorsi 40 anni da quell’episodio drammatico, che segnò profondamente l’animo di De André, uomo talmente guidato dal sentimento della pietas da arrivare a perdonare non i mandanti del sequestro, ma i suoi carcerieri («Noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai», dichiarò). Un anniversario nell’anniversario, dunque. Il quarantennale del momento in cui il nostro Paese rischiò di perdere, ben prima di quanto sarebbe effettivamente accaduto, una delle sue menti migliori. Per fortuna non avvenne e oggi quella vicenda che ispirò il brano Hotel Supramonte ci racconta molto del clima dell’epoca, quando Faber, per le sue idee politiche, era sorvegliato dai servizi segreti.

Dori Ghezzi ha più volte ribadito che non ama che di suo marito si tratteggino «santini», perché santo il suo Fabrizio non era. Di certo il cantautore genovese ha saputo ritrarre con sguardo non allineato, lontano dai dettami del diffuso conformismo, la realtà che lo circondava. Inclusa la figura femminile, basti pensare a ritratti indimenticabili e anticonvenzionali come quelli di Maria, la madre di Gesù Cristo, da lui umanizzata nel disco La buona novella seguendo le tracce dei vangeli apocrifi, della Teresa di Rimini, la ragazza rimasta incinta del figlio del bagnino che dopo aver abortito sogna di scappare da una realtà che la soffoca. Senza dimenticare la trans brasiliana Fernanda Farias de Albuquerque, meglio nota come Princesa. O ancora, Bocca di rosa, donna dall’animo libertino che De André rese eroina dell’omonima canzone per smascherare l’ipocrisia che sempre si nasconde dietro a un «morbo» cui era profondamente allergico: il bigottismo. «Questo insistere nella mania occidentale, aristotelica, di distinguere il bianco dal nero, il vero dal falso, il buono dal brutto, forse non è esattamente l’aspirazione profonda dell’animo umano», sosteneva il musicista di Crêuza De Mä, per citare il capolavoro del 1984 realizzato con Mauro Pagani. Lo diceva parlando dei premi che lui stesso aveva ricevuto, ma quell’attitudine lo accompagnò in ogni attimo del suo percorso artistico e umano. Fino a quell’11 gennaio del 1999, quando si spense, lasciandoci orfani di una voce pregna di verità.

Il compleanno di Celentano, di Lia Tommi

“C’è Celentano”: ieri sera su Rai 2 l’omaggio dedicato ad Adriano Celentano per l’81esimo compleanno.

L’artista  è  infatti nato il 6 gennaio 1938 a Milano,  nella via Gluck,  vicino alla Stazione Centrale.

Alla vigilia del suo compleanno, è andato in onda su Rai 2 e in simulcast su Radio 2 “C’è Celentano”, l’omaggio ad uno dei più grandi protagonisti italiani della musica e non solo. Un biglietto di auguri speciale per ripercorrere gli ormai oltre 60 anni di attività, e raccontare il Celentano interprete e autore musicale di brani memorabili, ma anche il rivoluzionario e l’innovatore, in momenti diversi della storia musicale italiana.

Non è mancato il Celentano impegnato e attento alle tematiche legate alla salvaguardia dell’ambiente; e poi l’Adriano idolo e interprete anche cinematografico, spesso attore/autore di se stesso, l’Adriano cantore dell’amore e dell’universo femminile… E, infine, una particolare sottolineatura , con la sua “celentanità”, ovvero quell’insieme di comportamenti, modi di porsi, ribaltamenti di senso, spiazzamenti dell’interlocutore, fino ad un vero e proprio linguaggio del corpo completamente originale che fanno, dai suoi esordi ad oggi, di Adriano Celentano un fenomeno culturale e di costume in continua trasformazione.

Entro la fine di gennaio 2019, data di debutto ancora da definire, Adriano Celentano sarà protagonista della serie animata di Canale 5, Adrian. Il progetto ideato, scritto e diretto dal “molleggiato”, racconta di un futuro lontano in cui dispotismo, corruzione e omologazione la fanno da padrone. La realizzazione della graphic novel ha richiesto ben sette anni e la collaborazione di grandi nomi: i disegni sono del fumettista Milo Manara, mentre la colonna sonora è stata affidata al premio Oscar Nicola Piovani (La vita è bella). I testi, infine, sono supervisionati dallo scrittore Vincenzo Cerami.

Buon compleanno, grande Adriano!

Presentati i partecipanti a Sanremo 2019, di Lia Tommi

Nelle due serate di Sanremo Giovani andate in onda il 20 e il 21 dicembre sono stati annunciati tutti i cantanti che saranno in gara al prossimo Festival di Sanremo, che si terrà dal 5 al 9 febbraio. Il Festival quest’anno sarà alla sua 69esima edizione e vedrà in gara 24 “big” o “campioni”. Tra i 24 “campioni” ci saranno anche Einar e Mahmood, i vincitori delle due serate di Sanremo Giovani, che hanno quindi ottenuto la partecipazione a Sanremo tra i “campioni”.

I cantanti e le canzoni in gara al Festival di Sanremo
Federica Carta e Shade, “Senza farlo apposta”
Patty Pravo e Briga, “Un po’ come la vita”
Negrita, “I ragazzi stanno bene”
Daniele Silvestri, “Argento vivo”
Ex-Otago, “Solo una canzone”
Achille Lauro, “Rolls Royce”
Arisa, “Mi sento bene”
Francesco Renga, “Aspetto che torni”
Boomdabash, “Per un milione”
Enrico Nigiotti, “Nonno Hollywood”
Nino D’Angelo e Livio Cori, “Con un’altra luce”
Paola Turci, “L’ultimo ostacolo”
Simone Cristicchi, “Abbi cura di me”
Zen Circus, “L’amore è una dittatura”
Anna Tatangelo, “Le nostre anime di notte”
Loredana Berté, “Cosa ti aspetti da me”
Irama, “La ragazza con il cuore di latta”
Ultimo, “I tuoi particolari”
Nek, “Mi farò trovare pronto”
Motta, “Dov’è l’Italia”
Il Volo, “Musica che resta”
Ghemon, “Rose viola”

Buon compleanno, Renato Zero, di Lia Tommi

Renato Zero nasce a Roma il 30 settembre 1950, dunque quest’anno compie 68 anni, oltre 50 dei quali passati sul palcoscenico. Era infatti il 1967 quando Renato iniziava la sua carriera discografica. Dopo una lunga gavetta per lui il successo è arrivato nei primi anni ’70 e da quel momento non si è mai fermato, malgrado qualche frenata d’arresto vissuta nel corso degli anni è sempre riuscito a riemergere e tornare ai vertici delle classifiche di vendita discografica.

La sua ultima fatica discografica risale allo scorso anno quando pubblicò il doppio album “Zerovskij“, cui seguì un tour teatrale avente come protagonisti tutti i brani inediti dell’ultimo album, tralasciando quindi i suoi più grandi successi. La scelta inizialmente destabilizzò anche i fans più fedeli, che però si sono poi ricreduti ed hanno apprezzato la nuova veste del loro artista.

Durante l’estate appena trascorsa Renato Zero ha però stupito ancora una volta i fans con un nuovo cambio di rotta. Durante l’evento radiofonico Power hits Summer 2018, nel quale veniva decretato il brano tormentone dell’estate, l’artista romano ha portato a sorpresa sul palco una nuova versione di “Triangolo“, la sua celebre hit datata 1978 e rimasta in classifica per ben 13 settimane; accompagnato da un corpo di ballo di oltre 100 elementi, Zero è tornato sulla scena nella sua veste più trasgressiva e ritmata, che i fans tanto amano.

Il brano, remixato per l’occasione da Paolo Galeazzi, è piaciuto così tanto ai fans da convincere il Re dei sorcini a renderlo pubblico su tutti gli store digitali e chissà se questo non sia il primo tassello di un nuovo progetto discografico di Renato Zero, che lo veda tornare alle sonorità più ritmate che hanno contraddistinto i suoi primi album.

Nell’attesa di conoscere quali saranno i suoi prossimi passi discografici, approfittiamo dell’occasione per porgergli i nostri più sinceri auguri per il suo 68esimo compleanno.

Tra musica e poesia: analisi di “Senza parole” di Vasco Rossi, di Lia Tommi

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Il significato di “Senza parole” è legato a una storia d’amore unidirezionale e alle fasi conseguenti la rottura.

“Ho guardato dentro una bugia
e ho capito che è una malattia
che alla fine non si può guarire mai
e ho cercato di convincermi
che tu non ce l’hai
E ho guardato dentro casa tua
e ho capito che era una follia
avere pensato che fossi soltanto mia
e ho cercato di dimenticare
di non guardare”

La prima strofa si apre con la fase in cui lui acquisisce la consapevolezza di non essere amato dalla propria partner. L’inizio recita “Ho guardato dentro una bugia e ho capito che è una malattia che alla fine non si può guarire mai”. La “bugia” a cui si riferisce è l’amore e lo paragona a una malattia inguaribile, facendo capire che lui è innamorato.

Da qui si capisce che però lei non ricambia questo sentimento: “e ho cercato di convincermi che tu non ce l’hai” (riferendosi alla malattia che ha lui, ovvero l’essere innamorato). La donna oltre a non amarlo intrattiene anche altre relazioni “e ho capito che era una follia avere pensato che fossi soltanto mia”. Continua a leggere “Tra musica e poesia: analisi di “Senza parole” di Vasco Rossi, di Lia Tommi”

Il figlio prodigo, di Marcello Marrocchi

Il figlio prodigo, di Marcello Marrocchi

La canzone “il Figlio Prodigo” dal disco “La Perla Preziosa” di Marcello Marrocchi: http://www.marcellomarrocchi.it

Dal canale YouTube di Marcello Comitini

video: https://www.youtube.com/watch?v=OQyh-49zPiU

“Da ora chi tace è complice”, il primo manifesto anti-Salvini è firmato dalla cultura pop

“Da ora chi tace è complice”, il primo manifesto anti-Salvini è firmato dalla cultura pop

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Mobilitazione di cantanti e attori su Rolling Stone: «Costretti a battaglie di retroguardia, questi politici sono pericolosi»

PIERO NEGRI  MILANO

«Noi non stiamo con Salvini. Da adesso chi tace è complice», avvisa la copertina dell’edizione italiana di «Rolling Stone», da oggi in edicola. E nell’editoriale, non firmato ma attribuibile al direttore editoriale Massimo Coppola, si scrive: «Ci troviamo costretti a battaglie di retroguardia, su temi che consideravamo ormai patrimonio condiviso e indiscutibile. I sedicenti “nuovi” sono in realtà antichi e pericolosi, cinicamente pronti a sfruttare paure ancestrali e spinte irrazionali».  

INTERVISTA Di Maio: “Con noi l’Ue deve cambiare, voglio fisco e welfare uguali per tutti”    Continua a leggere ““Da ora chi tace è complice”, il primo manifesto anti-Salvini è firmato dalla cultura pop”