LA PAROLA PIU’ BELLA, di Marino Moretti, recensione di Elvio Bombonato

LA PAROLA PIU’ BELLA. di Marino Moretti, recensione di Elvio Bombonato

Mamma. Nessuna parola è più bella.
La prima che si impara,
la prima che si capisce e che s’ama.
La prima di una lunga serie di parole
con cui s’è risposto alle infinite,
alle amorose, timorose domande
della maternità.
E anche se diventassimo vecchi,
come chiameremmo la mamma
più vecchia di noi?
Mamma.
Non c’è un altro nome.

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MARINO  MORETTI

Poeta crepuscolare, si occupò delle piccole cose (Pascoli) quotidiane (Poesie scritte col lapis: titolo programmatico), quelle che passano inosservate, eppure di esse è fatta la nostra vita. Strofa libera di 12 versi, perlopiù endecasillabi.  La parola chiave annunciata dal titolo è mamma. Iterazione anaforica dei versi iniziali (la prima…); rima interna in ossimoro (amorose/timorose), e climax (col precedente infinite); interrogativa tautologica, efficace nella sua semplicità“come chiameremmo la mamma? Mamma. ; poliptoto (vecchi/vecchia).

foto: Wikipedia

Lunario dei giorni d’amore, di Antonio Machado, recensione di Elvio Bombonato

Lunario dei giorni d’amore, di Antonio Machado, recensione di Elvio Bombonato

Per la tua finestra ornare

diede a me la mattina un ramo di rose.

Dentro un labirinto di strada in strada

ho cercato invano la tua casa.

In  quel labirinto mi sono perduto

in questa mattina di maggio fiorito.

Dimmi dove sei, dove sei?

Giro, rigiro, e non ne posso più.

Antonio Machado,  Lunario dei giorni d’amore

(traduzione mia; senza le rime)

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Para tu ventana  un ramo de rosas me dio la mañana.        Por un laberinto de calle en calleja, buscando, he corrido, tu casa y tu reja.                           

Y en un laberinto me encuentro perdido en esta mañana de mayo florido.                            

Dime dónde estás.           

Vuelta y revueltas. Ya no puedo más.

Il labirinto è metafora dell’incomprensione, del cercarsi senza trovarsi. O meglio: lui la cerca, continuando a girare disorientato, ma non riesce a trovarla, perché lei si nasconde e non si fa trovare.  La poesia si riferisce alla poetessa Guiomar (senhal), conosciuta attorno al 1930,  di cui si innamorò e che divenne la sua compagna.  Ricordo che Machado perse la giovanissima moglie Leonor, morta 18enne di tisi fulminante nel 1911.  Vedi la struggente poesia “Era una notte d’estate”, che ho pubblicato qui il 30/11/2018.  Si riprese solo grazie a Guiomar.  Nessuna traduzione può rendere il fascino dell’originale, la musicalità dei versi, le raffinate rime baciate.

foto wikipedia

Camillo Sbarbaro, Ora che sei venuta, una poesia lirica, di timbro leopardiano

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Camillo Sbarbaro, Ora che sei venuta, una poesia lirica, di timbro leopardiano
Camillo Sbarbaro, una poesia lirica, di timbro leopardiano,

di Elvio Bombonato. Alessandria
Camillo Sbarbaro (1888-1967), un altro poeta oggi quasi accantonato, dopo la licenza liceale, fece l’impiegato; poi insegnò latino e greco all’ Istituto Arecco di Genova,  prestigioso liceo classico dei gesuiti, da cui fu allontanato perché rifiutò di  iscriversi  al partito fascista: gesto solitario, perché Sbarbaro non si è mai occupato di politica.
Il suo libro più importante si chiama “Pianissimo”, termine musicale, pubblicato nel 1914, che poi riscriverà nel 1961, ma gli studiosi unanimi preferiscono la prima edizione.
Un’altra raccolta, stampata nel 1955, “Rimanenze”, comprende un piccolo canzoniere d’amore: “Versi a Dina”, cinque poesie soltanto; Dina è un nome fittizio, ma la donna è reale. Continua a leggere “Camillo Sbarbaro, Ora che sei venuta, una poesia lirica, di timbro leopardiano”

MEZZOGIORNO ALPINO, di Giosuè Carducci, recensione di Elvio Bombonato

MEZZOGIORNO ALPINO, di Giosuè Carducci, recensione di Elvio Bombonato

MEZZOGIORNO ALPINO

Nel grande cerchio de l’Alpi, sul granito
Squallido e scialbo, sui ghiacciai candenti,
Regna sereno intenso ed infinito
Nel suo grande silenzio il mezzodí.

Pini ed abeti senza aura di venti
Si drizzano nel sol che li penetra,
Sola garrisce in picciol suon di cetra
L’acqua che tenue tra i sassi fluí.

GIOSUE’ CARDUCCI (1895)

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Il poeta amava la montagna (Carnia, Cadore, Marmolada, Madesimo, Gressoney, Courmayeur), e fece persino qualche arrampicata con la guida. Questa lirica si aggiunge ai cinque “Idilli alpini”; due quartine di endecasillabi, 6 piani e 2 tronchi, con rime ABAC BDDC; la C è tronca; penètra: accento metrico.

Il ghiacciaio descritto è l’”Aiguille du Midi” (il Mezzodì) del Monte Bianco. Poesia impressionista – pochi tocchi per delineare in modo netto il paesaggio alpino, desolato e opaco – fondata sull’alternarsi vista/udito. Domina la luce, in due gradazioni: il candore accecante e algido acuisce il silenzio; gli alberi, in assenza del vento, si ergono verso il sole, mentre si sente il mormorio dell’esile sorgente.

Curioso l’uso del verbo al presente (garrisce) accanto a quello al passato remoto (fluì): perfetto con valore continuativo. Ecco gli endecasillabi finali di “Esequie della guida E.R.”, scritta in occasione dei funerali, 28 agosto 1895, a Courmayeur del grande Emilio Rey, 49enne: “Via dallo sdrucio (squarcio) della nuvolaglia/ erto, aguzzo, feroce si protende/ e, mentre il ciel di sua minaccia taglia,/ il DENTE DEL GIGANTE al sol risplende”.

STUPIDARIO: LA PARONOMASIA, di Elvio Bombonato

STUPIDARIO: LA PARONOMASIA, di Elvio Bombonato

Alessandria: E’ una figura retorica simpaticissima: l’accostamento, spesso sottinteso, di parole che si somigliano fonicamente o graficamente, ma siano differenti nel significato (Bice Mortara Garavelli, Manuale di retorica, Bompiani). Esempi (inventati o riciclati): Ti stupirò con difetti speciali. Siamo obesi di lavoro. Le guerre intestinali.

Un gentiluomo dalla raffineria aristocratica. Devo curarmi l’intolleranza al gluteo. Gioco col mio cane di razza, il poker. Dovrò fare l’ecotopless e mi vergogno. La volante arrivò a sirene spietate. Ho preso l’aspirina incandescente. Mi hanno fatto la biospia al fegato.

I biscotti al plasma sono per i bambini. Mi ha rivelato l’argàno. Colmate le vostre lagune. Le conchiglie aprono le vulve. Per la gola farò le cure termiche.

Mia moglie spende, è di facili consumi. La mia famiglia è di umide origini. Le pupille gustative. Suonando la chitarra ho consumato i pipistrelli. Facciamo magliette e box su misura. In primavera divento allergico ai polli. Ha partorito due gemelli monozotici.

E’ vecchio, ha il morbo di Pakistan, una semenza senile. Ho visto la mostra e mi si sono arricciati i peluche. Ho trovato la spada nella doccia. L’analisi del sangue: ho il polistirolo alto.

foto: https://dizionario-online.net

 

“Er miserere de la Settimana Santa”, sonetto di Gioacchino Belli

“Er miserere de la Settimana Santa”, sonetto di Gioacchino Belli
31 marzo 1836

da: Giuseppe Amadio

Tutti l’ingresi de Piazza de Spaggna
nun hanno antro che ddì ssì cche ppiacere
è de sentì a Ssan Pietro er miserere
che ggnisun istrumento l’accompaggna.
Defatti, cacchio!, in ne la gran Bertaggna
e in nell’antre cappelle furistiere
chi ssa ddì com’a Roma in ste tre ssere
“Miserere mei Deo sicunnum maggna?”
Oggi sur “maggna” ce sò stati un’ora;
e cantata accusì, sangue dell’ùa!,
quer “maggna” è una parola che innamora.
Prima l’ha detta un musico, poi dua,
poi tre, poi quattro; e ttutt’er coro allora
j’ha dato giù: “misericordiam tua”.

Questo sonetto di Gioacchino Belli me l’ha ricordato tempo fa, in un commento a un mio post, l’amico Elvio, di cui in molti apprezziamo le analisi e i commenti a testi poetici più o meno famosi.
A me il sonetto ha fatto sorgere una forte curiosità su quel Miserere, cantato in San Pietro nella Settimana Santa, senza accompagnamento di strumenti musicali, così apprezzato dagli inglesi che alloggiavano in Piazza di Spagna. E ho appreso che era un Miserere a nove voci, di tal Gregorio Allegri, lavoro effettivamente famoso, di cui era persino vietato ricopiare la musica. E pare che Mozart lo abbia ascoltato, memorizzato e poi trascritto. Dunque, se piaceva tanto a Mozart, oltre che agli inglesi di Piazza di Spagna, ho pensato, piacerà anche a me. Continua a leggere ““Er miserere de la Settimana Santa”, sonetto di Gioacchino Belli”

L’INFINITO, di Giacomo Leopardi, recensione di Elvio Bombonato

L’INFINITO, di Giacomo Leopardi, recensione di Elvio Bombonato

L’INFINITO

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

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Per lungo tempo i critici credettero che l’Infinito fosse una lirica di sentimento. Con la lettura dello “Zibaldone” si scoprì invece che, come sempre in Leopardi, prima viene il concetto e poi il sentimento .

La poesia infatti ha una matrice sensistica (Binni): i sensi interessati sono due: la vista e l’udito; Il correlativo oggettivo che muta la prospettiva è la siepe, la quale prima impedisce la visione dell’infinito e poi, tramite il rumore del vento, coinvolge l’udito. Nello” Zibaldone” (12/23 luglio 1820) Leopardi teorizza la “veduta ristretta”:

“Alle volte l’anima desidera una veduta ristretta e confinata, così immagina ciò che non vede. La cagione è il desiderio dell’infinito, perché allora in luogo della vista lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L’anima si immagina quello che non vede e va errando in uno spazio immaginario” Continua a leggere “L’INFINITO, di Giacomo Leopardi, recensione di Elvio Bombonato”

Un gatto intellettuale, Luciano Erba, recensione di Elvio Bombonato

Un gatto intellettuale, Luciano Erba, recensione di Elvio Bombonato

Un gatto intellettuale
Esplora tutte le scatole
perlustra tutti i cassetti
curiosare per decifrare
questo è il gatto ermeneutico

Il suo pensiero forte è miagolare
di notte tra i parafulmini sul tetto
il suo pensiero debole ma sapienziale
ronfare davanti al caminetto
(LUCIANO ERBA)

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Il ritratto regale del gatto è un’allegra parodia della filosofia contemporanea, ermeneutica, ma scissa tra il pensiero forte del passato e quello debole del presente (Vattimo-Rovatti). Ironia per accostamento.

Il filosofo è il gatto, che esplora (le scatole), perlustra (i cassetti), intento a curiosare per decifrare. La sua ricerca sapienziale si traduce in comportamento, miagolare sul tetto e ronfare presso il caminetto.

Una quinta rima e una quartina, con – presumibilmente – 3 novenari; 3 endecasillabi, 1 settenario, 1 doppio senario e un 1 doppio settenario. Rime: tetto/caminetto/cassetti; le 4 interne in –are.

La trombettina, di Corrado Govoni, recensione di Elvio Bombonato

La trombettina, di Corrado Govoni, recensione di Elvio Bombonato

La trombettina Ecco che cosa resta
di tutta la magia della fiera:
quella trombettina,
di latta azzurra e verde,
che suona una bambina
camminando, scalza, per i campi.
Ma, in quella nota sforzata,
ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi;
c’è la banda d’oro rumoroso,
la giostra coi cavalli, l’organo, i lumini.
Come, nel sgocciolare della gronda,
c’è tutto lo spavento della bufera,
la bellezza dei lampi e dell’arcobaleno;
nell’umido cerino d’una lucciola
che si sfa su una foglia di brughiera,
tutta la meraviglia della primavera.

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CORRADO GOVONI (1924)
Ecco un altro poeta quasi dimenticato, e di nuovo l’Italia che non c’è più. La lirica, mirabile per la levità che emana e per la moltitudine dei colori presenti, è visiva (mentre leggi, vedi le immagini): arriva la primavera.

La bambina è scalza, povera e contenta; le basta camminare con la sua trombettina di latta, presa alla bancarella dei balocchi.

Anche la fiera descritta è scomparsa; in elenco: gli artisti di strada, la banda di ottoni, la giostra, l’organetto… Memorabili i tre versi finali. Ho contato, all’incirca, 2 settenari doppi, 2 senari doppi, 5 endecasillabi, 3 novenari, 4 settenari. Rime “facili” in ERA e in INA. Piccole cose modeste, eventi minimi (Pascoli, crepuscolari) che riempiono la vita.

RECUPERARE LA SCRITTURA MANUALE, di Elvio Bombonato

RECUPERARE LA SCRITTURA MANUALE, di Elvio Bombonato

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RECUPERARE LA SCRITTURA MANUALE
Francesco Sabatini, uno dei massimi linguisti europei, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, ha affermato (“Tempi” 25/7/2017): «Gli studi più recenti, di psicoterapeuti e neurologi, segnalano che la deriva verso la scrittura su tastiera o verso forme semplificate di scrittura manuale (lo stampatello, rispetto al corsivo) riduce gli stimoli di produttività ideativa e linguistica, e rallenta la comprensione nella lettura.

La recente e dilagante tendenza a preferire precocemente la tastiera e a non curare le forme della grafia personale, ci fa perdere una parte notevole degli effetti che l’antichissima pratica tattile-cognitiva della mano e delle dita – in mille altre attività prima della scrittura vera e propria e per secoli accanto a questa – ha prodotto filogeneticamente, sviluppando funzioni pregiate del cervello».

Cantovivo “Oltre il ponte” da Elvio Bonbonato

Cantovivo “Oltre il ponte”

da Elvio Bonbonato

Il testo è di Italo Calvino, partigiano a 20 anni col fratello Floriano 16enne; la musica di Sergio Liberovici. 

La ragazza dalle guance di pesca, destinataria della canzone, sarà presto Giovanna, la figlia tanto desiderata dallo scrittore. 

Il compianto Alberto Cesa, fondatore dei Cantovivo, suona anche la ghironda. 

I Cantovivo erano un importante gruppo torinese attivo per 20 anni, che faceva ricerca di canti popolari, piemontesi e occitani, da eseguire nei loro concerti.

 

CERENDERO  E  LA  CHIESA  DI  SAN  RUFINO, di Lorella Torti e Elvio Bombonato

CERENDERO  E  LA  CHIESA  DI  SAN  RUFINO, di Lorella Torti e Elvio Bombonato

CERENDERO  E  LA  CHIESA  DI  SAN  RUFINO

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Raccontiamo la storia, affascinante e assurda, emozionante e irragionevole, di una chiesa antica, crollata agli inizi dell’ ‘800;  ricostruita, solenne e maestosa, alla fine del secolo, e di nuovo crollata.

Cerendero è un paese della Val Borbera, situato nella valle di Gordanella  sopra il torrente omonimo, noto per  le cascate di Gordena.  Fu abbandonato negli anni ‘60, ma ora viene ripopolato d’estate da una ventina di famiglie, che si sono organizzate per farlo rinascere. 

A poca distanza, nel bosco sotto il cimitero, esiste una chiesa monumentale, quasi una cattedrale, dedicata a San Rufino,  un eremita del VI secolo.  

Il suo documento più antico risale al 1248; divenne parrocchia autonoma (dipendeva già allora da Mongiardino) nel 1647; l’edificio subì gravi danni, causati da una frana, a partire dal 1790; dopo il crollo del tetto nel 1820, il declino irreversibile.

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Nel 1891 il nuovo parroco, originario di Gordena, don Agostino Tambutto, l’anima del paese, volle ricostruirla. L’ingegnere genovese  Luigi Balbi relazionò sulla situazione geologica che aveva provocato il crollo dell’antica chiesa:  fondamenta poco profonde, materiali scadenti, infiltrazioni d’acqua; Il terreno in discesa (spianato senza costruire i muretti in pietra per bloccarlo), non sopportò l’ingente peso dell’edificio, con i muri ormai lesionati, costruito proprio a ridosso della montagna, dalla quale defluiva l’acqua infiltratasi, e iniziò a slittare verso la valle sottostante.

Tuttavia gli abitanti di Cerendero ridiedero vita alla propria “cattedrale”, e la vollero nello stesso luogo;  poste le fondamenta, fu ricostruita in tempi brevissimi:  dal 1898 alla consacrazione nel 1904. Un impegno straordinario, logistico ed economico, incredibile.  Furono trovati i benefattori, l’intera comunità si impegnò;  nel tempo libero, gli abitanti  trovarono e trasportarono le pietre per i muri, lavorando agli ordini del capomastro, che seguiva il progetto dell’ingegnere. 

Continua a leggere “CERENDERO  E  LA  CHIESA  DI  SAN  RUFINO, di Lorella Torti e Elvio Bombonato”

LA  GATTA, di Umberto Saba, recensione di Elvio Bombonato

LA  GATTA, di Umberto Saba, recensione di Elvio Bombonato

La tua gattina è diventata magra.
Altro male non è il suo che d’amore:
male che alle tue cure la consacra.

Non provi un’accorata tenerezza?
Non la senti vibrare come un cuore
sotto alla tua carezza?

Ai miei occhi è perfetta
come te questa tua selvaggia gatta,
ma come te ragazza
e innamorata, che sempre cercavi,
che senza pace qua e là t’aggiravi,
che tutti dicevano: «È pazza».

È come te ragazza.

umberto-saba.jpg

UMBERTO  SABA   (1910)

Il poeta paragona l’amatissima giovane moglie, cui si rivolge (il Tu e le due interrogazioni retoriche) alla gatta di casa, e la ricorda innamorata e selvaggia. 9 endecasillabi e 4 settenari piani; rime (e rime imperfette consonantiche) ABA CBC dDcEEc c: incrociate e baciate.

Il verso finale è la ripresa del v.9; anafore di male, tua, non, che, come; breve inserto di parlato. Tempo dominante il presente indicativo, corroborato dall’imperfetto, il tempo durativo per eccellenza.

MEZZOGIORNO ALPINO, di Giosuè Carducci, recensione di Elvio Bombonato  

MEZZOGIORNO ALPINO, di Giosuè Carducci, recensione di Elvio Bombonato                                                                                                                                                                    

Carducci

Nel grande cerchio de l’Alpi, sul  granito
Squallido e scialbo, sui ghiacciai candenti,
Regna sereno intenso ed infinito
Nel suo grande silenzio il mezzodí.

Pini ed abeti senza aura di venti
Si drizzano nel sol che li penetra,
Sola garrisce in picciol suon di cetra
L’acqua che tenue tra i sassi fluí.

GIOSUE CARDUCCI  (1895)

Il poeta amava la montagna (Carnia, Cadore, Marmolada, Madesimo, Gressoney, Courmayeur), e fece persino qualche arrampicata con la guida.  Questa lirica si aggiunge ai cinque “Idilli alpini”; due quartine di endecasillabi, 6 piani e 2 tronchi, con rime ABAC  BDDC;  la C è tronca; penètra: accento metrico. 

Il ghiacciaio descritto è  l’”Aiguille du Midi” (il Mezzodì) del Monte Bianco.  Poesia impressionista – pochi tocchi per delineare in modo netto il paesaggio alpino, desolato e opaco –  fondata sull’alternarsi vista/udito.  Domina la luce, in due gradazioni: il candore accecante e algido acuisce il silenzio;  gli alberi, in assenza del vento, si ergono verso il sole, mentre si sente il mormorio dell’esile sorgente.

Curioso l’uso del verbo al presente (garrisce) accanto a quello al passato remoto (fluì): perfetto con valore continuativo.  Ecco gli endecasillabi finali di “Esequie della guida E.R.”, scritta in occasione dei funerali, 28 agosto 1895, a Courmayeur del grande Emilio Rey, 49enne:  “Via dallo sdrucio (squarcio) della nuvolaglia/ erto, aguzzo, feroce si protende/ e, mentre il ciel di sua minaccia taglia,/ il Dente del Gigante al sol risplende”.

foto: https://friulimultietnicoblog.wordpress.com

 

La trombettina, di Corrado Govoni, recensione di Elvio Bombonato

La trombettina, di Corrado Govoni, recensione di Elvio Bombonato

Ecco che cosa resta
di tutta la magia della fiera:
quella trombettina,
di latta azzurra e verde,
che suona una bambina
camminando, scalza, per i campi.
Ma, in quella nota sforzata,
ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi;
c’è la banda d’oro rumoroso,
la giostra coi cavalli, l’organo, i lumini.
Come, nel sgocciolare della gronda,
c’è tutto lo spavento della bufera,
la bellezza dei lampi e dell’arcobaleno;
nell’umido cerino d’una lucciola
che si sfa su una foglia di brughiera,
tutta la meraviglia della primavera.                                                                                  CORRADO GOVONI  (1924)

Govoni

Ecco un altro poeta quasi dimenticato, e di nuovo l’Italia che non c’è più.  La lirica, mirabile per la levità e la grazia che emana e per la moltitudine dei colori presenti, è visiva (mentre leggi, vedi le immagini): arriva la primavera. La bambina è scalza, povera e contenta; le basta camminare con la sua trombettina di latta, presa alla bancarella dei balocchi. 

Anche la fiera descritta è scomparsa; in elenco: gli artisti di strada, la banda di ottoni, la giostra, l’organetto… Memorabili i tre versi finali. Ho contato, all’incirca, 2 settenari doppi, 2 senari doppi, 5 endecasillabi, 3 novenari, 4 settenari.  Rime “facili” in ERA e  in INA. Piccole cose modeste, eventi minimi (Pascoli, crepuscolari) che riempiono la vita.

“Il fonosimbolismo della U nei versi finali si scioglie nell’epifania della primavera: gioia pudica nel candore di quell’atmosfera frizzantina, che solo il risorgere della natura concede” (Maximianus, Facebook).