Il gatto. Luciano Erba e Giovanni Raboni, recensione di Elvio Bombonato

Il gatto. Luciano Erba e Giovanni Raboni, recensione di Elvio Bombonato

Luciano Erba

Un gatto intellettuale

Esplora tutte le scatole

perlustra tutti i cassetti

curiosare per decifrare

questo è il gatto ermeneutico

Il suo pensiero forte è miagolare

di notte tra i parafulmini sul tetto

il suo pensiero debole ma sapienziale

ronfare davanti al caminetto

(LUCIANO ERBA)

Il ritratto regale del gatto è un’allegra parodia della filosofia contemporanea, ermeneutica, ma scissa tra il pensiero forte del passato e quello debole del presente (Vattimo-Rovatti). Ironia per accostamento. Il filosofo è il gatto, che esplora (le scatole), perlustra (i cassetti), intento a curiosare per decifrare.

La sua ricerca sapienziale si traduce in comportamento, miagolare sul tetto e ronfare presso il caminetto.  Una quinta rima e una quartina, con – presumibilmente –  3 novenari; 3 endecasillabi, 1 settenario, 1 doppio senario e un 1 doppio settenario. Rime: tetto/caminetto/cassetti; le 4 interne in –are.

foto: https://www.youtube.com/watch?v=XZCLwx53R7M

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Gli addii (a Francesca) di Luciano Erba – recensione di Elvio Bombonato

Gli addii (a Francesca) di Luciano Erba – recensione di Elvio Bombonato

potrebbe essere l’ultima volta che li vedo
mi dici dei tuoi compagni di classe
che ti hanno fatto far tardi
oggi che è finita la scuola
dovrei sgridarti e sto invece ad ammirare
i tuoi quaderni ben ordinati
(con qualche sbavatura d’inchiostro
di dita sudate di giochi di giugno)
in autunno andrai alle superiori
e questa tua bella scrittura un po’ tonda
potrebbe essere l’ultima volta che la vedo.

erba

LUCIANO  ERBA   (1980)

La figlia adolescente ha finito la terza media, arrivando tardi a casa. Il padre si intenerisce, e pensa al tempo che vola. Un’Italia che non c’è più, come il corsivo dei quaderni di  Francesca.

La quale non è una futura velina, che aspira a mostrarsi in televisione, e non ha lo smartphone.  Sapiente andamento prosastico per riprodurre il lessico famigliare; assenza di punteggiatura –  tranne l’inciso –, mimesi del parlato. 

Notevole il telaio metrico: il primo verso e l’ultimo – quasi identici – sono di 14 sillabe; il secondo e il penultimo di 12; il v.6 è un decasillabo in mezzo ai v.5 e 7, endecasillabi.

foto: http://www.italian-poetry.org/

 

Maurice Sceve poeta Lionese, recensione di Elvio Bombonato

Maurice Sceve poeta Lionese, recensione di Elvio Bombonato

Maurice_Scève

Io solo con me stesso, e lei con suo marito:

Io nella pena, lei sul morbido letto.

Tediato e oppresso mi giro nell’ortica,

E nuda lei fra le sue braccia giace.

Lui, l’indegno, la tiene, la tocca:

Lei è più debole, lo subisce,

E profana l’amore in quel legame iniquo

Per la legge umana, e non divina, stretto.

Oh legge santa, giusta per tutti, per me ingiusta,

Tu mi punisci e il peccato è suo.

Maurice Scève  “Delia”, CLXI.  (tr. A.Belardinelli)

Seul avec moy, elle avec sa partie :
Moy en ma peine, elle en sa molle couche.
Couvert d’ennuy ie me voultre en l’Ortie,
Et elle nue entre ses bras se couche.
Hà (luy indigne) il la tient, il la touche:
Elle le souffre:  comme moins robuste.
Viole amour par ce lyen iniuste,
Que droict humain, non diuin, à faict.
O saincte loy à tous, fors a moy, iuste.
Tu me punys pour elle auoir meffaict.

Scève (1501-1560) fu il massimo poeta della scuola Lionese.  Délie,  senhal anagrammato di L’Idée (Idea, e anche Idolo)  indica la giovane poetessa Pernette du Guillet, sua allieva, da lui amata. Qui sfoga la sua gelosia, pensandola col marito, e accusa l’istituzione del matrimonio (“legge per me ingiusta”). 

Mi piace pensare che si fosse trattato di un matrimonio combinato dalla famiglia di lei,, di cui entrambi furono vittime. La lirica è la CLXI del lungo poema “Délie, object de plus haulte vertu” (1544); scritta usando il dirai, strofa di 10 versi decasillabi, di 4 rime:  ABABBCCDCD. La musicalità petrarchesca dell’originale si perde nella traduzione, peraltro eccellente.

foto: https://it.wikipedia.org/

ATTESA, di Vincenzo Cardarelli  (1936) recensione di Elvio Bombonato

ATTESA, di Vincenzo Cardarelli  (1936) recensione di Elvio Bombonato

Vincenzo-Cardarelli

Oggi che t’aspettavo
non sei venuta.
E la tua assenza so quel che mi dice,
la tua assenza che tumultuava
nel vuoto che hai lasciato,
come una stella.
Dice che non vuoi amarmi.
Quale un estivo temporale
s’annuncia e poi s’allontana,
così ti sei negata alla mia sete.
L’amore, sul nascere,
ha di questi improvvisi pentimenti.
Silenziosamente
ci siamo intesi.
Amore, amore, come sempre,
vorrei coprirti di fiori e d’insulti.

I poeti grandi, come l’ingiustamente dimenticato Cardarelli, hanno la capacità di prendere un evento minimo, che tutti hanno vissuto, per trasformarlo in motivo di riflessione. Un appuntamento mancato: lei non è venuta.

Il poeta, deluso, pensa che si sia pentita, come un temporale estivo che sta per arrivare e invece si allontana.

Il TU rivolto alla donna non è aggressivo (Cavalcanti), nostalgico (Leopardi “A Silvia”), complice (Montale); connota il disincanto di colui che cerca di rassegnarsi, dicendosi: “succede”. 

Ma il catulliano ”odi et amo” finale lo smentisce. Metrica libera, non prosastica: versi perfetti: 5 endecasillabi, 5 novenari, 3 settenari, 3 quinari.

FABRIZIO DE ANDRE’: PREGHIERA IN GENNAIO, di Elvio Bombonato

FABRIZIO DE ANDRE’: PREGHIERA IN GENNAIO, di Elvio Bombonato

Lascia che sia fiorito, Signore, il suo sentiero

quando a Te la sua anima e al mondo la sua pelle

dovrà riconsegnare, quando verrà al Tuo cielo

là dove in pieno giorno risplendono le stelle.

Quando attraverserà l’ultimo vecchio ponte

ai suicidi dirà baciandoli alla fronte

“Venite in Paradiso là dove vado anch’io

perché non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio”.

Fate che giunga a Voi con le sue ossa stanche

seguito da migliaia di quelle facce bianche,

fate che a Voi ritorni fra i morti per oltraggio

che al cielo ed alla terra mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti spero non vi dispiaccia

se in cielo, in mezzo ai Santi, Dio, fra le sue braccia

soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte

che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte.

Dio di misericordia, il Tuo bel paradiso Lo hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso per quelli che han vissuto con la coscienza pura; l’inferno esiste solo per chi ne ha paura.

Meglio di lui nessuno mai ti potrà indicare gli errori di noi tutti che puoi e vuoi salvare. Ascolta la sua voce che ormai canta nel vento. Dio di misericordia vedrai, sarai contento.

Indispensabile sapere che la ballata è dedicata all’amico (“per me Luigi è stato un fratello”) quasi coetaneo Luigi Tenco, suicida il 27 gennaio 1967, a 29 anni. E’ davvero una preghiera: Fabrizio si rivolge direttamente a Dio (vocativo; “lascia/fate iterato, col pronome al plurale/ascolta” evidenziati in punta di verso), chiedendogli di accogliere Luigi in Paradiso, insieme agli altri suicidi. Continua a leggere “FABRIZIO DE ANDRE’: PREGHIERA IN GENNAIO, di Elvio Bombonato”

L’INFINITO, di Giacomo Leopardi. Recensione di Elvio Bombonato

L’INFINITO, di Giacomo Leopardi. Recensione di Elvio Bombonato

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Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Per lungo tempo i critici credettero che l’Infinito fosse una lirica di sentimento. Con la lettura dello “Zibaldone” si scoprì invece che, come sempre in Leopardi, prima viene il concetto e poi il sentimento . La poesia infatti ha una matrice sensistica (Binni): i sensi interessati sono due: la vista e l’udito; Il correlativo oggettivo che muta la prospettiva è la siepe, la quale prima impedisce la visione dell’infinito e poi, tramite il rumore del vento, coinvolge l’udito. Nello” Zibaldone” (12/23 luglio 1820) Leopardi teorizza la “veduta ristretta”: “Alle volte l’anima desidera una veduta ristretta e confinata, così immagina ciò che non vede.

La cagione è il desiderio dell’infinito, perché allora in luogo della vista lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L’anima si immagina quello che non vede e va errando in uno spazio immaginario”. La poesia infatti è divisa esattamente i due parti, staccata dall’emistichio del v.8, spaccato a metà, preceduto dai 7 endecasillabi della vista, e seguito dai 7 endecasillabi dell’udito. Continua a leggere “L’INFINITO, di Giacomo Leopardi. Recensione di Elvio Bombonato”

“Se questo è un uomo” Queste sono poesie necessarie, se mai altre ce ne sono state” (Primo Levi)

“Se questo è un uomo” Queste sono poesie necessarie, se mai altre ce ne sono state” (Primo Levi)

di Elvio Bombonato

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SHEMA’
Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Questa poesia figura come epigrafe nella prima pagina di “Se questo è un uomo”. Shemà significa ‘Ascolta’, chiarì Primo Levi: “è l’inizio della preghiera fondamentale dell’ebraismo, in cui si afferma l’unità di Dio. Alcuni versi di questa poesia ne sono la parafrasi”. Si trova nel Deuteronomio, però Levi ne capovolge il significato: non è Dio che deve essere ricordato, bensì la Shoah, il Male assoluto.

La poesia afferma la necessità che la testimonianza diventi memoria storica collettiva. Colpisce qui il tono perentorio e perfino minaccioso, certo inatteso nel sabaudo Levi, di solito “così sobrio nel giudicare e restio a predicare“ (Cesare Segre), così pacato, equilibrato, prudente, persino pudico, nella compostezza della sua scrittura “precisa, chiara e distinta, trasparente verso il senso e la comunicazione” (Pier Vincenzo Mengaldo). Continua a leggere ““Se questo è un uomo” Queste sono poesie necessarie, se mai altre ce ne sono state” (Primo Levi)”

I VERBI INTRANSITIVI E L’ACCADEMIA DELLA CRUSCA, di Elvio Bombonato

I VERBI INTRANSITIVI E L’ACCADEMIA DELLA CRUSCA, di Elvio Bombonato

Alessandria: La sciocchezza “esci il cane” è stata provocata da un fraintendimento catturato al volo e amplificato dai media.  Il titolo dell’intervento di Vittorio Coletti, docente a Genova (fu correlatore della mia tesi di laurea in Lettere Moderne) era:  “SIEDI IL BAMBINO?  NO, FALLO SEDERE”; Coletti però si dichiara soddisfatto del “dibattito pro e contro, perché vuol dire che la gente si interessa e reagisce ai problemi posti dalla lingua”.

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L’uso transitivo dei verbi intransitivi – i quali però non possono essere volti al passivo-  risale addirittura a Dante, e dipende dalla differenza tra lingua scritta e lingua parlata.  Un tempo si credeva che la lingua fosse una; oggi si sa che l’uso del parlato (il cui fine principale è la comunicazione) è diverso da quello scritto, che invece  segue la norma codificata.  Un es.: “a me mi piace” è una ridondanza inaccettabile nella scrittura, ma nel discorso orale serve a dare enfasi e ad accentuare il tono asseverativo del locutore.   

L’ Accademia della Crusca, uno dei massimi Enti culturali europei, fu fondata nel 1585, per redigere il monumentale Vocabolario (prima ed. 1612). Fu per secoli custode della purezza della lingua italiana (“distinguere la farina dalla crusca”), quella di Petrarca, Boccaccio e Dante (questi di meno, perché la “Divina Commedia” presenta anche il registro linguistico basso), poi degli autori fino a Tasso. Oggi l’Accademia è molto diversa, con molteplici attività:  Dizionario, Pubblicazione di saggi, Convegni, Congressi, Corsi, Interventi nella scuola, Sezioni di Grammatica storica, Grammatica italiana attuale, Lessicografia, Storia della lingua Italiana, l’Italiano all’estero, Consulenza gratuita, Archivio Digitale ecc. Continua a leggere “I VERBI INTRANSITIVI E L’ACCADEMIA DELLA CRUSCA, di Elvio Bombonato”

Io vivere vorrei addormentato entro il dolce rumore della vita, di Sandro Penna 1938, di Elvio Bombonato

Io vivere vorrei addormentato entro il dolce rumore della vita, di Sandro Penna 1938, di Elvio Bombonato Alessandria

E’ un distico (strofa di due versi endecasillabi); un epigramma o un’epigrafe per il tono asseverativo, temperato dall’ottativo “io vorrei” che esprime desiderio.  

Notevole per martellare il ritmo l’anastrofe “vivere vorrei” anziché “vorrei vivere”.  Non vi è la rima ma quasi:  ato/ ita. Lieve enjambement (quando la frase non coincide col verso), che stacca e mette in rilevo l’incipit del secondo verso: l’avverbio di stato in luogo ENTRO, che indica l’aspirazione a regredire nella protezione del grembo materno. 

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DOLCE RUMORE lieve ossimoro (due parole di significato opposto accostate, es. ghiaccio bollente), calco del leopardiano “lieto romore” del “Sabato del villaggio”. “Rumore della vita”:  metafora per spostamento di campo semantico, rumore è concreto, vita astratto. 

Analisi fonematica: la costrittiva labiodentale sonora V imprime forza, accentuata dall’allitterazione (ripetizione di consonanti vicine per ripeterne il suono) “vivere/vorrei” della costrittiva alveolare vibrante R la consonante più sonora, spesso onomatopeica ( imita il suono, adorata da Pascoli). Nel secondo emistichio (a seconda metà di un verso lungo) dominano le dentali occlusive sonora D e sorda T, entrambe doppie.

Secondo verso: ritroviamo le dentali D e T due volte ciascuna., due presenze della sonora R. Ma il secondo verso è più morbido del primo,  perché domina la liquida costrittiva alveolare laterale L, la consonante “peluche”, che crea tenerezza: quattro volte.  Continua a leggere “Io vivere vorrei addormentato entro il dolce rumore della vita, di Sandro Penna 1938, di Elvio Bombonato”

SOLDATI di Giuseppe Ungaretti, analisi testuale di Elvio Bombonato

SOLDATI di  Giuseppe Ungaretti, analisi testuale di Elvio Bombonato

SOLDATI di  Giuseppe Ungaretti

Si sta come 

d’autunno

sugli alberi

le foglie             

(Bosco di Courton luglio 1918)

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Ungaretti era stato inviato sul fronte francese a combattere contro i tedeschi.

Il trucco della poesia consiste nell’iperbato, nella collocazione delle parole nella frase, nello staccato provocato dagli accapo, nella sintassi franta (spezzata) o meglio inesistente.

La poesiola è una similitudine scritta a rovescio: come le foglie stanno sugli alberi d’autunno  (cado, non cado, cado), così noi soldati viviamo in trincea (ellissi: non detto, che si deduce per inferenza).

Il titolo, come spesso nella poesia moderna, fa corpo colla poesia stessa. Il significato: la precarietà di chi vive senza sapere se domani lui e i suoi compagni (il titolo è al plurale, non per caso) saranno ancora vivi.

Massima concentrazione semantica (il numero delle parole è ridotto al minimo indispensabile, ce ne vogliono decine di più per spiegarla che a leggerla soltanto); soggetto in fondo; si tratta di due settenari perfetti disposti in quattro versi, ma l’accento primario cade sempre sulla sesta sillaba, la penultima: TUNno e FOglie.  Continua a leggere “SOLDATI di Giuseppe Ungaretti, analisi testuale di Elvio Bombonato”

“Queste sono poesie necessarie, se mai altre ce ne sono state” (Primo Levi) – recensione di Elvio Bombonato

Queste sono poesie necessarie, se mai altre ce ne sono state” (Primo Levi) – recensione di Elvio Bombonato

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SHEMA’

Voi che vivete sicuri                                                      Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
 Vi comando queste parole.
 Scolpitele nel vostro cuore
 Stando in casa andando per via,
 Coricandovi alzandovi;
 Ripetetele ai vostri figli.
 O vi si sfaccia la casa,
 La malattia vi impedisca,
 I vostri nati torcano il viso da voi.                                

Questa poesia figura come epigrafe nella prima pagina di “Se questo è un uomo”. Shemà significa ‘Ascolta’, chiarì Primo Levi: “è l’inizio della preghiera fondamentale dell’ebraismo, in cui si afferma l’unità di Dio. Alcuni versi di questa poesia ne sono la parafrasi”. Si trova nel Deuteronomio, però Levi ne capovolge il significato: non è Dio che deve essere ricordato, bensì la Shoah, il Male assoluto.

La poesia afferma la necessità che la testimonianza diventi memoria storica collettiva.  Colpisce qui il tono perentorio e perfino minaccioso, certo inatteso nel sabaudo Levi, di solito “così sobrio nel giudicare e restio a predicare“ (Cesare Segre), così pacato, equilibrato, prudente, persino pudico, nella compostezza della sua scrittura “precisa, chiara e distinta, trasparente verso il senso e la comunicazione” (Pier Vincenzo Mengaldo). Continua a leggere ““Queste sono poesie necessarie, se mai altre ce ne sono state” (Primo Levi) – recensione di Elvio Bombonato”

Camillo Sbarbaro, Ora che sei venuta, una poesia lirica, di timbro leopardiano

Camillo Sbarbaro, Ora che sei venuta, una poesia lirica, di timbro leopardiano

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Camillo Sbarbaro, Ora che sei venuta, una poesia lirica, di timbro leopardiano

di Elvio Bombonato. Alessandria
Camillo Sbarbaro (1888-1967), un altro poeta oggi quasi accantonato, dopo la licenza liceale, fece l’impiegato; poi insegnò latino e greco all’ Istituto Arecco di Genova,  prestigioso liceo classico dei gesuiti, da cui fu allontanato perché rifiutò di  iscriversi  al partito fascista: gesto solitario, perché Sbarbaro non si è mai occupato di politica.
Il suo libro più importante si chiama “Pianissimo”, termine musicale, pubblicato nel 1914, che poi riscriverà nel 1961, ma gli studiosi unanimi preferiscono la prima edizione.
Un’altra raccolta, stampata nel 1955, “Rimanenze”, comprende un piccolo canzoniere d’amore: “Versi a Dina”, cinque poesie soltanto; Dina è un nome fittizio, ma la donna è reale.

Ora che sei venuta

Ora che sei venuta,
che con passo di danza sei entrata
nella mia vita
quasi folata in una stanza chiusa –
a festeggiarti, bene tanto atteso,
le parole mi mancano e la voce
e tacerti vicino già mi basta.

Il pigolio così che assorda il bosco
al nascere dell’alba. ammutolisce
quando sull’orizzonte balza il sole.

Ma te la mia inquietudine cercava
quando ragazzo
nella notte d’estate mi facevo
alla finestra come soffocato
che non sapevo, m’affannava il cuore.
E tutte tue sono le parole
che, come l’acqua all’orlo che trabocca,
alla bocca venivano da sole,
l’ore deserte. quando s’avanzavan
puerilmente le mie labbra d’uomo
da sé, per desiderio di baciare…        (1931)

E’ una poesia lirica, di timbro leopardiano, scritta in endecasillabi sciolti (senza la rima), con due quinari (vv. 3 e 12) e un settenario: l’incipit, splendido. Ci sono molti iperbati (inversione del normale ordine delle parole), per rallentare il, peraltro esile e delicato. Continua a leggere “Camillo Sbarbaro, Ora che sei venuta, una poesia lirica, di timbro leopardiano”

L’INFINITO, di Giacomo Leopardi, recensione di Elvio Bombonato

L’INFINITO, di Giacomo Leopardi, recensione di Elvio Bombonato

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.
   

Giacomo_Leopardi_Morelli.jpg                           

Per lungo tempo  i critici credettero che l’Infinito fosse una lirica di sentimento.  Con la lettura dello “Zibaldone”  si scoprì invece che, come sempre in Leopardi, prima viene il concetto e poi il sentimento . La poesia infatti  ha una matrice sensistica (Binni): i sensi interessati sono due:  la vista e l’udito, Il correlativo oggettivo che muta la prospettiva è la siepe, la quale prima impedisce la visione dell’infinito e poi, tramite il rumore del vento, coinvolge l’udito. 

Nello” Zibaldone” (12/23 luglio 1820)Leopardi teorizza la “veduta ristretta”:  “Alle volte l’anima desidera  una veduta ristretta e confinata, così immagina ciò che non vede. . La cagione è il desiderio  dell’infinito, perché allora in luogo della vista lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L’anima si immagina quello che non vede e va errando in uno spazio immaginario”.    La poesia infatti è divisa esattamente i due parti, staccata dall’emistichio del v.8, spaccato a metà, preceduto dai 7 endecasillabi della vista, e seguito dai 7 endecasillabi dell’udito.                                   Continua a leggere “L’INFINITO, di Giacomo Leopardi, recensione di Elvio Bombonato”

PER   GIANPIERO   ARMANO, di Elvio Bombonato

PER   GIANPIERO   ARMANO, di Elvio Bombonato

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Alessandria: In poco tempo due grandi sacerdoti di Alessandria ci hanno lasciato: don Giovanni Carpenè e don Gianpiero Armano.  Eguali eppure diversi:  eguali nella loro determinazione di  vivere il Vangelo  nella società; diversi, ma complementari, negli impegni.  Don Gianpiero faceva l’insegnante, “di materie letterarie, non di religione”, teneva a precisare, senza polemica. 

Laureato in Lettere, lo conobbi all’inizio degli anni ’70, al Sindacato Scuola CGIL.  Oure lui aveva passato le prove scritte del Concorso del 1974, l’ultimo nazionale, e mi disse che non aveva intenzione di presentarsi agli orali. Lo coprii di vituperi; per fortuna mutò parere, e vinse sia quello delle Medie inferiori sia delle Superiori. 

Lo ritrovai collega, quando arrivò all’Istituto Magistrale “Saluzzo”. Da insegnante era la stessa persona: oblativa, capace di ascolto, ma anche ferma nell’esortazione, buona ma non lassista, carismatica e autorevole.  Continua a leggere “PER   GIANPIERO   ARMANO, di Elvio Bombonato”

FIUME SAND CREEK, recensione di Elvio Bombonato

FIUME SAND CREEK, recensione di Elvio Bombonato

Si sono presi il nostro cuore sotto una coperta scura
Sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
Fu un generale di vent’anni
Occhi turchini e giacca uguale,
Fu un generale di vent’anni
figlio di un temporale

C’è un dollaro d’argento sul fondo del Sand Creek.

I nostri guerrieri troppo lontani sulla pista del bisonte,
E quella musica distante diventò sempre più forte
Chiusi gli occhi per tre volte,
Mi ritrovai ancora lì
Chiesi a mio nonno: È solo un sogno?
Mio nonno disse sì

A volte i pesci cantano sul fondo del Sand Creek.

Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso,
Il lampo in un orecchio e nell’altro il paradiso
Le lacrime più piccole,
Le lacrime più grosse
Quando l’albero della neve
Fiorì di stelle rosse

Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek.

Quando il sole alzò la testa oltre le spalle della notte
C’eran solo cani e fumo e tende capovolte
Tirai una freccia in cielo
Per farlo respirare,
Tirai una freccia al vento
Per farlo sanguinare

La terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek.

Si sono presi i nostri cuori sotto una coperta scura
Sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
Fu un generale di vent’anni
Occhi turchini e giacca uguale,
Fu un generale di vent’anni
Figlio di un temporale

Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek.

 

Il massacro di Sand Creek (il fiume) avvenne il 29 novembre 1864. Un accampamento di 600 Cheyenne e Arapaho fu attaccato da 700 soldati comandati dal colonnello John Chivington. 

Poiché i guerrieri armati erano a caccia, fu inevitabile lo sterminio di donne e bambini. Nel 1970 Ralph Nelson girò il film “Soldato blu”, che descrive la truculenta carneficina, con scalpi, stupri, evirazioni, sventramento di donne incinte (Morandini). Fabrizio compose la canzone con Massimo Bubola nel 1981.  Continua a leggere “FIUME SAND CREEK, recensione di Elvio Bombonato”