Cantovivo “Oltre il ponte” da Elvio Bonbonato

Cantovivo “Oltre il ponte”

da Elvio Bonbonato

Il testo è di Italo Calvino, partigiano a 20 anni col fratello Floriano 16enne; la musica di Sergio Liberovici. 

La ragazza dalle guance di pesca, destinataria della canzone, sarà presto Giovanna, la figlia tanto desiderata dallo scrittore. 

Il compianto Alberto Cesa, fondatore dei Cantovivo, suona anche la ghironda. 

I Cantovivo erano un importante gruppo torinese attivo per 20 anni, che faceva ricerca di canti popolari, piemontesi e occitani, da eseguire nei loro concerti.

 

CERENDERO  E  LA  CHIESA  DI  SAN  RUFINO, di Lorella Torti e Elvio Bombonato

CERENDERO  E  LA  CHIESA  DI  SAN  RUFINO, di Lorella Torti e Elvio Bombonato

CERENDERO  E  LA  CHIESA  DI  SAN  RUFINO

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Raccontiamo la storia, affascinante e assurda, emozionante e irragionevole, di una chiesa antica, crollata agli inizi dell’ ‘800;  ricostruita, solenne e maestosa, alla fine del secolo, e di nuovo crollata.

Cerendero è un paese della Val Borbera, situato nella valle di Gordanella  sopra il torrente omonimo, noto per  le cascate di Gordena.  Fu abbandonato negli anni ‘60, ma ora viene ripopolato d’estate da una ventina di famiglie, che si sono organizzate per farlo rinascere. 

A poca distanza, nel bosco sotto il cimitero, esiste una chiesa monumentale, quasi una cattedrale, dedicata a San Rufino,  un eremita del VI secolo.  

Il suo documento più antico risale al 1248; divenne parrocchia autonoma (dipendeva già allora da Mongiardino) nel 1647; l’edificio subì gravi danni, causati da una frana, a partire dal 1790; dopo il crollo del tetto nel 1820, il declino irreversibile.

Schermata 2018-10-26 a 13.47.59

Nel 1891 il nuovo parroco, originario di Gordena, don Agostino Tambutto, l’anima del paese, volle ricostruirla. L’ingegnere genovese  Luigi Balbi relazionò sulla situazione geologica che aveva provocato il crollo dell’antica chiesa:  fondamenta poco profonde, materiali scadenti, infiltrazioni d’acqua; Il terreno in discesa (spianato senza costruire i muretti in pietra per bloccarlo), non sopportò l’ingente peso dell’edificio, con i muri ormai lesionati, costruito proprio a ridosso della montagna, dalla quale defluiva l’acqua infiltratasi, e iniziò a slittare verso la valle sottostante.

Tuttavia gli abitanti di Cerendero ridiedero vita alla propria “cattedrale”, e la vollero nello stesso luogo;  poste le fondamenta, fu ricostruita in tempi brevissimi:  dal 1898 alla consacrazione nel 1904. Un impegno straordinario, logistico ed economico, incredibile.  Furono trovati i benefattori, l’intera comunità si impegnò;  nel tempo libero, gli abitanti  trovarono e trasportarono le pietre per i muri, lavorando agli ordini del capomastro, che seguiva il progetto dell’ingegnere. 

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LA  GATTA, di Umberto Saba, recensione di Elvio Bombonato

LA  GATTA, di Umberto Saba, recensione di Elvio Bombonato

La tua gattina è diventata magra.
Altro male non è il suo che d’amore:
male che alle tue cure la consacra.

Non provi un’accorata tenerezza?
Non la senti vibrare come un cuore
sotto alla tua carezza?

Ai miei occhi è perfetta
come te questa tua selvaggia gatta,
ma come te ragazza
e innamorata, che sempre cercavi,
che senza pace qua e là t’aggiravi,
che tutti dicevano: «È pazza».

È come te ragazza.

umberto-saba.jpg

UMBERTO  SABA   (1910)

Il poeta paragona l’amatissima giovane moglie, cui si rivolge (il Tu e le due interrogazioni retoriche) alla gatta di casa, e la ricorda innamorata e selvaggia. 9 endecasillabi e 4 settenari piani; rime (e rime imperfette consonantiche) ABA CBC dDcEEc c: incrociate e baciate.

Il verso finale è la ripresa del v.9; anafore di male, tua, non, che, come; breve inserto di parlato. Tempo dominante il presente indicativo, corroborato dall’imperfetto, il tempo durativo per eccellenza.

MEZZOGIORNO ALPINO, di Giosuè Carducci, recensione di Elvio Bombonato  

MEZZOGIORNO ALPINO, di Giosuè Carducci, recensione di Elvio Bombonato                                                                                                                                                                    

Carducci

Nel grande cerchio de l’Alpi, sul  granito
Squallido e scialbo, sui ghiacciai candenti,
Regna sereno intenso ed infinito
Nel suo grande silenzio il mezzodí.

Pini ed abeti senza aura di venti
Si drizzano nel sol che li penetra,
Sola garrisce in picciol suon di cetra
L’acqua che tenue tra i sassi fluí.

GIOSUE CARDUCCI  (1895)

Il poeta amava la montagna (Carnia, Cadore, Marmolada, Madesimo, Gressoney, Courmayeur), e fece persino qualche arrampicata con la guida.  Questa lirica si aggiunge ai cinque “Idilli alpini”; due quartine di endecasillabi, 6 piani e 2 tronchi, con rime ABAC  BDDC;  la C è tronca; penètra: accento metrico. 

Il ghiacciaio descritto è  l’”Aiguille du Midi” (il Mezzodì) del Monte Bianco.  Poesia impressionista – pochi tocchi per delineare in modo netto il paesaggio alpino, desolato e opaco –  fondata sull’alternarsi vista/udito.  Domina la luce, in due gradazioni: il candore accecante e algido acuisce il silenzio;  gli alberi, in assenza del vento, si ergono verso il sole, mentre si sente il mormorio dell’esile sorgente.

Curioso l’uso del verbo al presente (garrisce) accanto a quello al passato remoto (fluì): perfetto con valore continuativo.  Ecco gli endecasillabi finali di “Esequie della guida E.R.”, scritta in occasione dei funerali, 28 agosto 1895, a Courmayeur del grande Emilio Rey, 49enne:  “Via dallo sdrucio (squarcio) della nuvolaglia/ erto, aguzzo, feroce si protende/ e, mentre il ciel di sua minaccia taglia,/ il Dente del Gigante al sol risplende”.

foto: https://friulimultietnicoblog.wordpress.com

 

La trombettina, di Corrado Govoni, recensione di Elvio Bombonato

La trombettina, di Corrado Govoni, recensione di Elvio Bombonato

Ecco che cosa resta
di tutta la magia della fiera:
quella trombettina,
di latta azzurra e verde,
che suona una bambina
camminando, scalza, per i campi.
Ma, in quella nota sforzata,
ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi;
c’è la banda d’oro rumoroso,
la giostra coi cavalli, l’organo, i lumini.
Come, nel sgocciolare della gronda,
c’è tutto lo spavento della bufera,
la bellezza dei lampi e dell’arcobaleno;
nell’umido cerino d’una lucciola
che si sfa su una foglia di brughiera,
tutta la meraviglia della primavera.                                                                                  CORRADO GOVONI  (1924)

Govoni

Ecco un altro poeta quasi dimenticato, e di nuovo l’Italia che non c’è più.  La lirica, mirabile per la levità e la grazia che emana e per la moltitudine dei colori presenti, è visiva (mentre leggi, vedi le immagini): arriva la primavera. La bambina è scalza, povera e contenta; le basta camminare con la sua trombettina di latta, presa alla bancarella dei balocchi. 

Anche la fiera descritta è scomparsa; in elenco: gli artisti di strada, la banda di ottoni, la giostra, l’organetto… Memorabili i tre versi finali. Ho contato, all’incirca, 2 settenari doppi, 2 senari doppi, 5 endecasillabi, 3 novenari, 4 settenari.  Rime “facili” in ERA e  in INA. Piccole cose modeste, eventi minimi (Pascoli, crepuscolari) che riempiono la vita.

“Il fonosimbolismo della U nei versi finali si scioglie nell’epifania della primavera: gioia pudica nel candore di quell’atmosfera frizzantina, che solo il risorgere della natura concede” (Maximianus, Facebook).

Gli addii (a Francesca) di Luciano Erba – recensione di Elvio Bombonato

Gli addii (a Francesca) di Luciano Erba – recensione di Elvio Bombonato

gli addii erba

potrebbe essere l’ultima volta che li vedo
mi dici dei tuoi compagni di classe
che ti hanno fatto far tardi
oggi che è finita la scuola
dovrei sgridarti e sto invece ad ammirare
i tuoi quaderni ben ordinati
(con qualche sbavatura d’inchiostro
di dita sudate di giochi di giugno)
in autunno andrai alle superiori
e questa tua bella scrittura un po’ tonda
potrebbe essere l’ultima volta che la vedo.

LUCIANO  ERBA   (1980)

La figlia adolescente ha finito la terza media, arrivando tardi a casa. Il padre si intenerisce, e pensa al tempo che vola. Un’Italia che non c’è più, come il corsivo dei quaderni di  Francesca.

La quale non è una futura velina, che aspira a mostrarsi in televisione, e non ha lo smartphone.  Sapiente andamento prosastico per riprodurre il lessico famigliare; assenza di punteggiatura –  tranne l’inciso –, mimesi del parlato.

Notevole il telaio metrico: il primo verso e l’ultimo – quasi identici – sono di 14 sillabe; il secondo e il penultimo di 12; il v.6 è un decasillabo in mezzo ai v.5 e 7, endecasillabi.

foto: http://www.italian-poetry.org/

L’INFINITO, di Giacomo Leopardi. Recensione di Elvio Bombonato

L’INFINITO, di Giacomo Leopardi. Recensione di Elvio Bombonato

L'infinito-leopardi_giacomo_1798-1837_-_ritr._a_ferrazzi_recanati_casa_leopardi

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Per lungo tempo i critici credettero che l’Infinito fosse una lirica di sentimento. Con la lettura dello “Zibaldone” si scoprì invece che, come sempre in Leopardi, prima viene il concetto e poi il sentimento . La poesia infatti ha una matrice sensistica (Binni): i sensi interessati sono due: la vista e l’udito; Il correlativo oggettivo che muta la prospettiva è la siepe, la quale prima impedisce la visione dell’infinito e poi, tramite il rumore del vento, coinvolge l’udito. Nello” Zibaldone” (12/23 luglio 1820) Leopardi teorizza la “veduta ristretta”: “Alle volte l’anima desidera una veduta ristretta e confinata, così immagina ciò che non vede.

La cagione è il desiderio dell’infinito, perché allora in luogo della vista lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L’anima si immagina quello che non vede e va errando in uno spazio immaginario”. La poesia infatti è divisa esattamente i due parti, staccata dall’emistichio del v.8, spaccato a metà, preceduto dai 7 endecasillabi della vista, e seguito dai 7 endecasillabi dell’udito. Continua a leggere “L’INFINITO, di Giacomo Leopardi. Recensione di Elvio Bombonato”

Maurice Scève poeta Lionese, recensione di Elvio Bombonato

Maurice Scève poeta Lionese, recensione di Elvio Bombonato

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Io solo con me stesso, e lei con suo marito:

Io nella pena, lei sul morbido letto.

Tediato e oppresso mi giro nell’ortica,

E nuda lei fra le sue braccia giace.

Lui, l’indegno, la tiene, la tocca:

Lei è più debole, lo subisce,

E profana l’amore in quel legame iniquo

Per la legge umana, e non divina, stretto.

Oh legge santa, giusta per tutti, per me ingiusta,

Tu mi punisci e il peccato è suo.

Maurice Scève  “Delia”, CLXI.  (tr. A.Belardinelli)

Seul avec moy, elle avec sa partie :
Moy en ma peine, elle en sa molle couche.
Couvert d’ennuy ie me voultre en l’Ortie,
Et elle nue entre ses bras se couche.
Hà (luy indigne) il la tient, il la touche:
Elle le souffre:  comme moins robuste.
Viole amour par ce lyen iniuste,
Que droict humain, non diuin, à faict.
O saincte loy à tous, fors a moy, iuste.
Tu me punys pour elle auoir meffaict.

Scève (1501-1560) fu il massimo poeta della scuola Lionese.  Délie,  senhal anagrammato di L’Idée (Idea, e anche Idolo)  indica la giovane poetessa Pernette du Guillet, sua allieva, da lui amata. Qui sfoga la sua gelosia, pensandola col marito, e accusa l’istituzione del matrimonio (“legge per me ingiusta”).

Mi piace pensare che si fosse trattato di un matrimonio combinato dalla famiglia di lei,, di cui entrambi furono vittime. La lirica è la CLXI del lungo poema “Délie, object de plus haulte vertu” (1544); scritta usando il dirai, strofa di 10 versi decasillabi, di 4 rime:  ABABBCCDCD. La musicalità petrarchesca dell’originale si perde nella traduzione, peraltro eccellente.

foto: https://it.wikipedia.org/

ATTESA, di Vincenzo Cardarelli  (1936) recensione di Elvio Bombonato

ATTESA, di Vincenzo Cardarelli  (1936) recensione di Elvio Bombonato

attesa vincenzo-cardarelli

Oggi che t’aspettavo
non sei venuta.
E la tua assenza so quel che mi dice,
la tua assenza che tumultuava
nel vuoto che hai lasciato,
come una stella.
Dice che non vuoi amarmi.
Quale un estivo temporale
s’annuncia e poi s’allontana,
così ti sei negata alla mia sete.
L’amore, sul nascere,
ha di questi improvvisi pentimenti.
Silenziosamente
ci siamo intesi.
Amore, amore, come sempre,
vorrei coprirti di fiori e d’insulti.

I poeti grandi, come l’ingiustamente dimenticato Cardarelli, hanno la capacità di prendere un evento minimo, che tutti hanno vissuto, per trasformarlo in motivo di riflessione. Un appuntamento mancato: lei non è venuta.

Il poeta, deluso, pensa che si sia pentita, come un temporale estivo che sta per arrivare e invece si allontana.

Il TU rivolto alla donna non è aggressivo (Cavalcanti), nostalgico (Leopardi “A Silvia”), complice (Montale); connota il disincanto di colui che cerca di rassegnarsi, dicendosi: “succede”. 

Ma il catulliano ”odi et amo” finale lo smentisce. Metrica libera, non prosastica: versi perfetti: 5 endecasillabi, 5 novenari, 3 settenari, 3 quinari.

Fabrizio De André “La canzone di Marinella” analisi testuale

Fabrizio De André “La canzone di Marinella” analisi testuale

di Elvio Bombonato. Alessandria

Fabrizio De André   1963

“Una ragazza a 16 anni si era trovata a fare la prostituta ed era stata scaraventata nel Tanaro o nella Bormida da un delinquente” (Fabrizio De André, “Come un’anomalia”, Einaudi, 1999). “Una storia senza tempo, che parlava di persone senza storia. Sembra storia di oggi, ma è purtroppo storia di sempre. Una tragedia anonima, capace di rubare dieci righe a un giornale di provincia” (don Luigi Ciotti, “Il mondo in controluce” 2000).

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Il colpo di genio consistette nel trasformare un commovente fatto di cronaca “nera” (come si diceva all’epoca) in una fiaba. La vicenda è raccontata da un narratore, Fabrizio, che usa il tempo presente nelle strofe 1 e 7; nelle altre 5 alterna sapientemente l’imperfetto, tempo durativo (esprime il passato nel suo svolgersi) e il definitorio inesorabile passato remoto. Fiaba: di Marinella non sappiamo nulla. Dove viva, presumibilmente in campagna, dove abiti, con i genitori: sta tornando a casa quando scivola nel fiume.  Neppure sappiamo chi sia e da dove arrivi il “Re senza corona e senza scorta” quindi Re metaforico.

Non sappiamo perché lei lo segua, attirata dal mantello rosso, come l’aquilone pascoliano. Fanno l’amore a lungo nel campo, per lei è la prima volta. L’amore fisico in una fiaba?  Siamo nel 1963.  Mina la lancerà con la sua voce unica, nel 1967 in TV (probabilmente il censore non aveva letto bene il testo).

La delicatezza delle 3 strofe centrali, l’amore non descritto, accennato (baci fianchi fremere pelle) coi gesti di lui e la reazione di lei, di intensità crescente, ti fa pensare: che bello farlo così, teneramente sotto le stelle; siamo in estate suppongo. Infine la disgrazia annunciata e quindi la pazzia di lui che continua non rassegnato a cercarla.   Continua a leggere “Fabrizio De André “La canzone di Marinella” analisi testuale”

Camillo Sbarbaro, Ora che sei venuta, una poesia lirica, di timbro leopardiano

Camillo Sbarbaro, Ora che sei venuta, una poesia lirica, di timbro leopardiano

di Elvio Bombonato. Alessandria

Camillo Sbarbaro (1888-1967), un altro poeta oggi quasi accantonato, dopo la licenza liceale, fece l’impiegato; poi insegnò latino e greco all’ Istituto Arecco di Genova,  prestigioso liceo classico dei gesuiti, da cui fu allontanato perché rifiutò di  iscriversi  al partito fascista: gesto solitario, perché Sbarbaro non si è mai occupato di politica.
Il suo libro più importante si chiama “Pianissimo”, termine musicale, pubblicato nel 1914, che poi riscriverà nel 1961, ma gli studiosi unanimi preferiscono la prima edizione.
Un’altra raccolta, stampata nel 1955, “Rimanenze”, comprende un piccolo canzoniere d’amore: “Versi a Dina”, cinque poesie soltanto; Dina è un nome fittizio, ma la donna è reale.

camillo-2sbarbaro

Ora che sei venuta

Ora che sei venuta,
che con passo di danza sei entrata
nella mia vita
quasi folata in una stanza chiusa –
a festeggiarti, bene tanto atteso,
le parole mi mancano e la voce
e tacerti vicino già mi basta.

Il pigolio così che assorda il bosco
al nascere dell’alba. ammutolisce
quando sull’orizzonte balza il sole.

Ma te la mia inquietudine cercava
quando ragazzo
nella notte d’estate mi facevo
alla finestra come soffocato
che non sapevo, m’affannava il cuore.
E tutte tue sono le parole
che, come l’acqua all’orlo che trabocca,
alla bocca venivano da sole,
l’ore deserte. quando s’avanzavan
puerilmente le mie labbra d’uomo
da sé, per desiderio di baciare…        (1931)

E’ una poesia lirica, di timbro leopardiano, scritta in endecasillabi sciolti (senza la rima), con due quinari (vv. 3 e 12) e un settenario: l’incipit, splendido. Ci sono molti iperbati (inversione del normale ordine delle parole), per rallentare il, peraltro esile e delicato. Continua a leggere “Camillo Sbarbaro, Ora che sei venuta, una poesia lirica, di timbro leopardiano”

Il gatto. Luciano Erba e Giovanni Raboni, recensione di Elvio Bombonato

Il gatto. Luciano Erba e Giovanni Raboni, recensione di Elvio Bombonato

Luciano Erba

Un gatto intellettuale

Esplora tutte le scatole

perlustra tutti i cassetti

curiosare per decifrare

questo è il gatto ermeneutico

Il suo pensiero forte è miagolare

di notte tra i parafulmini sul tetto

il suo pensiero debole ma sapienziale

ronfare davanti al caminetto

(LUCIANO ERBA)

Il ritratto regale del gatto è un’allegra parodia della filosofia contemporanea, ermeneutica, ma scissa tra il pensiero forte del passato e quello debole del presente (Vattimo-Rovatti). Ironia per accostamento. Il filosofo è il gatto, che esplora (le scatole), perlustra (i cassetti), intento a curiosare per decifrare.

La sua ricerca sapienziale si traduce in comportamento, miagolare sul tetto e ronfare presso il caminetto.  Una quinta rima e una quartina, con – presumibilmente –  3 novenari; 3 endecasillabi, 1 settenario, 1 doppio senario e un 1 doppio settenario. Rime: tetto/caminetto/cassetti; le 4 interne in –are.

foto: https://www.youtube.com/watch?v=XZCLwx53R7M

Continua a leggere “Il gatto. Luciano Erba e Giovanni Raboni, recensione di Elvio Bombonato”

Gli addii (a Francesca) di Luciano Erba – recensione di Elvio Bombonato

Gli addii (a Francesca) di Luciano Erba – recensione di Elvio Bombonato

potrebbe essere l’ultima volta che li vedo
mi dici dei tuoi compagni di classe
che ti hanno fatto far tardi
oggi che è finita la scuola
dovrei sgridarti e sto invece ad ammirare
i tuoi quaderni ben ordinati
(con qualche sbavatura d’inchiostro
di dita sudate di giochi di giugno)
in autunno andrai alle superiori
e questa tua bella scrittura un po’ tonda
potrebbe essere l’ultima volta che la vedo.

erba

LUCIANO  ERBA   (1980)

La figlia adolescente ha finito la terza media, arrivando tardi a casa. Il padre si intenerisce, e pensa al tempo che vola. Un’Italia che non c’è più, come il corsivo dei quaderni di  Francesca.

La quale non è una futura velina, che aspira a mostrarsi in televisione, e non ha lo smartphone.  Sapiente andamento prosastico per riprodurre il lessico famigliare; assenza di punteggiatura –  tranne l’inciso –, mimesi del parlato. 

Notevole il telaio metrico: il primo verso e l’ultimo – quasi identici – sono di 14 sillabe; il secondo e il penultimo di 12; il v.6 è un decasillabo in mezzo ai v.5 e 7, endecasillabi.

foto: http://www.italian-poetry.org/

 

Maurice Sceve poeta Lionese, recensione di Elvio Bombonato

Maurice Sceve poeta Lionese, recensione di Elvio Bombonato

Maurice_Scève

Io solo con me stesso, e lei con suo marito:

Io nella pena, lei sul morbido letto.

Tediato e oppresso mi giro nell’ortica,

E nuda lei fra le sue braccia giace.

Lui, l’indegno, la tiene, la tocca:

Lei è più debole, lo subisce,

E profana l’amore in quel legame iniquo

Per la legge umana, e non divina, stretto.

Oh legge santa, giusta per tutti, per me ingiusta,

Tu mi punisci e il peccato è suo.

Maurice Scève  “Delia”, CLXI.  (tr. A.Belardinelli)

Seul avec moy, elle avec sa partie :
Moy en ma peine, elle en sa molle couche.
Couvert d’ennuy ie me voultre en l’Ortie,
Et elle nue entre ses bras se couche.
Hà (luy indigne) il la tient, il la touche:
Elle le souffre:  comme moins robuste.
Viole amour par ce lyen iniuste,
Que droict humain, non diuin, à faict.
O saincte loy à tous, fors a moy, iuste.
Tu me punys pour elle auoir meffaict.

Scève (1501-1560) fu il massimo poeta della scuola Lionese.  Délie,  senhal anagrammato di L’Idée (Idea, e anche Idolo)  indica la giovane poetessa Pernette du Guillet, sua allieva, da lui amata. Qui sfoga la sua gelosia, pensandola col marito, e accusa l’istituzione del matrimonio (“legge per me ingiusta”). 

Mi piace pensare che si fosse trattato di un matrimonio combinato dalla famiglia di lei,, di cui entrambi furono vittime. La lirica è la CLXI del lungo poema “Délie, object de plus haulte vertu” (1544); scritta usando il dirai, strofa di 10 versi decasillabi, di 4 rime:  ABABBCCDCD. La musicalità petrarchesca dell’originale si perde nella traduzione, peraltro eccellente.

foto: https://it.wikipedia.org/

ATTESA, di Vincenzo Cardarelli  (1936) recensione di Elvio Bombonato

ATTESA, di Vincenzo Cardarelli  (1936) recensione di Elvio Bombonato

Vincenzo-Cardarelli

Oggi che t’aspettavo
non sei venuta.
E la tua assenza so quel che mi dice,
la tua assenza che tumultuava
nel vuoto che hai lasciato,
come una stella.
Dice che non vuoi amarmi.
Quale un estivo temporale
s’annuncia e poi s’allontana,
così ti sei negata alla mia sete.
L’amore, sul nascere,
ha di questi improvvisi pentimenti.
Silenziosamente
ci siamo intesi.
Amore, amore, come sempre,
vorrei coprirti di fiori e d’insulti.

I poeti grandi, come l’ingiustamente dimenticato Cardarelli, hanno la capacità di prendere un evento minimo, che tutti hanno vissuto, per trasformarlo in motivo di riflessione. Un appuntamento mancato: lei non è venuta.

Il poeta, deluso, pensa che si sia pentita, come un temporale estivo che sta per arrivare e invece si allontana.

Il TU rivolto alla donna non è aggressivo (Cavalcanti), nostalgico (Leopardi “A Silvia”), complice (Montale); connota il disincanto di colui che cerca di rassegnarsi, dicendosi: “succede”. 

Ma il catulliano ”odi et amo” finale lo smentisce. Metrica libera, non prosastica: versi perfetti: 5 endecasillabi, 5 novenari, 3 settenari, 3 quinari.