I VERBI INTRANSITIVI E L’ACCADEMIA DELLA CRUSCA, di Elvio Bombonato

I VERBI INTRANSITIVI E L’ACCADEMIA DELLA CRUSCA, di Elvio Bombonato

Alessandria: La sciocchezza “esci il cane” è stata provocata da un fraintendimento catturato al volo e amplificato dai media.  Il titolo dell’intervento di Vittorio Coletti, docente a Genova (fu correlatore della mia tesi di laurea in Lettere Moderne) era:  “SIEDI IL BAMBINO?  NO, FALLO SEDERE”; Coletti però si dichiara soddisfatto del “dibattito pro e contro, perché vuol dire che la gente si interessa e reagisce ai problemi posti dalla lingua”.

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L’uso transitivo dei verbi intransitivi – i quali però non possono essere volti al passivo-  risale addirittura a Dante, e dipende dalla differenza tra lingua scritta e lingua parlata.  Un tempo si credeva che la lingua fosse una; oggi si sa che l’uso del parlato (il cui fine principale è la comunicazione) è diverso da quello scritto, che invece  segue la norma codificata.  Un es.: “a me mi piace” è una ridondanza inaccettabile nella scrittura, ma nel discorso orale serve a dare enfasi e ad accentuare il tono asseverativo del locutore.   

L’ Accademia della Crusca, uno dei massimi Enti culturali europei, fu fondata nel 1585, per redigere il monumentale Vocabolario (prima ed. 1612). Fu per secoli custode della purezza della lingua italiana (“distinguere la farina dalla crusca”), quella di Petrarca, Boccaccio e Dante (questi di meno, perché la “Divina Commedia” presenta anche il registro linguistico basso), poi degli autori fino a Tasso. Oggi l’Accademia è molto diversa, con molteplici attività:  Dizionario, Pubblicazione di saggi, Convegni, Congressi, Corsi, Interventi nella scuola, Sezioni di Grammatica storica, Grammatica italiana attuale, Lessicografia, Storia della lingua Italiana, l’Italiano all’estero, Consulenza gratuita, Archivio Digitale ecc. Continua a leggere “I VERBI INTRANSITIVI E L’ACCADEMIA DELLA CRUSCA, di Elvio Bombonato”

Io vivere vorrei addormentato entro il dolce rumore della vita, di Sandro Penna 1938, di Elvio Bombonato

Io vivere vorrei addormentato entro il dolce rumore della vita, di Sandro Penna 1938, di Elvio Bombonato Alessandria

E’ un distico (strofa di due versi endecasillabi); un epigramma o un’epigrafe per il tono asseverativo, temperato dall’ottativo “io vorrei” che esprime desiderio.  

Notevole per martellare il ritmo l’anastrofe “vivere vorrei” anziché “vorrei vivere”.  Non vi è la rima ma quasi:  ato/ ita. Lieve enjambement (quando la frase non coincide col verso), che stacca e mette in rilevo l’incipit del secondo verso: l’avverbio di stato in luogo ENTRO, che indica l’aspirazione a regredire nella protezione del grembo materno. 

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DOLCE RUMORE lieve ossimoro (due parole di significato opposto accostate, es. ghiaccio bollente), calco del leopardiano “lieto romore” del “Sabato del villaggio”. “Rumore della vita”:  metafora per spostamento di campo semantico, rumore è concreto, vita astratto. 

Analisi fonematica: la costrittiva labiodentale sonora V imprime forza, accentuata dall’allitterazione (ripetizione di consonanti vicine per ripeterne il suono) “vivere/vorrei” della costrittiva alveolare vibrante R la consonante più sonora, spesso onomatopeica ( imita il suono, adorata da Pascoli). Nel secondo emistichio (a seconda metà di un verso lungo) dominano le dentali occlusive sonora D e sorda T, entrambe doppie.

Secondo verso: ritroviamo le dentali D e T due volte ciascuna., due presenze della sonora R. Ma il secondo verso è più morbido del primo,  perché domina la liquida costrittiva alveolare laterale L, la consonante “peluche”, che crea tenerezza: quattro volte.  Continua a leggere “Io vivere vorrei addormentato entro il dolce rumore della vita, di Sandro Penna 1938, di Elvio Bombonato”

SOLDATI di Giuseppe Ungaretti, analisi testuale di Elvio Bombonato

SOLDATI di  Giuseppe Ungaretti, analisi testuale di Elvio Bombonato

SOLDATI di  Giuseppe Ungaretti

Si sta come 

d’autunno

sugli alberi

le foglie             

(Bosco di Courton luglio 1918)

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Ungaretti era stato inviato sul fronte francese a combattere contro i tedeschi.

Il trucco della poesia consiste nell’iperbato, nella collocazione delle parole nella frase, nello staccato provocato dagli accapo, nella sintassi franta (spezzata) o meglio inesistente.

La poesiola è una similitudine scritta a rovescio: come le foglie stanno sugli alberi d’autunno  (cado, non cado, cado), così noi soldati viviamo in trincea (ellissi: non detto, che si deduce per inferenza).

Il titolo, come spesso nella poesia moderna, fa corpo colla poesia stessa. Il significato: la precarietà di chi vive senza sapere se domani lui e i suoi compagni (il titolo è al plurale, non per caso) saranno ancora vivi.

Massima concentrazione semantica (il numero delle parole è ridotto al minimo indispensabile, ce ne vogliono decine di più per spiegarla che a leggerla soltanto); soggetto in fondo; si tratta di due settenari perfetti disposti in quattro versi, ma l’accento primario cade sempre sulla sesta sillaba, la penultima: TUNno e FOglie.  Continua a leggere “SOLDATI di Giuseppe Ungaretti, analisi testuale di Elvio Bombonato”

“Queste sono poesie necessarie, se mai altre ce ne sono state” (Primo Levi) – recensione di Elvio Bombonato

Queste sono poesie necessarie, se mai altre ce ne sono state” (Primo Levi) – recensione di Elvio Bombonato

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SHEMA’

Voi che vivete sicuri                                                      Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
 Vi comando queste parole.
 Scolpitele nel vostro cuore
 Stando in casa andando per via,
 Coricandovi alzandovi;
 Ripetetele ai vostri figli.
 O vi si sfaccia la casa,
 La malattia vi impedisca,
 I vostri nati torcano il viso da voi.                                

Questa poesia figura come epigrafe nella prima pagina di “Se questo è un uomo”. Shemà significa ‘Ascolta’, chiarì Primo Levi: “è l’inizio della preghiera fondamentale dell’ebraismo, in cui si afferma l’unità di Dio. Alcuni versi di questa poesia ne sono la parafrasi”. Si trova nel Deuteronomio, però Levi ne capovolge il significato: non è Dio che deve essere ricordato, bensì la Shoah, il Male assoluto.

La poesia afferma la necessità che la testimonianza diventi memoria storica collettiva.  Colpisce qui il tono perentorio e perfino minaccioso, certo inatteso nel sabaudo Levi, di solito “così sobrio nel giudicare e restio a predicare“ (Cesare Segre), così pacato, equilibrato, prudente, persino pudico, nella compostezza della sua scrittura “precisa, chiara e distinta, trasparente verso il senso e la comunicazione” (Pier Vincenzo Mengaldo). Continua a leggere ““Queste sono poesie necessarie, se mai altre ce ne sono state” (Primo Levi) – recensione di Elvio Bombonato”

Camillo Sbarbaro, Ora che sei venuta, una poesia lirica, di timbro leopardiano

Camillo Sbarbaro, Ora che sei venuta, una poesia lirica, di timbro leopardiano

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Camillo Sbarbaro, Ora che sei venuta, una poesia lirica, di timbro leopardiano

di Elvio Bombonato. Alessandria
Camillo Sbarbaro (1888-1967), un altro poeta oggi quasi accantonato, dopo la licenza liceale, fece l’impiegato; poi insegnò latino e greco all’ Istituto Arecco di Genova,  prestigioso liceo classico dei gesuiti, da cui fu allontanato perché rifiutò di  iscriversi  al partito fascista: gesto solitario, perché Sbarbaro non si è mai occupato di politica.
Il suo libro più importante si chiama “Pianissimo”, termine musicale, pubblicato nel 1914, che poi riscriverà nel 1961, ma gli studiosi unanimi preferiscono la prima edizione.
Un’altra raccolta, stampata nel 1955, “Rimanenze”, comprende un piccolo canzoniere d’amore: “Versi a Dina”, cinque poesie soltanto; Dina è un nome fittizio, ma la donna è reale.

Ora che sei venuta

Ora che sei venuta,
che con passo di danza sei entrata
nella mia vita
quasi folata in una stanza chiusa –
a festeggiarti, bene tanto atteso,
le parole mi mancano e la voce
e tacerti vicino già mi basta.

Il pigolio così che assorda il bosco
al nascere dell’alba. ammutolisce
quando sull’orizzonte balza il sole.

Ma te la mia inquietudine cercava
quando ragazzo
nella notte d’estate mi facevo
alla finestra come soffocato
che non sapevo, m’affannava il cuore.
E tutte tue sono le parole
che, come l’acqua all’orlo che trabocca,
alla bocca venivano da sole,
l’ore deserte. quando s’avanzavan
puerilmente le mie labbra d’uomo
da sé, per desiderio di baciare…        (1931)

E’ una poesia lirica, di timbro leopardiano, scritta in endecasillabi sciolti (senza la rima), con due quinari (vv. 3 e 12) e un settenario: l’incipit, splendido. Ci sono molti iperbati (inversione del normale ordine delle parole), per rallentare il, peraltro esile e delicato. Continua a leggere “Camillo Sbarbaro, Ora che sei venuta, una poesia lirica, di timbro leopardiano”

L’INFINITO, di Giacomo Leopardi, recensione di Elvio Bombonato

L’INFINITO, di Giacomo Leopardi, recensione di Elvio Bombonato

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.
   

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Per lungo tempo  i critici credettero che l’Infinito fosse una lirica di sentimento.  Con la lettura dello “Zibaldone”  si scoprì invece che, come sempre in Leopardi, prima viene il concetto e poi il sentimento . La poesia infatti  ha una matrice sensistica (Binni): i sensi interessati sono due:  la vista e l’udito, Il correlativo oggettivo che muta la prospettiva è la siepe, la quale prima impedisce la visione dell’infinito e poi, tramite il rumore del vento, coinvolge l’udito. 

Nello” Zibaldone” (12/23 luglio 1820)Leopardi teorizza la “veduta ristretta”:  “Alle volte l’anima desidera  una veduta ristretta e confinata, così immagina ciò che non vede. . La cagione è il desiderio  dell’infinito, perché allora in luogo della vista lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L’anima si immagina quello che non vede e va errando in uno spazio immaginario”.    La poesia infatti è divisa esattamente i due parti, staccata dall’emistichio del v.8, spaccato a metà, preceduto dai 7 endecasillabi della vista, e seguito dai 7 endecasillabi dell’udito.                                   Continua a leggere “L’INFINITO, di Giacomo Leopardi, recensione di Elvio Bombonato”

PER   GIANPIERO   ARMANO, di Elvio Bombonato

PER   GIANPIERO   ARMANO, di Elvio Bombonato

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Alessandria: In poco tempo due grandi sacerdoti di Alessandria ci hanno lasciato: don Giovanni Carpenè e don Gianpiero Armano.  Eguali eppure diversi:  eguali nella loro determinazione di  vivere il Vangelo  nella società; diversi, ma complementari, negli impegni.  Don Gianpiero faceva l’insegnante, “di materie letterarie, non di religione”, teneva a precisare, senza polemica. 

Laureato in Lettere, lo conobbi all’inizio degli anni ’70, al Sindacato Scuola CGIL.  Oure lui aveva passato le prove scritte del Concorso del 1974, l’ultimo nazionale, e mi disse che non aveva intenzione di presentarsi agli orali. Lo coprii di vituperi; per fortuna mutò parere, e vinse sia quello delle Medie inferiori sia delle Superiori. 

Lo ritrovai collega, quando arrivò all’Istituto Magistrale “Saluzzo”. Da insegnante era la stessa persona: oblativa, capace di ascolto, ma anche ferma nell’esortazione, buona ma non lassista, carismatica e autorevole.  Continua a leggere “PER   GIANPIERO   ARMANO, di Elvio Bombonato”

FIUME SAND CREEK, recensione di Elvio Bombonato

FIUME SAND CREEK, recensione di Elvio Bombonato

Si sono presi il nostro cuore sotto una coperta scura
Sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
Fu un generale di vent’anni
Occhi turchini e giacca uguale,
Fu un generale di vent’anni
figlio di un temporale

C’è un dollaro d’argento sul fondo del Sand Creek.

I nostri guerrieri troppo lontani sulla pista del bisonte,
E quella musica distante diventò sempre più forte
Chiusi gli occhi per tre volte,
Mi ritrovai ancora lì
Chiesi a mio nonno: È solo un sogno?
Mio nonno disse sì

A volte i pesci cantano sul fondo del Sand Creek.

Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso,
Il lampo in un orecchio e nell’altro il paradiso
Le lacrime più piccole,
Le lacrime più grosse
Quando l’albero della neve
Fiorì di stelle rosse

Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek.

Quando il sole alzò la testa oltre le spalle della notte
C’eran solo cani e fumo e tende capovolte
Tirai una freccia in cielo
Per farlo respirare,
Tirai una freccia al vento
Per farlo sanguinare

La terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek.

Si sono presi i nostri cuori sotto una coperta scura
Sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
Fu un generale di vent’anni
Occhi turchini e giacca uguale,
Fu un generale di vent’anni
Figlio di un temporale

Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek.

 

Il massacro di Sand Creek (il fiume) avvenne il 29 novembre 1864. Un accampamento di 600 Cheyenne e Arapaho fu attaccato da 700 soldati comandati dal colonnello John Chivington. 

Poiché i guerrieri armati erano a caccia, fu inevitabile lo sterminio di donne e bambini. Nel 1970 Ralph Nelson girò il film “Soldato blu”, che descrive la truculenta carneficina, con scalpi, stupri, evirazioni, sventramento di donne incinte (Morandini). Fabrizio compose la canzone con Massimo Bubola nel 1981.  Continua a leggere “FIUME SAND CREEK, recensione di Elvio Bombonato”

LA TRAMA DELLE LUCCIOLE, di Camillo Sbarbaro, a cura di Elvio Bombonato

LA TRAMA DELLE LUCCIOLE, di Camillo Sbarbaro, a cura di Elvio Bombonato

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La trama delle lucciole ricordi
sul mar di Nervi, mia dolcezza prima?
(trasognato paese dove fui
Ieri e che già non riconosce il cuore).

Forse. Ma il gesto che ti incise dentro,
io non ricordo; e stillano in me dolce
parole che non sai d’aver dette.

Estrema delusione degli amanti!
invano mescolarono le vite
s’anche il bene superstite, i ricordi,
son mani che non giungono a toccarsi.

Ognuno resta con la sua perduta
felicità, un po’ stupito e solo,
pel mondo vuoto di significato.
Miele segreto di che s’alimenta;
fin che sino il ricordo ne consuma
e tutto è come se non fosse stato.

Oh come poca cosa quel che fu
a quello che non fu divide!
Meno
che la scia della nave acqua da acqua.

Saranno state
le lucciole di Nervi, le cicale
e la casa sul mare di Loano,
e tutta la mia poca gioia – e tu –
fin che mi strazi questo ricordare.

Camillo Sbarbaro (1931)

Stavolta niente commento. La poesia è centrata sul tema (montaliano) della memoria smarrita, del passato che non unisce ma divide: Vittorio Coletti. Del suo piccolo canzoniere “Versi a Dina”, il 31/10/2017 ho messo “Ora che sei venuta”.

Camillo Sbarbaro, Ora che sei venuta, una poesia lirica, di timbro leopardiano

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Camillo Sbarbaro, Ora che sei venuta, una poesia lirica, di timbro leopardiano
Camillo Sbarbaro, una poesia lirica, di timbro leopardiano,

di Elvio Bombonato. Alessandria
Camillo Sbarbaro (1888-1967), un altro poeta oggi quasi accantonato, dopo la licenza liceale, fece l’impiegato; poi insegnò latino e greco all’ Istituto Arecco di Genova,  prestigioso liceo classico dei gesuiti, da cui fu allontanato perché rifiutò di  iscriversi  al partito fascista: gesto solitario, perché Sbarbaro non si è mai occupato di politica.
Il suo libro più importante si chiama “Pianissimo”, termine musicale, pubblicato nel 1914, che poi riscriverà nel 1961, ma gli studiosi unanimi preferiscono la prima edizione.
Un’altra raccolta, stampata nel 1955, “Rimanenze”, comprende un piccolo canzoniere d’amore: “Versi a Dina”, cinque poesie soltanto; Dina è un nome fittizio, ma la donna è reale. Continua a leggere “Camillo Sbarbaro, Ora che sei venuta, una poesia lirica, di timbro leopardiano”

Edoardo Bennato, “Burattino senza fili” 1977

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di Elvio Bombonato. Alessandria

EDOARDO BENNATO “Burattino senza fili” 1977

E’ necessario ascoltare la canzone, consistente in una musichetta ironica, la quale fa da contrappunto al testo, smentendolo.  Come se Bennato dicesse continuamente ai fruitori:  attenti, ciò che dico non lo penso. La realtà è tutto il contrario   Si rivolge direttamente a Pinocchio, che ha fretta di “diventare grande”, come dicevano una volta nonni e genitori, per giustificare i divieti e le regole: quando sarai grande , allora saprai.  Dato che il non essere ancora grande era un dato di fatto irrefutabile, il bambino o preadolescente doveva chinare la testa e obbedire ai divieti e alle imposizioni degli adulti.

Ho assegnato la canzone come tema in classe in II C Magistrale  “Saluzzo”venerdì 7/3/1986. La cantilena e il ritornello si fondano sull’iterazione, sull’anafora  (ripetizione che, in questo caso, insistita, finisce per negare l’affermazione: le allieve l’hanno capito subito, da sole).  Bennato sembra un cantante sgraziato, che scempia la dizione,  spacca il ritmo, allungando alcune vocali aperte a dismisura deliberatamente: con le deviazioni dalla norma attesa, crea dissonanze allo scopo di non distogliere l’attenzione e mandare il suo messaggio eversivo, com’è sua caratteristica.  Non tutti sanno che Bennato è colto, sia sul piano generale sia musicale; la sua sperimentazione all’epoca fu clamorosa, tra fisarmonica a bocca, chitarra e un tamburo che batteva col piede. Continua a leggere “Edoardo Bennato, “Burattino senza fili” 1977”

La questione meridionale nel 2016, di Elvio Bombonato

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di Elvio Bombonato. Alessandria (4 dicembre 2017)

Prendo spunto dall’ineccepibile considerazione di Carlo Emanuele Morando “Maturità, valanghe di 100 e lode nelle scuole del Sud: vi pare normale?”, pubblicato sul Corriere Alessandrino del 22/9/16.

Premetto che le regioni meridionali hanno prodotto eccellenti studiosi, ricercatori e docenti universitari in tutti i campi: penso, in letteratura, a Croce, Luigi Russo, Blasucci ecc. Se li nominassi tutti non basterebbe una pagina.

Ma è assodato che la qualità media delle scuole superiori del Sud sia lontanissima da quella del Centro Nord.

Una spiegazione: la mafia. Quando se ne parla, sembra una parola astratta, invece è composta da persone con nome e cognome, conosciute da tutti. Anzi, della propria fama fanno uno strumento di potere: pensiamo alle processioni con le soste e gli inchini, all’elicottero dei matrimoni, allo sfarzo esibito, alla sfida di quello che espone il pacchetto di multe non pagate sul parabrezza del proprio SUV. Continua a leggere “La questione meridionale nel 2016, di Elvio Bombonato”

QUASI  UNA  MORALITA‘ (Umberto Saba, 1951)

QUASI  UNA  MORALITA‘ (Umberto Saba, 1951)

Recensione di Elvio Bombonato

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QUASI  UNA  MORALITA‘ (Umberto Saba, 1951)

Auguri per il Santo Natale e per il 2019, Elvio Bombonato

Più non mi temono i passeri. Vanno

vengono alla finestra indifferenti

al mio tranquillo muovermi nella stanza.

Trovano il miglio e la scagliola: dono

spanto da un prodigo affine, accresciuto

dalla mia mano. Ed io li guardo muto

(per tema non si pentano) e mi pare

(vero o illusione non importa) leggere

nei neri occhietti, se coi miei s’incontrano,

quasi una gratitudine.

                                Fanciullo,

od altro sii tu che mi ascolti, in pena

viva o in letizia (e più se in pena) apprendi

da chi ha molto sofferto, molto errato,

che ancora esiste la Grazia, e che il mondo

– TUTTO IL MONDO – ha bisogno d’amicizia.

Il titolo è un indicatore semantico. La MORALITA’ (attenuata dal “quasi”) appare un invito, più che una riflessione/sentenza gnomica, da intendersi come un’esortazione a vivere in modo conforme a principi e regole etici. Il poeta però non si atteggia a predicatore asseverativo, vuole dare un consiglio.  Vecchio, e malato, aveva l’abitudine di mettere per i passeri semi sul davanzale. Gli uccellini, dopo l’inevitabile diffidenza iniziale (ellissi: non detta ma implicita), si muovono senza preoccuparsi della sua presenza, osservano il poeta, che ricambia il loro sguardo. Continua a leggere “QUASI  UNA  MORALITA‘ (Umberto Saba, 1951)”

RECUPERARE  LA  SCRITTURA  MANUALE, di Elvio Bombonato

RECUPERARE  LA  SCRITTURA  MANUALE, di Elvio Bombonato

Francesco Sabatini, uno dei massimi linguisti europei, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, ha affermato (“Tempi” 25/7/2017):  «Gli studi più recenti, di psicoterapeuti e neurologi, segnalano che la deriva verso la scrittura su tastiera o verso forme semplificate di scrittura manuale (lo stampatello, rispetto al corsivo) riduce gli stimoli di produttività ideativa e linguistica, e rallenta la comprensione nella lettura.

La recente e dilagante tendenza a preferire precocemente la tastiera e a non curare le forme della grafia personale, ci fa perdere una parte notevole degli effetti che l’antichissima pratica tattile-cognitiva della mano e delle dita – in mille altre attività prima della scrittura vera e propria e per secoli accanto a questa – ha prodotto filogeneticamente, sviluppando funzioni pregiate del cervello».

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Francesco Sabatini

Nato a Pescocostanzo (AQ) il 19 dicembre 1931, Francesco Sabatini si è laureato in Lettere all’Università di Roma nel 1954, con Alfredo Schiaffini e Natalino Sapegno. Assistente ordinario dal 1957, Libero docente nel 1965, nello stesso anno docente incaricato nell’Università di Lecce, ha insegnato in questa sede Storia della lingua italiana come prof. straordinario dal 1968 al 1971; come ordinario dal 1972 al 2007 nelle Università di Lecce, Genova, Napoli, Roma “La Sapienza” e Roma Tre. Prof. Emerito di questa Università dal gennaio 2010. Ha tenuto seminari in molte Università italiane, d’Europa, delle Americhe e del Giappone.

Ha ricevuto le lauree honoris causa in Lingue e Letterature Straniere Moderne dall’Università di Bari (2004) e in Scienze Sociali dall’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara (2007). Deputato della Deputazione abruzzese di storia patria dal 1965 e Presidente della stessa dal 1991 al 1994. Accademico dell’Arcadia e Socio Nazionale dell’Accademia delle Scienze di Torino. Presidente della Società di Linguistica Italiana dal 1977 al 1981 e dell’Associazione per la Storia della lingua italiana dal 1999 al 2002. Ha ricevuto la medaglia d’oro per la Cultura, l’Arte e la Scuola nel 1988 dal Presidente della Repubblica Francesco Cossiga e l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Continua a leggere “RECUPERARE  LA  SCRITTURA  MANUALE, di Elvio Bombonato”

Non capirete mai i bambini se ignorate la loro personalità, Janusz Korczak

Non capirete mai i bambini se ignorate la loro personalità, Janusz Korczak

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di Elvio Bombonato. Alessandria

 JANUSZ  KORCZAK  (Varsavia 1878 – Treblinka 1942)

Mi dici: è faticoso frequentare i bambini.
Hai ragione.
Aggiungi: perché bisogna mettersi al loro livello,
abbassarsi, scendere, piegarsi, farsi piccoli.
Ti sbagli.
Non è questo l’aspetto più faticoso.
E’ piuttosto il fatto di essere costretti
a elevarsi fino all’altezza dei loro sentimenti.
Di stiracchiarsi, allungarsi sulle punte dei piedi,
Per non ferirli.


ALCUNI DIRITTI FONDAMENTALI DEI BAMBINI

 Il Bambino ha diritto all’amore.

Il Bambino ha diritto al rispetto.

Il Bambino ha diritto alle migliori condizioni di vita che favoriscano il suo sviluppo e la sua crescita.

Il Bambino ha diritto di vivere il presente.

Il Bambino ha diritto di essere se stesso.

Il Bambino ha diritto di sbagliare.

Il Bambino ha diritto di essere preso sul serio.

Il Bambino ha diritto di essere apprezzato per ciò che è.

Il Bambino ha diritto di avere dei segreti.

Il Bambino ha diritto all’istruzione.

Il Bambino ha diritto di protestare contro un’ingiustizia.

Il Bambino ha diritto al rispetto dei suoi dispiaceri.

Il Bambino ha diritto ad essere difeso da un sistema giudiziario specializzato per l’infanzia.

Il Bambino ha diritto a conversare intimamente con Dio.

Continua a leggere “Non capirete mai i bambini se ignorate la loro personalità, Janusz Korczak”