L’INFINITO, di Giacomo Leopardi. Recensione di Elvio Bombonato

L’INFINITO, di Giacomo Leopardi. Recensione di Elvio Bombonato

576px-Leopardi,_Giacomo_(1798-1837)_-_ritr._A_Ferrazzi,_Recanati,_casa_Leopardi

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Per lungo tempo i critici credettero che l’Infinito fosse una lirica di sentimento. Con la lettura dello “Zibaldone” si scoprì invece che, come sempre in Leopardi, prima viene il concetto e poi il sentimento . La poesia infatti ha una matrice sensistica (Binni): i sensi interessati sono due: la vista e l’udito; Il correlativo oggettivo che muta la prospettiva è la siepe, la quale prima impedisce la visione dell’infinito e poi, tramite il rumore del vento, coinvolge l’udito. Nello” Zibaldone” (12/23 luglio 1820) Leopardi teorizza la “veduta ristretta”: “Alle volte l’anima desidera una veduta ristretta e confinata, così immagina ciò che non vede.

La cagione è il desiderio dell’infinito, perché allora in luogo della vista lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L’anima si immagina quello che non vede e va errando in uno spazio immaginario”. La poesia infatti è divisa esattamente i due parti, staccata dall’emistichio del v.8, spaccato a metà, preceduto dai 7 endecasillabi della vista, e seguito dai 7 endecasillabi dell’udito. Continua a leggere “L’INFINITO, di Giacomo Leopardi. Recensione di Elvio Bombonato”