Dieci poesie di Giannina Milli, di Donatella Pezzino

Un desiderio

Vorrei col vol dell’aquila
Levar lo spirto anelo
A spaziar pe’ lucidi
Campi del vasto cielo;
Libera al par dell’aria,
Un solo istante almen,
Vorrei slanciarmi a vivere
Dell’infinito in sen!

Se in una stella scegliere
Dovessi mai dimora,
Non sceglierei la splendida
Foriera dell’aurora;
Ma in grembo a un astro, incognito
Al mortal guardo ancor,
Vorrei romita accogliermi,
Vivervi ascosa ognor.

*

Romanza

E’ ver, doglioso e mesto è il canto
Che a me sul labbro sospinge il cor;
Una inesausta vena di pianto
De’ più begli anni m’attrista il fior.

Par, se mi chiedi da che deriva
Quello che m’ange crudo martir,
Dirò che ho pena segreta e viva,
Ma perché peno, io non so dir.

Perché sospira chiedi a l’auretta,
E perché mormora chiedi al ruscel,
Chiedi a che geme la colombetta
Mentre ha d’appresso il suo fedel.

Ch’è in lor natura, risponderanno,
Spirare, gemere e mormorar;
Così i miei versi altro non hanno
Senso gradito, che il lamentar.

*

Il mattino

Allor che il lume della bionda aurora
La tranquilla rischiara aria serena,
Di un verde colle sull’altura amena
Sola co’ miei pensier traggo talora.

E come veggio tutta emerger fuora
Da rosea nebbia l’incantevol scena,
Cui fa specchio la pura onda tirrena
Lieve increspata dalla placid’ora;

In un mar di dolcezza indefinita
S’immerge la commossa anima, e oblia
Tutte le cure della stanca vita.

E a te, cara e gentil Napoli mia,
Cui fu tanta beltà da Dio largita,
Un saluto di amor per me s’invia.

*

La quarta rosa

Tre rose io m’ebbi, tre pudiche rose
Conforto e premio alla difficil via,
E dissi al fato: or più dilette cose
Dai non puoi né più sacre all’alma mia.

Ma qual pregio, o gentil tra le vezzose
Che l’odorata aura di maggio aprìa,
Qual altro pregio il cielo in te ripose
Poi che il vate d’Arnaldo a me t’invia!

Oh no! non urna preziosa tanto
Che di te degna sia, possiedo, o fiore,
Ch’io bacio e spargo di devoto pianto.
Ma qui starai, qui, sull’ardente core;
E tu v’addoppia, se t’è dato, il santo
Foco dell’arte e il cittadino amore.

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Dieci poesie di Mariannina Coffa, di Donatella Pezzino

La potenza della donna

A te la voce dell’ amor fu data,
A te la gloria, l’ armonia, l’ affetto,
Quando d’arcana speme inebriata,
Più sublime ti fai d’ ogni altro obietto.

E allor che di splendore irradiata
La bella chioma ti discende al petto
E di virtù favelli… oh, in te traslata
Veggio la possa dell’ eterno Detto!

E nei rai, nella voce, e nel sorriso
Fulge il gaudio di Dio che ti feconda,
Che congiunge la terra al paradiso!

Donna, che sei tu dunque?.. e Vita, e Morte. . .
E spesso adduci alla beata sponda,
E sovente del Ciel chiudi le porte!

*

Una sera d’està

L’aura che spira tra le verdi fronde
Pare un sospir di Dio;
Il pensiero si svolge, e si confonde
Di vita nell’ oblio;
Di speme un canto che le pene ammuta
Va lieve in sulla terra, e la saluta.

Il mormorio del fresco ruscelletto
Par l’ eco de la speme;
Ahi, la campagna, la foresta ha un tetto
Pel misero che geme,
Solo la terra più crudel, più dura
Nega un asilo ai giusti, alla sventura.

E il raggio della luna incerto e mesto,
Che imbianca i firmamenti,
Che vede? . . il mondo di sciagure infèsto,
E danni, e tradimenti,
E sotto il vago innamorato aspetto
Scopre in cor dei mortali, odio, e sospetto.

Qual dolcezza nell’ animo trabocca
Al mormorio del fonte!. .
Como l’ arpa che cessa d’ esser tòcca
Risponde amico il monte . . .
E dei mesti pensier l’ incerto volo
Si fa sublime nel pensier di un Solo.

*

I sogni

Tremante immago d’ un affetto estinto,
Ombra della speranza e dell‘ oblio,
Vieni al mio cor da tanti strazi avvinto,
Cui solo è guida… e l’ avvenire è Dio!

Vieni bell’ angiol mio!.. d’un lauro è cinto
Il tuo vergine capo… oh almen sei mio
Sei mio nei sogni.. . allor che a te sospinto
Si fa dolce e sublime ogni desio!!

Lieve come il sospir della speranza
Sì soave ti veggio in sulla sera,
Che tetra in sul mattino è la membranza

Forse disceso dall’ eterna sfera
Tu a me ti volgi… cui niun bene avanza…
Che la tua luce immaculata e vera! Continua a leggere “Dieci poesie di Mariannina Coffa, di Donatella Pezzino”

Su “Le certezze del dubbio” di Goliarda Sapienza, di Donatella Pezzino

 

La scrittura di Goliarda Sapienza (1924-1996) potrebbe essere paragonata alla piena di un fiume: rapida, improvvisa, incontrollabile, eppure così ricca di fascino nella sua semplicità brutale; a volte discontinua, tutta salti e nervi, e proprio per questo con una sua intrinseca, naturale armonia. Parole come pietre, che un’acqua densa di voci, volti e sensazioni trascina con sé in modo quasi spasmodico; una lettura che segna, che scava solchi, che non si dimentica.

Non mi riferisco, nello specifico, alla celebre “Arte della gioia”. Personalmente, a dispetto dell’ammirazione suscitata in tanti critici e lettori, quello che è comunemente ritenuto il capolavoro di Goliarda non mi ha particolarmente entusiasmata: vi ho percepito una certa forzatura, nei dialoghi e nelle situazioni. Forse per l’insistenza quasi morbosa sulla sensualità e la spregiudicatezza di Modesta, nella quale si avverte marcatamente l’intenzione di forgiare, più che un carattere, un simbolo dell’affermazione femminile che possa rappresentare la nuova donna del femminismo e della rivoluzione sessuale; o forse, più semplicemente, perché Goliarda è una di quelle voci che soffrono le costrizioni di certi tessuti narrativi, e che per brillare in tutta la loro potenza devono essere libere di fluire, di rompere gli argini, di tracimare. Continua a leggere “Su “Le certezze del dubbio” di Goliarda Sapienza, di Donatella Pezzino”

Dieci poesie di Ada Negri, di Donatella Pezzino

Pensiero d’autunno

Fammi uguale, Signore, a quelle foglie
moribonde, che vedo oggi nel sole
tremar dell’olmo sul piú alto ramo.
Tremano, sí, ma non di pena: è tanto
limpido il sole, e dolce il distaccarsi
dal ramo, per congiungersi alla terra.
S’accendono alla luce ultima, cuori
pronti all’offerta; e l’agonia, per esse,
ha la clemenza d’un mite aurora.
Fa ch’io mi stacchi dal piú alto ramo
di mia vita, cosí, senza lamento,
penetrata di Te come del sole.

*

Il risveglio

Senza sonno la notte e senza pace
fu. Pulsava alle tempie, ai polsi il sangue
torbido, in colpi sordi; e mi parea
rispondesse al mugghiar cupo del mare.
E tra il mugghio del mare e il martellìo
del sangue il mio dolor con le memorie
più fonde in cuor si rinnovava, tutta
addentandomi dentro: ero soltanto
quel dolor, quel dolore; e il resto nulla.
Ma venne, a un tratto, verso l’alba, il sonno.
Breve esso fu, come una morte breve;
e mi svegliai che il sol, già alto, in fasci
di raggi entrava dal quadrato azzurro
della finestra. Vi balzai. M’immersi
nella luce, non più vita pensante,
ma solo vita: bevvi la freschezza
del mattino nel salso odor del mare,
mare e cielo divenni, e immenso riso
senza memoria.

*

Orgoglio

Soffri in silenzio. Non chiamar nessuno
a numerar le lacrime degli occhi
tuoi. Sia pur grave il colpo che ti tocchi,
chieder coraggio ad altri è inopportuno.

Conta nel tuo segreto ad uno ad uno,
se vuoi, curva e prostrata sui ginocchi,
i singhiozzi del cor—ma non trabocchi
la piena mai, per la pietà d’alcuno.

È un’orribile cosa esser compianti.
Conquista in te, con la tua forza sola
di volontà, l’oblio del tuo cordoglio.

T’insegnerò, per disseccare i pianti
fiacchi e cangiarli in riso entro la gola,
un peccato magnifico: l’Orgoglio. Continua a leggere “Dieci poesie di Ada Negri, di Donatella Pezzino”

Dieci poesie di Sibilla Aleramo, di Donatella Pezzino

Ritmo

Ritrovata adolescenza,
gioia del colore,
occhi verdi di sole sul greto,
scheggiato turchese immenso de l’onde,
biondezza di cirri e di rupi,
rosea gioia di tetti,
colore, ritmo,
come una bianconera rondine
l’anima ti solca.

*

Son tanto brava

Son tanto brava lungo il giorno.
Comprendo, accetto, non piango.
Quasi imparo ad aver orgoglio quasi fossi un uomo.
Ma, al primo brivido di viola in cielo
ogni diurno sostegno dispare.
Tu mi sospiri lontano: «Sera, sera dolce e mia!»
Sembrami d’aver fra le dita la stanchezza di tutta la terra.
Non son più che sguardo, sguardo sperduto, e vene.

*

Nuda nel sole

Nuda nel sole
per te che dipingi sto immobile,
il seno soltanto ritmando
la vita gagliarda del cuore.
Come un cielo soave d’aurora
è per te questa mia forma lucente,
un prato un’acqua una solitaria fiorita di petali,
tralci di vigna in festività.
E adori, e fervente le dolci dita
su la tela conduci.
Nuda nel sole ed immobile,
frammento di natura,
ti miro orante ed oprante.
Da te invasa da te riassorbita,
sei tu che mi divinizzi
o la mia divinità è che ti crea,
artista, arte, spirito?
Tacitamente il seno respira. Continua a leggere “Dieci poesie di Sibilla Aleramo, di Donatella Pezzino”

Dieci poesie di Lina Cattermole (Contessa Lara), di Donatella Pezzino

Di notte

Luna, un tuo raggio bianco
Ricama, argenteo filo, il mio giaciglio,
Dove inquieto volgesi
Di dolore in dolore il corpo stanco
E cerca sogni il ciglio.

Un buio folto e nero
Ingombra il resto de la stanza: ed io
Qui medito e fantastico
Su questo fil di luce e quel mistero;
Luna, è il costume mio.

D’ogni cosa le forme
La notte avvolge, in terra, in ciel, ne’l core;
E se un raggio ne illumina
Non bacia che le coltri ove si dorme,
Dove s’ama e si muore.

*

Impressione

Nella sala da pranzo ampia e fiorita
D’antichi arazzi, il sol s’indugia un poco
In una lista d’oro scolorita,
Mentre scoppietta nel camin il fuoco.
E’ un tramonto d’inverno. Ecco la vita.
Ecco quale vorrei che a poco a poco
Mi fuggisse dagli occhi, scolorita;
Mentre in una quiete ampia e fiorita
Gli ultimi sprazzi ancòr mandasse il fuoco.

*

Desiderio

O povere mie carte, e resterete
Con secchi fiori e ciocche di capelli,
Rinchiuse entro uno stipo, in fra segrete
Ricordanze de’ miei giorni più belli!

Non è per voi di gloria avida sete
Il duol che fa che in pianto io vi favelli,
Io che sol chiedo a l’arte intime e liete
Larve onde il ver per poco si cancelli.

Ma egli è il desio d’una manaccia bianca
Che vi scompigli un dì, ne la parola
Cercando questa offesa anima stanca:

La man che chiude gli occhi e che consola
Quando la vita ne la madre manca.
Voi, carte, ingiallirete, io morrò sola.

*

Alba

Apro i vetri e respiro. Appar l’aurora
Tremolando de’ monti in su la cresta;
Cupo è il verde de i boschi, e non ancora
De’l sole a’l bacio la natura è desta.

Fu lunga e tetra la mia notte, ed ora
Che l’alba sorge vaporosa e mesta,
Co’l tedio che in me vive e mi divora,
Chiedo qual nuova lotta il dì m’appresta.

Ahi, non gioie d’amor né sogni d’arte
Che m’assentano l’estasi o l’oblio,
Che m’infiammino il sangue od il pensiero!

Ma quando il sol da i nostri occhi si parte,
Verrò pace chiamando, angelo mio,
Là dove dormi tu ne’l cimitero. Continua a leggere “Dieci poesie di Lina Cattermole (Contessa Lara), di Donatella Pezzino”

Elvira Mancuso, femminista ante litteram, di Donatella Pezzino

Elvira Mancuso nacque a Pietraperzia, in provincia di Enna (o, secondo alcune fonti, a Caltanissetta) nel 1867.

Scrittrice dimenticata per molti anni, è stata poi rivalutata da Italo Calvino e Leonardo Sciascia, che ne hanno riscoperta l’ opera più significativa, Annuzza la maestrina (1906), romanzo di impronta autobiografica fortemente ispirato al verismo di Verga e di Capuana.

Figlia di un avvocato penalista, fu incoraggiata fin da bambina a coltivare la sua attitudine allo studio; tuttavia, le convenienze sociali ponevano forti limiti anche all’ambiente altoborghese in cui viveva, ed Elvira dovette affrontare l’opposizione dell’intera famiglia di fronte alla sua decisione di iscriversi all’università. Nonostante le resistenze familiari, si laureò a Palermo, dedicandosi poi all’insegnamento nelle scuole elementari, attività che esercitò fino al 1935.

Estremamente sensibile alla delicata condizione femminile nell’Italia del suo tempo, la Mancuso ebbe a cuore i temi dell’emancipazione e della parità dei sessi, tanto da poter essere considerata una precorritrice del movimento femminista. A preoccuparla era soprattutto il ruolo dell’istruzione, ritenuta dalla società dell’epoca sconveniente e addirittura immorale per le donne, e che poteva invece costituire l’unico mezzo di affrancamento dalla subalternità sociale e culturale. Queste considerazioni portarono spesso la sua attività letteraria su posizioni di denuncia sociale, espresse attraverso una scrittura di forte stampo verista. Continua a leggere “Elvira Mancuso, femminista ante litteram, di Donatella Pezzino”

Dieci poesie di Amalia Guglielminetti, di Donatella Pezzino

 

Una voce

Una voce nell’ombra ha qualche volta
la morbidezza calda d’una cosa
tangibile. Non s’ode e non s’ascolta,

ma sul cuor che l’accoglie quasi posa
le sue parole ad una ad una come,
quando langue, le sue foglie una rosa.

Se invoca piano, in ansia, un caro nome
par che vi tremi il mal represso ardore
d’un bacio non osato fra le chiome.

E di soverchia intensità essa muore
soffocata ed il pianto che l’assale
sembra il principio dolce dell’amore

ed è l’inizio acerbo del suo male.

*

Le seduzioni

Colei che ha gli occhi aperti ad ogni luce
e comprende ogni grazia di parola
vive di tutto ciò che la seduce.

Io vado attenta, perchè vado sola,
e il mio sogno che sa goder di tutto,
se sono un poco triste mi consola.

In succo io ho spremuto ogni buon frutto,
ma non mi volli sazïare e ancora
nessun mio desiderio andò distrutto.

Perciò, pronta al fervor, l’anima adora
per la sua gioia, senza attender doni,
e come un razzo in ciel notturno ogni ora

mi sboccia un riso di seduzïoni. Continua a leggere “Dieci poesie di Amalia Guglielminetti, di Donatella Pezzino”

Dieci poesie di Vittoria Aganoor, di Donatella Pezzino

 

Sotto le stelle

Dormono i campi, non s’ode una voce.
Solo un passo, che male
discerno ove sia vòlto,
un passo lieve, ritmico, veloce,
io nel silenzio della notte ascolto.

Va, va, va, quel notturno pellegrino,
e benchè mai non resti,
e benchè sempre a un modo
segua rapido e uguale il suo cammino,
io nella notte lontanar non l’odo.

Va, va, va, come mi passasse accosto
sempre, sempre, e fuggisse
sempre un persecutore;
va, va, il fantasma nell’ombre nascosto
che cammina col ritmo del mio cuore.

Io sento io sento che una qualche stilla
di vita, egli, passando,
mi beve; ai miei pensieri
ruba un sogno, al mio sguardo una scintilla,
lorda di polve i miei capelli neri.

Io sento ch’egli porta a dei lontani
cuori l’oblìo dei voti
che travolse il destino,
l’oblìo dei cari dì senza domani,
l’oblìo di me che a ricordar m’ostino.

*
Il treno

Va nella notte l’anelante spettro
tra le fragranze dei vigneti in fiore,
va nella notte e da conquistatore
schiavo il mio corpo si trascina dietro.

Solo il mio corpo, l’inerte persona;
ma dal possente che scintille esala
ratto si sciolse con un colpo d’ala
quel che laccio terren non imprigiona,

Ed a ritroso migra ad un alato
fratel che incontro cupido gli viene;
libere vie liberamente tiene
sui vinti gioghi e il mar signoreggiato.

Sì, lo spettro che torbido viaggia
lunge si porti il fremito degli ebbri
sensi, il tumulto, le maligne febbri,
gl’impeti della mia fibra selvaggia;

E a te venga, e di raggi e fior si valga
a parlarti d’amor senza parola
tutta l’anima mia, l’anima sola,
e la tua cerchi, e le si stringa, e salga! Continua a leggere “Dieci poesie di Vittoria Aganoor, di Donatella Pezzino”

Finire, di Giuseppe Villaroel, di Donatella Pezzino

 

Anche tu sei passata e lontana, o creatura sognata,
tutta dolcezza e silenzio dagli occhi di selenite.
Anche tu sei passata e lontana! E le rose sono sfiorite
e muoiono giorno per giorno nella villa abbandonata.

Agonia lenta e sottile delle cose che furono nostre,
di tutta la gioia di un’ora che parve eterna e infinita!
Amore profondo in un bacio e pura bellezza di vita
trascorsi per sempre e perduti oltre ogni sogno, oltre…

E dentro il cuore non resta che un’amarezza di rimpianto
come il profumo disseccato di corone funerarie;
rimpianto d’affetti e d’anima sotto le stelle solitarie
che vegliano bianche ne la notte tutte tremule di pianto.
*

Giuseppe Villaroel (Catania, 1889 – Roma, 1965), fu docente, poeta, scrittore, giornalista e critico letterario. Entrato nel giornalismo nel 1915, fondò e diresse il Giornale dell’Isola letterario a Catania; fu critico letterario del Secolo Sera a Milano dal 1925 al 1935, e del Popolo d’Italia dal 1935 al 1943. Curò diverse antologie e si occupò dell’aggiornamento del Nuovissimo Vocabolario della Lingua Italiana di Niccolò Tommaseo. Collaborò con il Giornale d’Italia, il Resto del CarlinoLa Nazione, il Mattino e la Fiera Letteraria; pubblicò dieci volumi di poesie, due romanzi, due volumi di novelle, tre volumi di critica e studi letterari. La sua opera poetica, inizialmente molto vicina al Decadentismo, fu influenzata successivamente dal Crepuscolarismo e dalla Scapigliatura, conservando tuttavia una sua impronta autonoma e distintiva.

Donatella Pezzino

Dal blog Donatella Pezzino – La donna siciliana nella storia e nella poesia

Fonti:

  • Wikipedia
  • Giuseppe Villaroel, La tavolozza e l’oboe, Ferrara, A.Taddei Editore, 1920.

Immagine: “L’attesa”, di Antonino Leto (Monreale, 1844 – Capri, 1913) da: Pinterest