Rainer Maria Rilke – Lettere a un giovane poeta

 

LETTURA DI LUIGI MARIA CORSANICO

Carissimo Luigi, ho ammirato molto la tua lettura, attenta e partecipe come sempre, di queste lettere con cui Rilke risponde al bisogno espressogli da un suo giovane ammiratore.
Ascoltare dalla tua voce che scandisce con estrema chiarezza il pensiero di Rilke a proposito del “far poesia” e del “farsi poeta” è stato come sentirmi penetrare dalla lama fredda con cui gli editori rispondono agli sconosciuti (i poveri della letteratura , come li chiamo io e fra i quali mi annovero).

Il ventottenne Rilke risponde infatti all’altrettanto giovane suo interlocutore con un manierismo che è talmente esemplare, che oggi è un modo ovvio di togliersi di torno i “questuanti”.

Eppure il giovanissimo Rilke, malinconico e ambizioso, aveva sino ad allora composto pura poesia d’occasione. E queste liriche erano comparse in giornali e riviste a partire dal settembre 1891.

Andreina Lavagetto, curatrice e commentatrice del volume “Poesie 1907-1926” (Einaudi editore), sottolinea a pag. 571, che il giovane Rilke (giovane – lo sottolineo ancora – come quel suo corrispondete che gli chiede un giudizio) , nella ricerca di una sua poetica, non era guidato da un imperativo interiore, sia pure oscuro, ma dalla volontà di affermarsi nel mondo letterario, che lo spinge a imitare i modelli dettati dalla cultura dell’epoca.
Come suonano male tutte quelle raccomandazioni, campane incrinate da un falso tentativo di esprimere comprensione!
Con quanta amarezza si ascolta un poeta che mente!

C’è un libro di Rilke,“Lettere a un giovane poeta”

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C’è un libro di Rilke, “Lettere a un giovane poeta”, che mi ha sempre colpito per la qualità dei suoi consigli. Uno di questi è guardare la realtà come fosse la prima volta. Com’è possibile? Le sensazioni, i ricordi, si stratificano così profondamente che pensare di scardinarli è un’utopia.
Se incontriamo una persona conosciuta, abbiamo le idee chiare: potrà scartare solo leggermente dall’etichetta che gli abbiamo applicato.
Lo stesso capita con un tramonto, un monte, il cielo azzurro che vedo da qui, attraverso la tendina.
Se prendo un caffè, i biscotti con la marmellata, sono sempre quelli. Se confesso, posso prevedere le parole che il penitente sta per pronunciare: il peccato è monotono, non cambia, come l’autobus che passa di fronte all’uscita del Santuario.

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