I beni confiscati sono COSA NOSTRA: nuovo appuntamento di Libera Idee a Sale (AL)

Nell’ambito delle iniziative regionali di Libera Idee Piemonte (14-20 gennaio 2019) sulla percezione
del fenomeno mafioso e corruttivo, sabato 19 gennaio, alle ore 11, davanti al Municipio di Sale (AL), in via Manzoni 1, flash mob di sensibilizzazione per il riuso sociale dei beni confiscati alle mafie (Legge 109/1996).

In Piemonte le unità immobiliari confiscate sono in totale 151. Le particelle catastali complessivamente
classificate sono 483:
• 114 destinate e riutilizzate
• 44 destinate ma non riutilizzate
• 325 confiscate definitivamente e in gestione all’ANBSC (Agenzia Nazionale per
l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalita organizzata).

Il tempo che intercorre tra la confisca e l’assegnazione ha la durata media di 1925 giorni, oltre 5 anni.

Dati alla mano, si evince che il Piemonte è la settima regione per numero complessivo di particelle
catastali confiscate, la seconda nel Nord Italia dopo la Lombardia, ma nonostante l’alto numero di
confische, la percentuale di quelle destinate e riutilizzate si attesta circa al 18%, percentuale che
colloca la nostra regione all’ultimo posto in Italia per riutilizzo sociale dei beni.

Un brutto segnale che richiede subito una mobilitazione e una presa di coscienza diffusa. Continua a leggere “I beni confiscati sono COSA NOSTRA: nuovo appuntamento di Libera Idee a Sale (AL)”

I beni confiscati sono COSA NOSTRA: flash mob di Libera a Sale (AL)

Di Maria Luisa Pirrone

Il Presidio Anna Pace – Libera di Alessandria ha organizzato per sabato 19 gennaio un flash mob a Sale (AL) per sostenere il riutilizzo dei beni confiscati alle mafie in Piemonte, e in particolare nella nostra provincia.

L’appuntamento è alle 11 davanti al Municipio di Sale, in via Manzoni 1.

L’evento è promosso dal Presidio in collaborazione con il Comune di Sale.

Un fatto umano: una graphic novel per non dimenticare

mafiasuccedeva il 7 dicembre 2017…

Di Francesca Giannetto

Un fatto umano, di Manfredi Giffone, Fabrizio Longo e Alessandro Parodi, Einaudi stile libero, 2011.

Mimmo Cuticchio, famoso cantastorie siciliano, prende la parola in apertura di questa graphic novel. E tutto, intorno a lui e dentro chi legge, tace.

Falcone diceva che la mafia è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha avuto un inizio e avrà anche una fine, fine che oggi più che mai appare lontana. In questo libro non troveremo scoop, fatti eclatanti che riguardino le stragi, le uccisioni, i compromessi (tanti, troppi); ogni tavola, ogni scena, ci sbatte in faccia avvenimenti, incontri, personaggi che hanno scritto pagine tristissime della nostra storia. I fatti sono esposti con una precisione documentaristica che fa paura e quella paura dovrebbe aiutarci a non dimenticare, a non abituarci.

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25 anni fa l’assassinio di padre Pino Puglisi, di Lia Tommi

Il 15 settembre 1993, 25 anni fa, padre Pino Puglisi veniva brutalmente assassinato nel quartiere di Brancaccio, a Palermo, nel giorno del suo 56esimo compleanno. Proclamato beato vent’anni dopo, il 25 maggio 2013, è il primo martire della Chiesa per mano mafiosa, ucciso con un colpo alla nuca in odium fidei. Due mesi prima della tragica sera nella quale fu eliminato davanti al portone di casa sua, in piazzale Anita Garibaldi, aveva subito un’intimidazione di chiaro stampo mafiosa: di notte ignoti avevano parzialmente bruciato la porta della

Nel quartiere, feudo della famiglia Graviano, da alcuni anni era parroco della Chiesa di San Gaetano. E in quel quartiere, il sacerdote che amava ripetere che «se ognuno fa qualcosa si può fare molto», nel gennaio 1993 aveva inaugurato il Centro Padre Nostro: un luogo di incontro diventato presto punto di riferimento per giovani e famiglie.
Fu assassinato per il suo impegno in nome della giustizia e contro soprusi e illegalità. Per la sua costante predicazione antimafiosa; per il suo limpido apostolato contro i trafficanti e per il recupero dei giovani e delle fasce sociali marginali.
I pentiti hanno rivelato che a ordinare il delitto furono i boss del quartiere, Giuseppe e Filippo Graviano. Ma a sparare fu un commando guidato dal killer Salvatore Grigoli che, dopo essersi pentito, accusò come suoi complici Gaspare Spatuzza, Cosimo Lo Nigro, Luigi Giacalone. E il reggente della cosca, Nino Mangano. Grigoli ha anche raccontato che, quando don Pino Puglisi capì che stava per essere ammazzato, sussurrò «me l’aspettavo», sorridendo al suo assassino.
Dal 2013 padre Puglisi è riconosciuto dalla Chiesa beato e martire a causa della sua limpida testimonianza evangelica. E antimafiosa.

Aveva grandi orecchie, grandi mani, grandi piedi. E sapeva essere allegro e scherzare anche su se stesso. Padre Pino Puglisi spiegava ai suoi giovani che le orecchie grandi gli servivano ad ascoltare meglio, le mani grandi per accarezzare con più tenerezza, i piedi grandi per camminare velocemente e soddisfare subito le richieste di aiuto.

Era un prete senza conto in banca, con le tasche vuote e la casa (popolare) piena di libri di filosofia e psicologia. Donava tutto il suo tempo agli altri e aveva lo scaldabagno rotto e i rubinetti che schizzavano acqua dappertutto. Gli proposero gli incarichi più gravosi, scartati da tutti, e lui li accettò. Infatti arrivò a Brancaccio nel 1990 dopo che sei confratelli avevano detto di no.
Al contrario, quando gli offrirono chiese ricche, posti di prestigio, lui li rifiutò: «Non sono all’altezza, rimango qui tra i poveri», rispondeva. Andava alle riunioni ecclesiali e si sedeva in ultima fila. Era un intellettuale raffinato, ma non lo faceva capire a nessuno. Invece di esibirsi in dotte citazioni ai convegni, lui parlava in dialetto con gli operai.

Avevo 13 anni il giorno in cui ammazzarono il giudice Borsellino

Di Maria Luisa Pirrone

Avevo 13 anni il giorno in cui ammazzarono Paolo Borsellino.

Non sempre si ricordano con chiarezza tutti i dettagli della propria adolescenza, ma il 19 luglio del 1992 lo ricordo molto bene.

Quel giorno mi trovavo a 50 km da Palermo. Quel giorno, quel maledetto giorno, ero una ragazzina in vacanza nel luogo che amava di più, la casa dei suoi genitori.

Dovevamo andare ad una festa, lo ricordo bene. Una di quelle feste del sud con tanta gente conosciuta e sconosciuta, una baraonda chiassosa e imperdibile di cibo, bambini, vecchi volti e abbracci.

Ci andammo come ad un funerale.

Ricordo il silenzio sull’auto lungo il percorso. Ricordo l’amarezza di mio zio, che ci diede la notizia e disse: L’ammazzaru comu li cani, riferendosi al giudice e a tutta la sua scorta. Non usò mezzi termini di fronte ad una bambina, non scelse parole meno dure per non impressionarmi, e di questo ancora oggi lo ringrazio perché da quella frase, diretta e violenta come un calcio in pancia, io percepii a soli 13 anni tutta la stanchezza di un’intera comunità. Il suo sguardo assente mi parlava di anni, decenni, e forse secoli, di rassegnazione. Continua a leggere “Avevo 13 anni il giorno in cui ammazzarono il giudice Borsellino”

“Uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”

“Uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”

Burned cars are seen the day after a bomb attack that killed judge Paolo Borsellino and his police guards in Palermo

Le motivazioni dell’ultimo processo sulla strage di via D’Amelio, l’attentato in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta
By Huffington Post
TONY GENTILE / REUTERS

https://www.huffingtonpost.it

“Uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana” con protagonisti uomini dello istituzioni. La corte d’assise di Caltanissetta che 14 mesi fa concluse l’ultimo processo sulla strage di via d’Amelio non fa sconti. E in una motivazione lunga 1865 pagine, depositata nel tardo pomeriggio di sabato, punta il dito contro i servitori infedeli dello Stato che imbeccarono piccoli criminali, assurti a gole profonde di Cosa nostra, costruendo una falsa verità sugli autori dell’attentato al giudice Borsellino. Continua a leggere ““Uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana””

Libera Casale: lettura dei nomi delle vittime innocenti di mafia

Libera Casale Lettura nomi vittime innocenti di mafia - Comunicato

Libera Casale: lettura dei nomi delle vittime innocenti di mafia

Nell’ambito della Giornata della Memoriae dell’Impegno (21marzo), l’associazione La Mongolfiera e il presidio cittadino Totò Speranza di Libera organizzano un momento di memoria a Casale Monferrato.

Sabato 24 marzo, alle ore 16 in piazza Mazzini, verranno letti i nomi delle oltre950 vittime innocenti delle mafie. Prenderanno parte alla lettura numerose associazioni del territorio e tutti i cittadini sono invitati a farlo. Questo a dimostrazione che la memoria e l’impegno per la legalità riguardano ogni aspetto della propria vita.

Non si pensi a luoghi e argomenti a noi lontani. Solo in Piemonte sono stati 3 i consigli comunali sciolti per infiltrazione mafiosa: Bardonecchia, Leinì, Rivarolo Canavese. Gli ultimi due, peraltro, distano circa un’ora d’auto da noi.

Come non citare, distanti pochi chilometri, beni confiscati alle mafie e ora in gestione a Libera: Cascina Graziella a Moncalvo e Cascina Saetta a Bosco Marengo. Quanti ne sono consapevoli ?

La presidente de La Mongolfiera

Cristina Cutrona

Ricordo di Placido Rizzotto, ucciso dalla mafia, di Lia Tommi

di Lia Tommi, Alessandria

Placido Rizzotto fu trucidato dalla mafia a Corleone esattamente 70 anni fa, il 10 marzo 1948.

Partigiano socialista, combatté nelle Brigate Garibaldi in Friuli.

Al termine della guerra, iniziò la sua attività politica e sindacale nella natia Corleone. Ricoprì l’incarico di segretario della Camera del Lavoro di Corleone. Fu esponente importante del Partito Socialista e della CGIL.

Fu rapito nella serata del 10 marzo 1948, dopo essere stato attirato in un’imboscata e ucciso dalla mafia per il suo ruolo di organizzatore del movimento contadino per l’occupazione delle terre.

Mafia, arrestato Paolo Liga: “Uomo cerniera di Matteo Messina Denaro”

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In manette anche la sorella, Rosaria Maria Liga, che gestiva la raccolta del denaro destinato proveniente dalle estorsioni. Trovato anche l’arsenale di armi del boss in cui c’erano pistole, fucili e mitragliette con matricola abrasa

Teneva i rapporti con Matteo Messina Denaro, l’ultima primula rossa di Cosa nostra. Finisce in manette l’ennesimo “uomo cerniera” del boss di Castelvetrano. La dda di Palermo ha fermato oggi Paolo Liga, accusato di mafia ed estorsione: era già sfuggito alla cattura nel 2015, ordinata nell’operazione antimafia Reset 2. Coordinava la gestione del racket del pizzo insieme alla sorella Rosaria Maria, che partecipava attivamente alla raccolta del denaro delle estorsioni.In cella – nell’operazione coordinata dai carabinieri a Bagheria – anche Claudio e Riccardo De Lisi, Giuseppe Sanzone e Salvatore Farina, che insieme a Liga gestiva l’arsenale del clan. Nel deposito di armi c’erano pistole, fucili e mitragliette con matricola abrasa. I Liga sono nipoti dello storico capomandamento Pino Scaduto, arrestato a ottobre.Per le indagini sono state fondamentali anche le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, che in passato avevano occupato ruoli apicali nel Mandamento di Bagheria.  Secondo i pentiti il clan bagherese è in grado di riorganizzarsi dopo ogni operazione di polizia, con l’immediata sostituzione degli uomini d’onore arrestati. Continua a leggere “Mafia, arrestato Paolo Liga: “Uomo cerniera di Matteo Messina Denaro””

Peppino Impastato, a 70 anni dalla nascita, di Lia Tommi 

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di Lia Tommi,  Alessandria 
“Io voglio fottermene! Io voglio gridare che la mafia è  una montagna di  merda!”

Il 5 gennaio 1948 nacque a Cinisi Peppino Impastatogiornalista, attivista e poeta. Nel 1976 fondò  Radio Aut, radio libera e autofinanziata,  con cui denunciò gli affari mafiosi di Cinisi e Terrasini. Due anni  dopo si candido’ nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali,  ma durante la campagna elettorale  venne assassinato. Il suo corpo venne fatto esplodere con il tritolo sui binari della ferrovia. Pochi giorni dopo,  Cinisi lo elesse simbolicamente.

Sulla sua storia è  stato realizzato nel 2001  il film “I cento passi”, di Marco Tullio Giordana, che prende il titolo dalla distanza tra casa Impastato e quella del boss  Gaetano Badalamenti.

Stesso nome è  stato scelto per l’azienda vinicola, costituita vicino a Palermo da due cooperative del progetto Libera Terra, che gestiscono beni confiscati  ai boss di  Cosa  Nostra. 

Totò Riina, uno dei capi più feroci e spietati di Cosa nostra

Totò Riina

di Pietro Grasso

Totò Riina, uno dei capi più feroci e spietati di Cosa nostra, è morto. Iniziò da Corleone negli anni 70 una guerra interna alla mafia per conquistarne il dominio assoluto, una sequela di omicidi che hanno insanguinato Palermo e la Sicilia per anni. Una volta diventato il Capo la sua furia si è abbattuta sui giornalisti, i vertici della magistratura e della politica siciliana, sulle forze dell’ordine, su inermi cittadini, sulle persone che con coraggio, senso dello Stato e determinazione hanno cercato di fermarne il potere.
La strategia di attacco allo Stato ha avuto il suo culmine con le Stragi del 1992, ed è continuata persino dopo il suo arresto con gli attentati del 1993.

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