Giardino dei sogni, di Marcello Comitini

Era il 1976. Pubblicavo la raccolta “Un ubriaco è morto”
e già la speranza nutriva immagini bugiarde.

Questa pace che urla
in fondo al cuore svilito
è presagio d’abbandono.
Un abbandono che mi lega
ad immagini care nel giorno
e nel silenzio dei sogni e nel dolce
ritorno dell’alba
muta ogni cosa in tristezza che nasce.
Questa vita stanca, trascinata
per giorni, in notti costruita
su sorrisi fugaci di speranze
ed immagini false
mi ha legato a un ricordo.
Ora che tutto è svanito, svuotati
i miei gesti, dissolto il suo viso
e la sua cara voce dei giorni lontani
ho atteso la pace.

Come somiglia
ad una morte questa pace
ottenuta con dolore,
una lunga morte silenziosa
che dilania nel sangue ogni speranza
senza dar vita a un gesto a un pensiero
nel mio cuore svilito,
al suo sorriso sereno, alla sua voce
soave come vento lieve
ora che tutto giace in abbandono
nel giardino dei sogni.

da “Un Ubriaco è morto”, Misuraca Editore, Palermo. 1976

Ritorno: un romanzo senza trama, di Marcello Comitini

Giacinto Platania, Eruzione su Catania del 1669, affresco del 1675

Questo romanzo che sto leggendo è un mistero. Lo penso
sfogliando le pagine mentre passeggio
lungo la riva scoscesa e aspra
del lago del Salto senza alzare gli occhi. Non ha personaggi
e neppure una trama.
Alle mie spalle
un bosco denso di querce di faggi e castagni. Ai miei piedi
il lago ricorda che un uomo ha fermato il corso dell’acqua
con una barra di fuoco e cemento.
Nel silenzio degli alberi l’acqua ha creato
uno scenario ancora più bello. Un vento
leggero accompagna la mia lettura
come fossi sotto la lampada che oscilla sulla porta di casa.
Un romanzo
di albe e tramonti
di panorami da respirare fin dove si spinge lo sguardo
oltre le cime azzurre delle montagne lungo le rive
di mari lucidi e turchesi.
Inizia così il mio ritorno in Sicilia
al giardino di casa dove mio padre con in testa il berretto
che portavano i contadini sulla soglia dei loro tuguri
sedeva all’ombra secolare di un tiglio argentato
circondato da vecchi Cavalieri Erranti.
Seduto
sulla tredicesima sedia della tavola rotonda
narrava storie d’amore tra rumorose risate
e bagliori di spade e alabarde. Nei suoi occhi
erano ombre
con la parvenza di uomini vivi con i volti segnati
dagli elmi e le tuniche bianche
macchiate all’altezza del petto con croci di sangue.
Anche mio padre era un’ombra che si aggirava
per casa e in giardino
strappava qualche erba selvatica, seguiva le gesta dei grandi
persecutori, poneva domande
a cui nessuno sapeva rispondere.
Mio padre chiedeva alle ombre quanti anni mancassero
perché cessasse la guerra prima che il genere umano
finisse per essere estinto. Ma forse
non erano neppure domande.

Passeggiando mi chiedo
se nel romanzo troverò il ritorno di mia madre che mi abbraccia
e mi addita gli orizzonti che ho mancato nella mia vita
e sulla spiaggia dei miei pensieri solitari la ballerina bianca
che si è fermata ad amarmi. Non ha paura
dell’uomo. L’uomo non esiste
tra le pagine di questo romanzo. C’è solo il ritorno alla mia finestra spalancata a guardare da casa
il vulcano e i giganti
con un solo occhio di fuoco in mezzo alla fronte.
Dalle soglie delle loro caverne
ogni giorno scrutano fra le onde i neri e pesanti
brandelli di cuore scagliati nel mare. Nessuno risponde.
Il vulcano ammantato di neve innalza grigi sospiri di fumo
e allarga le braccia forti e rosse sulla tenera carne
delle campagne intorno per coglierne i frutti
come soli al tramonto tra le cortine verdi degli alberi. Continua a leggere “Ritorno: un romanzo senza trama, di Marcello Comitini”

Momenti di poesia. Tempeste Notturne, di Marcello Comitini – Poesie

Momenti di poesia. Tempeste Notturne, di Marcello Comitini – Poesie

Il quadro “Tempeste notturne” di Beatrice Borroni e la mia poesia:

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Tempeste Notturne

Tu con gli occhi chiusi
nella tempesta di lenzuola sfatte
e di sogni fermi nel tuo volto amaro
impaurita dal tuo stesso sguardo
da tutti i sì che hai dato.
Avvolta nel calore delle braccia
evanescenti provvisorie del dio
dal corpo amato carezzato – acuminato
a trafiggerti il cuore
a dirti sempre amore – e poi dimenticata.
E tutti i no tornati indietro
come ceffoni di uomini violenti
che le lenzuola scuotono a bandiere
d’imperfette vittorie
Nella notte urlando il disamore
scarne carezze hai dato alle speranze
le tue
più desiderate amanti.

Monia Pin, l’armonia della propria essenza. Intervista a cura di Marcello Comitini

Dopo la biografia della  poetessa Monia Pin, che trovate pubblicata a questo link
https://alessandria.today/2019/01/17/la-poetessa-monia-pin-si-presenta-ai-lettori-di-alessandria-today-2/
Alessandria today ha il piacere di pubblicarne l’intervista.

La poetessa Monia Pin

Benvenuta, Monia!
Sono felice d’avere l’occasione di intervistarti e in particolare di presentarti ai lettori di Alessandria today. Al di là della conoscenza che abbiamo già di te attraverso le poesie che hai sin qui pubblicate sul sito, i lettori e io avremo così la possibilità di conoscerti meglio e di conoscere meglio le tue attività, non soltanto quella letteraria.
A questo proposito riporto i primi versi della poesia “Per Sembra, con vigore marziale”, dello scrittore e poeta Raymod Carver, che accennano alle condizioni economiche degli scrittori:

(Raymond Carver, “Orientarsi con le stelle: Tutte le poesie”. ediz. minimum fax)
«Quanti soldi fanno gli scrittori? ha detto
per prima cosa
non aveva mai incontrato uno scrittore
prima
Non molto ho detto
gli tocca fare anche un altro lavoro
Tipo? ha detto
Tipo lavorare in fabbrica ho detto
spazzare pavimenti insegnare a scuola
raccogliere frutta
e roba del genere
qualunque cosa ho detto. »

Fuori di metafora potresti dirci se ancora “ti tocca fare” un lavoro? E se svolgi un lavoro ( o le tue attività di ogni giorno), credi che limiti il tempo che vorresti dedicare allo scrivere?

Buongiorno a tutti e grazie per avermi inviata a presentarmi al pubblico.
Al contrario di Carver fortunatamente faccio sì un lavoro, ma volentieri. Dopo vent’anni come impiegata presso aziende private, la crisi mi aveva costretta a fermarmi e a passare un periodo di disoccupazione. Non trovando sbocchi nel mio settore ho cercato lavoro in un altro settore, trovando un nuovo percorso di vita nell’assistenza delle persone anziane. Contemporaneamente posso dedicarmi allo studio di un’altra lingua straniera (il russo, amo la cultura e le tradizioni russa) ed alla scrittura.
In effetti ho ricominciato a scrivere nel momento in cui la mia carriera lavorativa si era fermata, e quindi ho compreso che nulla succede per caso. Posso dire con orgoglio e con gratitudine di fare un lavoro che amo
e che non limita la mia propensione alla scrittura, anzi aumenta la mia ispirazione in maniera esponenziale.
Questa è una grande fo
rtuna, lo ammetto.

Esiste un nesso sentimentale e culturale tra te e la tua città? Un nesso che forse è latente nel tuo poetare?

Indubbiamente esiste un legame affettivo e culturale con la terra dove sono nata e tutt’ora vivo, sono gli stessi nei quali ho trascorso una bellissima infanzia e dove la mia famiglia ha le sue radici. Io risiedo in un piccolo paese , in provincia di Treviso, giusto a metà strada tra il mare e la montagna. Un’area che comprende un’ampia fascia collinare e non è difficile trovare una moltitudine di spunti per la poesia, L’appartenenza al paese natale non è un vincolo che preclude la conoscenza ed i punti d’incontro con gli altri, anzi è una base di partenza necessaria per il confronto con altre culture e tradizioni. Poi con la mia passione per le camminate si salda ancora di più il rapporto con l’ambiente circostante, si ha modo di osservare meglio, riflettere, e le occasioni per ricavarne dei versi non mancano. Continua a leggere “Monia Pin, l’armonia della propria essenza. Intervista a cura di Marcello Comitini”

Rainer Maria Rilke – Lettere a un giovane poeta

 

LETTURA DI LUIGI MARIA CORSANICO

Carissimo Luigi, ho ammirato molto la tua lettura, attenta e partecipe come sempre, di queste lettere con cui Rilke risponde al bisogno espressogli da un suo giovane ammiratore.
Ascoltare dalla tua voce che scandisce con estrema chiarezza il pensiero di Rilke a proposito del “far poesia” e del “farsi poeta” è stato come sentirmi penetrare dalla lama fredda con cui gli editori rispondono agli sconosciuti (i poveri della letteratura , come li chiamo io e fra i quali mi annovero).

Il ventottenne Rilke risponde infatti all’altrettanto giovane suo interlocutore con un manierismo che è talmente esemplare, che oggi è un modo ovvio di togliersi di torno i “questuanti”.

Eppure il giovanissimo Rilke, malinconico e ambizioso, aveva sino ad allora composto pura poesia d’occasione. E queste liriche erano comparse in giornali e riviste a partire dal settembre 1891.

Andreina Lavagetto, curatrice e commentatrice del volume “Poesie 1907-1926” (Einaudi editore), sottolinea a pag. 571, che il giovane Rilke (giovane – lo sottolineo ancora – come quel suo corrispondete che gli chiede un giudizio) , nella ricerca di una sua poetica, non era guidato da un imperativo interiore, sia pure oscuro, ma dalla volontà di affermarsi nel mondo letterario, che lo spinge a imitare i modelli dettati dalla cultura dell’epoca.
Come suonano male tutte quelle raccomandazioni, campane incrinate da un falso tentativo di esprimere comprensione!
Con quanta amarezza si ascolta un poeta che mente!

Scuola di poesia, di Marcello Comitini

La scuola Holden

Qualcuno (in particolare su internet) mi chiede consigli su come scrivere poesie.
A me non piace usare violenza su ciò che l’altro ha scritto: o si è poeti, e allora si cercano le correzioni da qualche parte molto più qualificata rispetto alla piattaforma dei social (per esempio: letture serie e studio) , o si scrivono poesie per hobby. E allora vanno bene i social e tutto il loro entourage.
Io pubblico. Se qualcuno vuole apprendere, che mi legga con attenzione e cerchi di capire che cosa di ciò che scrivo gli piace e cosa non gli aggrada.
I consigli che potrebbe ricevere sarebbero solo formali, ma se la materia di cui si scrive è inconsistente, nessuno gli potrà insegnare a cambiare soggetto.
Per alimentare l’illusione che si possa apprendere a diventare scrittori ci sono le scuole dei furbi che insegnano ai gonzi.
C’è la scuola Holden di Baricco. Se ti iscrivi e gli fai una buona pubblicità ti fa pure vincere il concorso indetto da loro e quelli indetti dai loro amici.
Che c’è di meglio per essere eletti Poeti, Scrittori, Saggisti, letterati insomma?

Francesca Paola Noschese. Il lato creativo. Intervista a cura di Marcello Comitini

Francesca Paola Noschese

Benvenuta, Francesca!

Sono felice d’avere l’occasione di intervistarti e in particolare di presentarti ai lettori di Alessandria today. Al di là della conoscenza che abbiamo già di te, sia in qualità di componente della redazione, sia attraverso le poesie che hai sin qui pubblicate sul sito, i lettori e io avremo così la possibilità di conoscerti meglio e di conoscere meglio le tue attività, non soltanto quella letteraria.

Esiste un nesso sentimentale e culturale tra te e la tua città? Un nesso che forse è latente nel tuo poetare?

Ho vissuto nello stesso posto praticamente tutta la vita. Sono cresciuta sul lago di Iseo tra paesaggi naturali invidiabili e vigneti famosi anche fuori dall’Italia. Certamente amo questo territorio. Offre molte occasioni per staccarsi dal traffico e dallo stress e questo aiuta la creatività.

Potresti dirci se ritieni che il lavoro che svolgi limiti il tempo che vorresti dedicare allo scrivere?

Non eccessivamente.

Nella tua biografia dici che vorresti conseguire un master in REIKI. Ci puoi dire di cosa si tratta e se pensi che questo si possa conciliare con la tua attività di poeta?

Certamente. Reiki è una disciplina olistica di riequilibrio energetico e soprattutto un percorso di meditazione e studio di tipo filosofico/ spirituale che prende spunto dalle antiche filosofie orientali quali Buddhismo, Induismo, Taoismo e Shintoismo. Parte di questo percorso consiste in un gran lavoro di autoconoscenza.
Il percorso Reiki mi ha aiutato fra le altre cose a riconoscere quel lato creativo di me che prima ritenevo poco utile.

Nella biografia dici che hai iniziato a scrivere da poco tempo e sotto lo pseudonimo di PF JoyLotus. Potresti dirci quali sono state le ragioni che ti hanno spinto a pubblicare con uno pseudonimo?

Diciamo che è stata una scelta dettata dall’insicurezza e dalla paura del giudizio. Continua a leggere “Francesca Paola Noschese. Il lato creativo. Intervista a cura di Marcello Comitini”

Momenti di poesia. L’ombra, di Marcello Comitini

Momenti di poesia. L’ombra, di Marcello Comitini

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L’ombra

La notte poggia la sua ombra sulle labbra

mi si distende a fianco per sentire il corpo

i muscoli la pelle

l’umido tepore del mio ventre.

Con le mani chiuse al caldo di lenzuola

la carezzo a lungo come nuvola bianca

nel crepuscolo dell’alba.

Gracili pensieri dell’amore si risvegliano nel buio.

Prima che fugga via. Prima che torni il giorno.

Prima che per tre volte

con lo sguardo rivolto all’orizzonte

negherò giurando d’essere stato amato.

Nadia Pascucci, poetessa del vespertismo. Intervista a cura di Marcello Comitini

Dopo la biografia della  poetessa Nadia Pascucci, che trovate pubblicata a questo link

https://alessandria.today/2018/09/21/nadia-pascucci-poetessa-si-presenta-ai-lettori-di-alessandria-today/

Alessandria today ha il piacere di pubblicarne l’intervista.

Benvenuta, Nadia!
Sono felice d’avere l’occasione di intervistarti e in particolare di presentarti ai lettori di Alessandria today.

Loro e io avremo così la possibilità di conoscerti meglio e di conoscere meglio la tua attività letteraria.

Ho notato che la tua prima pubblicazione è avvenuta nel 2015 . Hai iniziato a scrivere da giovane o da adulta? E com’è nata l’esigenza di scrivere poesie?

Innanzi tutto ringrazio voi di Alessandria To day per questa opportunità di cui mi fate dono. Scrivo dai tempi della scuola, per mio piacere. Quando poi sono andata in pensione , l’iscrizione su fb mi ha dato il coraggio di vincere la timidezza, aprirmi e mettermi a nudo anche spinta e sostenuta da chi già mi conosceva..

Esiste un nesso sentimentale o culturale tra il tuo essere poetessa e la città dove vivi?

Non mi reputo una poetessa , sicuramente la mia città mi ispira perchè è dove vivo, dove sono nata , dove ho miei affetti, una città ancora a misura d’uomo che permette di avere quel rapporto umano tra persone e coltivare le amicizie.

Pensi che la tua attività lavorativa abbia in un qualche modo limitato la tua libertà rispetto allo scrivere? Ti abbia cioè sottratto il tempo che avresti voluto dedicare alla poesia?

Sicuramente si. Il lavoro, la famiglia con tre figli, non mi hanno permesso di mettermi in gioco prima. Troppo presa da impegni che mettevo al primo posto. Ora ho rimesso me stessa al centro. Continua a leggere “Nadia Pascucci, poetessa del vespertismo. Intervista a cura di Marcello Comitini”

Momenti di poesia. Dopo una notte … di Marcello Comitini

Momenti di poesia. Dopo una notte … di Marcello Comitini

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Dopo una notte alla luce delle stelle
l’alba appare luminosa
nell’orizzonte quieto dei tuoi occhi
più chiaro e più profondo
l’azzurro limpido delle tue pupille.
I tuoi capelli sopra le lenzuola splendono
nel raggio insanguinato che li incendia
come una vela sciolta al sorgere del sole.
Mi sorprendi
nella dolcezza del risveglio
con i tuoi baci dal sapore di un dolore sconosciuto.
Nave senza remi né timone,
colma di ricordi
mi sei venuta incontro
sospinta dal vento profumato di oscurità lontane.

Ora ti abbandoni alla marea delle mie braccia
all’onda del mio corpo
attratta dal desiderio puro di donarti.
Mi parli dell’ amore
più azzurro che l’azzurro del tuo sguardo
con la voce delle acque che scintillano
alla carezza tenera del sole.

Chiudo gli occhi e cerco con le mie vene le tue vene,
il marmo del tuo ventre, le tue mani di luna,
la bianca piuma della fronte.

Colgo nel tuo corpo il senso della vita
lo splendore che ho atteso fin dal primo giorno.

= = = = = = = = = = = = = = = = = = = = = = = =

Dipinto di Federico Zandomeneghi, 1918

I lunghi giorni della memoria (IT,FR,EN)

Edgar Caracristi, Senza titolo, 2017 (tecnica mista su tavola)


Rispetto al “Giorno della memoria“, la pubblicazione di questa poesia è tardiva. Ma ricordare ha forse un tempo, scaduto il quale non è più necessario ricordare?

In relation to the “Day of Memory“, the publication of this poem is late. But does memory have a time after which it is no longer necessary to remember?

Par rapport au “Jour de la mémoire“, la publication de ce poème est tardive. Mais la mémoire a-t-elle un temps après lequel il n’est plus nécessaire d’évoquer?

I lunghi giorni della memoria

Orrore degli occhi orrore dei corpi.
Che nessuno c’infetti.

Una pioggia arida brucia la carne
un fumo denso è ciò che rimane dell’anima.

La memoria è un pozzo nero

Galleggiano lenzuola lacere
ricoprono corpi
risorti dal fuoco dell’Africa.

The long days of memory

Horror of the eyes horror of the bodies.
That nobody infected us.

A dry rain burns the flesh
a thick smoke is what remains of the soul.

Memory is a black pit

Ragged sheets float
cover bodies
resurrected from the fire of Africa.

Les longues jours de la mémoire

Horreur des yeux horreur des corps.
Que personne ne nous infecte.

Une pluie sèche brûle la chair
une épaisse fumée est ce qui reste de l’âme.

La mémoire est un puits noir

Linceuls déchirés
couvrent les corps
ressuscités par le feu de l’Afrique.

I fratelli ipocriti di Baudelaire, di Marcello Comitini

 


Charles Baudelaire

Il mio primo incontro con Baudelaire risale a tantissimi anni addietro quando le pulsioni vitali dell’adolescenza mi spinsero a cercare gli strumenti che mi consentissero di mettere a fuoco, e in un certo qual modo a concretizzare, le immagini che popolavano il mio cervello, farfalle di cui vedevo i colori ma non i contorni.
L’assenza di quegli strumenti mi faceva sentire privo di tutto, talmente povero che l’incontro inatteso con Baudelaire mi costrinse ad amarlo come solo un povero può amare il ricco principe che ha girato verso di lui lo sguardo chiedendosi il perché di quella povertà. E quando il povero racconta d’aver incontrato il Principe non possono che brillargli gli occhi nel ricordare quel momento felice. E felice soprattutto perché quel primo incontro si è protratto negli anni con lo stesso entusiasmo e lo stesso stupore.
Negli anni in cui portavo sulle spalle lo zainetto che conteneva, come quello di tutti gli adolescenti, il bagaglio culturale, scolasticamente e francescanamente povero, vagavo in cerca di una figura paterna priva di quei limiti in cui ritenevo fosse rinchiuso mio padre. Non una figura ideale ma un qualcuno che io potessi toccare, che potessi abbracciare come desideravo invano che lo facesse mio padre.
Non mi bastava dunque cercare (come accade alla maggior parte degli adolescenti, certamente meno bisognosi di me) la figura carismatica di un cantante o un attore. Mi apparivano lontani, intoccabili ma anche disattenti e incapaci di rispondere alle mie pulsazioni di adolescente.
I libri, ecco. Loro sì erano i soli che potessi toccare e carezzare. E tramite loro anche gli autori. Nel mio intimo sentivo le loro carezze e credevo di essere accolto e di vivergli accanto confidandomi i loro segreti. Uno in particolare, che è ancora nella mia libreria e conserva il suo profumo come quello del primo amore. È un romanzo di Marino Moretti, dal titolo “I puri di cuore”,edito da A. Mondadori nel 1923.

Marino Moretti, I puri di cuore

Ma nella biblioteca di mio padre, unico rifugio delle mie fantasie, esistevano alcuni volumi nascosti in alto a sinistra nell’ultimo scaffale – come si usava allora per tutto ciò che era ritenuto appartenesse al mondo dell’eros (e come ancora si usa virtualmente quando lo si nasconde dietro la funzione di parental control) – . Molto probabilmente è stata proprio la loro collocazione disagevole ad invitarmi a scoprirli.
In particolare un libro, vasto e pesante, Le Memorie di Giacomo Casanova, troneggiava su gli altri. Quando lo aprii fui attratto dalle sue illustrazioni a tutta pagina, in bianco e nero come tratteggiate finemente da una penna a inchiostro di china. Ricordo in particolare quella di un braccio maschile proteso verso il basso che fuoriusciva, fin quasi all’ascella, dallo spazio tra alcune tavole sconnesse che fungevano da pavimento a un balcone veneziano. La scena era vista dal livello strada. Continua a leggere “I fratelli ipocriti di Baudelaire, di Marcello Comitini”

Momenti di poesia. AMLETO, di Marcello Comitini

Momenti di poesia. AMLETO, di Marcello Comitini

Mentre chiedo scusa a coloro che mi credono un redattore addetto alle interviste, chiedo anche scusa a tutti per l’arroganza di proporre qui una mia poesia, non facilmente digeribile.

AMLETO

Tra le immagini sospese alle pareti del museo
lo sguardo dell’uomo è catturato
da un quadro dove avanzano lentamente
dal fondale celeste sette donne urlanti
allacciate tra loro.
Sono le note del medesimo canto
combattono con sguardi fieri coloro
che colmano l’abisso tra l’essere e l’apparenza
con l’inganno delle ingiustizie
Hanno tenere guance dipinte di giallo di oro di viola
e lampi di luce sulle labbra di fuoco.
La terza del coro come una voce stonata
nasconde il viso dietro la nuca delle compagne,
la quinta più debole confonde il suo occhio sinistro
con quello di destra della vicina.
La settima guida le altre
con le palpebre chiuse come un cielo di nuvole.

Sulla sua fronte
le ali bianche dei sogni si tendono in cerchio
su un mare in tempesta
scrutano nel velo schiumoso il luccicare argenteo
di vele spiegate. Si alzano in coro
le loro voci che invocano e supplicano
di non dimenticare il corpo violato dall’uomo
e il fiume che le ha tolto la vita.
Continua a leggere “Momenti di poesia. AMLETO, di Marcello Comitini”

I castelli di Mario Luzi, una poesia e un commento, di Marcello Comitini

Mario Luzi (1914-2005)

Qualcuno ha detto che Luzi costruisce poesie con parole vuote di significato. E anch’io mi sorprendo spesso a pensare che le sue poesie si reggono come i castelli di un bambino che gioca con la sabbia. E lo crederei davvero se non conoscessi l’iter poetico e umano di Luzi.
Certo egli conosce la parola meglio di tanti professionisti del verbo. Ma è anche vero che ha sempre dimostrato di conoscere la natura, e direi anche l’anima, di qualunque cosa, umana, animale, vegetale, minerale come ben pochi riescono a penetrarla.
Le sue poesie si animano di tutto ciò che lo circonda perché riesce a trovarne il principio vitale, quello che trasforma ogni cosa in motivo di aderenza al mondo e di scoperta del loro significato più intimo.

Così in questa poesia, la cui assenza iniziale di un soggetto ben identificato, ci conduce alla cieca tra i versi, Luzi ci spinge in realtà a riflettere su noi stessi come fossimo viandanti che scoprino all’improvviso, e quando ormai è proprio incombente (perché in età matura o in vecchiaia), il nocciolo della vita umana che qui è paragonata a un santuario.
Giunti alla sua ombra, che immaginiamo su un pianoro in cima a una qualche vetta, ci rigiriamo indietro per scoprire per quale via siamo giunti. E nella felicità e forse anche nella fatica, tranquillizzante della posizione raggiunta, vediamo lontane da noi tutte le difficoltà, che ora definiremmo spicciole, svanire, divenire piatte, essere quasi cadute nell’oblio. Tanta è la luce che l’uomo riceve nello scoprire il nocciolo della propria esistenza.
Una luce che non è esclusivamente spirituale, dimentica della realtà e quindi da questa avulsa. Luzi lo scopre rispondendo alla domanda che in lui, e in noi, sorge spontanea: a chi mai obbedisse l’uomo per mettere in campo tanta voglia di inerpicarsi attraverso le asperità dell’ esistenza.
“Dal mondo al mondo tutto era richiamo,
reciprocità, preghiera.
E lui era, era.”

Lo sorprese, imminente, il santuario.
Peccato, era venuto
su alla cieca
forse
troppo divagando.
Dov’erano? non le ritrovava
giù lo sguardo
nel paese sottostante
le rocce, i dirupi, gli strapiombi
del suo arduo itinerario –
ne aveva accesi però i segni
graffiti nella carne.
Per là, n’era sicuro, s’era in letizia e affanno
inerpicato a quel pianoro,
ma non li distingueva
più tra loro quegli scoscendimenti,
le forche caudine dove aveva
lui, bruco, strisciato
verso la luce, l’altezza, la farfalla.
Crollavano nel luminoso caos,
ecco, s’era parificato
quel mare di montagne
sotto lo scintillare delle cime.
A chi aveva obbedito la sua lena?
Dal mondo al mondo tutto era richiamo,
reciprocità, preghiera.
E lui era, era.

Fabio Squeo, conoscenza e libertà. Intervista a cura di Marcello Comitini

Dopo la biografia del  poeta Fabio Squeo che trovate pubblicata a questo link
https://alessandria.today/2018/11/26/il-poeta-fabio-squeo-si-presenta-ai-lettori-di-alessandria-today/
Alessandria today ha il piacere di pubblicarne l’intervista.

Benvenuto, Fabio!
Sono felice d’avere l’occasione di intervistarti e in particolare di presentarti ai lettori di Alessandria today. Loro e io avremo così la possibilità di conoscerti meglio e di conoscere meglio il pensiero di un autore giovanissimo, che dimostra di essere già pienamente inserito nel tessuto culturale italiano.
Ho notato che a ventisei anni hai pubblicato la prima raccolta di poesie. Hai iniziato a scrivere da giovanissimo? E com’è nata l’esigenza di scrivere in versi?

Si, ho pubblicato la mia prima raccolta a ventisei anni;anche se, va precisato, che ho cominciato a scrivere i primi versi all’età di tredici anni. E’ stata la rivelazione improvvisa di un mondo fatto di sensazioni meravigliose, sogni e dolori resi più sopportabili da un dialogo interiore con me stesso. I primi versi scritti erano piuttosto timidi, discreti fino a quando entrai nella convinzione dell’importanza di scrivere poesie. Eppure non mi sono mai definito “poeta”, poiché – secondo il mio modesto punto di vista – ho sempre pensato che la poesia, intesa nel significato più alto e genuino del termine come “creazione, invenzione e composizione”(dal greco poiêsis che attiene a poièô) avesse sicuramente a che fare con Dio e le sue proprietà. C’è tuttavia un dato da non tralasciare: All’età di sedici anni nella mia classe di liceo leggevo le poesie ai compagni, e le declamavo nelle ore di ricreazione: ricordo che il professore di latino fece di tutto per dedicarmi un angolo poetico all’interno del giornalino della scuola. Fui felicissimo.

Esiste un nesso culturale tra te e la città dove vivi? Un nesso che si è forse concretizzato nella fusione di due mentalità (quella della cittadina dove vivi e quella che hai respirato frequentando le Università di Bari e di Lublino) ?

Certo. Trani, la mia città, è stata un rifermento per me. Passeggiavo spesso lungo le vie del porto, della cattedrale romanica e del castello e mi ritrovavo subito con me stesso. Formulavo domande sul senso della vita e sul reale bisogno di rispondere alle domande che accadevano in me e fuori di me. La mia vita mi ha permesso di viaggiare pur restando fermo. I luoghi che visitavo erano cornici di un quadro che in me si costituiva di volta in volta. E ho riscoperto la voglia di viaggiare, di studiare in Polonia, di apprendere una nuova lingua, proprio grazie alla lettura. Perché ho sempre pensato che il miglior viaggio è proprio la lettura, o comunque la letteratura e la filosofia. La Polonia è una terra straordinari. L’ho vissuta e la sto vivendo per motivi di studio: il verde è ovunque e le viole dei campi rigenerano continuamente il mio estro, la mia meraviglia. Continua a leggere “Fabio Squeo, conoscenza e libertà. Intervista a cura di Marcello Comitini”