Il culto delle anime pezzentelle, di Marie Morel

di Marie Morel

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Cimitero delle Fontanelle

Una storia tutta napoletana che mi ha sempre toccata nel profondo è il culto delle anime pezzentelle. E’una devozione che affonda le sue radici nella tradizione popolare, in cui il sacro incontra il profano e che i napoletani hanno coltivato per secoli, fino a pochi decenni fa.

Le anime pezzentelle, per i napoletani, sono quelle abbandonate, di persone povere, morte da sole e che non hanno nessuno che preghi per loro, affinché possano scontare il periodo di Purgatorio più in fretta e volare così in Paradiso.

Il culto nacque nel 1600, quando a Napoli vi fu l’epidemia di peste che fece oltre trecentomila morti. I corpi vennero seppelliti in parte nella chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco ed ammassati nel cimitero delle Fontanelle. La maggior parte di essi non aveva neppure un nome e ben presto non rimase che un mucchio di teschi e ossa.

Nell’immaginario popolare, le anime di quei defunti si trovavano in Purgatorio per espiare i peccati commessi in vita e,dunque, destinate a soffrire a lungo, perché abbandonate e dimenticate. Esse, però, potevano intercedere per ottenere grazie per coloro che offrivano loro suffragi, per abbreviare la loro pena.

Oggetto di devozione divennero, in particolare i teschi ( detti capuzzelle), che le persone adottavano, per chiedere all’anima grazie e protezione, in cambio di una sepoltura degna e del riposo eterno. Continua a leggere “Il culto delle anime pezzentelle, di Marie Morel”

L’esercizio del distacco, di Mary Barbara Tolusso

di Marie Morel

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Voce narrante del libro “L’esercizio del distacco“della poetessa M.B. Tolusso è la protagonista, che, parlando in prima persona, esordisce raccontando di quando la madre la lascia, poco più che bambina, davanti ad un collegio e va via senza neppure voltarsi indietro.

Sembra essere un vero e proprio abbandono, ma è la quattordicenne a viverlo come tale, il suo primo distacco. In realtà viene mandata a studiare in una scuola esclusiva, riservata ai rampolli di famiglie molto facoltose, affinché vengano istruiti ed addestrati per diventare i nuovi potenti.

Tra lezioni di logica e galateo, i ragazzi vengono sottoposti anche ad una dieta e cure innovative, per garantire loro una salute intaccabile e una vita più lunga della media.

Parte integrante di questo modello educativo è il distacco da passioni,affetti ed emozioni, viste come potenzialmente dannose per questi pochi eletti, il cui futuro sembra già essere stato programmato.

Il collegio è un microcosmo dal quale è impossibile tenere fuori le passioni, perché pur sempre di adolescenti si tratta. Nascono amicizie, come quella che lega la protagonista a David ed Emma, antipatie, rivalità ed amori, ma che i ragazzi sono costretti ad imparare ad addomesticare e disciplinare.

Al momento del diploma, la protagonista si allontana dal collegio lasciando dietro di sé il tempo vissuto lì, grazie all’esercizio del distacco. Eppure quel mondo ovattato, nel quale la ragazza impara a lasciar andare passato e affetti, ma nel quale si concede, talvolta, momenti di abbandono, diventa per lei, negli anni successivi, uno dei ricordi più struggenti.

Scritto bene e scorrevole, è un libro che si legge in poche ore, ma di quel tempo a me non è rimasto nulla, se non un grande vuoto.

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Bon ton sui social, 9 semplici regole

di Marie Morel

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Nel mio articolo precedente ho parlato di come per me il bon ton non si riduca ad un semplice elenco di regole da rispettare, per evitare di fare brutta figura. Si tratta, soprattutto, di avere un comportamento educato, gentile, rispettoso nei confronti degli altri, far sentire le persone accolte, metterle a loro agio. Un bon ton, dunque, che più che all’apparenza, guarda all’essere.

Navigando sui social, Facebook in particolare, non posso fare a meno di notare quanto la maleducazione e la scorrettezza siano dilaganti. Il fatto che vi sia un computer a fare da filtro, probabilmente, fa sentire le persone autorizzate a dare il peggio di sé. Per non parlare di chi si fa scudo dell’anonimato, dietro profili fake.

Tutti, invece, dovremmo ricordare che, pur essendo Facebook un luogo virtuale, le persone che sono dall’altra parte dello schermo sono reali e hanno sentimenti che vanno rispettati, sempre e comunque.

Ecco, allora, 9 semplici regole di bon ton sui social che dovremmo seguire:

1 #Rispetto

Ognuno è libero di esprimere le proprie idee, anche se sono diverse dalle vostre. Se non siete d’accordo, potete manifestare la vostra opinione, ma sempre con educazione e rispetto, senza offendere, insultare, mortificare gli altri.

2 #Gentilezza

Va a braccetto con il rispetto. Uno dei miei motti è : “C’è modo e modo di dire le cose”. Si può dire qualunque cosa, anche la più spiacevole, usando la gentilezza e cercando di non ferire i sentimenti altrui.

3 #Non dite nulla che non direste se aveste quella persona di fronte

Prima di scrivere qualcosa, dovremmo chiederci: “Se questa persona fosse di fronte a me e la guardassi negli occhi, avrei il coraggio di dire queste parole?”. Se la risposta è no, evitate. Questa regola vale nel bene e nel male, ossia per insulti, derisioni, commenti spiacevoli, ma anche per avance audaci, complimenti troppo spinti.

4 #Non siete obbligati a commentare

L’alibi più grande,dietro cui si nasconde chi usa i commenti di Facebook per vomitare tutte le sue frustrazioni e la rabbia repressa, è: “Se l’hanno postato, devono aspettarsi i commenti, anche di chi non è d’accordo”. Verissimo, siete liberissimi di commentare, ma senza dimenticare i punti 1 e 2, rispetto, educazione e gentilezza. Se non ne siete capaci, astenetevi, la vostra opinione non farà la differenza.

5 #No è no

Questa semplice regola, come nella vita reale, è sempre valida, anche su Facebook. Non importunate con commenti fuori luogo o messaggi in privato qualcuno che non li gradisce.

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“CHIAMAMI CON IL TUO NOME”, UN FILM ITALIANO DA OSCAR, di Marie Morel

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di MARIE MOREL

Un nostalgico tuffo nel passato, nelle lunghe e torride estati italiane degli anni 80, in cui il tempo sembrava sospeso tra divertimenti semplici e ozio. Questo è il sapore di “Chiamami con il tuo nome”, il film di Luca Guadagnino, candidato a 4 premi Oscar e che ha portato a casa la statuetta per la migliore scenografia non originale. La storia d’amore tra Elio (Timothée Chalament) ed Oliver (Armie Hammer), ispirata al libro di Andrè Aciman, ha come sfondo la splendida villa Albergoni, le città di Crema e Bergamo, il paesaggio incantato e senza tempo della campagna lodigiana, del lago di Garda, delle cascate del Serio.
Al di là di ogni critica che si possa muovere al film (e ve ne sono), una sola cosa è certa: l’atmosfera idilliaca e un po’decadente è suggestiva, le rievocazioni del periodo e le ambientazioni ricreate a regola d’arte colpiscono lo spettatore diritto al cuore, risvegliando memorie assopite di quando “vacanza” significava leggere un libro sulla sponda di un fiume all’ombra di un albero, lunghe passeggiate in bicicletta nell’opulenza della campagna italiana gravida dei suoi frutti, nuotate e partite a pallavolo o a carte con gli amici, musica rubata ad un’autoradio per strada, appisolarsi su una sdraio cullati solo dallo stormire delle foglie.
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