Stampatello o corsivo? Questione di stile, di Marie Morel

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Sono passati molti anni, ma io conservo un ricordo nitido delle ore trascorse a riempire pagine e pagine di lettere dell’alfabeto nelle 4 forme di scrittura che conosciamo: lo stampatello maiuscolo, lo stampatello minuscolo, il corsivo maiuscolo e il corsivo minuscolo.

Erano tempi in cui i computer non esistevano ed era l’unico modo di imparare a scrivere, un approccio graduale che partiva dallo stampatello per arrivare al corsivo.

L’intero anno scolastico della prima elementare era dedicato all’arte della scrittura, per la lingua italiana.

Ero già grande quando nelle nostre vite sono arrivati i computer e la querelle sull’effettiva utilità del corsivo non mi ha sfiorata, neppure quando sono andati in prima elementare (ora primo anno della scuola primaria) i miei figli, i quali hanno frequentato delle scuole molto tradizionali, in cui il problema non si è posto.

Né i miei ragazzi hanno avuto difficoltà nell’apprendimento del corsivo, rispetto allo stampatello, come mi è capitato di sentir dire ad alcune mamme per i loro figli.

Un merito, quest’ultimo, che riconosco alle maestre, che, evidentemente, hanno saputo rispettare i tempi dei bambini, facendo sì che l’apprendimento fosse naturale e spontaneo per tutti. Continua a leggere “Stampatello o corsivo? Questione di stile, di Marie Morel”

Chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina, di Marie Morel

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Alla fine del lungomare di Mergellina, salendo tre strette rampe di scale, si giunge ad un piazzale da cui si gode una vista spettacolare sul golfo di Napoli e su cui si affaccia il sagrato della chiesa di Santa Maria del Parto, dove riposano le spoglie di Jacopo Sannazaro.

Fu il poeta a volerne l’edificazione nel 1504, su un terreno che gli fu donato da re Federico d’Aragona e su cui sorgeva già una villa, nella quale il Sannazaro visse, mentre componeva il poema “De partus Virginis” e che ha dato il nome alla chiesa.

Nelle intenzioni del Sannazaro, sarebbe dovuta restare, probabilmente, una cappella privata, ma divenne ben presto un luogo di culto e di preghiera per le donne incinte o che desideravano un figlio. Ancora oggi, il 25 di ogni mese, si prega per le mamme in attesa e per le donne che vorrebbero diventarlo

Conoscevo il culto di Santa Maria Francesca delle cinque piaghe, ma non avevo mai sentito parlare di questa chiesa. Continua a leggere “Chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina, di Marie Morel”

Handmaid’s tale, tra lacrime, paure e orrore, di Marie Morel

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Non vi parlerò di questa serie tv in quanto tale, dei personaggi, della trama, di spoliler. Tutto questo potete trovarlo qui.

Vi racconterò di come mi fa sentire.

Handmaid’s tale mi coinvolge e mi sconvolge talmente tanto emotivamente, da ritrovarmi spesso a parlare da sola, mentre la guardo. E a piangere, a fremere di sdegno, di paura e orrore.

Perché nutre i miei peggiori incubi, tocca le corde più profonde del mio essere donna, madre, umana, si svela brutalmente, episodio dopo episodio, nuda e cruda, senza alcuna pietà.

Con una la stessa precisione e freddezza di una lama affilata, si insinua tra i pensieri e le paure di chi, razionalmente oppure no, coglie gli sprazzi di verità nell’irrealtà di cui narra.

Un’irrealtà relativa se consideriamo che la condizione delle donne nella teocrazia totalitaria di Gilead, il trattamento riservato ai detrattori, agli oppositori, ai diversi, non è così lontano da quello che accade in alcune parte del mondo.

Potrebbe accadere nel nostro moderno, evoluto, progressista occidente? Questa è la domanda che penetra subdolamente nella mente e tormenta chi guarda questa serie, soprattutto tenendo conto dello scenario politico americano e italiano attuale. Continua a leggere “Handmaid’s tale, tra lacrime, paure e orrore, di Marie Morel”

Una storia di vita e di coraggio, quella di Zoe Rondini, nata viva

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Ci sono racconti, talvolta, che hanno una propria vita e il compito dei moderni cantastorie è solo quello di prestare la propria voce o la propria penna.

Storie che hanno urgenza di essere raccontate, di imprimersi e di sopravvivere allo scorrere del tempo, come quella di Zoe Rondini, che racconterò oggi : la storia appassionata e antipedagogica di una bambina e, poi, di una ragazza che, tra luci e tenebre, ha saputo lottare per raggiungere e conquistare quella serenità che tutti bramiamo.

Zoe non respirava quando è nata. Ha cominciato a farlo dopo cinque, lunghissimi minuti. Cinque minuti che hanno segnato la sua vita per sempre. L’asfissia le ha procurato delle lesioni al sistema nervoso, per cui non cammina bene, non parla bene, non si muove bene.

Eppure è viva ed esige di vivere.  Zoe esige di avere un’esistenza come tutti gli altri, perché si rende conto che i limiti non risiedono nella sua disabilità.

Come non si è arresa in quei primi 5 minuti, decide di non farlo per il resto della sua vita e trasforma la sua esperienza in una storia, che ha raccontato nel libro autobiografico “Nata viva” (edito dalla Società Editrice Dante Alighieri,  novembre 2015) e nell’omonimo cortometraggio (regia di Lucia Pappalardo, realizzato dell’associazione nazionale  Filmaker e Videomaker Italiani ), vincitore del premio L’anello debole, al Festival di Capodarco nel 2016. Continua a leggere “Una storia di vita e di coraggio, quella di Zoe Rondini, nata viva”

Aglio, olio e assassino, il giallo di Pino Imperatore

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Di questi tempi, sarà il caldo, saranno le nottate insonni, mi viene sempre voglia di letture più leggere, di libri che scivolino via senza fatica e che mi divertano.

E’ così che ho scovato “Aglio, olio e assassino“, di Pino Imperatore.

Un libro che si è rivelato un concentrato di cose che amo: un thriller avvincente, la cui trama si sviluppa intorno a momenti di pura comicità, lo scenario della mia bella Napoli, con spunti storici e artistici che ho apprezzato moltissimo, personaggi animati da quell’umana e verace napoletanità, che li rende unici ed indimenticabili.

L’ispettore Gianni Scapece, un nostrano Sherlock Holmes, torna a Napoli, la sua città natia, dopo aver prestato servizio in vari commissariati italiani.

Qui troverà una delle più grandi sfide lavorative, mai affrontate: svelare il mistero del serial killer chiamato l’Arcangelo che,muovendosi nell’ombra della Napoli bene, porta avanti il suo piano criminale dagli insoliti risvolti culinari.

In una corsa contro il tempo, l’ispettore Scapece, coadiuvato da improbabili, quanto sorprendentemente preziosi assistenti, dovrà fermare il pericoloso assassino, prima che uccida ancora.

Chi è l’Arcangelo? Cosa lo spinge ad uccidere? Quale messaggio vuole lasciare con i sui macabri rituali? La verità si nasconde tra chiese, dipinti , vicoli, simboli e credenze partenopee.

Nonno Ciccio Vitiello, suo figlio Peppe “Braciola” con la visionaria moglie Angelina e tutti i personaggi di questo bel libro, compreso il cane Zorro, danno il loro contributo alla soluzione del caso, regalando intuizioni e strappando risate.

Più di ogni altra cosa, di questo libro, mi è piaciuto molto l’equilibrio perfetto tra suspence e ironia.

L’Arcangelo è un assassino spietato, scaltro, che lascia pochi indizi dietro di sé.

Metterà a dura prova l’ispettore Scapece e il lettore, che solo alla fine riuscirà a mettere insieme i pezzi del puzzle, sapientemente disseminati tra le pagine.

L’ironia non toglie gusto al thriller, semmai lo esalta, aggiungendo quel pizzico di piccante che lo rende proprio saporito.

Una lettura davvero, davvero piacevole.

Aglio, olio e assassino, Pino Imperatore, ed. Dea Planeta Libri, thriller, 2018

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Aspettando La casa di carta 3 (contiene spoiler)

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Se, proprio come me, state fremendo in attesa del rilascio de La casa di carta 3, il conto alla rovescia è ufficialmente iniziato: 4 settimane esatte, 28 giorni a partire da oggi al 19 luglio!

Questa è la data comunicata da Netflix per l’inizio della terza stagione della prima serie europea ad aver conquistato il mondo intero. E io non faccio eccezione. Devo confessare che questa è una delle mie serie preferite in assoluto e non vedo l’ora che arrivi il mese prossimo!

Nel frattempo sto facendo incetta di tutte le possibili anticipazioni che riesco a raccattare in rete. Ecco cosa ho scoperto, finora.

Alla fine della seconda stagione i membri della banda si erano separati, andando ciascuno per la propria strada, Berlino sembrava irrimediabilmente morto, Monica aspettava il bambino di Arturito, Raquel raggiungeva il Professore nelle Filippine.

Li vediamo nel primo trailer, mentre si stanno godendo il frutto dell’assalto alla zecca, ma la loro vacanza sta per terminare bruscamente.

Scopriamo subito qual è il motivo per cui la banda decide di riunirsi. Mentre Tokyo e Rio si trovano su un’isola tropicale (?), irrompono via mare delle forze armate che catturano il ragazzo. Continua a leggere “Aspettando La casa di carta 3 (contiene spoiler)”

La rivolta di Masaniello

di Marie Morel

 

Correva l’anno 1647, quando Masaniello, un povero pescatore originario di Piazza Mercato, guidava la rivolta popolare di Napoli contro il governo spagnolo.

I napoletani erano esasperati dalle pesanti gabelle imposte dal viceré Rodrigo Ponce de Léon, duca di Arcos, in particolare quella sulla frutta, che all’epoca era l’alimento più consumato dai ceti umili.

Così il 7 luglio 1647 si sollevarono contro gli spagnoli al grido di “Viva ‘o Rre ‘e Spagna, mora ‘o malgoverno” e guidati da Masaniello giunsero fino alla reggia, sbaragliando i soldati spagnoli e i lanzichenecchi.

Il duca di Arcos, che riuscì a scampare miracolosamente all’assalto, promise di abolire le imposte più gravose e fu costretto a concedere la costituzione repubblicana.

All’interno della nuova Repubblica Partenopea, Masaniello andò a ricoprire la carica di Capitano generale del fedelissimo popolo napoletano. La sua esperienza di capopopolo, tuttavia, fu molto breve, durò solo 9 giorni, durante i quali, Masaniello adottò provvedimenti completamente arbitrari. Continua a leggere “La rivolta di Masaniello”

Piccolo galateo del caffè al bar

di Marie Morel
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Immagine di Pixabay

 

Io, da buona napoletana, amo il caffè. Non solo per l’aroma, che da solo basta a tirami su di morale o il gusto, ma per quello che il caffè rappresenta per me. E’ un momento di pausa, di piacere e se lo bevo assieme a qualcuno, di convivialità. Inorridisco, dunque, quando vedo le persone che entrano nei bar con gli occhi e le orecchie attaccati allo smartphone, bofonchiano qualcosa al barista e mandano giù il caffè distrattamente. Allora, ecco, secondo me, le poche semplici regole per una veloce pausa caffè al bar, che sia un piacere che per chi lo gusta e per chi sta a fianco.

  • Quando decidete di concedervi un caffè mettete via il cellulare. Non accadrà nulla, vi assicuro. Nel momento in cui lo riprenderete, scoprirete che tutto è esattamente come prima, che in quei 5 minuti nulla è cambiato e che, con ogni probabilità, il mondo non si è neppure accorto della vostra momentanea assenza.
  • Quando entrate in un bar salutate il personale con il sorriso sulle labbra. E’ lì per lavorare, servirvi e farvi gustare un buon caffè. Il minimo che possiate fare è essere educati e gentili e non vi costa nulla
  • Decidete bene, prima di ordinare. Cambiare idea dopo averlo fatto non è educato
  • Il caffè va girato sempre, anche quando non si zucchera, per esaltarne il gusto e gli aromi. Si mescola solo dal basso verso l’alto, delicatamente, per evitare che la schiuma si smonti, avendo cura di non far tintinnare il cucchiaino contro le pareti della tazzina. Il cucchiaino non va mai messo in bocca, lasciato sul tavolo o nella tazzina vuota, ma sul piattino a destra
  • Bevete portando la tazzina alla bocca e non viceversa e senza emettere alcun suono. Non roteate la tazza, come se steste degustando un calice di vino. Se il caffè è bollente, così come dovrebbe, non soffiateci su, ma aspettate pazientemente qualche secondo
  • La tazzina va tenuta stringendo il manico tra pollice ed indice. Siamo nel 2019 eppure mi sento ancora in dovere di ricordarlo: non si alza il mignolo mentre si beve, mai!
  • Non lasciate in giro la bustina vuota dello zucchero, se ne avete usata una, ma buttatela o lasciatela sul piattino assieme al cucchiaino
  • L’acqua va bevuta sempre prima del caffè, per preparare la bocca ad assaporarlo pienamente. Se dovessero servirvi un cioccolatino, accanto al caffè, potete mangiarlo prima o dopo, a seconda dei gusti
  • Dopo aver gustato il vostro buon caffè al bar, accomiatatevi ringraziando e salutando

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La gabbia dorata, il romanzo di Camilla Lackberg

Di Marie Morel

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La gabbia dorata è l’ultimo romanzo di Camilla Lackberg. Io ho un vero debole per i gialli libri della regina del giallo nordico, per cui appena l’ho visto sugli scaffali in libreria ho dovuto comprarlo e leggerlo tutto d’un fiato.

Mi piacciono per la magica atmosfera dei paesi scandinavi in cui sono ambientati e che io amo.

In quest’ultimo romanzo, tuttavia, la scrittrice indugia poco su paesaggi e descrizioni, perché il ritmo degli eventi è incalzante.

La narrazione si intreccia attorno a tre momenti della vita della protagonista, il presente, il 2001 quando lascia la sua cittadina natale e si trasferisce a Stoccolma e gli anni della sua infanzia.

Fin dall’inizio, la scrittrice rivela che Faye ha dei segreti, un passato oscuro da cui cerca di liberarsi, ma che riaffiora inesorabilmente. Solo alla fine i tre momenti confluiranno in un unico assolo, nel quale tutto sarà finalmente chiarito, tutti i segreti svelati. Continua a leggere “La gabbia dorata, il romanzo di Camilla Lackberg”

Riparare i viventi, il romanzo di Maylis de Kerangal

di Marie Morel

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“Riparare i viventi” è libro durissimo, difficile, affilato come la lama di un coltello, ma emozionante come pochi, indimenticabile.

Con una prosa asciutta, elegante, incalzante, la scrittrice inizia raccontando una storia come tante, tragedie che accadono ogni giorno e che direttamente o indirettamente hanno toccato ciascuno di noi.

Simon è un ragazzo di 19 anni, bello, forte, pieno di vita e di energia, che vive del suo amore per la bella Juliette, dell’affetto della sua famiglia, della sua indomabile passione per il surf.

Una notte, rientrando da una sessione in cui ha sfidato e cavalcato le onde della Manica, Simon, stanchissimo e infreddolito ma felice, resta coinvolto in un incidente d’auto.

La prognosi, purtroppo è nefasta: trauma cranico, coma irreversibile, morte cerebrale. Solo il suo cuore batte ancora, in un corpo che ormai è un guscio vuoto, perché Simon è andato via.

Il difficile compito dell’infermiere Thomas è comunicare ai genitori che il loro bambino non c’è più; far accettare loro, con tutta la delicatezza possibile, che è morto irrimediabilmente, nonostante quel cuore pulsante.

Deve spalancare dinanzi a loro il baratro senza fine della perdita di un figlio.

Allo stesso tempo, però, muovendosi con la leggerezza di un equilibrista, deve sussurrare loro che non si tratta di una morte insensata se può dare una speranza di vita a qualcun altro, attraverso la donazione degli organi.

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L’ultima volte che ti ho vista, il romanzo di Alafair Burke

Alafair Burke, L'ultima volta che tiho vista

L’ultima volta che ti ho vista è il nuovo legal thriller di Alafair Burke, edizioni Piemme, 2018, 396 pagine.

La protagonista è Mckenna Wright, che si è lasciata alle spalle il suo lavoro come procuratore distrettuale, dopo un fatale errore che le è costato la carriera.

Ora fa la giornalista e la sua esistenza scorre piatta, fino al giorno in cui le capita di vedere un video diventato virale: una donna che salva un ragazzo caduto sui binari della metropolitana

. In quella donna Mckenna riconosce la sua amica Susan, scomparsa dieci anni prima senza lasciare tracce e, ormai, data per morta.

La giornalista decide di indagare e scoprire l’identità dell’eroina della metropolitana, ma non sa che si ritroverà coinvolta in una storia molto più complicata di quella che avrebbe mai potuto immaginare e che, sorprendentemente, si riallaccia al suo passato.

Alafair Burke non sbaglia un colpo.

Figlia d’arte ( suo padre è il noto romanziere statunitense James Lee Burke), già vice procuratore in Oregon e insegnante universitaria di diritto, la scrittrice sforna un thriller dietro l’altro.

Questo è il suo terzo libro che ho deciso di leggere, perché avevo apprezzato quelli precedenti e anche questa lettura non mi ha delusa.

Al primo impatto, dai suoi romanzi emerge con chiarezza la sua familiarità con procure, tribunali, forze dell’ordine, avvocati e giudici.

Si muove con dimestichezza nei meandri del diritto, riuscendo ad articolare storie che si intrecciano, si incastrano e si sviluppano, secondo logiche che si svelano pian piano.

La trama non è lineare, ma si ingarbuglia e infittisce via via, con rivelazioni parziali, colpi di scena, veri e propri cliffhangers che tengono il lettore incollato al libro, mentre le quasi quattrocento pagine scorrono veloci.

Con astuzia e maestria Alafair Burke dissemina indizi, suggerisce teorie, sussurra deduzioni che irretiscono il lettore, ne stuzzicano la curiosità, mantengono alta la tensione.

Gli eventi si susseguono a ritmi serrati, i ruoli si ribaltano più e più volte. Chi sono i buoni e i cattivi? Chi le vittime e i carnefici? Di chi ci si può veramente fidare?Fino a che punto conosciamo le persone che ci sono accanto?

Sono questi gli interrogativi con i quali si arriva fino alle ultime pagine del romanzo, dove la verità, finalmente, si dipana con leggerezza, estinguendo l’arsura con cui il lettore arriva all’epilogo, con l’urgenza e il piacere che si prova quando, dopo una lunga corsa, ci si può dissetare d’acqua fresca.

Il finale che, qualcuno ha definito buonista o sottotono,è , invece, secondo me perfettamente coerente con la storia e con le personalità dei personaggi, così ben caratterizzati dalla Burke. Se avete voglia di leggere un bel thriller, intrigante e ben congegnato, che richieda una certa partecipazione intellettiva ed emotiva, per addentrarsi nelle trama e sostenere le scariche adrenaliniche, ve lo consiglio caldamente

Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, la Santa protettrice della maternità

di Marie Morel

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Chiesa e museo di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe

 

Nel cuore di Napoli c’è una chiesetta, che ogni giorno viene visitata perlopiù da donne. Molte cercano un figlio che non arriva, altre aspettano il loro bambino. Tutte si recano con fede a porgere una preghiera a Santa Maria Francesca delle Cinque piaghe, compatrona di Napoli e prima Santa napoletana nella storia della Chiesa.

Mentre i vicoli dei Quartieri Spagnoli pullulano di vitalità, le voci si rincorrono, l’aroma del caffè si spande nell’aria, questo santuario, in cui si respira spiritualità pura, accoglie chi vuole pregare e chiedere una grazia a questa santa, nota per essere la protettrice della maternità.

Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, al secolo Anna Maria Rosa Nicoletta Gallo, nacque a Napoli il 25 marzo 1715 in una famiglia umile. Frequentava la chiesa di Santa Lucia al Monte e appena bambina manifestò già la volontà di farsi suora.

Il padre,che l’aveva destinata in sposa ad un giovane molto ricco, si oppose strenuamente, arrivando a maltrattare e picchiare la figlia perché cambiasse idea, ma nono ci fu verso. A 16 anni la fanciulla si consacrò al Signore nel terzo Ordine Francescano Alcantarino e prese il nome di suor Maria Francesca delle Cinque Piaghe.

Tra i numerosi carismi che ricevette i dono c’era quello della profezia, delle stimmate, ogni venerdì e in quaresima riviveva i dolori della Passione di Cristo. E il dono del miracolo, perché sono centinaia le testimonianze di grazie ricevute per intercessione di Santa Maria Francesca.

Tante donne, a cui la scienza aveva tolto ogni speranza, sono diventate mamme dopo essersi sedute sulla “sedia della fertilità”, una poltroncina su cui la Santa si sedeva a riposare durante i dolori della passione.

Io non credo di essere la persona più adatta a parlare di fede, perché la mia vita è stata, a lungo, una continua altalena tra le affannose rincorse a qualcosa in cui credere e i miseri crolli di quelle che, per me,erano certezze.

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I gatti nei libri, di Marie Morel

di Marie Morel

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I gatti, nell’attraversare secoli di storia, hanno lasciato tracce del loro passaggio in moltissime opere letterarie.

Amatissimi da molti artisti, hanno ispirato e affiancato, mentre creavano, grandi scrittori e poeti, come Dante e Petrarca e, talvolta, sono diventati protagonisti di storie, racconti e favole.

Poesie, favole e fumetti

Da Esopo, fino ai tempi moderni. alcuni personaggi felini sono entrati ormai nell’immaginario collettivo, anche grazie alle trasposizioni cinematografiche, come lo stregatto di Lewis Carroll, il gatto con gli stivali dei fratelli Grimm, quello che si accompagnava alla volpe di Carlo Collodi, Salem, passato dalle matite di Archie Comics al piccolo schermo.

Ma gli scrittori che sono rimasti ammaliati dal fascino felino e hanno dedicato ai gatti almeno qualche verso sono innumerevoli, da Elsa Morante a Hemingway ,Sepulveda, Hoffman, Bulgakov, per citarne alcuni.

I gatti nei libri sono spesso legati ad una simbologia che gli autori attribuiscono loro, come la scaltrezza, la saggezza, il soprannaturale, l’occulto, la malvagità.

Il gatto nero

Ebbi un’esperienza piuttosto traumatica nella mia prima esplorazione del mondo letterario legato ai gatti, perché passai bruscamente dalle favole ai racconti di Edgar Allan Poe.

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Il culto delle anime pezzentelle, di Marie Morel

di Marie Morel

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Cimitero delle Fontanelle

Una storia tutta napoletana che mi ha sempre toccata nel profondo è il culto delle anime pezzentelle. E’una devozione che affonda le sue radici nella tradizione popolare, in cui il sacro incontra il profano e che i napoletani hanno coltivato per secoli, fino a pochi decenni fa.

Le anime pezzentelle, per i napoletani, sono quelle abbandonate, di persone povere, morte da sole e che non hanno nessuno che preghi per loro, affinché possano scontare il periodo di Purgatorio più in fretta e volare così in Paradiso.

Il culto nacque nel 1600, quando a Napoli vi fu l’epidemia di peste che fece oltre trecentomila morti. I corpi vennero seppelliti in parte nella chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco ed ammassati nel cimitero delle Fontanelle. La maggior parte di essi non aveva neppure un nome e ben presto non rimase che un mucchio di teschi e ossa.

Nell’immaginario popolare, le anime di quei defunti si trovavano in Purgatorio per espiare i peccati commessi in vita e,dunque, destinate a soffrire a lungo, perché abbandonate e dimenticate. Esse, però, potevano intercedere per ottenere grazie per coloro che offrivano loro suffragi, per abbreviare la loro pena.

Oggetto di devozione divennero, in particolare i teschi ( detti capuzzelle), che le persone adottavano, per chiedere all’anima grazie e protezione, in cambio di una sepoltura degna e del riposo eterno. Continua a leggere “Il culto delle anime pezzentelle, di Marie Morel”

L’esercizio del distacco, di Mary Barbara Tolusso

di Marie Morel

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Voce narrante del libro “L’esercizio del distacco“della poetessa M.B. Tolusso è la protagonista, che, parlando in prima persona, esordisce raccontando di quando la madre la lascia, poco più che bambina, davanti ad un collegio e va via senza neppure voltarsi indietro.

Sembra essere un vero e proprio abbandono, ma è la quattordicenne a viverlo come tale, il suo primo distacco. In realtà viene mandata a studiare in una scuola esclusiva, riservata ai rampolli di famiglie molto facoltose, affinché vengano istruiti ed addestrati per diventare i nuovi potenti.

Tra lezioni di logica e galateo, i ragazzi vengono sottoposti anche ad una dieta e cure innovative, per garantire loro una salute intaccabile e una vita più lunga della media.

Parte integrante di questo modello educativo è il distacco da passioni,affetti ed emozioni, viste come potenzialmente dannose per questi pochi eletti, il cui futuro sembra già essere stato programmato.

Il collegio è un microcosmo dal quale è impossibile tenere fuori le passioni, perché pur sempre di adolescenti si tratta. Nascono amicizie, come quella che lega la protagonista a David ed Emma, antipatie, rivalità ed amori, ma che i ragazzi sono costretti ad imparare ad addomesticare e disciplinare.

Al momento del diploma, la protagonista si allontana dal collegio lasciando dietro di sé il tempo vissuto lì, grazie all’esercizio del distacco. Eppure quel mondo ovattato, nel quale la ragazza impara a lasciar andare passato e affetti, ma nel quale si concede, talvolta, momenti di abbandono, diventa per lei, negli anni successivi, uno dei ricordi più struggenti.

Scritto bene e scorrevole, è un libro che si legge in poche ore, ma di quel tempo a me non è rimasto nulla, se non un grande vuoto.

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