Aspettando La casa di carta 3 (contiene spoiler)

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Se, proprio come me, state fremendo in attesa del rilascio de La casa di carta 3, il conto alla rovescia è ufficialmente iniziato: 4 settimane esatte, 28 giorni a partire da oggi al 19 luglio!

Questa è la data comunicata da Netflix per l’inizio della terza stagione della prima serie europea ad aver conquistato il mondo intero. E io non faccio eccezione. Devo confessare che questa è una delle mie serie preferite in assoluto e non vedo l’ora che arrivi il mese prossimo!

Nel frattempo sto facendo incetta di tutte le possibili anticipazioni che riesco a raccattare in rete. Ecco cosa ho scoperto, finora.

Alla fine della seconda stagione i membri della banda si erano separati, andando ciascuno per la propria strada, Berlino sembrava irrimediabilmente morto, Monica aspettava il bambino di Arturito, Raquel raggiungeva il Professore nelle Filippine.

Li vediamo nel primo trailer, mentre si stanno godendo il frutto dell’assalto alla zecca, ma la loro vacanza sta per terminare bruscamente.

Scopriamo subito qual è il motivo per cui la banda decide di riunirsi. Mentre Tokyo e Rio si trovano su un’isola tropicale (?), irrompono via mare delle forze armate che catturano il ragazzo. Continua a leggere “Aspettando La casa di carta 3 (contiene spoiler)”

La rivolta di Masaniello

di Marie Morel

 

Correva l’anno 1647, quando Masaniello, un povero pescatore originario di Piazza Mercato, guidava la rivolta popolare di Napoli contro il governo spagnolo.

I napoletani erano esasperati dalle pesanti gabelle imposte dal viceré Rodrigo Ponce de Léon, duca di Arcos, in particolare quella sulla frutta, che all’epoca era l’alimento più consumato dai ceti umili.

Così il 7 luglio 1647 si sollevarono contro gli spagnoli al grido di “Viva ‘o Rre ‘e Spagna, mora ‘o malgoverno” e guidati da Masaniello giunsero fino alla reggia, sbaragliando i soldati spagnoli e i lanzichenecchi.

Il duca di Arcos, che riuscì a scampare miracolosamente all’assalto, promise di abolire le imposte più gravose e fu costretto a concedere la costituzione repubblicana.

All’interno della nuova Repubblica Partenopea, Masaniello andò a ricoprire la carica di Capitano generale del fedelissimo popolo napoletano. La sua esperienza di capopopolo, tuttavia, fu molto breve, durò solo 9 giorni, durante i quali, Masaniello adottò provvedimenti completamente arbitrari. Continua a leggere “La rivolta di Masaniello”

Piccolo galateo del caffè al bar

di Marie Morel
Caffé al Bar
Immagine di Pixabay

 

Io, da buona napoletana, amo il caffè. Non solo per l’aroma, che da solo basta a tirami su di morale o il gusto, ma per quello che il caffè rappresenta per me. E’ un momento di pausa, di piacere e se lo bevo assieme a qualcuno, di convivialità. Inorridisco, dunque, quando vedo le persone che entrano nei bar con gli occhi e le orecchie attaccati allo smartphone, bofonchiano qualcosa al barista e mandano giù il caffè distrattamente. Allora, ecco, secondo me, le poche semplici regole per una veloce pausa caffè al bar, che sia un piacere che per chi lo gusta e per chi sta a fianco.

  • Quando decidete di concedervi un caffè mettete via il cellulare. Non accadrà nulla, vi assicuro. Nel momento in cui lo riprenderete, scoprirete che tutto è esattamente come prima, che in quei 5 minuti nulla è cambiato e che, con ogni probabilità, il mondo non si è neppure accorto della vostra momentanea assenza.
  • Quando entrate in un bar salutate il personale con il sorriso sulle labbra. E’ lì per lavorare, servirvi e farvi gustare un buon caffè. Il minimo che possiate fare è essere educati e gentili e non vi costa nulla
  • Decidete bene, prima di ordinare. Cambiare idea dopo averlo fatto non è educato
  • Il caffè va girato sempre, anche quando non si zucchera, per esaltarne il gusto e gli aromi. Si mescola solo dal basso verso l’alto, delicatamente, per evitare che la schiuma si smonti, avendo cura di non far tintinnare il cucchiaino contro le pareti della tazzina. Il cucchiaino non va mai messo in bocca, lasciato sul tavolo o nella tazzina vuota, ma sul piattino a destra
  • Bevete portando la tazzina alla bocca e non viceversa e senza emettere alcun suono. Non roteate la tazza, come se steste degustando un calice di vino. Se il caffè è bollente, così come dovrebbe, non soffiateci su, ma aspettate pazientemente qualche secondo
  • La tazzina va tenuta stringendo il manico tra pollice ed indice. Siamo nel 2019 eppure mi sento ancora in dovere di ricordarlo: non si alza il mignolo mentre si beve, mai!
  • Non lasciate in giro la bustina vuota dello zucchero, se ne avete usata una, ma buttatela o lasciatela sul piattino assieme al cucchiaino
  • L’acqua va bevuta sempre prima del caffè, per preparare la bocca ad assaporarlo pienamente. Se dovessero servirvi un cioccolatino, accanto al caffè, potete mangiarlo prima o dopo, a seconda dei gusti
  • Dopo aver gustato il vostro buon caffè al bar, accomiatatevi ringraziando e salutando

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La gabbia dorata, il romanzo di Camilla Lackberg

Di Marie Morel

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La gabbia dorata è l’ultimo romanzo di Camilla Lackberg. Io ho un vero debole per i gialli libri della regina del giallo nordico, per cui appena l’ho visto sugli scaffali in libreria ho dovuto comprarlo e leggerlo tutto d’un fiato.

Mi piacciono per la magica atmosfera dei paesi scandinavi in cui sono ambientati e che io amo.

In quest’ultimo romanzo, tuttavia, la scrittrice indugia poco su paesaggi e descrizioni, perché il ritmo degli eventi è incalzante.

La narrazione si intreccia attorno a tre momenti della vita della protagonista, il presente, il 2001 quando lascia la sua cittadina natale e si trasferisce a Stoccolma e gli anni della sua infanzia.

Fin dall’inizio, la scrittrice rivela che Faye ha dei segreti, un passato oscuro da cui cerca di liberarsi, ma che riaffiora inesorabilmente. Solo alla fine i tre momenti confluiranno in un unico assolo, nel quale tutto sarà finalmente chiarito, tutti i segreti svelati. Continua a leggere “La gabbia dorata, il romanzo di Camilla Lackberg”

Riparare i viventi, il romanzo di Maylis de Kerangal

di Marie Morel

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“Riparare i viventi” è libro durissimo, difficile, affilato come la lama di un coltello, ma emozionante come pochi, indimenticabile.

Con una prosa asciutta, elegante, incalzante, la scrittrice inizia raccontando una storia come tante, tragedie che accadono ogni giorno e che direttamente o indirettamente hanno toccato ciascuno di noi.

Simon è un ragazzo di 19 anni, bello, forte, pieno di vita e di energia, che vive del suo amore per la bella Juliette, dell’affetto della sua famiglia, della sua indomabile passione per il surf.

Una notte, rientrando da una sessione in cui ha sfidato e cavalcato le onde della Manica, Simon, stanchissimo e infreddolito ma felice, resta coinvolto in un incidente d’auto.

La prognosi, purtroppo è nefasta: trauma cranico, coma irreversibile, morte cerebrale. Solo il suo cuore batte ancora, in un corpo che ormai è un guscio vuoto, perché Simon è andato via.

Il difficile compito dell’infermiere Thomas è comunicare ai genitori che il loro bambino non c’è più; far accettare loro, con tutta la delicatezza possibile, che è morto irrimediabilmente, nonostante quel cuore pulsante.

Deve spalancare dinanzi a loro il baratro senza fine della perdita di un figlio.

Allo stesso tempo, però, muovendosi con la leggerezza di un equilibrista, deve sussurrare loro che non si tratta di una morte insensata se può dare una speranza di vita a qualcun altro, attraverso la donazione degli organi.

Continua a leggere “Riparare i viventi, il romanzo di Maylis de Kerangal”

L’ultima volte che ti ho vista, il romanzo di Alafair Burke

Alafair Burke, L'ultima volta che tiho vista

L’ultima volta che ti ho vista è il nuovo legal thriller di Alafair Burke, edizioni Piemme, 2018, 396 pagine.

La protagonista è Mckenna Wright, che si è lasciata alle spalle il suo lavoro come procuratore distrettuale, dopo un fatale errore che le è costato la carriera.

Ora fa la giornalista e la sua esistenza scorre piatta, fino al giorno in cui le capita di vedere un video diventato virale: una donna che salva un ragazzo caduto sui binari della metropolitana

. In quella donna Mckenna riconosce la sua amica Susan, scomparsa dieci anni prima senza lasciare tracce e, ormai, data per morta.

La giornalista decide di indagare e scoprire l’identità dell’eroina della metropolitana, ma non sa che si ritroverà coinvolta in una storia molto più complicata di quella che avrebbe mai potuto immaginare e che, sorprendentemente, si riallaccia al suo passato.

Alafair Burke non sbaglia un colpo.

Figlia d’arte ( suo padre è il noto romanziere statunitense James Lee Burke), già vice procuratore in Oregon e insegnante universitaria di diritto, la scrittrice sforna un thriller dietro l’altro.

Questo è il suo terzo libro che ho deciso di leggere, perché avevo apprezzato quelli precedenti e anche questa lettura non mi ha delusa.

Al primo impatto, dai suoi romanzi emerge con chiarezza la sua familiarità con procure, tribunali, forze dell’ordine, avvocati e giudici.

Si muove con dimestichezza nei meandri del diritto, riuscendo ad articolare storie che si intrecciano, si incastrano e si sviluppano, secondo logiche che si svelano pian piano.

La trama non è lineare, ma si ingarbuglia e infittisce via via, con rivelazioni parziali, colpi di scena, veri e propri cliffhangers che tengono il lettore incollato al libro, mentre le quasi quattrocento pagine scorrono veloci.

Con astuzia e maestria Alafair Burke dissemina indizi, suggerisce teorie, sussurra deduzioni che irretiscono il lettore, ne stuzzicano la curiosità, mantengono alta la tensione.

Gli eventi si susseguono a ritmi serrati, i ruoli si ribaltano più e più volte. Chi sono i buoni e i cattivi? Chi le vittime e i carnefici? Di chi ci si può veramente fidare?Fino a che punto conosciamo le persone che ci sono accanto?

Sono questi gli interrogativi con i quali si arriva fino alle ultime pagine del romanzo, dove la verità, finalmente, si dipana con leggerezza, estinguendo l’arsura con cui il lettore arriva all’epilogo, con l’urgenza e il piacere che si prova quando, dopo una lunga corsa, ci si può dissetare d’acqua fresca.

Il finale che, qualcuno ha definito buonista o sottotono,è , invece, secondo me perfettamente coerente con la storia e con le personalità dei personaggi, così ben caratterizzati dalla Burke. Se avete voglia di leggere un bel thriller, intrigante e ben congegnato, che richieda una certa partecipazione intellettiva ed emotiva, per addentrarsi nelle trama e sostenere le scariche adrenaliniche, ve lo consiglio caldamente

Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, la Santa protettrice della maternità

di Marie Morel

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Chiesa e museo di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe

 

Nel cuore di Napoli c’è una chiesetta, che ogni giorno viene visitata perlopiù da donne. Molte cercano un figlio che non arriva, altre aspettano il loro bambino. Tutte si recano con fede a porgere una preghiera a Santa Maria Francesca delle Cinque piaghe, compatrona di Napoli e prima Santa napoletana nella storia della Chiesa.

Mentre i vicoli dei Quartieri Spagnoli pullulano di vitalità, le voci si rincorrono, l’aroma del caffè si spande nell’aria, questo santuario, in cui si respira spiritualità pura, accoglie chi vuole pregare e chiedere una grazia a questa santa, nota per essere la protettrice della maternità.

Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, al secolo Anna Maria Rosa Nicoletta Gallo, nacque a Napoli il 25 marzo 1715 in una famiglia umile. Frequentava la chiesa di Santa Lucia al Monte e appena bambina manifestò già la volontà di farsi suora.

Il padre,che l’aveva destinata in sposa ad un giovane molto ricco, si oppose strenuamente, arrivando a maltrattare e picchiare la figlia perché cambiasse idea, ma nono ci fu verso. A 16 anni la fanciulla si consacrò al Signore nel terzo Ordine Francescano Alcantarino e prese il nome di suor Maria Francesca delle Cinque Piaghe.

Tra i numerosi carismi che ricevette i dono c’era quello della profezia, delle stimmate, ogni venerdì e in quaresima riviveva i dolori della Passione di Cristo. E il dono del miracolo, perché sono centinaia le testimonianze di grazie ricevute per intercessione di Santa Maria Francesca.

Tante donne, a cui la scienza aveva tolto ogni speranza, sono diventate mamme dopo essersi sedute sulla “sedia della fertilità”, una poltroncina su cui la Santa si sedeva a riposare durante i dolori della passione.

Io non credo di essere la persona più adatta a parlare di fede, perché la mia vita è stata, a lungo, una continua altalena tra le affannose rincorse a qualcosa in cui credere e i miseri crolli di quelle che, per me,erano certezze.

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I gatti nei libri, di Marie Morel

di Marie Morel

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I gatti, nell’attraversare secoli di storia, hanno lasciato tracce del loro passaggio in moltissime opere letterarie.

Amatissimi da molti artisti, hanno ispirato e affiancato, mentre creavano, grandi scrittori e poeti, come Dante e Petrarca e, talvolta, sono diventati protagonisti di storie, racconti e favole.

Poesie, favole e fumetti

Da Esopo, fino ai tempi moderni. alcuni personaggi felini sono entrati ormai nell’immaginario collettivo, anche grazie alle trasposizioni cinematografiche, come lo stregatto di Lewis Carroll, il gatto con gli stivali dei fratelli Grimm, quello che si accompagnava alla volpe di Carlo Collodi, Salem, passato dalle matite di Archie Comics al piccolo schermo.

Ma gli scrittori che sono rimasti ammaliati dal fascino felino e hanno dedicato ai gatti almeno qualche verso sono innumerevoli, da Elsa Morante a Hemingway ,Sepulveda, Hoffman, Bulgakov, per citarne alcuni.

I gatti nei libri sono spesso legati ad una simbologia che gli autori attribuiscono loro, come la scaltrezza, la saggezza, il soprannaturale, l’occulto, la malvagità.

Il gatto nero

Ebbi un’esperienza piuttosto traumatica nella mia prima esplorazione del mondo letterario legato ai gatti, perché passai bruscamente dalle favole ai racconti di Edgar Allan Poe.

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Il culto delle anime pezzentelle, di Marie Morel

di Marie Morel

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Cimitero delle Fontanelle

Una storia tutta napoletana che mi ha sempre toccata nel profondo è il culto delle anime pezzentelle. E’una devozione che affonda le sue radici nella tradizione popolare, in cui il sacro incontra il profano e che i napoletani hanno coltivato per secoli, fino a pochi decenni fa.

Le anime pezzentelle, per i napoletani, sono quelle abbandonate, di persone povere, morte da sole e che non hanno nessuno che preghi per loro, affinché possano scontare il periodo di Purgatorio più in fretta e volare così in Paradiso.

Il culto nacque nel 1600, quando a Napoli vi fu l’epidemia di peste che fece oltre trecentomila morti. I corpi vennero seppelliti in parte nella chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco ed ammassati nel cimitero delle Fontanelle. La maggior parte di essi non aveva neppure un nome e ben presto non rimase che un mucchio di teschi e ossa.

Nell’immaginario popolare, le anime di quei defunti si trovavano in Purgatorio per espiare i peccati commessi in vita e,dunque, destinate a soffrire a lungo, perché abbandonate e dimenticate. Esse, però, potevano intercedere per ottenere grazie per coloro che offrivano loro suffragi, per abbreviare la loro pena.

Oggetto di devozione divennero, in particolare i teschi ( detti capuzzelle), che le persone adottavano, per chiedere all’anima grazie e protezione, in cambio di una sepoltura degna e del riposo eterno. Continua a leggere “Il culto delle anime pezzentelle, di Marie Morel”

L’esercizio del distacco, di Mary Barbara Tolusso

di Marie Morel

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Voce narrante del libro “L’esercizio del distacco“della poetessa M.B. Tolusso è la protagonista, che, parlando in prima persona, esordisce raccontando di quando la madre la lascia, poco più che bambina, davanti ad un collegio e va via senza neppure voltarsi indietro.

Sembra essere un vero e proprio abbandono, ma è la quattordicenne a viverlo come tale, il suo primo distacco. In realtà viene mandata a studiare in una scuola esclusiva, riservata ai rampolli di famiglie molto facoltose, affinché vengano istruiti ed addestrati per diventare i nuovi potenti.

Tra lezioni di logica e galateo, i ragazzi vengono sottoposti anche ad una dieta e cure innovative, per garantire loro una salute intaccabile e una vita più lunga della media.

Parte integrante di questo modello educativo è il distacco da passioni,affetti ed emozioni, viste come potenzialmente dannose per questi pochi eletti, il cui futuro sembra già essere stato programmato.

Il collegio è un microcosmo dal quale è impossibile tenere fuori le passioni, perché pur sempre di adolescenti si tratta. Nascono amicizie, come quella che lega la protagonista a David ed Emma, antipatie, rivalità ed amori, ma che i ragazzi sono costretti ad imparare ad addomesticare e disciplinare.

Al momento del diploma, la protagonista si allontana dal collegio lasciando dietro di sé il tempo vissuto lì, grazie all’esercizio del distacco. Eppure quel mondo ovattato, nel quale la ragazza impara a lasciar andare passato e affetti, ma nel quale si concede, talvolta, momenti di abbandono, diventa per lei, negli anni successivi, uno dei ricordi più struggenti.

Scritto bene e scorrevole, è un libro che si legge in poche ore, ma di quel tempo a me non è rimasto nulla, se non un grande vuoto.

Continua su Storie di vita e amore

 

Bon ton sui social, 9 semplici regole

di Marie Morel

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Nel mio articolo precedente ho parlato di come per me il bon ton non si riduca ad un semplice elenco di regole da rispettare, per evitare di fare brutta figura. Si tratta, soprattutto, di avere un comportamento educato, gentile, rispettoso nei confronti degli altri, far sentire le persone accolte, metterle a loro agio. Un bon ton, dunque, che più che all’apparenza, guarda all’essere.

Navigando sui social, Facebook in particolare, non posso fare a meno di notare quanto la maleducazione e la scorrettezza siano dilaganti. Il fatto che vi sia un computer a fare da filtro, probabilmente, fa sentire le persone autorizzate a dare il peggio di sé. Per non parlare di chi si fa scudo dell’anonimato, dietro profili fake.

Tutti, invece, dovremmo ricordare che, pur essendo Facebook un luogo virtuale, le persone che sono dall’altra parte dello schermo sono reali e hanno sentimenti che vanno rispettati, sempre e comunque.

Ecco, allora, 9 semplici regole di bon ton sui social che dovremmo seguire:

1 #Rispetto

Ognuno è libero di esprimere le proprie idee, anche se sono diverse dalle vostre. Se non siete d’accordo, potete manifestare la vostra opinione, ma sempre con educazione e rispetto, senza offendere, insultare, mortificare gli altri.

2 #Gentilezza

Va a braccetto con il rispetto. Uno dei miei motti è : “C’è modo e modo di dire le cose”. Si può dire qualunque cosa, anche la più spiacevole, usando la gentilezza e cercando di non ferire i sentimenti altrui.

3 #Non dite nulla che non direste se aveste quella persona di fronte

Prima di scrivere qualcosa, dovremmo chiederci: “Se questa persona fosse di fronte a me e la guardassi negli occhi, avrei il coraggio di dire queste parole?”. Se la risposta è no, evitate. Questa regola vale nel bene e nel male, ossia per insulti, derisioni, commenti spiacevoli, ma anche per avance audaci, complimenti troppo spinti.

4 #Non siete obbligati a commentare

L’alibi più grande,dietro cui si nasconde chi usa i commenti di Facebook per vomitare tutte le sue frustrazioni e la rabbia repressa, è: “Se l’hanno postato, devono aspettarsi i commenti, anche di chi non è d’accordo”. Verissimo, siete liberissimi di commentare, ma senza dimenticare i punti 1 e 2, rispetto, educazione e gentilezza. Se non ne siete capaci, astenetevi, la vostra opinione non farà la differenza.

5 #No è no

Questa semplice regola, come nella vita reale, è sempre valida, anche su Facebook. Non importunate con commenti fuori luogo o messaggi in privato qualcuno che non li gradisce.

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“CHIAMAMI CON IL TUO NOME”, UN FILM ITALIANO DA OSCAR, di Marie Morel

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di MARIE MOREL

Un nostalgico tuffo nel passato, nelle lunghe e torride estati italiane degli anni 80, in cui il tempo sembrava sospeso tra divertimenti semplici e ozio. Questo è il sapore di “Chiamami con il tuo nome”, il film di Luca Guadagnino, candidato a 4 premi Oscar e che ha portato a casa la statuetta per la migliore scenografia non originale. La storia d’amore tra Elio (Timothée Chalament) ed Oliver (Armie Hammer), ispirata al libro di Andrè Aciman, ha come sfondo la splendida villa Albergoni, le città di Crema e Bergamo, il paesaggio incantato e senza tempo della campagna lodigiana, del lago di Garda, delle cascate del Serio.
Al di là di ogni critica che si possa muovere al film (e ve ne sono), una sola cosa è certa: l’atmosfera idilliaca e un po’decadente è suggestiva, le rievocazioni del periodo e le ambientazioni ricreate a regola d’arte colpiscono lo spettatore diritto al cuore, risvegliando memorie assopite di quando “vacanza” significava leggere un libro sulla sponda di un fiume all’ombra di un albero, lunghe passeggiate in bicicletta nell’opulenza della campagna italiana gravida dei suoi frutti, nuotate e partite a pallavolo o a carte con gli amici, musica rubata ad un’autoradio per strada, appisolarsi su una sdraio cullati solo dallo stormire delle foglie.
Continua a leggere ““CHIAMAMI CON IL TUO NOME”, UN FILM ITALIANO DA OSCAR, di Marie Morel”

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