75 anni fa il massacro delle Fosse Ardeatine, di Lia Tommi

Ogni anno il 24 marzo a Roma si commemorano le 335 vittime del massacro delle Fosse Ardeatine avvenuto il 24 marzo 1944 per mano dei militari tedeschi. Si tratta di un anniversario importante, di un modo per rendere omaggio ad ebrei, antifascisti, militari, religiosi e a tutti quegli uomini e quelle donne che sono caduti a causa della feroce rappresaglia nazifascista seguita all’attentato di via Rasella, nel pieno della Seconda guerra mondiale.

L’attentato di via Rasella del 23 marzo ’44 è considerato come un atto di Resistenza estrema da parte della città di Roma, occupata dai tedeschi dall’8 settembre del 1943, giorno dell’armistizio di Cassibile. Il giorno dell’attentato dodici partigiani membri dei GAP romani fecero esplodere una bomba in via Rasella, occultandola in un carretto per l’immondizia.

A seguito dell’attentato, Hitler avrebbe chiesto una rappresaglia “in grado di far tremare il mondo”, per la quale avrebbe proposto di uccidere dai trenta ai cinquanta italiani per ogni tedesco ucciso. Di questo ordine, però, non esistono tracce documentali: la decisione di far fucilare dieci italiani per ogni tedesco ucciso arrivò in effetti dal Feldmaresciallo Albert Kesselring.

I rastrellamenti partirono già nel tardo pomeriggio e proseguirono nel corso della nottata: vennero portati via prigionieri già arrestati e su cui pendeva una probabile sentenza di morte, detenuti del Regina Coeli e di via Tasso, ebrei e civili deportati anche grazie alla collaborazione della polizia fascista. Ogni volta che dall’ospedale arrivava la notizia della morte di un soldato tedesco, alla lista dei condannati si aggiungevano dieci nomi in più.

335 persone vennero così fucilate, in ginocchio, a gruppi di cinque. Man mano che l’eccidio procedeva uomini e donne furono costretti ad inginocchiarsi sui cadaveri di coloro che avevano già perso la vita. Alla fine l’ingresso della cava venne fatto saltare. Le fosse Ardeatine rimasero un segreto fino al mese di giugno del 1944 e a lungo le famiglie delle vittime dovettero accontentarsi di un semplice certificato di morte che nulla diceva loro sulla fine dei loro cari.