Una pioniera del teatro contemporaneo: Giacinta Pezzana, di Donatella Pezzino

 

Giacinta Pezzana nacque a Torino il 28 gennaio 1841.

Attrice teatrale e cinematografica, fu attiva fra l’Unità Italiana e la prima guerra mondiale: di questo periodo, la sua figura incarnò pienamente la sensibilità e gli ideali, esprimendoli attraverso una recitazione innovativa e  anticonformista. Fu una vera pioniera: e, non di rado, le sue coraggiose sperimentazioni suscitarono scalpore, urtando la società perbenista dell’epoca e fruttandole appellativi come attrice garibaldina, petroliera (ovvero incendiaria), grande vagabonda. Trasformista, ardita, sanguigna, la Pezzana provocava sulla scena le reazioni più disparate, dall’ammirazione senza riserve alle critiche feroci. Insomma, le sue esibizioni non passavano mai inosservate.

La sua vocazione artistica si manifestò precocemente, e la portò ad iscriversi, appena sedicenne, all’Accademia Filodrammatica di Torino, dalla quale però un anno dopo fu respinta perché – così la valutò, fin troppo sbrigativamente, l’avvocato Giuseppe Garberoglio – ritenuta del tutto priva di attitudini. Come in tante altre occasioni, Giacinta diede prova di grande determinazione continuando i suoi studi nella scuola di Carolina Gabusi Malfatti, che la introdusse in alcuni circoli di fede mazziniana; accanto a lei, Giacinta conobbe patriote di grande valore, come Giuditta Sidoli (la cospiratrice compagna di Mazzini), Laura Mantegazza e Giulia Calame.

Dal 1859, l’apprendistato di Giacinta proseguì direttamente “sul campo” nella Prina-Boldrini, sua compagnia d’esordio; passò poi alla compagnia dialettale piemontese di Giuseppe Toselli (già allievo dell’intellettuale-attore Gustavo Modena), con la quale riscosse i primi successi. Qualche anno dopo (1862) era già prima attrice nella compagnia Dondini, accanto ad Ernesto Rossi. All’epoca, aveva ancora un repertorio di tipo tradizionale, incentrato prevalentemente su Shakespeare, Goldoni e la drammaturgia romantica. Continua a leggere “Una pioniera del teatro contemporaneo: Giacinta Pezzana, di Donatella Pezzino”

Lawrence Ferlinghetti, 100 anni fra beat, libri e poesia, di Donatella Pezzino

(AP Photo)

Newyorkese di nascita, bresciano d’origine, artista poliedrico e rivoluzionario. Ha appena compiuto 100 anni Lawrence Ferlinghetti, uno dei padri della Beat Generation e grande protagonista della San Francisco Renaissance.

Nel suo interesse per la poesia, il teatro, la musica, la pittura e la scoperta di talenti, Ferlinghetti è sempre stato guidato da un concetto di base: l’arte come ampio respiro,  rottura degli schemi, “urlo” in grado di trovare (o creare) frattura e difformità all’interno dell’ordine e della continuità. L’arte di Ferlinghetti, in altre parole, accoglie intimamente la complessità e gli opposti, in una visione gioiosa che pacifica l’uomo con la vita e con le sue contraddizioni; allo stesso tempo, è libertà totale, di pensiero e di espressione.

Oltre che al poema-scandalo “Urlo” (1956) firmato da Allen Ginsberg e divenuto manifesto della Beat Generation, il nome di Ferlinghetti viene spesso collegato al suo più celebre progetto: la City Lights Books. Nata a San Francisco nel 1953 come libreria, questa realtà è stata anche la casa editrice con la quale il poeta si è fatto promotore e divulgatore di tutti i più importanti nomi della Beat Generation, da Kerouac a Ginsberg.

Autore di una delle raccolte poetiche di maggior successo del Novecento ( A Coney Island of the Mind , 1958), Ferlinghetti annulla i confini tra parola e immagine, creando un singolare poesia “pittorica” dalla eccezionale potenza espressiva. I suoi versi sono irriverenti, psichedelici, ma soprattutto visivi, sensoriali:  e, come il senso, sono costantemente aperti al cambiamento, pronti a plasmarsi sulla realtà lasciandosi allo stesso tempo plasmare da essa, in una reciprocità che illumina l’anima e la libera.

“Ho sognato | che mi erano caduti tutti i denti | ma la mia lingua sopravviveva | per raccontare la storia. Perché io sono un distillatore | di poesia. | Sono una banca del canto. | Sono una pianola | in un casinò abbandonato | sulla riva del mare | in una densa nebbia | che sta suonando ancora.”

Donatella Pezzino

(Foto da: https://longreads.com/2019/03/22/lawrence-ferlinghetti-at-100)

Dimore Liberty di Sicilia: Villa d’Ayala-Excelsior, di Donatella Pezzino

E’ sempre triste quando una casa viene demolita. A cadere sotto i colpi delle ruspe non sono solo pietre senz’anima: viene spontaneo pensare a quante storie, a quanti momenti e a quanti sogni stanno scomparendo per sempre in quella devastazione. Se poi la casa in questione ha un particolare valore storico-artistico o, più semplicemente, è troppo bella, la tristezza si trasforma in un vuoto incolmabile, destinato a perpetuarsi nella memoria delle generazioni future. E’ il caso di Villa d’Ayala (poi Villa Excelsior), uno dei più splendidi tesori della Catania liberty.

Il progetto fu commissionato al rinomato architetto Paolo Lanzerotti dai facoltosi conti d’Ayala, decisi a realizzare una dimora principesca in un luogo non eccessivamente lontano dal centro cittadino ma che fosse al tempo stesso tranquillo e poco trafficato. Fu scelto un sito in zona Oliveto Scammacca, oltre la piazza d’Armi, sul quadrante sud-ovest dell’incrocio tra gli attuali Viale Libertà e Corso italia.

Nella costruzione, il conte – raffinato amante dell’arte e incantato dalle nuove tendenze del Liberty e dell’Art Decò –  profuse risorse praticamente illimitate: all’opera architettonica del Lanzerotti, infatti, si affiancò quella di decoratori, stuccatori e arredatori talentuosi e alla moda chiamati appositamente dalla Francia. Il risultato corrispose pienamente alle aspettative: così il quotidiano “La Sicilia” del 13 giugno 1914 commentava l’inaugurazione della villa:

Tutto arcanamente si armonizza in questa dimora di fate: dal vestibolo , in legno noce, da dove d’intravede l’ampio scalone che conduce al piano superiore, al grandioso salone, o hall, d’una magnificenza sovrana, che riceve un’illuminazione radiosa e fantastica da una miriade di lampade elettriche la cui disposizione è da sé sola un lavoro d’arte. Questo immenso salone è tutto bianco, a stucco, dalla indovinata altissima tettoia a superbi cristalli istoriati, stile veneziano, vezzosamente adorno di mobili rossi di pura fantasia moderna. Larghe colonne sorreggono una passerelle o galleria tutt’intorno al salone: galleria adibita per l’orchestrina nei grandi balli o nei sontuosi ricevimenti mondani. E in questo hall ogni cosa è vezzosamente disposta: mobili rossi sui moire e velluto verde, adattati ovunque fra vasellami d’argento e porcellane pregevoli tra statue e ninnoli leggiadri, tra cespi fragranti, tra piante ornamentali, tra palme e palmizi che vengono fuori da immensi, meravigliosi cache-pots, tra il pianoforte di mogano rosso, anch’esso armonizzante al mobilio modernissimo. Continua a leggere “Dimore Liberty di Sicilia: Villa d’Ayala-Excelsior, di Donatella Pezzino”

Francavilla di Sicilia: archeologi svedesi alla scoperta di un’antica città, di Donatella Pezzino

Prosegue la campagna di scavo che vede protagonista Francavilla di Sicilia, sito ubicato nella fertile Valle dell’ Alcantara, sul pendio settentrionale dell’Etna a circa 20 km dalla più antica colonia greca, Naxos. Il 16 ottobre scorso, l’equipe del Dr. Kristian Göransson si è nuovamente recata sul posto per una nuova fase del progetto, nato nel 2015 dalla collaborazione fra l’Istituto Svedese di Studi Classici a Roma, il Parco Archeologico di Naxos e il Comune di Francavilla. In questa impresa Göransson, direttore dell’Istituto, si avvale del prezioso supporto degli archeologi svedesi Dott. Henrik Boman e Dott.ssa Monica Nilsson, di alcuni studenti e di alcuni esperti della British School at Rome.

Risalgono al 1979 i primissimi scavi archeologici effettuati a Francavilla quando, all’interno di un santuario arcaico dedicato a Demetra e Persefone, furono portate alla luce alcune terracotte (pinakes) di tipo locrese. Fra gli anni Ottanta e i primi anni del 2000, l’attività di scavo ha interessato l’area in modo saltuario, e per lo più durante la costruzione di edifici o strade; solo a partire dal 2003, in seguito all’espropriazione del terreno privato su cui si trova il sito, l’Assessorato Regionale dei Beni Culturali ha cominciato ad effettuare ricerche più organizzate e sistematiche. Si è giunti quindi al 2015, anno in cui l’Istituto Svedese di Studi Classici di Roma ha ottenuto l’autorizzazione ad uno scavo quadriennale. Continua a leggere “Francavilla di Sicilia: archeologi svedesi alla scoperta di un’antica città, di Donatella Pezzino”

Libri: “E mi domando la specie dei sogni” di Giovanni Perri, recensione di Donatella Pezzino

Ogni poesia è un’occasione di sogno e di bellezza. E la bellezza è un lavoro paziente di scavo. Io sogno di essere archeologo e scultore: levigo negli affanni e a volte mi trovo a scoprire che la vita è un’invenzione stramba dei poeti che tutto sanno fare fuorché vivere.  (Giovanni Perri)

Sono davvero pochi gli autori che sanno autodefinirsi, e ancora meno quelli in grado di farlo senza scadere nell’autocelebrazione o nella più trita retorica. Giovanni Perri può essere considerato a tutti gli effetti uno di quei pochi: e la sua prima silloge, lungi dal riassumere semplicemente la sua poetica, riflette un percorso interiore dove la realtà onirica appare non tanto come un modo per sfuggire il male, la sofferenza e il vuoto, quanto come la risposta al bisogno di trascendere e superare quelle tristezze per trasformarle in sogno.

Non a caso il titolo “E mi domando la specie dei sogni” pone immediatamente all’attenzione del lettore ciò che costituisce la cifra di tutta l’opera: quali siano la natura e l’essenza di questa materia fantastica che il sentimento umano plasma e dalla quale, inevitabilmente, viene plasmato, in una sorta di anello di Moebius che riduce il dualismo “vita reale -sogno” a pura illusione. Continua a leggere “Libri: “E mi domando la specie dei sogni” di Giovanni Perri, recensione di Donatella Pezzino”

Elvira Mancuso, femminista ante litteram, di Donatella Pezzino

Elvira Mancuso nacque a Pietraperzia, in provincia di Enna (o, secondo alcune fonti, a Caltanissetta) nel 1867.

Scrittrice dimenticata per molti anni, è stata poi rivalutata da Italo Calvino e Leonardo Sciascia, che ne hanno riscoperta l’ opera più significativa, Annuzza la maestrina (1906), romanzo di impronta autobiografica fortemente ispirato al verismo di Verga e di Capuana.

Figlia di un avvocato penalista, fu incoraggiata fin da bambina a coltivare la sua attitudine allo studio; tuttavia, le convenienze sociali ponevano forti limiti anche all’ambiente altoborghese in cui viveva, ed Elvira dovette affrontare l’opposizione dell’intera famiglia di fronte alla sua decisione di iscriversi all’università. Nonostante le resistenze familiari, si laureò a Palermo, dedicandosi poi all’insegnamento nelle scuole elementari, attività che esercitò fino al 1935.

Estremamente sensibile alla delicata condizione femminile nell’Italia del suo tempo, la Mancuso ebbe a cuore i temi dell’emancipazione e della parità dei sessi, tanto da poter essere considerata una precorritrice del movimento femminista. A preoccuparla era soprattutto il ruolo dell’istruzione, ritenuta dalla società dell’epoca sconveniente e addirittura immorale per le donne, e che poteva invece costituire l’unico mezzo di affrancamento dalla subalternità sociale e culturale. Queste considerazioni portarono spesso la sua attività letteraria su posizioni di denuncia sociale, espresse attraverso una scrittura di forte stampo verista. Continua a leggere “Elvira Mancuso, femminista ante litteram, di Donatella Pezzino”

Fotografia: la donna negli “sguardi” di Beatrice Orsini, di Donatella Pezzino

Una, nessuna e centomila. Questa è la donna che Beatrice Orsini ha voluto cogliere nella sua rassegna “Metamorfosi: sguardi di donna” inaugurata lo scorso sabato 9 marzo a Domodossola nello Studio Quadra di Via Marconi con la presentazione del pittore Sebastiano Parasiliti.

Nei 15 autoscatti in mostra prende forma un’immagine di donna che prescinde da qualsiasi situazione contingente per rivelare il femminino nella sua scabra nudità. Con un uso sapiente del bianco e nero e del contrasto, l’artista di Varese gratta l’etichetta di superficie con la quale ogni contesto sociale ci vuole ben riconoscibili (moglie, madre, figlia, donna in carriera, ecc.) evidenziando il corpo sottile e dai contorni imprecisi nel quale ogni donna può riconoscere le sue fragilità, le sue disillusioni, le sue costrizioni entro uno spazio-tempo che spesso isola e opprime.

L’effetto chiaroscurale, ottenuto con un sorprendente gioco di ombre e punti luce, sottolinea la marginalità del corpo rispetto allo sfondo; altrove è un velo, uno specchio o un paio di scarpe in primo piano a marcare questa distanza abissale dall’ambiente circostante. Che si tratti di una stanza chiusa o di un esterno, lo spazio accentua la condizione di estraneità propria dell’anima alla perenne ricerca di un sé che le piccole disarmonie di ogni giorno contribuiscono a smarrire.

Distanze e solitudini che, però, non implicano un semplice distacco dalle cose: tra il soggetto e gli oggetti circostanti si instaura un rapporto di scambio e di trasformazione (“metamorfosi”, appunto), processo nel quale l’annullamento apre a nuove forme di rinascita. Il surrealismo, che a tratti sfiora la dimensione onirica, non limita la concretezza delle situazioni e dei ritratti: al contrario, ne rafforza la capacità evocativa, forgiando un linguaggio espressivo nuovo e del tutto personale.

L’esposizione, che resterà visitabile per i prossimi due mesi, incarna l’essenza di un percorso artistico nel quale la fotografia si propone quale prosecuzione e al tempo stesso trasposizione in immagini della scrittura. Una preziosa occasione per conoscere uno dei migliori talenti emergenti di questi ultimi anni, forte di un’eccezionale creatività unita a rare doti di sensibilità ed eleganza.

Donatella Pezzino

Le pietre raccontano: l’antica città di Centuripe, di Donatella Pezzino

Sito a 65 km da Enna, l’abitato di Centuripe è arroccato su una formazione montuosa, a 733 metri sul livello del mare: dalla sua particolare posizione è possibile scorgere il versante occidentale dell’Etna, la valle del Simeto e parte della Piana di Catania. Di origine antichissima, la città è sorta su un nucleo preistorico, formatosi con molta probabilità durante il Paleolitico; le prime tracce certe di insediamenti umani, però, risalgono al Neolitico, e sono state rinvenute in terreni fertili prossimi al corso del Simeto e del Dittaino, vie di comunicazione oltre che fonti di approvvigionamento idrico. Fra i documenti più notevoli databili a quest’epoca, le pitture rupestri ritrovate in contrada Picone, 400 metri a ovest del Simeto.

Nell’età del ferro, forse per motivi difensivi, gli indigeni della zona tendono ad allontanarsi dal corso dei fiumi e a stabilirsi sule alture, dove si crea una rete di villaggi. Su questa situazione si innesta nel VIII secolo a.C. la colonizzazione greca, che trasforma il posto da comunità di villaggio prevalentemente agricola a vero e proprio centro urbano. L’arrivo dei coloni greci, infatti, porta ad un forte aumento del valore degli scambi e al conseguente rafforzamento delle élites indigene.

Tra Siculi e Greci si sviluppa un peculiare progresso di integrazione che dà vita ad una cultura unica nel suo genere. L’ellenizzazione degli indigeni di Centuripe coinvolge progressivamente ogni settore, dal modo di vivere al gusto artistico. Massima espressione di quest’ultimo sono le ceramiche, che alimentano una produzione fiorente con forme e cromatismi molto particolari. Continua a leggere “Le pietre raccontano: l’antica città di Centuripe, di Donatella Pezzino”

Il capolavoro incompiuto, la chiesa di San Nicolò l’Arena a Catania, di Donatella Pezzino

La chiesa di San Nicolò l’Arena è una delle basiliche monumentali più grandi della Sicilia. Sita in piazza Dante a Catania, nel cuore del centro storico cittadino, fu eretta nel corso del Settecento dai ricchi padri benedettini dell’omonimo convento, considerato ancora oggi il secondo complesso monastico più grande d’Europa.

I lavori per la costruzione dell’edificio cominciarono alcuni decenni dopo il terremoto del 1693 sullo stesso sito della preesistente chiesa cinquecentesca, prima danneggiata dalla colata lavica del 1669 e poi completamente distrutta dal sisma. Per la riedificazione di chiesa e monastero, i padri benedettini non badarono a spese: dotato di enormi ricchezze e popolato da membri di illustri casate nobiliari, il monastero di San Nicolò la Rena potè avvalersi dell’opera di artisti e architetti di pregio, come Antonio Amato, Stefano Ittar e Francesco Battaglia.

Sulla facciata colpiscono soprattutto le proporzioni gigantesche delle otto colonne che affiancano i portali. Per questa parte dell’edificio, il progetto venne cambiato per ben cinque volte prima della sospensione dei lavori, avvenuta nel 1797 a causa di un contenzioso fra i monaci e il fornitore dei laterizi. Nel 1866, a seguito della legge di soppressione delle comunità religiose, lo Stato Italiano confiscò l’intero complesso e la facciata della chiesa rimase incompiuta.

Durante la seconda guerra mondiale la chiesa venne sconsacrata e subì ingenti danni a causa dei bombardamenti. Riconsacrata e restituita ai padri benedettini a partire dal 1989, è stata oggetto di diverse opere di ristrutturazione ed è attualmente visitabile. Continua a leggere “Il capolavoro incompiuto, la chiesa di San Nicolò l’Arena a Catania, di Donatella Pezzino”

Ricordando Dora, stella italiana del jazz, di Donatella Pezzino

 

La storia di Dora Musumeci, catanese, classe 1934, è essenzialmente una storia d’amore. Amore per la musica, per il pianoforte, ma soprattutto per il jazz, al quale consacrò tutta la sua vita. Dotata di un talento che si manifestò fin dalla più tenera età, Giulia Isidora Musumeci (questo il suo nome completo) fu una delle primissime pianiste jazz italiane, ed ebbe il merito di portare in giro per il mondo una particolare sinergia nella quale una sensibilità tutta femminile si fondeva ad un gusto raffinato, ad una straordinaria forza espressiva e ai ritmi caldi della terra di Sicilia.

Intuite le sue eccezionali doti musicali, il padre (violinista presso il Teatro Massimo Bellini di Catania) la indirizzò verso gli studi classici; Dora, estremamente sensibile alla sua approvazione, sacrificò quindi allo studio del pianoforte tutta la sua giovinezza, diplomandosi infine al Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli. Ma né questo traguardo, né il successo che riscuoteva con le sue esibizioni in pubblico (iniziate già quando era una bambina) valevano a gratificarla: nonostante il suo cammino fosse pieno di soddisfazioni, c’era in lei un disagio, una “nota stonata” che le impediva di sentirsi completamente realizzata. Si sentiva, in altre parole, incamminata su una strada a lei non del tutto congeniale. “Chopin, Debussy, Beethoven non erano per lei “scrive Santina Quattrocchi Paradiso “ed essendo vincolanti, non la soddisfacevano più. Voleva improvvisare. La sua libertà, umanamente racchiusa nel solo rapporto col padre, e professionalmente legata alle rigide regole delle esecuzioni classiche, aveva bisogno di espandersi in qualche modo. E la liberazione avvenne, attraverso la sublimazione dell’arte, quando Dora scoprì il jazz.” Continua a leggere “Ricordando Dora, stella italiana del jazz, di Donatella Pezzino”

Dimore storiche di Sicilia: Villa Cerami, di Donatella Pezzino

Villa Cerami, oggi sede della Facoltà di Giurisprudenza di Catania, è una delle dimore antiche più belle e sontuose del capoluogo etneo. Situata alla fine della suggestiva via Crociferi, in una posizione stupenda dal punto di vista storico e panoramico, fu costruita pochi anni dopo il catastrofico terremoto del 1693 sullo “sperone del Penninello”, accanto agli antichi quartieri di Montevergine e Santa Marta; da lì si dominava tutta la città e, cosa ancora più interessante, le antiche rovine di epoca romana. Sembra che il primo proprietario sia stato addirittura il duca di Camastra, personaggio di primo piano nella ricostruzione catanese post-terremoto. Camastra avrebbe poi venduta la villa al duca di San Donato.

L’edificio prende il nome dalla famiglia dei principi Rosso di Cerami, che nei primi decenni del Settecento lo acquistarono dagli eredi del San Donato e lo sottoposero a lavori di ampliamento e abbellimento. Così come lo vediamo oggi, il complesso è la risultante della stratificazione di diversi stili: dal barocco iniziale (evidente soprattutto nello scalone esterno e nel portale d’ingresso, forse opere di Giovan Battista Vaccarini) al neoclassico, fino ai rimaneggiamenti tardo-ottocenteschi del milanese Carlo Sada, uno degli architetti “alla moda” della Catania Liberty.

Completamente immersa in un giardino caratterizzato da una straordinaria varietà di specie vegetali, la villa è ancora oggi un piccolo polmone verde nel cuore del centro cittadino.

Tra i suoi angoli più suggestivi, la grande terrazza dalla quale si può godere di una stupefacente vista sulla città e sul mare. Nel 1881 la villa ospitò re Umberto e la regina Margherita: in loro onore si diede un ricevimento con un ballo, riconvertendo allo scopo una sala adibita a cappella (oggi, l’Aula Magna della Facoltà). Per l’occasione, il grande affresco di Olivio Sozzi sulla volta – raffigurante un soggetto religioso – fu coperto con una cappa di gesso, sulla quale venne riprodotta l’”Aurora” di Guido Reni.

Agli inizi del Novecento cominciò per Villa Cerami un progressivo degrado. Negli anni Trenta, alcuni locali della villa furono occupati da un istituto scolastico: i preziosi arredi ne furono irreparabilmente danneggiati e molte inestimabili opere d’arte andarono perdute. Agli inizi degli anni ’50, una parte del giardino fu alienata e vi fu costruito un edificio a più piani. Nel 1957, l’intero complesso fu acquistato dall’Università di Catania che ne iniziò il restauro. Molte delle sue parti sono state conservate e sistemate, altre sono state modificate: tra le opere rimaste c’è lo scalone interno a due rampe realizzato dal Sada.

E’ interessante notare come, a dispetto delle modifiche che ne hanno stravolto l’aspetto originario, l’esterno e gli ambienti interni riescano ancora a mantenere intatta l’atmosfera di lusso e di sontuosità.

Tracce dell’antica maestosità sopravvivono, in particolare, nella bellezza del portale d’ingresso, nel quale l’abbondanza di fregi e decori culmina nel grandioso stemma della casata Rosso sulla sommità.

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Donatella Pezzino

dal blog: Donatella Pezzino – La donna siciliana nella storia e nella poesia

Dimore Liberty di Sicilia: Villa del Grado, di Donatella Pezzino

 

A Catania, al civico 209 di Corso Italia, sorge una delle più belle espressioni del Liberty siciliano: la Villa Cigno Cocuzza. Conosciuta anche come Villa del Grado, è stata eretta fra il 1903 e il 1908 su progetto degli architetti Agatino Atanasio e Benedetto Caruso Puglisi.

Si compone di un corpo centrale con quattro torrette agli angoli; la circonda un giardino di piante mediterranee che si apre su via vecchia Ognina. L’ingresso, accessibile da una scalinata esterna, è situato sotto una loggia architravata sorretta da una coppia di colonne binate. Abitata fino al 2005, la villa è stata poi acquistata da un imprenditore, che l’ha riportata agli antichi splendori attraverso un’accurata opera di restauro durata otto anni.

Nel progetto di questa villa, la luminosità ha giocato un ruolo di primaria importanza: tutto l’edificio, infatti, è costellato di lucernari e finestroni, così da essere attraversato in lungo e in largo dalla luce naturale. Una soluzione di ampio respiro che conferisce agli interni una eccezionale ariosità, quasi annullando la tradizionale distinzione tra dentro e fuori.

Il terrazzo della loggia, che affaccia sul Corso Italia, sembra catturare l’azzurro purissimo del cielo e l’aria frizzante che viene dal vicino mare: l’atmosfera perfetta per una signorile casa delle vacanze di inizio Novecento, dove tutto è proteso alla bellezza e l’osservanza dei canoni estetici si fonde alla ricerca di un profondo benessere fisico e spirituale.

Ovunque, desta stupore la cura dei dettagli, dai bassorilievi a motivi floreali che ornano la facciata alla elaborata manifattura delle ringhiere e dei cancelli. Per realizzare questi ultimi, i due architetti si avvalsero di esperte maestranze parigine.

La sua ricchezza, come già quella delle “vicine di casa” ovvero le altre splendide ville del Corso Italia, testimonia il clima di prosperità che si respirava a Catania nel periodo della Belle Epoque. Continua a leggere “Dimore Liberty di Sicilia: Villa del Grado, di Donatella Pezzino”