Tracce bizantine in Sicilia: la Cuba di Santa Domenica, di Donatella Pezzino

La Cuba di Santa Domenica sorge nel territorio di Castiglione di Sicilia, in prossimità del fiume Alcantara. Ricca di fascino e di mistero, questa antica cappella rustica combina in sé diversi stili architettonici, dal bizantino all’arabo.

La Cuba è stata ritenuta per tutto il Novecento una costruzione di età bizantina, databile fra il VII e il IX secolo; successivamente, studi approfonditi hanno portato a stabilirne una datazione più tarda. Oggi, infatti, gli studiosi sono concordi nel collocarla in un periodo compreso fra il X e l’XI secolo.

Nonostante sia di epoca normanna, l’impianto presenta moltissimi aspetti dell’architettura e dell’arte bizantina, ai quali sono mescolati elementi di ispirazione islamica.

Allo stato attuale delle ricerche, non se ne conosce ancora con certezza l’originaria destinazione d’uso. Il suo contesto è fra gli aspetti che destano le maggiori perplessità: ci si chiede infatti quale possa essere stata la motivazione che ha portato a costruire un edificio tanto particolare in un luogo così isolato e ameno. Oggi come allora, infatti, la Cuba campeggia solitaria in mezzo al paesaggio agreste. Continua a leggere “Tracce bizantine in Sicilia: la Cuba di Santa Domenica, di Donatella Pezzino”

Dieci poesie di Mariannina Coffa, di Donatella Pezzino

La potenza della donna

A te la voce dell’ amor fu data,
A te la gloria, l’ armonia, l’ affetto,
Quando d’arcana speme inebriata,
Più sublime ti fai d’ ogni altro obietto.

E allor che di splendore irradiata
La bella chioma ti discende al petto
E di virtù favelli… oh, in te traslata
Veggio la possa dell’ eterno Detto!

E nei rai, nella voce, e nel sorriso
Fulge il gaudio di Dio che ti feconda,
Che congiunge la terra al paradiso!

Donna, che sei tu dunque?.. e Vita, e Morte. . .
E spesso adduci alla beata sponda,
E sovente del Ciel chiudi le porte!

*

Una sera d’està

L’aura che spira tra le verdi fronde
Pare un sospir di Dio;
Il pensiero si svolge, e si confonde
Di vita nell’ oblio;
Di speme un canto che le pene ammuta
Va lieve in sulla terra, e la saluta.

Il mormorio del fresco ruscelletto
Par l’ eco de la speme;
Ahi, la campagna, la foresta ha un tetto
Pel misero che geme,
Solo la terra più crudel, più dura
Nega un asilo ai giusti, alla sventura.

E il raggio della luna incerto e mesto,
Che imbianca i firmamenti,
Che vede? . . il mondo di sciagure infèsto,
E danni, e tradimenti,
E sotto il vago innamorato aspetto
Scopre in cor dei mortali, odio, e sospetto.

Qual dolcezza nell’ animo trabocca
Al mormorio del fonte!. .
Como l’ arpa che cessa d’ esser tòcca
Risponde amico il monte . . .
E dei mesti pensier l’ incerto volo
Si fa sublime nel pensier di un Solo.

*

I sogni

Tremante immago d’ un affetto estinto,
Ombra della speranza e dell‘ oblio,
Vieni al mio cor da tanti strazi avvinto,
Cui solo è guida… e l’ avvenire è Dio!

Vieni bell’ angiol mio!.. d’un lauro è cinto
Il tuo vergine capo… oh almen sei mio
Sei mio nei sogni.. . allor che a te sospinto
Si fa dolce e sublime ogni desio!!

Lieve come il sospir della speranza
Sì soave ti veggio in sulla sera,
Che tetra in sul mattino è la membranza

Forse disceso dall’ eterna sfera
Tu a me ti volgi… cui niun bene avanza…
Che la tua luce immaculata e vera! Continua a leggere “Dieci poesie di Mariannina Coffa, di Donatella Pezzino”

Una misteriosa chiesetta gotica alle pendici dell’Etna, di Donatella Pezzino

Guardandolo vengono in mente le chiesette medievali della Scozia o dell’Irlanda. Invece il tempio di Sant’Antonio Abate è siciliano, anzi sicilianissimo: sorge alle pendici dell’Etna, ed è attualmente inglobato all’interno del cimitero di Mascalucia.

La struttura, in pietra lavica e in stile gotico-normanno, è fra le più antiche del territorio etneo:  risale infatti al VI secolo. Una vera rarità, se si pensa a quante costruzioni antecedenti al 1693 siano state qui completamente distrutte da terremoti ed eruzioni.

E’ possibile che la chiesetta, originariamente, facesse parte del monastero di San Vito citato da San Gregorio Magno ma di cui oggi non rimane traccia; ciò che si sa di certo è che per secoli ha rappresentato il punto di riferimento non solo per i cristiani del luogo, ma anche per quelli dei villaggi vicini che non avevano un edificio di culto proprio.

Nel corso della sua storia, l’impianto ha subìto molti rimaneggiamenti. E’ stato cambiato l’orientamento: la facciata, originariamente rivolta a est, oggi guarda a sud, cioè verso il mare. La scalinata e il portico per i penitenti posti davanti all’ingresso principale, ancora esistenti agli inizi del XIX secolo, sono stati rimossi, come pure alcuni altari e alcune finestre. Tra gli elementi originari che sono stati mantenuti, invece, ci sono la porticina laterale – presumibilmente, l’ingresso per le donne – e il binario in pietra lavica che divide in due l’interno della chiesa e che, prima dell’avvento dei normanni, serviva a separare l’uditorio maschile da quello femminile. Continua a leggere “Una misteriosa chiesetta gotica alle pendici dell’Etna, di Donatella Pezzino”

Dove il Vespro ebbe inizio: la chiesa del Santo Spirito a Palermo, di Donatella Pezzino

La guerra dei Vespri Siciliani iniziò a Palermo con la rivolta del lunedi di Pasqua del 1282 ( 30 marzo), scoppiata in seguito alla perquisizione arbitraria di una gentildonna da parte di un soldato francese. L’episodio si svolse davanti alla chiesa normanna del Santo Spirito, che da allora è conosciuta anche con il nome di “Chiesa del Vespro”.

L’edificio fu realizzato nel 1178 per iniziativa di Margherita di Navarra, consorte del re normanno Guglielmo il Malo,  e affidato all’Ordine cistercense; nel XVIII secolo vi sorse attorno il cimitero di Sant’Orsola ma ciò non ha reso meno suggestiva la sua bellezza.

L’impianto è basilicale, a tre navate con sei colonne e otto archi; il cappellone maggiore porta la firma del celebre scultore palermitano Antonello Gagini  (1478 – 1536). Il pregiato soffitto ligneo e lo stupendo Crocifisso in legno risalente al XV secolo rendono questa chiesa ancora più preziosa. Continua a leggere “Dove il Vespro ebbe inizio: la chiesa del Santo Spirito a Palermo, di Donatella Pezzino”

Su “Le certezze del dubbio” di Goliarda Sapienza, di Donatella Pezzino

 

La scrittura di Goliarda Sapienza (1924-1996) potrebbe essere paragonata alla piena di un fiume: rapida, improvvisa, incontrollabile, eppure così ricca di fascino nella sua semplicità brutale; a volte discontinua, tutta salti e nervi, e proprio per questo con una sua intrinseca, naturale armonia. Parole come pietre, che un’acqua densa di voci, volti e sensazioni trascina con sé in modo quasi spasmodico; una lettura che segna, che scava solchi, che non si dimentica.

Non mi riferisco, nello specifico, alla celebre “Arte della gioia”. Personalmente, a dispetto dell’ammirazione suscitata in tanti critici e lettori, quello che è comunemente ritenuto il capolavoro di Goliarda non mi ha particolarmente entusiasmata: vi ho percepito una certa forzatura, nei dialoghi e nelle situazioni. Forse per l’insistenza quasi morbosa sulla sensualità e la spregiudicatezza di Modesta, nella quale si avverte marcatamente l’intenzione di forgiare, più che un carattere, un simbolo dell’affermazione femminile che possa rappresentare la nuova donna del femminismo e della rivoluzione sessuale; o forse, più semplicemente, perché Goliarda è una di quelle voci che soffrono le costrizioni di certi tessuti narrativi, e che per brillare in tutta la loro potenza devono essere libere di fluire, di rompere gli argini, di tracimare. Continua a leggere “Su “Le certezze del dubbio” di Goliarda Sapienza, di Donatella Pezzino”

Dimore Liberty di Sicilia: il Villino Florio all’Olivuzza, di Donatella Pezzino

Quando si parla di stile Liberty, non si può non pensare al Villino Florio. Ancora oggi, questo piccolo gioiello dell’Art Nouveau fa bella mostra di sé al n. 38 di Viale Regina Margherita a Palermo, nel quartiere dell’”Olivuzza” vicino alla Zisa,  dove crea una parentesi incantevole e fuori dal tempo a stretto contatto con la modernità. Circondato da un suggestivo giardino, l’edificio è un vero e proprio respiro di arte e di bellezza, capace di rendere più tollerabile l’aspetto – ben poco artistico – dei palazzoni che lo circondano.

Costruito tra il 1899 e il 1902, fu commissionato dai coniugi Florio all’insigne architetto Ernesto Basile, uno dei massimi esponenti del modernismo italiano e del Liberty, nonchè autore di edifici ed interni celebri (l’ala nuova di Montecitorio e il palazzo Bruno di Belmonte di Ispica, solo per fare qualche esempio). Desiderosi di regalare una dependance al giovane figlio Vincenzo, i facoltosi imprenditori palermitani, com’era loro costume, non badarono a spese, lasciando piena libertà al genio creativo di Basile.

Ispirandosi all’indole del futuro proprietario, uomo raffinato, cosmopolita e amante dei viaggi, l’architetto fuse con sapiente armonia una pluralità di stili, dal romanico al barocco, dal gotico al rinascimentale, reinterpretando motivi nordici e mediterranei alla luce del nuovo gusto Liberty.

All’esterno, i capitelli, i bassorilievi, le torrette, le scalinate, le vetrate, il loggiato e i dettagli artistici in ferro battuto danno vita ad un insieme dalle forme sinuose che accarezzano lo sguardo: qui, l’armonia è creata dalla diversità, l’eleganza dalla capacità di essere eclettici e originali senza mai spezzare l’equilibrio delle parti.

All’interno, il legno trasmette ovunque calore e intimità, creando un’atmosfera raccolta, avvolgente e al tempo stesso estremamente ricercata. Alcuni elementi decorativi, come il soffitto ligneo scolpito della scalinata, le pareti rivestite di stoffe a motivi floreali, gli intarsi sulle porte e sul camino, realizzano un perfetto connubio fra opulenza e squisito gusto artistico.

A dispetto degli anni che passano, l’interior design del Villino colpisce per la sua sorprendente attualità: le stanze e gli ambienti di passaggio, dai rivestimenti agli elementi decorativi, potrebbero tranquillamente uscire dall’ultimo numero di una moderna rivista di arredamento.

Altrettanto all’avanguardia era l’arredamento originario. Lo aveva progettato lo stesso Basile, conosciuto in tutta Europa non solo come architetto, ma anche per i suoi originali mobili di design. Purtroppo, oggi non possiamo più ammirare quelli dell’ Olivuzza: nel 1962, sono andati irrimediabilmente perduti in un incendio che ha devastato parte della struttura, insieme ai dipinti e gli affreschi di Ettore Maria Bergler e Giuseppe Enea e ad altre pregevoli opere d’arte.

Nel periodo di maggior splendore, ovvero durante la Belle Epoque, il Villino vide tra le sue stanze ricevimenti sfarzosi ed ebbe molti ospiti illustri, sia italiani che stranieri.

Nel 1911, la giovanissima moglie di Vincenzo Florio morì di colera dopo soli pochi anni di matrimonio, e senza dargli alcun erede. Da allora, iniziò per il Villino la parabola discendente: l’immobile e il relativo parco furono quasi abbandonati finchè, nel 1922, i fratelli Florio li vendettero per far fronte a gravi problemi economici.

La proprietà passò al principe di Fitalia e poi alla Curia Arcivescovile; negli anni Trenta e Quaranta, gran parte del parco venne lottizzato e adibito a nuove costruzioni.

Nel 1984, l’edificio è stato acquisito dalla Regione Siciliana, che lo ha sottoposto ad una serie di restauri e ne ha fatto una delle sue sedi di rappresentanza. Oggi il Villino Florio è aperto al pubblico: è possibile visitarlo dal martedi al sabato e ogni prima domenica del mese dalle 9 alle 13.

Donatella Pezzino

dal Blog: Donatella Pezzino – La donna siciliana nella storia e nella poesia

Le pietre raccontano: il Parco Archeologico di Segesta, di Donatella Pezzino

Il Parco Archeologico di Segesta sorge sul Monte Barbaro, una suggestiva zona collinare a nord-ovest di Calatafimi, in provincia di Trapani. Il paesaggio, che alterna alture, gole e vallate, si distingue per la straordinaria bellezza della sua natura incontaminata e per gli imponenti resti dell’antica città, fra i quali spiccano il teatro greco e il grande tempio dorico.

La città fu fondata dagli Elimi, gruppo indigeno del quale Tucidide segnala l’origine troiana. Sembra infatti che questo popolo sia la risultante della fusione tra i profughi scampati alla distruzione di Troia, alcuni emigrati focesi provenienti dal Mediterraneo orientale e la locale etnia sicana. Non si conosce con esattezza la data di fondazione, ma i reperti portano ad ipotizzare che il sito fosse già abitato nel IX secolo a.C.

La storia più antica di Segesta è strettamente legata a quella della vicina Selinunte. Le due comunità, infatti, rivaleggiarono costantemente per questioni di confine e a causa delle mire espansionistiche dei selinuntini verso l’entroterra. Il conflitto entrò nella sua fase più critica nel V secolo a C.,  quando le due città, nel tentativo di sopraffarsi l’un l’altra, cercarono potenti alleati nei greci, nei siracusani e nei cartaginesi. La lunga stagione di guerre che ne scaturì portò alla sconfitta e alla distruzione di Segesta da parte del tiranno di Siracusa Agatocle, che ne cambiò il nome in Diceopoli (307 a.C.). Successivamente, la città riuscì a risollevarsi e riprese il suo vecchio nome. Continua a leggere “Le pietre raccontano: il Parco Archeologico di Segesta, di Donatella Pezzino”

Elisa Cegani, l’antidiva dei telefoni bianchi, di Donatella Pezzino

 

(Photo by Mondadori Portfolio via Getty Images)

Delicata, signorile, un po’ altera. Un fascino magnetico e decisamente femminile, ma senza la carnalità esasperata e le pose tanto di moda fra le sue colleghe. Elisa Cegani, torinese di origine veneziana, era una bellezza semplice e luminosa; in un cinema che ereditava dal muto la tendenza all’espressività marcata e quasi caricaturale, il suo stile recitativo si distingueva per linearità, intelligenza e moderazione.

Con Amedeo Nazzari in “Cavalleria” (1936)

Nata nel 1911, la Cegani apparve per la prima volta sul grande schermo in Aldebaran (1935) con lo pseudonimo di Elisa Sandri; la dirigeva Alessandro Blasetti, regista a cui sarebbe rimasta per sempre legata, anche nella vita.

In “La corona di ferro” (1941)

Elegante e controllata, l’attrice piacque subito sia al grande pubblico che agli “addetti ai lavori”, tanto da acquisire risonanza anche all’estero; in breve, divenne una delle star più quotate di quel genere cinematografico noto come “cinema dei telefoni bianchi”. Continua a leggere “Elisa Cegani, l’antidiva dei telefoni bianchi, di Donatella Pezzino”

Dieci poesie di Ada Negri, di Donatella Pezzino

Pensiero d’autunno

Fammi uguale, Signore, a quelle foglie
moribonde, che vedo oggi nel sole
tremar dell’olmo sul piú alto ramo.
Tremano, sí, ma non di pena: è tanto
limpido il sole, e dolce il distaccarsi
dal ramo, per congiungersi alla terra.
S’accendono alla luce ultima, cuori
pronti all’offerta; e l’agonia, per esse,
ha la clemenza d’un mite aurora.
Fa ch’io mi stacchi dal piú alto ramo
di mia vita, cosí, senza lamento,
penetrata di Te come del sole.

*

Il risveglio

Senza sonno la notte e senza pace
fu. Pulsava alle tempie, ai polsi il sangue
torbido, in colpi sordi; e mi parea
rispondesse al mugghiar cupo del mare.
E tra il mugghio del mare e il martellìo
del sangue il mio dolor con le memorie
più fonde in cuor si rinnovava, tutta
addentandomi dentro: ero soltanto
quel dolor, quel dolore; e il resto nulla.
Ma venne, a un tratto, verso l’alba, il sonno.
Breve esso fu, come una morte breve;
e mi svegliai che il sol, già alto, in fasci
di raggi entrava dal quadrato azzurro
della finestra. Vi balzai. M’immersi
nella luce, non più vita pensante,
ma solo vita: bevvi la freschezza
del mattino nel salso odor del mare,
mare e cielo divenni, e immenso riso
senza memoria.

*

Orgoglio

Soffri in silenzio. Non chiamar nessuno
a numerar le lacrime degli occhi
tuoi. Sia pur grave il colpo che ti tocchi,
chieder coraggio ad altri è inopportuno.

Conta nel tuo segreto ad uno ad uno,
se vuoi, curva e prostrata sui ginocchi,
i singhiozzi del cor—ma non trabocchi
la piena mai, per la pietà d’alcuno.

È un’orribile cosa esser compianti.
Conquista in te, con la tua forza sola
di volontà, l’oblio del tuo cordoglio.

T’insegnerò, per disseccare i pianti
fiacchi e cangiarli in riso entro la gola,
un peccato magnifico: l’Orgoglio. Continua a leggere “Dieci poesie di Ada Negri, di Donatella Pezzino”

Che fine ha fatto “Sperduti nel buio”? , di Donatella Pezzino

Roma, 1943. Una pattuglia di soldati tedeschi agli ordini del tenente Van Daalen fa irruzione nei locali del Centro Sperimentale di Cinematografia e porta via quasi tutto il materiale custodito negli archivi. Nel bottino, un patrimonio di grandissimo valore culturale e artistico: la Cineteca, infatti, conservava pellicole di varie epoche, alcune delle quali rarissime. Fra queste, il capolavoro del muto Sperduti nel buio (1914), nell’unico esemplare ad oggi conosciuto.

Basato sull’omonimo dramma teatrale di Roberto Bracco (1901), Sperduti nel buio porta la firma di quel genio multiforme e avanguardista che fu Nino Martoglio. Attraverso l’opera di Bracco, Martoglio tradusse il verismo letterario in immagini di intenso impatto emotivo, con intuizioni che, secondo molti critici, hanno anticipato in modo sorprendente alcuni caratteri peculiari del cinema neorealista.

Merito dello scrittore e regista catanese fu l’aver compreso che ciò che rappresentava un limite in teatro poteva diventare un punto di forza sul grande schermo. Il lavoro teatrale di Bracco, infatti, era concepito con una struttura “a blocchi” che presentava alcune inevitabili difficoltà al momento di essere messo in scena: la vicenda non procedeva fluida e continua, ma “saltava” da uno scenario all’altro, spezzando l’uniformità del tessuto narrativo.

Sul palcoscenico, dove è la parola a focalizzare l’attenzione, questo impianto poteva risultare statico e di difficile comprensione; nel film, invece, dove è la sequenza di immagini a farla da padrone, esso poteva rendere la narrazione più varia e dinamica, grazie soprattutto ad un espediente tecnico di grande efficacia: il montaggio. Di grande effetto, nel caso di Sperduti nel buio, fu il cosiddetto “montaggio di contrasto” che metteva bruscamente a raffronto gli ambienti lussuosi e quelli più miseri. Continua a leggere “Che fine ha fatto “Sperduti nel buio”? , di Donatella Pezzino”

Il castello di Nelson, di Donatella Pezzino

L’abbazia siciliana di Santa Maria di Maniace, meglio conosciuta come Castello di Nelson, sorge al confine fra i territori di Bronte e Maniace, in provincia di Catania.

Il nucleo più antico risale al XI secolo: si tratta del cenobio fatto costruire dal generale bizantino Giorgio Maniace ( dal quale la località prese il nome) per celebrare la sua vittoria contro i musulmani. Dentro, Maniace vi collocò un’icona della Madonna che si diceva essere stata dipinta da San Luca Evangelista e che, secondo la tradizione, raffigurerebbe il vero volto di Maria. L’immagine si trova ancora oggi sull’altare maggiore della chiesetta interna.

Nel secolo successivo, l’abbazia venne riformata dalla regina Margherita di Navarra che la ampliò con un grande feudo e vi introdusse la regola benedettina. Sembra che lei stessa vi si sia ritirata negli ultimi anni della sua vita. Fra XIV e il XV secolo, la struttura fu munita di torri, assumendo l’aspetto di una costruzione fortificata.

Nel 1491 il complesso, insieme al convento di San Filippo di Fragalà, fu assegnato da papa Innocenzo VIII (col pieno appoggio di re Ferdinando d’Aragona) all’”Ospedale Grande e Nuovo” di Palermo. Dalla fine del XVI secolo, l’abbazia cambiò più volte ordine religioso: ai monaci benedettini subentrarono i basiliani, seguiti poi dagli eremiti di S.Agostino e dai francescani. Il terremoto del 1693 distrusse parte delle fabbriche, che furono poi ricostruite con alcune modifiche all’assetto originario. Continua a leggere “Il castello di Nelson, di Donatella Pezzino”

Le pietre raccontano: Thapsos, di Donatella Pezzino

Situato sulla penisoletta di Magnisi, in provincia di Siracusa (oggi parte del comune di Priolo Gargallo), Thapsos è uno dei più importanti siti archeologici della protostoria siciliana. Qui, durante la media età del bronzo (3500 a.C. – 1200 a.C. circa) si sviluppò una civiltà fiorente, passata alla storia come “Cultura di Thapsos”. Questa cultura accomuna a Thapsos altri villaggi costieri della Sicilia Orientale, come Matrensa, Plemmyrion, Cozzo del Pantano, Molinello di Augusta. Ceramiche nello stile di Thapsos sono state rinvenute anche nel territorio di Lentini, nel villaggio agrigentino di Caldare presso Monte San Vincenzo, in Contrada Paraspola a Chiaramonte Gulfi e nelle grotte della Barriera a Catania.

I reperti ritrovati a Thapsos testimoniano che il posto era già abitato nel XIV secolo a.C..  Grazie alla sua particolare posizione, il villaggio divenne presto uno dei più attivi centri commerciali del Mediterraneo; la presenza di due golfi, infatti, favoriva al massimo l’approdo dal mare, cosa che facilitò gli scambi con altri popoli. Molto intensi furono, in particolare, i contatti di Thapsos con la cultura egea e con quella maltese di Borg in- Nadur.

Secondo quanto riportato dallo storico greco Tucidide, Thapsos sarebbe stata scelta inizialmente da alcuni megaresi guidati dall’ecista Lamis. La scarsità di acqua, però, spinse questo gruppo di coloni a stabilirsi poco distante, dando vita alla loro fondazione definitiva: Megara Iblea (728 a.C.).

Nel sito di Thapsos, gli archeologi hanno rinvenuto una necropoli composta prevalentemente da tombe scavate nella roccia. Luigi Bernabò Brea le ha classificate in due gruppi: quelle sul pianoro hanno una celletta funeraria alla quale si accede attraverso un pozzetto verticale, munito di gradino per agevolare l’accesso; quelle sulla balza, invece, si aprono direttamente all’esterno attraverso piccole porte. Poichè la balza ha un lieve pendio, davanti ad alcune cellette è scavato un lungo canale per il drenaggio delle acque piovane. Durante le mareggiate, infatti, queste sepolture venivano inevitabilmente raggiunte dall’acqua, con danni ingenti  alla lastra sepolcrale che sovente era in legno. Nelle cellette si aprono una o più nicchie; alcune tombe presentano un intero cerchio di nicchie. Continua a leggere “Le pietre raccontano: Thapsos, di Donatella Pezzino”

Una pioniera del teatro contemporaneo: Giacinta Pezzana, di Donatella Pezzino

 

Giacinta Pezzana nacque a Torino il 28 gennaio 1841.

Attrice teatrale e cinematografica, fu attiva fra l’Unità Italiana e la prima guerra mondiale: di questo periodo, la sua figura incarnò pienamente la sensibilità e gli ideali, esprimendoli attraverso una recitazione innovativa e  anticonformista. Fu una vera pioniera: e, non di rado, le sue coraggiose sperimentazioni suscitarono scalpore, urtando la società perbenista dell’epoca e fruttandole appellativi come attrice garibaldina, petroliera (ovvero incendiaria), grande vagabonda. Trasformista, ardita, sanguigna, la Pezzana provocava sulla scena le reazioni più disparate, dall’ammirazione senza riserve alle critiche feroci. Insomma, le sue esibizioni non passavano mai inosservate.

La sua vocazione artistica si manifestò precocemente, e la portò ad iscriversi, appena sedicenne, all’Accademia Filodrammatica di Torino, dalla quale però un anno dopo fu respinta perché – così la valutò, fin troppo sbrigativamente, l’avvocato Giuseppe Garberoglio – ritenuta del tutto priva di attitudini. Come in tante altre occasioni, Giacinta diede prova di grande determinazione continuando i suoi studi nella scuola di Carolina Gabusi Malfatti, che la introdusse in alcuni circoli di fede mazziniana; accanto a lei, Giacinta conobbe patriote di grande valore, come Giuditta Sidoli (la cospiratrice compagna di Mazzini), Laura Mantegazza e Giulia Calame.

Dal 1859, l’apprendistato di Giacinta proseguì direttamente “sul campo” nella Prina-Boldrini, sua compagnia d’esordio; passò poi alla compagnia dialettale piemontese di Giuseppe Toselli (già allievo dell’intellettuale-attore Gustavo Modena), con la quale riscosse i primi successi. Qualche anno dopo (1862) era già prima attrice nella compagnia Dondini, accanto ad Ernesto Rossi. All’epoca, aveva ancora un repertorio di tipo tradizionale, incentrato prevalentemente su Shakespeare, Goldoni e la drammaturgia romantica. Continua a leggere “Una pioniera del teatro contemporaneo: Giacinta Pezzana, di Donatella Pezzino”

Lawrence Ferlinghetti, 100 anni fra beat, libri e poesia, di Donatella Pezzino

(AP Photo)

Newyorkese di nascita, bresciano d’origine, artista poliedrico e rivoluzionario. Ha appena compiuto 100 anni Lawrence Ferlinghetti, uno dei padri della Beat Generation e grande protagonista della San Francisco Renaissance.

Nel suo interesse per la poesia, il teatro, la musica, la pittura e la scoperta di talenti, Ferlinghetti è sempre stato guidato da un concetto di base: l’arte come ampio respiro,  rottura degli schemi, “urlo” in grado di trovare (o creare) frattura e difformità all’interno dell’ordine e della continuità. L’arte di Ferlinghetti, in altre parole, accoglie intimamente la complessità e gli opposti, in una visione gioiosa che pacifica l’uomo con la vita e con le sue contraddizioni; allo stesso tempo, è libertà totale, di pensiero e di espressione.

Oltre che al poema-scandalo “Urlo” (1956) firmato da Allen Ginsberg e divenuto manifesto della Beat Generation, il nome di Ferlinghetti viene spesso collegato al suo più celebre progetto: la City Lights Books. Nata a San Francisco nel 1953 come libreria, questa realtà è stata anche la casa editrice con la quale il poeta si è fatto promotore e divulgatore di tutti i più importanti nomi della Beat Generation, da Kerouac a Ginsberg.

Autore di una delle raccolte poetiche di maggior successo del Novecento ( A Coney Island of the Mind , 1958), Ferlinghetti annulla i confini tra parola e immagine, creando un singolare poesia “pittorica” dalla eccezionale potenza espressiva. I suoi versi sono irriverenti, psichedelici, ma soprattutto visivi, sensoriali:  e, come il senso, sono costantemente aperti al cambiamento, pronti a plasmarsi sulla realtà lasciandosi allo stesso tempo plasmare da essa, in una reciprocità che illumina l’anima e la libera.

“Ho sognato | che mi erano caduti tutti i denti | ma la mia lingua sopravviveva | per raccontare la storia. Perché io sono un distillatore | di poesia. | Sono una banca del canto. | Sono una pianola | in un casinò abbandonato | sulla riva del mare | in una densa nebbia | che sta suonando ancora.”

Donatella Pezzino

(Foto da: https://longreads.com/2019/03/22/lawrence-ferlinghetti-at-100)

Dimore Liberty di Sicilia: Villa d’Ayala-Excelsior, di Donatella Pezzino

E’ sempre triste quando una casa viene demolita. A cadere sotto i colpi delle ruspe non sono solo pietre senz’anima: viene spontaneo pensare a quante storie, a quanti momenti e a quanti sogni stanno scomparendo per sempre in quella devastazione. Se poi la casa in questione ha un particolare valore storico-artistico o, più semplicemente, è troppo bella, la tristezza si trasforma in un vuoto incolmabile, destinato a perpetuarsi nella memoria delle generazioni future. E’ il caso di Villa d’Ayala (poi Villa Excelsior), uno dei più splendidi tesori della Catania liberty.

Il progetto fu commissionato al rinomato architetto Paolo Lanzerotti dai facoltosi conti d’Ayala, decisi a realizzare una dimora principesca in un luogo non eccessivamente lontano dal centro cittadino ma che fosse al tempo stesso tranquillo e poco trafficato. Fu scelto un sito in zona Oliveto Scammacca, oltre la piazza d’Armi, sul quadrante sud-ovest dell’incrocio tra gli attuali Viale Libertà e Corso italia.

Nella costruzione, il conte – raffinato amante dell’arte e incantato dalle nuove tendenze del Liberty e dell’Art Decò –  profuse risorse praticamente illimitate: all’opera architettonica del Lanzerotti, infatti, si affiancò quella di decoratori, stuccatori e arredatori talentuosi e alla moda chiamati appositamente dalla Francia. Il risultato corrispose pienamente alle aspettative: così il quotidiano “La Sicilia” del 13 giugno 1914 commentava l’inaugurazione della villa:

Tutto arcanamente si armonizza in questa dimora di fate: dal vestibolo , in legno noce, da dove d’intravede l’ampio scalone che conduce al piano superiore, al grandioso salone, o hall, d’una magnificenza sovrana, che riceve un’illuminazione radiosa e fantastica da una miriade di lampade elettriche la cui disposizione è da sé sola un lavoro d’arte. Questo immenso salone è tutto bianco, a stucco, dalla indovinata altissima tettoia a superbi cristalli istoriati, stile veneziano, vezzosamente adorno di mobili rossi di pura fantasia moderna. Larghe colonne sorreggono una passerelle o galleria tutt’intorno al salone: galleria adibita per l’orchestrina nei grandi balli o nei sontuosi ricevimenti mondani. E in questo hall ogni cosa è vezzosamente disposta: mobili rossi sui moire e velluto verde, adattati ovunque fra vasellami d’argento e porcellane pregevoli tra statue e ninnoli leggiadri, tra cespi fragranti, tra piante ornamentali, tra palme e palmizi che vengono fuori da immensi, meravigliosi cache-pots, tra il pianoforte di mogano rosso, anch’esso armonizzante al mobilio modernissimo. Continua a leggere “Dimore Liberty di Sicilia: Villa d’Ayala-Excelsior, di Donatella Pezzino”