Amori impossibili in poesia. “Bella”, di Raffaello Baldini

Catherine-Spaak2
Torna ogni tanto, per sua madre,
sta poco, due tre giorni, non esce mai,
io poi sono sempre fuori.
L’ho incontrata per caso, in farmacia,
“Ma quant’è che non ci vediamo?”
mi è sembrata più piccola
“Hai i capelli corti”, che li aveva lunghi, sulle spalle
ha chiuso gli occhi: “Ti ricordi dei miei capelli?”

Vinicio ci aveva fatto una passione.
E lei niente. Con quegli occhi verdi e il maglione giallo.
Le aveva fatto la corte anche Lele Guarnieri,
e la domenica veniva da Cesena
a ballare un biondo con una Giulietta sprint.
Io, era troppo bella, non m’arrischiavo.
Dopo l’ho accompagnata fino a casa
ha aperto, ho detto: “Cosa avrei pagato allora
per non portare gli occhiali!”

ha riso: “Ci vediamo fra altri vent’anni”
poi dal portone accostato, prima di chiudere,
m’ha guardato: “Mi piacevi”
senza ridere, “quante notti t’ho sognato!”.

Raffaello Baldini, Bèla, da Furistir

 

Originale:

Bèla

La tòurna d’ogni tènt, par la su mà,
la sta poch, du tri dè, la n scapa mai,
mè pu a so sémpra fura.
A la ò incòuntra par chès, tla farmacéa,
“Mo quan’èll ch’a n s’avdémm?”,
la m’è pèrsa piò znina,
“T’è i cavéll chéurt”, ch’la i éva longh, sal spali,
la à céus i occ: “Ta t’arcord di me cavéll?”

Vinicio u i éva fat una pasiòun.
E li gnént. Sa chi occ véird e e’ maiòun zal.
U i era ènca andè dri Lele Guarnieri,
e la dmènga l’avnéva da Ceséina
a balè un biònd s’una Giulietta sprint.
Mè, la era tròpa bèla, a n m’arisghéva.

Dop a la ò cumpagnèda fina chèsa,
la à vért, ò détt: “Cs’èll ch’avrébb paghè ‘lòura
par no purtè i ucèl!”,
la à ridéu: “A s’avdémm fr’agli èlt vint’an”,
pu da e’ purtòun custèd, préima da céud,
la m’à guèrs: “Ta m piesévi”,
senza réid, “Quanti nòti a t’ò insugné!”.

AI CONFINI DEL CIELO, di Miriam Maria Santucci

 

11. AI CONFINI DEL CIELO

AI CONFINI DEL CIELO
di Miriam Maria Santucci

Umilmente ti appresti a ritornare
nel grembo eterno del tuo Creatore.
Nuvole di ricordi e di preghiere
volteggiano attorno al capezzale.
Solo a chi parte è dato contemplare
il Mistero che avvolge questo mondo
e una luce di pace e di stupore
appare all’improvviso sul tuo volto.
Lasci le tue angosce e il tuo patire
e sigilli i tuoi affetti dentro il cuore.
Un ultimo respiro e ti trasporti
nell’altra dimensione dell’Amore.
Un angelo ti rimane accanto
e ti avvolge nel suo candido velo.
Poi dolcemente prende la tua mano
e ti accompagna ai confini del cielo.

Poesia tratta dalla raccolta “Le Impronte della Vita”.
© Copyright 2015 – Miriam Maria Santucci

L’INTERMINABILE ADOLESCENZA POETICA DI ANTONIA POZZI – di Yuleisy Cruz Lezcano

Sono insieme a lei, mentre leggo sdraiata sul prato le sue parole, sembra che fra le sue poesie di paesaggio s’intercali la sua anima, che io sento vicina.

Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – Milano, 3 dicembre 1938) per tutta la vita cavalcò la tigre della sofferenza interiore e a 26 anni finì la sua corsa. Uno sguardo di luce il suo, è un pò come guardare il sole, si diventa ciechi. La breve vita è stata segnata dal destino di scrivere che per lei era descrivere e conoscere. Nessuna poesia è stata forse consolatoria, ma il processo creativo, nel suo caso, ha suturato in qualche modo le lesioni che il mondo le aveva procurato e le sue perdite. Nel suo mondo il lettore percepisce una stupenda tenerezza, un’attesa infantile, quasi tremore di primavera per la speranza di vivere appienoL’intera struttura è ricalcata sul modello tipico dell’evocazione.

L’andamento iterativo sottolinea inoltre il senso di verticalità spirituale, il sentimento sacro e il desiderio di Dio.

L’amore è trasfigurato e purificato nel Signore, con l’emblematico elemento dell’acqua vivificatrice (ridammi una stilla di te/che io riviva).

L’idea di finitudine, di imperfezione, di miseria umana (ed è ora dentro il cuore/ho una caverna vuota,/cieca di Te) incontra il conforto di esperire una fede in sé, che colmi la voragine dove è risucchiata la vita. Preghiera che sgorga da una solitudine lacerante, da vuoti inespressi di un’anima fragile. Continua a leggere “L’INTERMINABILE ADOLESCENZA POETICA DI ANTONIA POZZI – di Yuleisy Cruz Lezcano”

A MIA MADRE, di Miriam Maria Santucci

 

14 A mia madre

🌹🙏

A MIA MADRE
di Miriam Maria Santucci

 

Vengo a trovarti.
Ora sei fatta di lettere
impresse sulla pietra.
Ti guardo
e non so che dire.
Le parole
mi muoiono dentro
ad una ad una
e vengono a tenerti compagnia.
Ti guardo
e gli occhi s’annebbiano
di lacrime.
Tu, che non hai più angosce,
anche tu mi guardi
e mi rimproveri il pianto
con i tuoi occhi di pietra…

(16-4-1968)

Poesia tratta dalla raccolta “Le Impronte della Vita”.
© Copyright 2015 – Miriam Maria Santucci

 

IL TERREMOTO, di Silvia De Angelis

Improvvisamente un boato, diverso dal rumore d’un tuono e poi un sussulto inaudito  che sfocia nel forte tremolìo  della terra e tutto si muove d’intorno in modo inconsulto…

Ecco il terremoto, inaspettato cataclisma, che sa incutere  interminabili attimi di panico.

La mente, in pochi secondi, deve gestire immagini terrificanti  e l’istinto di sopravvivenza, avanza a grandi passi, con  velocissime mosse dirette alla salvaguardia della propria  persona, allarmata da una situazione di forte pericolo.

Non c’è tempo di pensare, si deve correre al di fuori delle  mura dell’abitazione, all’aperto, possibilmente lontano  da fabbricati, che potrebbero sbriciolarsi da un istante allo  altro.

Le scene che seguiranno, dopo il sisma, saranno devastanti  per la loro violenza… un ammasso di detriti ed edifici  distrutti o semidemoliti, fra gli sguardi della gente ancora  attonita e sbigottita per aver vissuto ed avere ancora il dono  della vita, dopo un evento di tale portata.

Organizzati nelle tendopoli, in uno stato di precarietà ed  emergenza, in parte sono felici di essere salvi, ma molti di loro hanno perso la casa e forse anche il lavoro.

Situazioni davvero drammatiche, indotte dall’esistenza, che bisogna  sempre considerare un’avventura. Infatti l’imprevedibilità degli eventi, di qualsiasi natura essi siano, portano a riflessioni  profonde e alla considerazione di quanto, soprattutto, siamo fragili, di fronte all’inaspettata forza della natura,   che non finisce mai di sbalordirci con le sue incredibili  performance .

@Silvia De Angelis

IL TERREMOTO

                                                                DRAMATIC SAFARI

In quel safari

d’ abnormi cianfrusaglie

mischiate a  brandelli umani

mostra l’arte muta e devastante

un roboante cataclisma.

Scenario d’ uno sfigurato sensale

dimentico da  Dio

stravolge barlumi del pensiero

coinvolgendo i codici emotivi

Solo l’eco d’un fogliame indenne

si destreggia  col vento

dubbioso

se  spirare

in quella terra martoriata

o ricongiungersi con dolcezza

al migrare d’un impollinare

@Silvia De Angelis 2019

LI BUCATINI A ‘AMATRICIANA, di Silvia De Angelis

bucatini amatriciana 1

Er trucco pe’ ‘n’saporì

li bucatini a l’amatriciana

è sapesse gestì co’ sapienza

‘n ber pezzetto de guanciale

accompagnado  co’ li cubetti de pancetta

che s’emmischieno drento ar pommidoro

E si sei riuscido a sceje l’intingoli giusti

te viè’ fora n’piatto gajardo

tipico de Roma verace

che nun cià eguali pe’ quant’è bbono

Sguizzeno ‘n’bocca li bucatini viscidi

ner sapore che nun se po’ imità

e si ciaccosti ‘n’cicchetto de  vino rosso

nun poi fa’ a meno de leccatte li baffi

che so’ diventati ricci pe’ ‘na goduria

difficile da riccontà….

TRADUZIONE

I BUCATINI ALL’AMATRICIANA

Il trucco per insaporire

i bucatini all’amatriciana

è saper gestire sapientemente

un bel pezzetto di guanciale

insieme a vari cubetti di pancetta

che vanno insieme al pomodoro

E se sei riuscito a scegliere i giusti intingoli

viene fuori un piatto buonissimo

tipico della Roma verace

che non ha eguali per la sua squisitezza

Vibrano in bocca i bucatini

particolari nel sapore inimitabile

e si ci avvicini un bicchiere di vino rosso

non puoi fare a meno di leccarti i baffi

che si sono arricciati per una goduria

indescrivibile

@Silvia De Angelis

IL TULIPANO, di Silvia De Angelis

TULIPANI11

Il meraviglioso tulipano ,è il fiore che simboleggia l’amore, infatti la sua origine è legata ad un’antica leggenda persiana, intinta in una delusione sentimentale.

La parola turbante, in turco “tulleband” dà il nome al fiore, proprio in riferimento alla sua caratteristica forma.

Il tulipano ha una cospicua presenza nella cultura turca, ed anche nelle fiabe. Infatti è citato spesso anche nella favola “Le mille e una notte”.

I bulbi del tulipano si piantano, in vaso, in autunno e in primavera si possono ammirare nella loro veste più smagliante.

Il tulipano rosso,  viene associato all’amore e in riferimento ad alcuni racconti, il sultano ne lasciava cadere uno ai piedi di una delle donne dell’harem, per indicarne la scelta.

Durante il regno del sultano Solimano il Magnifico, il nostro fiore raggiunse il suo massimo grado di popolarità, infatti venne esportato anche in Olanda e in Inghilterra.

LA LEGGENDA DEI TULIPANI

Un bel giovane di nome Shirin si era invaghito della bellissima Ferhad; un amore ricambiato, ma destinato a non avere un futuro. Infatti il ragazzo partito in cerca di fortuna, si era allontanato dalla sua amata.

La donna aveva atteso per molto tempo,il suo ritorno, finchè esasperata, si mise alla ricerca del fidanzato.

Purtroppo cadde su pietre aguzze e si disperò, piangendo, con la consapevolezza di non rivedere mai più Shirin.

Le sue lacrime si mescolarono al sangue, e cadendo una per una sul terreno, si trasformarono in stupendi fiori rossi : i tulipani

Da allora, tutte le primavere, questi fiori tornano a fiorire, in ricordo di quell’amore infelice(@Silvia De Angelis)

TULIPANI5

TULIPANO

Vellutato

turgido turbante d’oriente

tramandato incenso

Esoterico tulipano

soffonde sfrenato

marcato coloristico

Bombato bordo

digrada essenza

Odorose distese

infinito

mutano

attimo d’oscurata emozione

Trasparente

accende melodioso

effimera malinconia

Mormora velato

acro pungente

Pregna sgargiante

fascinosa sfuggenza

@Silvia De Angelis

Libri: “Vita trasversale” di Felice Serino, recensione di Donatella Pezzino

In un mondo sempre più corporeo e materiale, viene spontaneo chiedersi se ci sia ancora posto per l’anima. Poi si legge la poesia di Felice Serino e allora tutta la prospettiva cambia. D’un tratto, il velo dell’apparenza si squarcia ed ecco la verità nuda, il significato ultimo dell’esistenza umana: l’evidenza che potrebbe, se solo lo volessimo, costituire l’abbrivio verso una vita piena, consapevole e scevra da paure.

In “Vita trasversale” l’anima è più che mai al centro, e la poesia diventa in toto ancella del pensiero. La silloge, infatti, raccoglie gli ultimi scritti (2017-2019) nei quali il pensiero e la spiritualità dell’autore campano emergono con più forza rispetto alla produzione precedente. Ed è una forza talmente dirompente da lasciare in chi legge un segno profondo: la poesia breve, il verso ridotto all’osso eppure pregno, vivo come non mai di immagini e sensazioni, dicono che l’uomo, prima ancora che il poeta, ha trovato ciò che cercava da tutta una vita: è arrivato all’essenza delle cose. Quasi sorride sornione Serino, tra i versi, evocando ricordi e illusioni di tante vite precedenti, del sé stesso del passato angosciosamente fermo dinanzi al muro delle convenzioni che adesso si è finalmente sgretolato.

E cosa c’è al di là del muro? Semplice: l’Oltre. E quindi, il Tutto. Pur senza essersi ancora, nei fatti, spogliato del suo corpo di carne, Serino si è distaccato dal mondo e dalle sue pastoie e può quindi aprire gli occhi su ciò che ci aspetta “dopo”. Non la fine, la morte, l’annientamento: oltre c’è un altro piano di esistenza, anzi, infiniti piani di esistenza da dove non solo i nostri morti, ma anche i tanti noi stessi speculari ci guardano. La nostra anima è un dispiegarsi in infiniti alter ego e in infinite potenzialità: tutto quello che i nostri limiti fisici e le costrizioni imposte dalla società ci impediscono può essere realizzato altrove, anche quello che abbiamo cominciato qui e che non siamo riusciti a portare a termine.

ora

danzi il flamenco che amavi

col tuo corpo d’aria

e da un altrove “detti” poesie

quelle

che non hai avuto il tempo di scrivere

Ma questo oltre non è trascendenza, è trasversalità: nel corso della nostra esistenza terrena, quindi, possiamo scorgerlo in trasparenza dagli innumerevoli segni inspiegabili in cui ogni giorno ci imbattiamo, nella bellezza della natura che ci fa “sentire” la nostra realtà di esseri spirituali, e soprattutto, attraverso il sogno. La dimensione onirica è sicuramente uno degli aspetti più interessanti della poesia seriniana, data la valenza assolutamente peculiare che le viene attribuita. Il sogno, infatti, è il trait d’union fra i diversi piani di esistenza: un bivio nel quale tutte le strade dell’oltre convergono, la via che rende possibile la comunicazione con l’invisibile permettendoci di evadere per un attimo dal nostro “esilio di carne”.

Ogni notte, quindi, il sonno ci scioglie dai ceppi del sangue per lasciarci fluttuare in quel Tutto al quale non smettiamo mai di appartenere, anche quando la vita di ogni giorno ci restituisce alla nostra condizione di peccato e di polvere: quel Tutto che è Dio e che è amore, assoluto e incondizionato. La consolazione alla nostra pochezza, quindi, è questo sconfinato amore di Dio per noi, e la certezza che, benchè peccato e polvere, torneremo a Lui; che tutto è in tutto e tutto è Dio; che la vita nasce dalla morte e si rinnova da sé stessa. Così, l’anima è un continuo partorirsi e ritornare al Tutto: è grazie a questa consapevolezza che possiamo vincere la nostra atavica paura della morte. Perché, infatti, dovremmo temere quel “punto di non ritorno” che invece di distruggerci ci restituisce alla nostra vera vita?

fioriti

nelle braccia di Dio

come nella prima luce

La luce, altro punto nodale del nostro poeta-pensiero: una luminosità che fa quasi male agli occhi, tanto è intensa e inestinguibile. La poesia di Serino è tutto un immergersi in questa Luce dove l’umano e il divino sono allo stesso tempo sorgente, fiume, cascata, foce, in una continua simbiosi dove si può conservare la propria unicità solo annullandosi. Ed ecco, quindi, affiorare un nuovo concetto capace di rispondere a tutti i nostri interrogativi, soprattutto di fronte alla sofferenza, all’errore, all’inadeguatezza: questa vita sulla terra ha senso solo se trascendiamo la nostra animalità per trasformare il nostro sangue in ali. L’angelo e l’uomo, due facce della stessa medaglia che la carnalità rende opposte, nemiche:

convivere con gli umori

di un corpo di morte

dall’animalità all’angelo: questa

l’impervia salita

più d’una vita se dal sangue

fioritura sia d’ali levate:

ogni passo ne perdi una piuma

e ancora:

le mani affondi

nel sangue delle convenzioni

mentre

all’angelo lucente del sogno

tarpi le ali

facendolo all’alba svanire

Basta immergersi nel proprio spirito per annullare qualsiasi distanza fra noi stessi e l’angelo che siamo. Allo stesso modo, il distacco dalla realtà che ci circonda ci aiuta a prendere coscienza della verità che sempre ci sfugge: che vita e morte sono una cosa sola; che non c’è una fine, e che ogni morte non è che un nuovo inizio. Se a ciò fossimo sempre presenti, affronteremmo con serenità, quando non addirittura con gioia, il passo estremo che ci attende, e che altri hanno compiuto prima di noi:

rinfranca il pensiero d’essere

immortale -e già dalla ferita della

creazione lo sei-

la morte ti cerca?

uscito dal guscio tu sarai altro

l’anima libera sarà dai lacci

lo spazio mentale onde di luce e amore

niente d’ imprevisto se la morte

non ti sorprenda più della vita

Avanzare negli anni, a questo punto, non è invecchiare, ma pervenire a nuova giovinezza; avvicinarsi sempre più alla verità mentre ci si allontana dalle meschinità del mondo. Eppure, come ogni altra creatura di carne e sangue, il Serino-uomo non può fare a meno di chiedersi: mi ricorderanno un giorno? Come sarà il momento del trapasso? Domande alle quali lo speculare Serino-pensiero risponde con l’ironia di chi ha già oltrepassato quella soglia e non può più essere scalfito. Il Serino che ricorda persone ed episodi del suo passato con tenerezza, con gioia struggente, filtrando ogni fotogramma alla luce dell’anima e conservando solo quelli in cui sia visibile il riflesso di Dio.

Così, il poeta rivolge lo sguardo solo alle strade che portano verso casa: l’amore, la bontà, la bellezza in grado di elevare, il donarsi che rende capaci di fare la differenza. Nonostante sia in continua introspezione, Serino non è mai chiuso in sé stesso. E in tutto ciò la parola lo aiuta, lo innalza, oltre le barriere che ovunque, su questa terra, ci opprimono e ci ostacolano. La parola acquista una valenza liberatoria grazie alle sue inesauribili possibilità di creazione: in questo sta il senso dello scrivere. Alla domanda: perché scrivi? Si potrebbe quindi rispondere: perché la parola è luce, e io detesto il buio. Perchè la parola è casa. E’ il respiro dell’anima, è la vita stessa. E l’assenza di ispirazione, di conseguenza, è un sentirsi disabitato/simile a quell’albero nudo/da cui son fuggiti i canti/vivere/di stelle spente.

Donatella Pezzino

RITRATTI POETICI: GIUSEPPE LECCARDI – al bivio col tempo

(by Izabella Teresa Kostka)
Il tempo non va misurato in ore e minuti, ma in trasformazioni.
(cit. Fabrizio Caramagna)

Oggi vorrei presentare un poeta nato nel lodigiano nel lontano 1948, un artista di spiccata sensibilità e maturità, una penna classica ma per niente demodé o all’antica. Giuseppe Leccardi è arrivato all’età della saggezza e dell’equilibrio interiore, della profonda introspettiva riflessione sull’umana esistenza e sullo scorrere dei nostri giorni. Ha lasciato lontano i giorni delle primizie tornando al loro sapore attraverso i versi spesso malinconici, colmi di sentimenti e preziosi ricordi.

Giuseppe Leccardi come il leggendario Merlino condivide con noi la conoscenza dei valori della vita e di ogni sua sorprendente sfumatura. La poetica di Leccardi non grida e non graffia l’animo del lettore ma conduce i suoi passi verso la consapevolezza e la rassegnazione, la purificazione spirituale e, in un certo senso, costringe ad un piccolo, intimo esame di coscienza.

Le liriche del Nostro sono come un abbraccio paterno e accogliente, come un prezioso coprispalle posato sul corpo infreddolito da troppe paure. Facciamoci incantare e guidare dall’armoniosa bellezza delle sue parole:

• ALCUNE POESIE SCELTE di Giuseppe Leccardi

RIFLESSIONI

Lo sguardo fissa attento l’orizzonte
seguendo il girotondo dei pensieri
nei ciechi labirinti della notte,
su fino all’altopiano delle stelle
dove regna il silenzio dei millenni.

Lì è l’attesa, il punto di passaggio
di comete che rincorrono l’istante,
il casuale infrangersi del tempo,
sul muro dell’umano calendario.

L’universo è lo specchio, la misura
del nostro breve, flebile respiro
dei nostri passi incerti, titubanti:
nani, in un mondo fatto da giganti. Continua a leggere “RITRATTI POETICI: GIUSEPPE LECCARDI – al bivio col tempo”

AI CONFINI DEL CIELO, di Miriam Maria Santucci

AI CONFINI DEL CIELO
di Miriam Maria Santucci

Umilmente ti appresti a ritornare
nel grembo eterno del tuo Creatore.
Nuvole di ricordi e di preghiere
volteggiano attorno al capezzale.
Solo a chi parte è dato contemplare
il Mistero che avvolge questo mondo
e una luce di pace e di stupore
appare all’improvviso sul tuo volto.
Lasci le tue angosce e il tuo patire
e sigilli i tuoi affetti dentro il cuore.
Un ultimo respiro e ti trasporti
nell’altra dimensione dell’Amore.
Un angelo ti rimane accanto
e ti avvolge nel suo candido velo.
Poi dolcemente prende la tua mano 
e ti accompagna ai confini del cielo.

Poesia tratta dalla raccolta “Le Impronte della Vita”.
© Copyright 2015 – Miriam Maria Santucci.

“FELICITA” TRILUSSA, di Silvia De Angelis

1-trilussa

 “C’è un ape che si posa
su un bottone di rosa:
lo succhia e se ne và…
Tutto sommato, la felicità
è una piccola cosa.”

trilussa felicità

Un piccolo cantico, che d’impatto potrebbe apparire solo inusuale per la sua brevità, ma che riletto attentamente, sa racchiudere un profondo significato, non agibile a tutti.

Infatti, in molti, non riescono ad essere appagati dalle piccole gestualità del quotidiano, che, nel loro insieme ci permettono di condurre una vita piuttosto agiata, fatta di comodità  e di tutti quei particolari che rendono gaie le ore del nostro giorno.

Gli individui, in genere, spesso sono alla ricerca di cose astruse, al di fuori della  loro portata, per appagare un ego incontentabile e insoddisfatto, causa spesso, di forme di depressione.

Eppure basta osservare l’intensità del cielo e del mare, per appropriarsi d’un’infinita gioia di vivere, accompagnata da tanti piccoli particolari del contorno, che nel loro insieme, ci permettono di condurre un percorso abbastanza soddisfacente e in grado di mettere da parte, l’energia necessaria, per superare quei momenti complessi che la vita, prima o poi, riserva.

Quindi , tornando ai versi del Trilussa, cogliamone il senso più appropriato, cercando di catturare quella felicità dell’attimo, che abbiamo a portata di mano (@Silvia De Angelis)

 

Esumazione (Dedicata alle morti bianche di Carrara), di Yuleisy Cruz Lezcano

Mettimi il casco in testa,
così se cado, solo frantumo
il vestito bianco della morte.
Parlo e sono già vestito di rocce,
sono polvere di Carrara.
Scavando, cava son diventato
e le mie lacrime scritte in un muro,
dal vento e la pioggia sono state cancellate.
Le lacrime che non ho versato,
le hanno versate chi mi voleva bene.
Un funebre canto alle catene,
innalza nel vento
un esercito di parole mutilate.
Gli uccelli hanno disegnato nei miei occhi
voli che non riesco più a fare,
idee di avventure mai realizzate.
Asse immobile è la vita,
ferma nelle mie vene.
Mondo fermo da morti e pene
che girano attorno al marmo.
I commenti sono duro pane
sotto i denti
per chi deve masticare la morte
dei propri cari.
“La morte a Carrara
è come un raffreddore,
lo accetti e basta”
Come un’onda alla ricerca della sabbia,
le lacrime ferme negli occhi
son trattenute dall’umile timore di lanciarsi.
Il dolore è come un ripetitore di vuoti,
in tutti i luoghi dell’anima
scrive messaggi,
intrisi di veleni furiosi
e di sete di incubi, mutanti in volti,
riassunti nella tristezza
di un angelo che passa.

di Yuleisy Cruz Lezcano

La bellezza del marmo nella sua sede naurale…
La Natura va rispettata… L’incidente è sempre in agguato…

Il grande ritorno del poeta MARCO GALVAGNI “I SOTTILI PENSIERI DI CANTO” (Libeccio Edizioni – CTL, 2019)

(by I.T.Kostka)

Abbiamo sentito la sua mancanza da un lungo periodo di tempo e ora, finalmente, posso annunciare con gioia il grande ritorno del talentuoso e romantico autore milanese Marco Galvani. Il suo prossimo libro di poesie dal titolo “I sottili pensieri di canto” vedrà la luce tra pochi giorni grazie alla Casa Editrice CTL e il suo marchio Libeccio Edizioni.

Ovviamente non posso svelare in anteprima tutti i dettagli di questa incantevole ed emozionante raccolta, che sicuramente regalerà a ogni futuro lettore il meglio della poetica di Galvagni: ardenti canti d’amore scritti con un linguaggio sublime e raffinato, versi travolgenti come le maree di un amore profondo e passionale.

In seguito riporto uno stralcio della prefazione a cura della scrittrice e psicologa Valeria Bianchi Mian, tre poesie tratte dal libro e la nota biografica dell’autore. Buona lettura!

I.T.Kostka, Milano 2019

• Tratto dalla prefazione a cura della scrittrice e psicologa Valeria Bianchi Mian:

“Se non è facile scrivere storie d’amore, ancor più complesso è tessere i sentimenti in versi per cantare la poetica del desiderio.
Tradurre i dettami della passione in metafora non è un procedere per sublimazione; si tratta piuttosto di cogliere al volo una sensazione impellente, la necessità immediata del volto e del corpo dell’altro, per offrire le mani alla propria terra animica e scavare, aprendo varchi. Si tratta di lasciar emergere immagini ancora in abbozzo, affinché l’intuizione si possa far strada nel buio del ‘non ancora’. È così che la poesia d’amore nasce, cresce e, attraverso l’innamorato, parla un linguaggio universale.
Il poeta in amore è colui che con Eros opera trasformazioni, colui che rimescola la Prima Materia delle emozioni, della volontà imperante, dell’istinto, e ne fa componimento affettuoso dedicato all’oggetto amato – ché il soggetto è lo stesso poeta riflesso nel volto dell’altro/a.
Non è facile per me, per il mestiere che svolgo in questo spazio-tempo, leggere poesie amorose senza aprire le pagine della favola di Eros e Psiche. Faccio danzare i due protagonisti nella mia mente, li osservo prendere forma attraverso le parole di Marco Galvagni, un poeta capace di intrecciare il filo della terra al cielo, dando il via a un ballo-duello appassionato di farfalle in volo e onde in tumulto. Leggo le sue poesie e vedo l’anima – Psyché – alla ricerca di un Dio, quell’Amore che si cela nel non detto tra le parole e poi per incanto si mostra. Il lettore di questa silloge viene attratto dal percorso che si va delineando tra un uomo e una donna destinati all’incontro (…)”in ok Continua a leggere “Il grande ritorno del poeta MARCO GALVAGNI “I SOTTILI PENSIERI DI CANTO” (Libeccio Edizioni – CTL, 2019)”