Racconti. L’ ULTIMO DESIDERIO, di Tiziana Valori

Racconti. L’ ULTIMO DESIDERIO, di Tiziana Valori

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L’ ULTIMO DESIDERIO (racconto breve)

L’ultima sigaretta e anche la prima.

Non ho mai fumato ma il capitano kartofen che sta per comandare la mia kartofen esecuzione è ben fermo nel ripetere:

“Fuole fumare l’ultima sikaretta?”

“Non c’è qualcos’altro?” ho chiesto. “Un caffè, magari. Una limonata.”

No. Ha ripetuto l’offerta dell’ultima sigaretta prima di fucilarmi.

Guardo quella faccia baffuta e austriaca sotto quell’elmetto austriaco cui avrò mirato chissà quante volte dalla mia postazione mancandolo sempre.

Mi hanno catturato e, solo perché stavo nella zona di nessuno fra le due trincee, sono considerato una spia. Niente prigionia di guerra. Immediato passaggio per le armi.

“Ma no” ho cercato di farmi capire. “Che spia? Io obbedisco agli ordini. È il tenente che mi ha detto ‘mettiti lì e spara tu che hai una buona mira’.

Tutto inutile. Se mi capiscono fanno finta di non capire.

Il mangiacrauti mi porge la sigaretta senza neanche chiedermelo più. Che ho da perdere? Guadagno qualche minuto di vita. Me l’accende quel kartofen tanto gentile che vuole far presto a fucilarmi.

Tiro e quel fumaccio maligno mi entra nei polmoni, nei muscoli, nelle ossa. Non respiro più. Gli occhi mi escono lacrimando e l’aria dov’è mentre tossendo e sputando mi sembra di cacciare l’anima?

Quando riesco a dir qualcosa ansimo:

“Che aspettiamo? Vi prego, fucilatemi…”

Tiziana Valori

Racconti. LA RANA E IL BUE, ERREBI da una favola di Fedro del secolo I

Racconti. LA RANA E IL BUE , ERREBI da una favola di Fedro del secolo I

Fabulae e Fiabe

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LA RANA E IL BUE

Una piccola rana, un poco spocchiosa e vanitosa, si specchiava sul bordo di un ruscello, nelle prossimità di un pantano, quando alzando la testa verso il prato lontano, vide un bellissimo e grande bue, che indifferente e tranquillo pascolava con assoluta disinvoltura.
In lei scattò subito l’invidia e subito ebbe ad atteggiarsi con petto in fuori per imitarlo e nel farlo si rivolse alle sue amiche vicine:
“ Sarà anche bello e grosso quel bue, ma anche io se voglio posso essere più di lui”
E preso fiato si gonfiò a dovere.
“ Guardatemi, sono già più grossa di lui”
Ma le altre rane in coro gli dissero sinceramente di no.
Allora raddoppiò lo sforzo e mise quasi tutto il fiato che aveva in corpo per gonfiarsi ancora di più e poi…
“ Che ne dite? Ora si che sono più grossa!”
“ Il bue! Il bue!” Risposero in coro
La rana non resisteva più a quell’ignobile affronto e sconfitta, allora in ultimo sforzo, tese talmente la sua pelle e tutto il suo corpo che….schiantò e morì sul colpo.

MORALE: Ognuno è fatto come è fatto e ognuno ha la sua dote, chi la bellezza, chi la forza del corpo, chi le ricchezze, chi gli amici potenti, chi l’intelligenza, e ognuno deve essere contento del suo. Non ci si deve sforzare, con l’invidia, di imitare chi si crede sia superiore, è soltanto una misera e ignobile pazzia.

ERREBI da una favola di Fedro del secolo I

Immagine: Grandville – La rana e il bue, illustrazione per il libro ” Fiabe di La Fontaine” (1621- 1695) pubblicato da H. Fournier Aine nel 1838

Racconti. UN DONO, di Tiziana Valori

Racconti. UN DONO, di Tiziana Valori

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UN DONO (racconto breve)

“Uno, passo; due, carta, diciotto, passo; tre, carta, ventidue, sballo. Banco, carta, ventitre. Paga uno, paga due.” Il croupier si alza e viene subito sostituito. Il gioco prosegue.

Marco Marchi, avvisato da una lucetta sul suo posto di lavoro è stato convocato in direzione. Salendo una scalinata dà un’occhiata al suo mondo, la sala coi suoi tavoli da gioco, col bar al centro, le casse e le slot-machine, alcune delle quali anche a distanza trasmettono un continuo ‘tran tran’.

Il direttore del ‘Major Fortune’ si alza, lo mette a proprio agio con una cordiale stretta sulla spalla, lo fa sedere e chiama con un pulsante il suo braccio destro.

“Vitali” gli si rivolge subito, “non perdiamo tempo perché il tempo è…”

“Denaro” rispondono assieme Marchi e Vitali.

Questi mostra al dipendente un mazzo di 108 carte francesi e lentamente gliele sfoglia davanti. A un cenno del boss si interrompe e chiede:

“Marchi, se quattro suoi avversari hanno quindici con 40 €, diciannove con 60 €, quattordici con 10 € e venti con 30 €, lei che ha quindici che fa?”

Marchi pensa nell’attimo concessogli ‘ prendo 50 e perdo 90; se faccio non più di sei posso arrivare a guadagnare…’ :

“Carta!”

“Sballato!” fa Vitali scoprendo un sette. “Marchi, non ha notato che sono uscite molte carte piccole? Così il Casinò ha perso 100 € in più. E così non va.”

“Marchi” si intromette il boss, “sarà l’età avanzata ma lei ha perso il dono di saper tenere a mente le carte uscite.

E allora…”

“Licenziato?” e al cenno di assenso: “E che farò ora a 48 anni? Chi mi assumerà?”

I due superiori alzano entrambi le spalle e non dicono chiaramente:

“E a noi che ci frega? Problema suo.”

Marchi sa che è inutile insistere. Si alza senza salutare e si avvia con la testa vuota e triste verso la vita esterna dove saper ricordare le carte non è un gran dono.

Tiziana Valori

Racconti. COSI’ TANTO PER … di Gregorio Asero

Racconti. COSI’ TANTO PER … di Gregorio Asero

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COSI’ TANTO PER …

Sono molte le figure che un artista o un poeta descrive nelle sue canzoni, esaltazione degli eroi, oppure delle genti comuni. Entrambe a mio parere hanno qualcosa di unico da raccontare. Mi viene in mente, mentre sto scrivendo questo pensiero, che anche i miei amici animali hanno avuto o hanno qualcosa di molto importate da raccontarci.

Ecco ad esempio penso al mio cane che ha passato la sua vita al mio fianco, fedele compagno di giochi quando era “fanciullo” e maestro di vita quando vecchio e cadente,mi guardava pensoso. Immaginavo che leggesse i miei pensieri e si struggeva per il fatto di non potermi aiutare a risolvere i miei guai terreni.

Un’altra immagine che mi corre alla mente, è lo “Zu Janu”, era un vecchio che lavorava alla masseria di mio padre, molti molti anni fa, quando ancora felice vivevo nella mia amata terra. Ebbene quest’uomo era lo Zio di tutti. A dire il vero non capivo perché tutti lo chiamassero Zio, ma tant’è, era così. Continua a leggere “Racconti. COSI’ TANTO PER … di Gregorio Asero”

Racconti. EZIO & ROMINA (61 vicende tragicomiche). 27 – IL RAZZISTA Roberto Bontempi

Racconti. EZIO & ROMINA (61 vicende tragicomiche). 27 – IL RAZZISTA Roberto Bontempi

EZIO & ROMINA (61 vicende tragicomiche). 27 – IL RAZZISTA

Stavano facendo shopping Romina ed Ezio quando a quest’ultimo arrivò uno sputo sulla scarpa.

Si fermò indicando allibito la tomaia in questione al colpevole di tanto scempio. E no, quello spor … Gli venne subito da correggere il pensiero: un normalissimo uomo di colore durante il suo struscio nel centro cittadino aveva lasciato della saliva sulla sua scarpa. Però si restava lì fermi con la scarpa a far da trattino d’unione fra due mondi.

“Dico, spero non l’abbia fatto apposta” scandì ben deciso Ezio guardando dritto negli occhi giallognoli del forestiero. Questi gli rispose con un forte accento romanesco:

“Guarda che se’ stato tu a mette la scarpa dove stavo a sputà io. Mò non se po’ manco sputà.”

“Sulle scarpe altrui no e manco sulla strada libera, che appartiene a tutti e pure a me. Da dove vieni forse l’asfalto non esiste e penso che per terra, dove c’è terriccio, uno sputo non faccia tanto senso.” Continua a leggere “Racconti. EZIO & ROMINA (61 vicende tragicomiche). 27 – IL RAZZISTA Roberto Bontempi”

Racconti: AL MASSIMO, di Tiziana Valori

Racconti: AL MASSIMO, di Tiziana Valori

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AL MASSIMO (racconto breve)

“Sensazioni fantastiche, signori!” enfatizzava il pilota. “E supersensazioni con una piccola maggiorazione.”

Veramente io sono un giovanottone che non ha paura di niente. Dovrei essere da meno di quelli che vedo avventurarsi su quel trabiccolo che però vola da eccezione? Si impenna, cabra, sculetta e tutte quelle cose che piacciono a quelli che vengono qui sul campo di volo a guardare i coraggiosi.

Io non sono venuto con la ragazza, però con una ragazza posso tornarmene. Chi lo sa? Magari carina e spinta, hai visto mai?

Però non ho mai visto ancora chi ha pagato quel famoso supplemento. Continua a leggere “Racconti: AL MASSIMO, di Tiziana Valori”

Racconti: EZIO & ROMINA, di Roberto Bontempi

Racconti: EZIO & ROMINA, di Roberto Bontempi

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EZIO & ROMINA (61 vicende tragicomiche). 26 – IL PUNTO

“Devi comprare il lubrificante?” chiese Romina con lo sguardo pensoso.

“Sì, tesoro, proprio” rispose Ezio con lo sguardo sognante.

“Ma lo hai ripetuto due volte, tesoro. Deve essere un lubrificante a cui affidare la propria vita. Cos’è? Per i freni? La scatola dello sterzo?”

“Non è per la macchina e non ci affido la vita ma conto molto sulla sua efficacia.”

“E lo avevo capito benissimo, che, non ce lo sai?

Te lo puoi scordare. Risparmia i soldi.”

“Ma tesoro, io sono un normodotato. Che paura c’è?”

“Nessuna, anche perché il tiro va corretto: tu sei un ipododato. Ma non è questo il punto.”

“E qual è il punto, tesoro mio?”

Romina era combattuta tra rispondere o mollargli un calcione tale da metterlo fuori uso per parecchio e proprio in quel senso.

“Il punto è che sei un laido, un lercio pervertito. E quel punto non è minimamente importante per me.” Continua a leggere “Racconti: EZIO & ROMINA, di Roberto Bontempi”

IL RE CHE DIVORAVA I SUOI FIGLI, di Roberto Busembai

Prima ancora che esistesse il mondo, quello che oggi noi viviamo, c’era una grande confusione, la terra era mista al mare e il cielo non sapeva dove stare, la luna accompagnava il sole a fare una passeggiata notturna e il sole rendeva la compagnia nel brillare del giorno. In questa confusione c’era comunque un Re che dominava il tutto da una grande montagna, l’Olimpo, era il padrone di questo mondo e si chiamava Saturno. Aveva un corpo gigantesco e un animo crudele, pensate che per essere il solo a comandare aveva ucciso a tradimento il suo fratello Urano. Appena salito al trono si sposò con Rea, una bellissima divinità che gli ebbe a dare subito due figli, ma lei non sapeva la brutta sorte a cui essi si sarebbero trovati, infatti erano appena nati che Saturno li prese con le sue grandi mani e stritolandoli strappò le loro carni e li divorò.
La moglie supplicava e si contorceva dal dolore, ma lui non l’ascoltava tanto era furioso nel doverlo fare, infatti pare che un oracolo,un indovino, gli aveva predetto che un giorno un suo figlio avrebbe comandato su tutto il mondo e lui sarebbe stato spodestato in eterno. 
Alla nascita del terzo figlio, che si chiamava Giove, Rea prese le precauzioni per salvarlo dal padre e con un macigno ovale avvolto tra le fasce fece credere a Saturno che quello fosse il figlio nato, e lui senza nemmeno degnarsi di guardarlo lo ingoiò come un niente e poi si addormentò.
Rea scese dall’Olimpo con il bambino in braccio, era notte fonda e approfittando della mancanza di luce arrivò fino a valle sull’isola di Creta, appena giunta, assetata e con la voglia di lavare quel piccolo bambino appena nato, cercò dell’acqua, ma la terra di allora era arida e secca e difficilmente pioveva. Disperata si inginocchiò e pregò gli Dei perchè avessero pietà del suo bambino e così facendo con uno scettro picchiò su una roccia che subito si frantumò e sgorgò acqua pura e limpida.
Una volta lavato Giove e dissetata, arrivò in una grotta poco lontana, dove sapeva che vi vivevano le Ninfe, ancelle pure e gentili, a cui affidò il piccolo bambino e di cui era certa che sarebbe cresciuto sano e felice.
Poi per paura che Saturno la cercasse, si incamminò di nuovo verso l’Olimpo ma era felice perchè aveva salvato suo figlio, il futuro Re di tutto il mondo.

ERREBI da una antica fiaba mitologica

Immagine web: Rubens – Saturno che divora i suoi figli

Racconti: AL MIO DIARIO, di Giovanni Roberto Busembai

Racconti: AL MIO DIARIO, di Giovanni Roberto Busembai

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AL MIO DIARIO

E ritorno come ogni giorno a salutarti con le mie parole, con quel poco che so fare, scrivere e narrare, e come ogni giorno ti ritrovo ad ascoltare e apprendere su questi fogli bianchi, il mio silenzio fatto di lettere e scritture, inchiostri e matite pure.

Ma oltre non potrei riordinare i miei sogni e le mie passate avventure, la mente ricorda sempre ma spesso, e con il passare del tempo specialmente, travisa quello che ha vissuto e di un piccolo sentimento ne fa diventare un grande evento, mentre diversamente, di una bella sensazione ne traccia solamente il marginale, e tutto questo perdersi fa male, non si devono dimenticare o travisare i ricordi sia belli che brutti, ecco perchè mi trovo anche oggi a scrivere su di te mio fidato amico, diario di un presente che a malapena è già passato.
Rimango spesso con la penna in mano e vago sulla pagina come fossi naufrago in un mare calmo, ma abbandonato su un tronco, la mia matita, e mi aggrappassi ad essa come unico sostentamento della mente e del cuore, sapessi diario quanto è difficile esprimere un sentimento, sia d’amore che di dolore, ognuno di questi tiene in serbo tutte le espressioni che gli si possano attribuire e, sinceramente, tiene anche in riserbo quel poco di riservatezza che non guasta il cuore ma lo rende sacro, e difficilmente si può trasportare in uno scritto e con le giuste parole.
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Racconti: IL RATTO, di Tiziana Valori

Racconti: IL RATTO, di Tiziana Valori

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IL RATTO (racconto breve)

Quel matrimonio non era proprio il massimo delle feste ma, comunque fosse, era stato necessario: Ginetto e Lucia erano scappati, avevano fatto la ‘fuitina’ due anni prima e ora, compiuti entrambi i diciotto anni, avevano dovuto rimediare. Questo sposalizio forzato, riparazione al ratto, era quanto la società richiedeva e ‘la società’, nella fattispecie, era rappresentata fieramente dai parenti della sposa.

No, la festa non si poteva dire proprio riuscita: lo sposo era moscio che più moscio non si può e di conseguenza tutti i suoi erano terribilmente imbarazzati e gli altri offesi. Nello sguardo della sposina c’era anche l’espressione alla ‘ormai dove scappi?’ del pescatore che tira il pesce in barca.

Che quel giorno fosse proprio infausto ci si accorse quando il mortorio volse al termine notando l’assenza di Mene e Paoletta dal gruppo dei piccoli. Non si riusciva a rintracciarli e la parola ‘rapimento’, non pronunciata da alcuno, frullava nella mente di tutti. Continua a leggere “Racconti: IL RATTO, di Tiziana Valori”

Racconti: Un giorno d’autunno, di Vittorio Zingone

Racconti: Un giorno d’autunno, di Vittorio Zingone

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Un giorno d’autunno, mentre, in un giorno di vento con una sottile pioggerellina, stando in equilibrio instabile, lasciavo cadere le olive sul tendone, un mio vicino di casa mi osservava…

Quando terminai di raccogliere l’ultima pianta, tornai a casa. Il vicino che era ancora li’ ad osservare, quando giunsi a portata di voce, disse: – in questo mondo c’è chi parla e c’è chi fa. Lapidario.

A me vennero in memoria gli antichi Romani che affermavano: – Verba volant, scripta manent. E lo considerai un saggio discendente di quei grandi nostri antenati il mio semplice vicino di casa. Quell’episodio di più di una ventina di anni fa non lo dimenticherò mai.

Un abbraccio d’augurio di una splendida giornata a coloro che leggeranno questi miei pensieri.

foto: Wikipedia

Racconti: PER CHI DECIDE DI AVERNE AVUTO ABBASTANZA, di Gregorio Asero

Racconti: PER CHI DECIDE DI AVERNE AVUTO ABBASTANZA, di Gregorio Asero

Gregorio Asero

PER CHI DECIDE DI AVERNE AVUTO ABBASTANZA

Quando un essere umano decide che la sua corsa è finita, io penso che non faccia neanche in tempo a dire: muoio.
Forse il mondo, la solita vita o la solita situazione, agli occhi di chi decide di averne avuto abbastanza, appaiono diversi, inutili.
È vero sono sicuramente depressi e forse non sanno neanche se riusciranno a morire, e questo, penso, aumenta il loro dramma.
Chi si suicida ama la solitudine e se decide di togliersi la vita, evidentemente non gliene importa niente.
Vanno a morire con le mani in tasca e forse anche fischiettando.
Prima che un aspirante suicida decida di compiere un gesto senza ritorno, e lo sente che il giorno si avvicina inesorabile, ci lascia sempre qualche messaggio scritto o d’azione, che poi, a noi sembrano aghi infilati nella carne e suonano come rimprovero, come accusa.
Certo che chi resta si consola pensando che il suo cervello sia voltato sulla luna e che, in fondo in fondo, non era tanto a posto, così ci si lava la coscienza.
Non è così! Certo i benpensanti non possono che considerare matto colui che valuta di aver vissuto abbastanza.
“Sicuramente è matto colui che compie un gesto simile”, si sbracciano a urlare i forti, i maci, gli audaci, i coraggiosi.
E la chiesa che fa? Peggio ancora di tutti, ricorda che uccidersi è peccato, invece di scavare nei motivi di tale gesto.
Non penso che chi suicida sia diventato matto e non penso neanche che sia un vigliacco.
Non credo che non capisca il grande gesto che sta compiendo. Bisogna avere il coraggio di rispettare e anche “onorare” chi un giorno ha deciso, con grande dignità, di aver vissuto abbastanza e si rifiuta di vivere di illusioni.
I suicidi, sicuramente, a mio parere, hanno un posto importante, ad accomodarsi a fianco al creatore. Per chi ci crede ovviamente.

da “PENSIERI SOSPESI ”
di Gregorio Asero
copyright legge 22 aprile 1941 n. 633

Racconti: SENSI DI COLPA, di Tiziana Valori

Racconti: SENSI DI COLPA, di Tiziana Valori

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SENSI DI COLPA

No, non mi sento affatto colpevole, che ci posso fare?

Eppure lo tradisco perché le mie cose le faccio di nascosto. Lui invece me lo ha detto lealmente:

“Tesoro bello, sono tre mesi che vado con un’altra. Però amo anche te, lo sai, e tu non ti sei mai sentita trascurata, è vero?

Vedi tu se vuoi separarti. Figli non ne abbiamo e quindi i danni saranno limitati. Ma, almeno, te l’ho detto e così non mi sento più tanto in colpa.”

E, quindi, avendomelo detto non si sente in colpa ma si sente in diritto di ricevere telefonate da quella là, di andarsene a passare la notte fuori facendo impunemente di tutto e di più. Tanto me l’ha detto … e che altro posso volere?

Io ho abbozzato, come suol dirsi, da moglie brava e comprensiva.

Però alle sue spalle mi vendico alla grande ed esco quando voglio senza sentirmi in dovere di rendere conto. E il mio caro marito non ha più alcun diritto di impedirmelo. Giusto per dargli la possibilità di chiudere entrambi gli occhi, a volte dico di andare a passeggio, o per vetrine, o dalle amiche. Se vuole indaghi lui e venga pure a sapere che non uno ma due amanti riempiono più che soddisfacentemente la mia vita intima. Oltre lui, ovviamente.

Io non passo mai fuori la notte è vero, ma sono abbastanza accorta da fare le mie cose, senza dire a nessuno dei miei uomini degli altri. E mi diverto tanto in questo ruolo losco e trasgessivo. Mettiamola così e con mio marito pari e patta. O no?

Tiziana Valori

Ho paura del telegiornale, di Patrizia Benetti

Ho paura del telegiornale, di Patrizia Benetti

Racconto premiato al Concorso Oubliette.

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Ho paura del telegiornale

Sono fiorite le calle. Vedessi come sono belle, Annina! Ho tolto l’erbaccia dal nostro giardino e ho pure imparato a stirarmi le camicie. Sorridi, lo so.
Ieri sera, Alfio e Giuseppe sono venuti a prendermi e mi hanno “trascinato” al bar. Hanno detto che è dura, ma la vita continua.
Abbiamo giocato a tresette e mi sono divertito. Il tempo è trascorso veloce e l’angoscia si è placata.
Sto preparando gli arnesi: ami, esche e canne, perché domenica mattina andiamo a pescare. Una giornata all’aria aperta mi farà bene.
Alfio e Giuseppe sono i miei amici più cari, ci conosciamo da quando eravamo ragazzini e ci capiamo al volo. E’ bello poter essere se stessi, senza finzioni o forzature, soprattutto quando si soffre.
Mi machi Annina e adesso che sono solo, la sera non riesco più a guardare il telegiornale. Mi fa paura, con tutte le sue brutture e le sue miserie.
Allora accendo la radio, cucino e penso a te.
Mi sembra di sentire la tua mano che mi accarezza e la tua voce dolce che mi sussurra:
“Coraggio Alfredo. La vita è bella!”.

Racconti. DI DOMENICA SI ANDAVA AL FIUME, di Roberto Busembai Errebi

Racconti. DI DOMENICA SI ANDAVA AL FIUME, di Roberto Busembai Errebi

Blog personale

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DI DOMENICA SI ANDAVA AL FIUME

E di domenica solitamente si andava al fiume.
“ Si, va bene allora come al solito, grazie Nada” e posò la cornetta del telefono con un gusto allegro sulla faccia, mia zia aveva allora concordato con la sua amica, l’incontro per domani per una scampagnata, che poi era la solita di quasi tutte le domeniche d’estate.
L’appuntamento era nella piazza di un piccolo paese vicino alla città, ma per raggiungerlo i miei genitori prendevano la “corriera” carichi di borse con dentro le cibarie per il pranzo del giorno, io invece salivo sul sedile dietro la bicicletta di mia zia, avevo circa dieci anni, ed ero ancora piccoletto di statura, mingherlino, non pesavo molto, e lei mi portava sempre ovunque andasse, ed io sinceramente l’adoravo quel farmi trasportare guardando qua e la, la gente e le cose che mi passavano accanto.
Si arrivava che già c’era Nada con l’auto del suo genero e la sua sorella, che ci aspettavano, i miei genitori erano già arrivati e aveno provveduto a caricare l’auto. C’era anche Santino (Sante), il loro figlio, il mio amichetto d’avventure, ma di primo mattino se ne stava sempre quieto e pareva stanco, tanta non aveva voglia nemmeno di salutare. Io sarei salito con lui e con un altro zuo zio, Salvatore, un giovane “scapolone” di circa trent’anni, sempre sorridente e giocherellone, sull’Alfetta usata, così diceva, i miei sulla 600 del padre di Santino.
Ma non si camminava poi tanto, il fiume era vicino, si scollettava il poggio di riparo e tra le alte pioppete e una strada bianca di ciottolati e sassi di fiume si lasciavano le macchine e si scendeva nel letto del fiume, tra rena e sassi, tra canne e vegetazione.  Continua a leggere “Racconti. DI DOMENICA SI ANDAVA AL FIUME, di Roberto Busembai Errebi”