IL MIO NOME È NESSUNO, di Vittoriano Borrelli

IL MIO NOME È NESSUNO, di Vittoriano Borrelli

I tablet e gli smartphone dell’ultima generazione fanno ormai parte delle nostre abitudini quotidiane e sonoaccessori irrinunciabili di ciò che indossiamo. Se ci capita di osservare le persone che ci girano intorno, scopriamo che sono sempre di più quelle intente a parlare al cellulare, a messaggiare o a seguire l’ultima moda del selfie, ovvero l’autoscatto fotografico.

IL MIO NOME E' NESSUNO

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Voglia di visibilità, di sentirsi qualcuno in mezzo a tanta anonimia, sembra essere questa la molla che ha fatto scattare una tendenza sociale sicuramente innovativa e intrigante che ha stimolato non  poco l’interesse di sociologi e psicologi, veri o presunti, del nostro tempo.

Ma qual è il prezzo da pagare e, soprattutto, l’effetto di cotanto protagonismo?

Chi mi segue sa che ho trattato questo argomento in diversi articoli con accenti quasi sempre negativi. Le infinite strade comunicative rese possibili dalle tecnologie del momento, se da un lato hanno accorciato, e di molto, certe distanze un tempo impensabili e irraggiungibili, dall’altro hannovirtualizzato le relazioni sociali creando più solitudine che appartenenza al contesto, più esclusione che inclusione, in una parola, più emarginazione.

Certo, se il progresso tecnologico venisse utilizzato a piccole dosi e con sapiente oculatezza si potrebbero apprezzarne anche gli aspetti positivi come l’immediatezza e la facilità di reperire leinformazioni, la possibilità di entrare in contatto con un mondo dalle mille sfaccettature capace di pungolare le curiosità più esplorative.

Ma, come si dice, non è oro tutto quello che luccica. In primis l’autenticità di chi è al centro delle nostre attenzioni mediali è messa a dura prova da una realtà che latita nei sentimenti e nel coinvolgimento emotivo. Quanto più le cose o le persone con cui entriamo in contatto quotidianamente ci disturbano o, peggio, ci sono indifferenti, tanto più il rigurgito verso più comode trasposizionivirtuali del nostro essere è dirompente.

E’ un po’ come stare continuamente in bilico tra la nostra incapacità di relazionarci  e la nostrafertilità ideologica nel ricercare in ciò che non esiste -se non come fotografia o messaggio virtuale- quello di cui siamo carenti: affetto e attenzione.

Dubbio amletico del nostro tempo.  Ecco che allora il selfie, l’attesa di un commento o di un “mi piace”, tanto agognati ed effimeri, assumono sostanza in un mondo reale che di concreto ha ben poco.

E poco importa se il mio nome è nessuno quando per pochi istanti le luci di una ribalta immaginaria possono regalarci un brevissimo sorriso.

Perché, come cantava il grande Renato Zero, “è meglio fingersi acrobati che sentirsi dei nani …”

BLOG RETRO: 08.04.2016

IL MONDO BUIO, di Vittoriano Borrelli

IL MONDO BUIO, di Vittoriano Borrelli

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C’è un mondo buio che la gente non vede, perché tutto ciò che è oscuro suscita timore e diffidenza.

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È un mondo di dolore e di sofferenza che vive ai margini delle strade, dei porti e delle stazioni in attesa di un viaggio verso lidi più ospitali dell’accoglienza e della tolleranza.

Il mondo buio abbaglia e rende cieco anche chi ha una vista acutissima ma non sa guardare oltre il proprio naso. Si ha paura di cogliere le sfumature di uno sguardo che è una richiesta di aiuto, partecipazione e condivisione  del benché minimo disagio.

Il dolore altrui è visto come una malattia che può essere contagiosa e come tale da bandire tenendosi a debita distanza nella propria gabbia di vetro. Si moltiplicano così le solitudini che avanzano impetuose come le onde del mare per poi infrangersi sopra gli scogli dell’indifferenza Continua a leggere “IL MONDO BUIO, di Vittoriano Borrelli”

Racconti: La Gola, di Tiziana Valori

Racconti: La Gola, di Tiziana Valori

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LA GOLA (racconto breve)

“La regola che non c’è più, per noi vige sempre” cantilenò scherzoso a tavola alla vista di tanta bella carne ingurgitata con gusto dagli altri commensali.

Fra’ Marco era felicissimo di passare la vigilia di Natale fra i suoi, e che ci poteva fare se quell’anno era capitata di venerdì?

“Ma dai” gli fecero in tanti. “Chi vuoi che ti veda? Se non è non più peccato mangiare la carne il venerdì…”

Come faceva il fraticello a dire di piantarla? Che era già difficile restare a guardare mentre gli altri si strafocavano?

Il priore, nel dargli il permesso di trascorrere una giornata lontano dal convento, lo sapeva bene. E infatti:

“Fratello Marco, tu sarai sottoposto a grosse tentazioni. Ma ricordati che Gesù proprio di venerdì patì le sofferenze mortali della croce. Noi, in ricordo di tale misfatto perpetrato da tutta l’umanità passata, presente e futura, continuamo a ritenere vincolante il divieto di mangiare carne il venerdì.”

Finito il pasto, la mamma fece un cenno al monaco ed entrambi si avviarono in cucina. E là, lontano da occhi indiscreti, Marco potè affondare i denti nello zampone, nelle fette di cotechino piene di quei bei pezzetti di grasso e nello stufato di coniglio mentre la mamma si beava di tanta ingordigia mormorando:

“Solo una mamma conosce il figlio.”

Tiziana Valori

IL DUBBIO, di Vittoriano Borrelli

IL DUBBIO, di Vittoriano Borrelli

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Da qualche giorno sono assalito dal dubbio di avere ammazzato qualcuno. Esattamente da trentasette ore e quarantacinque minuti, il tempo trascorso da quando mi sono recato al supermercato fino adesso che sono a letto a rimuginare su quello che è (o sarebbe) successo.

IL DUBBIO

Ho passato una notte piena di ripetizioni: mi sono alzato e sono andato in cucina, ho aperto il frigo per cercare qualcosa da bere, sono ritornato a letto per poi rialzarmi e rifare le stesse cose. Niente. Non c’è stato modo per acquietarmi e spegnere la mia sete di risposte alle domande che in rapida successione hanno iniziato a pungolarmi come una spilla su tutto il corpo.

Ricordo perfettamente quello che ho fatto al supermercato, le cose che ho comprato, la spesa che ho prelevato dal carrello e che ho riposto con cura nel bagagliaio della mia macchina. Ho bene impressa ognuna delle azioni che ho compiuto prima di imboccare la strada del ritorno, come la chiave d’accensione con la quale ho fatto partire l’auto al primo colpo e la retromarcia che ho inserito per uscire dal parcheggio.

Poi un tonfo, qualcosa contro cui avrò urtato con la macchina e che mi ha fatto pensare ad una persona per le grida che si sono levate subito dopo l’impatto.

Non ricordo altro. Black-out completo, come se tutto si fosse fermato al momento in cui ho creduto di avere investito qualcuno. Un dubbio che mi ha accompagnato nelle ore a seguire e che ora mi sta lacerando come un rimorso acerbo e incalzante, benché inspiegabile e immotivato. Continua a leggere “IL DUBBIO, di Vittoriano Borrelli”

AMORE MIO, di Vittoriano Borrelli

AMORE MIO, di Vittoriano Borrelli

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Si dice che l’infedeltà sia tipica del genere umano a differenza degli animali (e dei cani in particolare) che invece riescono a sviluppare un legame affettivo costante e duraturo. Siamo per costituzione portati più facilmente a distaccarci dagli affetti o a provarne di nuovi quando quelli che abbiamo non ci soddisfano più.

AMORE MIO

Questo accade soprattutto per incapacità di amare o per bisogno di colmare certe carenze affettive che ci trasciniamo fin dall’infanzia. Eterni scontenti o forse tendenzialmente proiettati a idealizzare l’amore che quello reale o a portata di mano ci appare sempre pieno di difetti.

Non so se la crisi della coppia, oggi sempre più crescente a giudicare dal numero dei divorzi o delle separazioni, sia associabile a questa instabilità affettiva in nome della quale molte persone sono inclini a cambiare partner o a decuplicarli con una serie infinita di tradimenti.

E c’è chi pensa di passarla liscia costruendosi una doppia vita o procurandosi degli stratagemmi più fantasiosi per non essere scoperto.

Per l’infedele incallito, ad esempio, vi sono due paroline magiche che potrebbero toglierlo da ogni imbarazzo: Amore mio. Che si chiami Lucrezia, Ermenegilda o Teresa, o che si chiami  Saverio, Arturo o Tarcisio, meglio sostituirli tutti con un caro ed affettuoso Amore mio. Continua a leggere “AMORE MIO, di Vittoriano Borrelli”

Racconti: L’autostop, di Tiziana Valori

Racconti: L’autostop, di Tiziana Valori

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L’ AUTOSTOP (racconto breve)

Aveva detto chiaro e tondo a quella vagabonda che lui per abitudine non dava mai passaggi e poi aveva pensato solo a far rifornimento.

Quella ragazza, sotto i venti come suo figlio, era il classico tipo della ribelle col ‘me ne frego’ stampato sul viso, bello e insolente. I suoi jeans erano tutto uno strappo e ponevano in vista l’ombelico. Giuseppe notò anche che facevano da seconda pelle a un culetto appetitoso.

Gli stavano pompando la benzina ed eccola di nuovo a chiedere con lo zainetto e un’espressione un po’ più umile.

“Dai, portami” mormorò con le mani sul vetro abbassato. “Appena fuori dall’autostrada te la do. Dovunque esci mi sta bene.” Continua a leggere “Racconti: L’autostop, di Tiziana Valori”

Racconti: DISTILLARE GIOIA DALLA DISPERAZIONE, di Leonardo Migliore

DISTILLARE GIOIA DALLA DISPERAZIONE, di Leonardo Migliore

distillare

DISTILLARE GIOIA DALLA DISPERAZIONE
di Leonardo Migliore

Un momento di cupa tristezza m’assale.
Penso ad ali dorate e a un petto robusto che m’abbracciavano.
Non oso guardare all’insù.
Scoprirei un volto incorporeo che rimarrà sempre impresso nella mia mente.
M’affligge molto percepire la tua presenza nella tua assenza.
Sei stato tutto per me, darei la mia esistenza per poterti stringere ancora per un attimo, per posare un bacio caldo sulle tue guance.
Ti ho amato come non ho mai amato nessuno nella mia vita.
Vorrei almeno sognare di te, prenderti per mano e riprendere a crescerti accanto in un mondo che non conosca la parola fine.
Eppure siamo soltanto creature terrene e la morte non fa distinzioni, ci attende come foglie raggricciate d’autunno mulinate dal vento.
Ma tu, gioia mia, non cesserai mai d’esistere fin quando vivrò.
Sei il mio spirito e non ho altro appiglio nei periodi di debolezza. Dovrei forse pregare, impetrare da Dio misericordia.
È nelle tue foto che scorgo scorci d’eternità. Non so se è un peccato confessarlo.
Se è così, tu sei nel Padre Santo e Buono e, addolorato, vegli sulle mie pene mentre mi dimeno nel supplizio di Tantalo.
Quante contraddizioni espongono alle correnti d’aria il pane della mente e i principi immateriali che la metafisica trasforma in anima e credo.
Nei manti volubili del cielo il mio cuore di sasso palpita d’amore. Non è possibile che lo strepito dell’acqua e il soffio intermesso dell’amore stingano il trucco del mio viso, rivelando fra le lacrime modanature marrone con tonalità castagno scuro.
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Racconti. DISTILLARE GIOIA DALLA DISPERAZIONE, di Leonardo Migliore

DISTILLARE GIOIA DALLA DISPERAZIONE, di Leonardo Migliore

DISTILLARE GIOIA DALLA DISPERAZIONE
di Leonardo Migliore

distillare

Un momento di cupa tristezza m’assale.
Penso ad ali dorate e a un petto robusto che m’abbracciavano.
Non oso guardare all’insù.
Scoprirei un volto incorporeo che rimarrà sempre impresso nella mia mente.
M’affligge molto percepire la tua presenza nella tua assenza.
Sei stato tutto per me, darei la mia esistenza per poterti stringere ancora per un attimo, per posare un bacio caldo sulle tue guance.
Ti ho amato come non ho mai amato nessuno nella mia vita.
Vorrei almeno sognare di te, prenderti per mano e riprendere a crescerti accanto in un mondo che non conosca la parola fine.
Eppure siamo soltanto creature terrene e la morte non fa distinzioni, ci attende come foglie raggricciate d’autunno mulinate dal vento.
Ma tu, gioia mia, non cesserai mai d’esistere fin quando vivrò.
Sei il mio spirito e non ho altro appiglio nei periodi di debolezza. Dovrei forse pregare, impetrare da Dio misericordia.
È nelle tue foto che scorgo scorci d’eternità. Non so se è un peccato confessarlo.
Se è così, tu sei nel Padre Santo e Buono e, addolorato, vegli sulle mie pene mentre mi dimeno nel supplizio di Tantalo.
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UN’ANTICA TAZZINA

Credevo di essere la sola, la più bella della tavola e la più ricercata, in nobile ceramica fine di un paese tedesco di fama mondiale, bianca, delicatamente decorata con le più belle rose mai raffigurate, rifinita con un filo dorato a denotare la mia importanza, ed ero sempre io che attiravo le signore con i guanti bianchi e trinati, i ventagli colorati che posavano al mio fianco, per poter approfittare della bevanda che contenevo, perchè era quella cosa che trattenevo calda e rovente nel mio corpo a dare consolazione a tutte quante, profumo acre e dolce insieme, amaro quel poco a stuzzicare l’alito e il cuore, a inebriare un ardito sorriso a un nobile cavaliere impudente. Ero allora la tazzina, colei che del caffè portava il suo colore e il suo ardito sapore, e credevo di rimanere l’incontrastata regina della tavola. Poi avvenne il cambiamento, le tovaglie non erano più di lino decorato, cotone tessuto, ma plastica colorata, banale copertura incerata dove il posarsi anche delicatamente si rischiava lo scivolare, e lui, il mio nobile e antico sapore e liquido mio conforto che ignobilmente e senza un minimo rispetto, come una di quelle che si donano gratuitamente sulle strade, mi aveva abbandonata per una stupida e insignificante tazzina di vetro trasparente, senza anima e senza pudicizia, pure da far trasparire il colore ambrato del liquido mio adorato.
E ancora peggio poi le mode mi hanno dimenticata, sola abbandonata in un angusto magazzino, buio e polveroso, svenduta come un pezzo ormai desueto e insignificante, ora vanno le colorate, le tazze in plastica dura dai mille disegni finti e appiccicati, gift vengono detti quei simboli e quelle lucentezze, ed io in mezzo a mie simili che ancora pretendono di fare le civettuole, incoscienti del luogo e del momento, siamo tazzine perse nei ricordi e non avremo più il nostro amato calore e intrattenimento, e rimarremo fredde della materia che ci appartiene e se il tempo ci sarà propizio, potremmo anche rimanere tali, senza ammaccature!

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web

Racconti e Storie: Capita di fermarsi, di Monica Pasero

Racconti e Storie: Capita di fermarsi, di Monica Pasero

Monica Pasero

Capita di fermarsi
capita di rallentare i pensieri. A volte ne hai disperatamente bisogno di placare ogni cosa, di quietare quell’ assordante boato di parole che urlano nella tua testa, che chiedono risposte che se le danno e se le tolgono in un batter di ciglia e tu sai, lo sai eccome che quel caos che ti assale fino a farti perdere ogni certezza, nasce e muore ogni giorno in te e non esiste nessuno che può colmare le tue paure, i tuoi vuoti, le tue innate insicurezze, le fragilità e quei sogni così grandi ma così lontani ancora… non v’è davvero nessuno in grado di farlo e così a ogni alba inizia la tua lotta che si perde nel buio della notte e fino a che un giorno… comprendi… ti guardi allo specchio, non ti piaci, anzi non ti sei mai piaciuta, ma ti guardi e ti vedi e vedi che tutto ciò di cui hai davvero bisogno è proprio innanzi a te e non sono le risposte, nè il coraggio né la considerazione degli altri, ma è quel sorriso che affiora ora dal vecchio specchio ed è li che bisogna partire, proprio da quel volto e corpo imperfetto e quel cuore sempre in battaglia, ma che ora sa di essere unico speciale.


©Monica Pasero

Tani di Cristina Saracano

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TANI

Scende lieve al confine tra Piemonte e Liguria.

Incontra le prime case e, subito, produce abbondanza.

Le città, è risaputo, sono state costruite in prossimità dei corsi d’acqua.

L’acqua è preziosa, è vita, fertilità, prosperità e sicurezza.

Alba, Asti, Alessandria lo hanno accolto volentieri.

Ad Alessandria, Tanaro, Tani per gli alessandrini, scorre quasi in centro.

Nel Novecento era la villeggiatura, il luogo fresco al riparo dalle calde estati di città.

Poi gli anni sono scivolati via veloci come la sua acqua, sono cambiate le abitudini, le persone, ma Tani non si è mai mosso da lì.

In una domenica pomeriggio d’autunno del 1994, esattamente il 6 novembre, ad Alessandria non succede nulla, o quasi…

Pigramente seduta sul divano la ragazza, gioca con il telecomando della tv, le tre reti nazionali, e, un canale dopo l’altro, ecco Telecity, le notizie locali.
Non ama guardare la televisione, ma in quel dopo pranzo grigio e uggioso, questo pare essere l’unico svago, senza sapere che il resto deve ancora arrivare….

Si parla di zone isolate, forse ci sono morti, feriti, persone trasportate sui canotti della Protezione Civile, case irraggiungibili e linee telefoniche interrotte.

Scene di drammi e disperazione, persone che piangono, che cercano i loro ricordi trasportati via con l’acqua, sirene della polizia e dei vigili del fuoco… Continua a leggere “Tani di Cristina Saracano”

Racconti e Storie: Arrestò l’auto dinnanzi alla bottega, di Monica Pasero

Racconti e Storie: Arrestò l’auto dinnanzi alla bottega, di Monica Pasero

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Arrestò l’auto dinnanzi alla bottega, il suo nuovo lavoro.
“E questa volta riparerò orologi!” pensò divertito.
Si rimboccò le maniche e ripulì il vecchio locale. Posò le sue poche cose nel retrobottega; composta da una branda di fortuna, un vecchio armadio e alcuni indumenti in valigia. Non necessitava di molto per essere felice e tutto ciò che ora voleva era lei, il suo amore, e compiere la sua nuova missione.
Si guardò intorno: “Il negozio era pronto e lui lo doveva essere per forza o quasi…” pensò divertito dall’effetto che quella donna faceva su di lui a distanza di secoli… ma che fatica ogni volta ripescarla.


#ilvarcofraiduemondi

AMORE MIO, di vittoriano borrelli

AMORE MIO, di vittoriano borrelli

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Si dice che l’infedeltà sia tipica del genere umano a differenza degli animali (e dei cani in particolare) che invece riescono a sviluppare un legame affettivo costante e duraturo. Siamo per costituzione portati più facilmente a distaccarci dagli affetti o a provarne di nuovi quando quelli che abbiamo non ci soddisfano più.

Questo accade soprattutto per incapacità di amare o per bisogno di colmare certe carenze affettive che ci trasciniamo fin dall’infanzia. Eterni scontenti o forse tendenzialmente proiettati a idealizzare l’amore che quello reale o a portata di mano ci appare sempre pieno di difetti.

Non so se la crisi della coppia, oggi sempre più crescente a giudicare dal numero dei divorzi o delle separazioni, sia associabile a questa instabilità affettiva in nome della quale molte persone sono inclini a cambiare partner o a decuplicarli con una serie infinita di tradimenti.

E c’è chi pensa di passarla liscia costruendosi una doppia vita o procurandosi degli stratagemmi più fantasiosi per non essere scoperto.

Per l’infedele incallito, ad esempio, vi sono due paroline magiche che potrebbero toglierlo da ogni imbarazzo: Amore mio. Che si chiami Lucrezia, Ermenegilda o Teresa, o che si chiami  Saverio, Arturo o Tarcisio, meglio sostituirli tutti con un caro ed affettuoso Amore mio.

Certo, esistono tanti altri appellativi come Trottolino, Pucci Pucci o Cuccioletto ma l’Amore mio è un classico, del genere neutrale che può andare bene per qualsiasi amante.

L’amore è bello finché dura. Ad ogni inizio c’è sempre una fine, un altro sogno da inseguire. E la realtà, in questi casi, non supera mai la fantasia.

Insomma, se non esiste l’amore eterno ci si può accontentare di un fugace ed istantaneo Amore mio in attesa di una nuova storia già pronta a sbocciare alle luci dell’alba.

Sperando che questa volta sia per sempre.

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Racconti: Pensiero molesto, di Tiziana Valori

Racconti: Pensiero molesto, di Tiziana Valori

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PENSIERO MOLESTO (racconto breve)

‘Controsenso di marcia e via a tutta birra! Se mi vede la polizia magari mi fa la multa! Da ridere. Prima che mi prendano sai quante volte vado a sbattere? E ciaft! Finita. Essere o non essere? Non essere, non essere.

Sto filando contromano su questa bretella autostradale a senso unico, a tutto pedale dell’acceleratore, e aspetto lo schianto. Istantaneo, morte certa in una miriade di parti sparpagliate in giro e soprattutto in una frazione di secondo. E chi sentirà niente? Come il kamikaze che si fa esplodere. Bravo lui! Morte eroica. Ma se sa già che non avvertirà alcuna sofferenza che eroismo c’è? E poi va in Paradiso con così poco. Un affare se tutto fosse così.

Ma io non andrò in nessun Paradiso. Chi ci crede ai catechismi dei preti?

Però non voglio fare vittime. Devo schiantarmi contro un Tir. Un bel frontale con lui che non si fa niente e io che la faccio finita. Un suicidio migliore non potevo idearlo. Devo stare attento a evitare le autovetture che mi verranno contro, starmene tutto a destra, così che quelli possano scansarmi facilmente. Continua a leggere “Racconti: Pensiero molesto, di Tiziana Valori”

LA MIA VIENNA

Ogni vacanza ha il suo sapore dolce misto ad un amaro che solitamente si tramuta nel ritorno, ma ogni vacanza ha pure il suo magico mistero che aleggia dentro ed è quel particolare e unico di ognuno che riesce a entusiasmare e dare colore al periodo passato.
Allora si ricorderanno mari calmi e acque calde sotto il cocente sole, si ricorderanno prati verdi immensi, pascoli montani e acque limpide e ghiacciate, si penseranno alle traversate sopra un lago con il remare di una barcarola, o come me si penserà a una città, alle sue vestige e alle sue mura, ai suoi valori immensi e alle sue tradizioni, e io appunto voglio lasciare qui un piccolo ricordo di una città che mi è rimasta dentro, una città che non conoscevo ma che l’alone di notorietà mi era talmente impresso già dai tempi delle conoscenze scolastiche. Vienna e i suoi colori, musiche e tesori.

“Le note della musica
s’alzano sulla città,
unico suono e “rumore”
di un silenzioso passo umano.
Vienna dorme nella culla
di un LA maggiore
e una chiave di SOL.” (errebi)

Questa la mia prima impressione e sentimento che girando per le vecchie strade della città antica ho sentito dentro il cuore, la prima sera tarda in cui sono arrivato e di lei mi sono innamorato.
Vienna è un confetto di duro zucchero bianco e rassodato, ostico nella lingua, nelle prime impressioni della gente, nella rigidità dei palazzi prorompenti e dei grattacieli che lontana la sovrastano, ma dentro è una mandarla dal sapore misto, un dolce dato dalla musica continua di un Mozart brioso e di un languido e romantico Strauss che pare scivolare davvero su quel Donau che gentile e con rispetto costeggia il limite della metropoli Austriaca.
Sapori nuovi, cotolette giganti impanate e fritte, birre colorate e spumeggianti da ogni bicchiere e bottiglia, wurstel e crauti, e dolci che inteneriscono anche il più crudo dei cuori e dei sapori. 
Ma Vienna è anche il potere di una monarchia passata, di un fasto di ottocento che non nasconde ma mette sempre in rilievo, e allora carrozze trainate da due doverosi cavalli imbevono le strade ciottolate, rigore nel costume del cocchiere con parrucchino annesso, e poi palazzi e edifici, monumenti e giardini da trovarci il silenzio vero, quello che non capita più addosso, quello che ti fa sentire dentro il sapore dell’essere in un sogno che poi sogno lo è davvero.
Vienna è cultura nei musei e nei suoi artisti vari di ogni genere e di ogni categoria, dalla pittura alla musica, fino alla letteratura, è nelle chiese la dovizia religiosità mista tra il paganesimo e cristiana, ricchezza dentro nelle sue costruzioni, altari imponenti come imponenti vetrate e barocche colonne, ampie navate e impetuosi soffitti, tetti in puzzle di maioliche colorate e guglie infinite a cercare un cielo che sovrasta, luce che non ha nascondiglio tanto spazio gli è concesso.

“Non è lo scintillio 
delle cose e dei fatti
ma il colore che emanano
le persone che vivono
con l’arcobaleno addosso,
a donare calore
nell’animo e nel cuore.
E donano festa alla vta.” (errebi)

Poi ti accorgi che vivi in un mondo dimenticato, un mondo fatto di pura gentilezza, di comprensione e di rispetto, silenzioso e riguardoso, ma preciso e dovuto, ti accorgi che quella che ti sorride non lo fa solo per un compenso, che quello che ti concede l’attraversamento non è la frenata improvvisa di un’auto ma soltanto un sottile e lento frenare per il giusto comportamento. E ti accorgi che chi fa caos e confusione sono le migliaia di turisti che invadono giornalmente questa nobile metropoli d’oltr’Alpe, si parla piano e si sorride nella stessa maniera, ma non è un’imposizione o un modo di fare, è soltanto naturale educazione. E ti accorgi che puoi camminare senza nessuna paura addosso, senza guardarti intorno con sospetto, senza sentire il fiato o gli occhi che ti controllano per poterti colpire. E siedi sulla vastità delle panchine, noti la pulizia capricciosa e insistente in ogni angolo e in ogni strada e vicolo che sia, e godi del panorama delle vetrine accese, dei canti di artisti di strada,
e ti soffermi a salutare e scherzare con gli “imbonitori” venditori di biglietti per un ennesimo concerto di qualche chiesa o teatro o addirittura in cattedrale. E trovi che la gente nel loro quotidiano e comune stress metropolitano hanno un passo avanti, non sono tesi e hanno la proprietà di potersi riposare e dedicarsi alla famiglia e alle loro cose, alle corse lungo il Donau Canal quando non è invaso dalla bonaria e colorata movida notturna giovanile, giusto per passare la serata in una Vienna che ho trovato meravigliosamente calda (meteo parlando).
Vienna l’ho impressa sul mercatino delle pulci tra locali e ristorantini tipici, l’ho impressa sulla piscina di fronte alla Chiesa di San Carlo Borromeo, l’ho impressa nel giardino e nella reggia dello Shonbrunn, nel Belvedere e nelle tele di Klimt e Schiele, nel fregio di Beethoven e nelle note dei concerti di Mozart, l’ho impressa nella cattedrale di Santo Stefano e nelle altre mirabili chiese, l’ho impressa nei dolci sacher e nei sapori gialli di birre, ma Vienna l’ho impressa nel cuore per il suo gentile, riservato e sottile pudore di farsi scoprire.

Roberto Busembai (errebi)

Photo by ERREBI