VIAGGI IN PROSA: “LE NEBBIE DI PITER” di VERONICA LIGA

Veronica Liga. Foto: Pavel Tokarev


LE NEBBIE DI PITER

Da una settimana sono tornata a casa. La mia casa di Cantù. La vera CASA, dove scorre il mio quotidiano, la mia routine, dove mi sento a mio agio, al sicuro da tutto tranne che da me stessa e i miei demoni che affronto “in pace”, non vista da nessuno. Forse la prima casa che posso dire MIA: scelta, comprata e arredata da me, a gusto mio, a mia immagine e somiglianza.
Ogni volta che vado a San Pietroburgo (Piter per gli amici), c’è chi mi dice “Torni a casa?” e ricominciano i soliti tentativi di spiegazione. No, non è “tornare a casa”, anche perché la casa dove avevo vissuto per 30 anni è venduta e sicuramente oramai resa irriconoscibile, non vado nemmeno a visitare quel palazzo e quel quartiere di periferia. Non avrebbe senso per me.
Andare a San Pietroburgo è sempre una stranissima sensazione. Alcuni aspetti sono riconoscibili, altri completamente diversi – perché è cambiata la città e sono cambiata pure io. È un po’ come andare a ritrovare dopo tanti anni un parente o un compagno delle medie. O meglio ancora… è come viaggiare in un universo parallelo – teoria che mi ha sempre affascinata e che mi ha pure ispirato una poesia, “Alterna-vite”. Un rapporto surreale di per sé che si crea con una città surreale.Surrealismo in cubo, un cubo di Picasso :)…
La sensazione più forte che mi ha dato stavolta, a pelle: LA NEBBIA. Quella che non sempre si vede (anche se le giornate sono state nuvolose) ma sempre si avverte. La sua umidità si abbina alla sua energia. È un’energia pesante, dice qualcuno. Sì, lo è – ma non come un macigno. È pesante come un piumone o un piumino, come il vapore profumato nel bagno turco… Questa nebbia ti avvolge fitta, rallentando i tuoi movimenti, inducendoti in uno stato alterato di coscienza, come un perenne dormiveglia…
Ti muovi un po’ a fatica attraverso questa nebbia – e ne emergono figure surreali. Gli orchi dalle facce rosse e gonfie, che puzzano di alcool. Gli elfi raffinati, eleganti, con i libri in mano… I fantasmi con gli sguardi assenti… I folletti stravaganti, tanti e di vari tipi.
Attraverso questa nebbia vedi le luci di varietà: tanti bei locali, belle vetrine, tanti concerti, tante novità teatrali che ti viene voglia di fermarti per mesi per vederle tutte! Anche se poi un amico attore ti racconta del degrado, della corruzione anche nel mondo teatrale… E al concerto di Sarah Brightman le cerbere vagamente femminili ti sgridano perché scatti una fotto durante l’intervallo (!) – dimostrando che la mentalità da homo sovieticus never dies!
Anche la periferia – dove stavolta ho trascorso la maggior parte del tempo – è avvolta nella nebbia. La nebbia copre come un velo peloso gli enormi scatoloni anonimi che assomigliano un po’ alle navi da crociera e i fazzoletti di fango fra di loro, detti “pustyrì”, letteralmente “vuoti”. Alcuni pezzi del piano terra di questi scatoloni hanno entrate autonome che nascondono talvolta un bel ristorante georgiano! Ma nella maggior parte dei casi – dei negozietti con insegne scritte a mano: “Second hand”, “biancheria bielorussa” oppure… “riparazione abbigliamento”. Queste ultime sono gestite per lo più dagli esponenti di cosiddette “etnie del Caucaso” – il termine usato dai russi per definire i popoli così diversi, delle ex-repubbliche sovietiche, come tagichi, usbechi, azeri, turkmeni o georgiani – che inondano le grandi città russe, un po’ come gli africani o gli arabi le città italiane… Li apostrofano anche con le parole più o meno “gentili” come “ciurki” (“pezzi di legno”, forse dalla parola “turbante”), “khachi” (forse dalla parola “khachapuri” – la buonissima focaccia georgiana), “scopapecore” oppure con la parola tedesca “Gastarbeiter” (lavoratore ospite). Uno così mi ha sostituito la cerniera gratis, perché sarei “un bel donna”, ed è rimasto male scoprendo che non sarei tornata nel suo negozietto siccome vivo in Italia.
Anche i taxi sono guidati principalmente da loro. Costano pochissimo: per 6 Euro attraversi tutta la città. E quando si è in 2 e bisogna prendere più mezzi, addirittura risparmi.
Piter, una città nata nel settecento dal “capriccio” di un visionario prepotente di nome Pietro, dalla sua fede filo-occidentale, dal sogno della perfezione degli architetti italiani, dall’incontro fra le culture, costruita contro le leggi della natura e dello sviluppo naturale del popolo, una regina senza regno creata appositamente come la capitale e che non lo è più… mantiene la sua aria surreale, sincera e verissima nella sua poca naturalezza, cerca, crea, riflette… Muta tanto e non sempre in meglio – ma la sua forza, la sua energia rimane tale. Da quella nebbia, quella biomassa eterea forse un po’ malsana, un pomeriggio di agosto sono materializzata, sono venuta al mondo. E’ come un liquido dell’utero che mi ha partorito. Non è “casa” ma è “l’origine”, e riimmergermi dentro ogni tanto è forse necessario per capire meglio chi sono.

Veronica Liga

Tutti i diritti riservati all’autrice

Pagina web di Pavel Tokarev:

https://vk.com/topic-152022846_35535391

Racconto pubblicato anche su “VERSO – spazio letterario indipendente”:

https://versospazioletterarioindipendente.wordpress.com/2019/11/12/le-nebbie-di-piter-di-veronica-liga/?preview=true

Piano, di Gianni Lovera

Piano, di Gianni Lovera

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I passi sono come i respiri a volte bisogna trattenerli, non farli scappare, non farli correre.

Piano piano come se togliessi ogni giorno un cerotto dal cuore, lentamente soffaici sopra.

I nostri passi raccontano chi siamo, con chi siamo stati, come ci siamo fusi dentro mentre si faceva oltre la luna l’amore.

Ogni giorno li abbiamo indossati e camminando abbiamo lasciato le ombre alle nostre spalle, mentre inesorabilmente cadevano mute le foglie. Oggi siamo diversi, con qualche paura in più che ci rendono unici.

Proprio di qui partiamo, pian piano camminiamo un passo alla volta ascoltiamo, l’amore che abbiamo e che doneremo a chi ci ascolta, solo a chi ci ascolta, in silenzio guardandoci negli occhi.

Pian piano sentiremo quel odore di amore rinfuso, aleggiare tra i crepuscoli che ci rendono spesso ignari della meraviglia che siamo.

#giannilovera

ANGOLO DI PROSA: DANIELE OSSOLA ” RAVIOLUSCION”

Daniele Ossola, foto: Umberto Barbera. “Verseggiando sotto gli astri”, Teatro Polivalente di Sandigliano 2019.

RAVIOLUSCION

Quand’ero piccina, avevo circa 6-7 anni, i miei genitori mi spedivano, di solito durante le vacanze estive quasi fossi un pacco, da mia nonna in campagna.
Salivo, con la mia fedele bambola di pezza, su una sgangherata corriera che partiva da Piazza Castello e, in quattro ore, mi portava in uno sperduto paese della bassa mantovana. Ad attendermi c’era il figlio del mungitore, di nome Agide, il quale si preoccupava di portarmi alla cascina percorrendo lunghe, a volte tortuose e sconnesse, strade in terra battuta, seduti su un nero calesse a due posti con tettuccio in tela che ci riparava dal sole del mezzogiorno.
Iniziava così una vita fatta di odori di stalla, di maiali e di cenere del camino che veniva usata per lavare, in grandi catini di legno, le lenzuola che poi svettavano alte su corde che univano i filari di uva americana.
Tutti i giorni, mentre gli uomini erano nei campi con i trattori, io trascorrevo il mio tempo con nonna Cecca. Continua a leggere “ANGOLO DI PROSA: DANIELE OSSOLA ” RAVIOLUSCION””

LA NOTTE DI HALLOWEEN

Era una notte buia e tempestosa, il vento soffiava a più non posso, pareva che il mondo crollasse in un momento ma era la notte delle streghe e tutto era previsto.
Ardesia, Clara, Samantha e Doriana erano tra care e umili vecchiette che abitavano vicine in un piccolo paese di campagna, tra fiori e pioppi, campi e farfalle, erano quattro amiche inossidabili già dal dopoguerra, quando insieme andavano a scuola e insieme già combinavano marachelle.
Ardesia era la più anziana, di pochi anni comunque dalle altre, ma era anche quella che ritenevano, nel loro stretto gruppo, la capa, ovvero colei a cui si doveva, non obbligatoriamente, ma per semplice dovizia, rendere e prendere insegnamento. Aveva un carattere dolce e inoffensivo, ma audace e austero se la si contraddiva, amava fare giardinaggio e non v’era erba che non conosceva. Vivace nell’animo e nel cuore, sapeva di ognuna la sua storia e di ognuna ne portava il più alto rispetto anche se qualche volta si lasciava ammorbidire e contraddire chi non l’approvava per intero. Continua a leggere “LA NOTTE DI HALLOWEEN”

Racconti: UN MENAGRAMO, di Tiziana Valori

Racconti: UN MENAGRAMO, di Tiziana Valori

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UN MENAGRAMO (racconto breve)

“In un sogno ho visto il mare aprirsi e precipitarsi sulle coste di tutto il mondo a partire dal Giappone.”

Io che passo per di là vedo questo tipo, un barbone che arringa la folla come un Masaniello o un Robespierre.

“Insomma” faccio rivolto a quelli più lontani, “si decida. Se il mare si ritira e poi si precipita sulla costa è uno tsunami e in Giappone sono frequenti, niente di strano. Ma questo parla in tutto il mondo. Anche gli tsunami sono diventati globali, adesso? I bagni niente più? E come facciamo adesso?”

“Shhhhh!” mi impongono in tanti e sembrano tutti incavolati per averli distolti con le mie insulse ironie.

Cambio posto mentre l’oratore continua:

“Ci sarà un nuovo diluvio universale, gente! Affogheremo come topi senz’appiglio! Pentiamoci dei nostri peccati!” Continua a leggere “Racconti: UN MENAGRAMO, di Tiziana Valori”

IL FERMATEMPO, di Gregorio Asero

IL FERMATEMPO, di Gregorio Asero

Gregorio Asero

IL FERMATEMPO
Mi domando sempre perché il tempo non ha mai la stessa durata. Mi spiego: qualche giorno fa ho incontrato il figlio di un mio amico che non vedevo da molti anni.
«E tu saresti Luca, il figlio di Roberto? Ma quanti anni hai? Ma come passa il tempo! Mamma mia quanto sei alto! Ti ricordavo che andavi ancora alle elementari. Mamma mia! Che giovanotto che sei diventato!» E via di questi modi di dire, giusto per dimostrare il mio stupore.
«Buongiorno signor Gregorio, si sono Luca il figlio di mio papà» Evidentemente era imbarazzato nel rispondere e non sapeva cosa dire, altrimenti non mi avrebbe detto che era il figlio di suo papà. L’educazione dei suoi genitori chiaramente gli imponeva di essere corretto e rispondere alle domande dei grandi. Voglio dire: è pazzesco come volano gli anni, mi sembrava ieri che ero andato in ospedale a trovare la partoriente e oggi mi ritrovo un ragazzotto quasi più alto di me (oddio, non è che ci vuole poi molto a essere più alto di me, ma è un modo di dire per rimarcare, in genere, come crescono i nostri figli). Poi mi sono chiesto perché il tempo cambia velocità, nel senso che, quando ero bambino, sembrava che le scuole non finissero mai, che mai cominciassero le vacanze, e adesso quando c’è una fattura da pagare, o qualche bolletta del metano o della luce, il tempo della scadenza arriva sempre troppo presto. O forse la “famosa” prospettiva dalla quale guardiamo il mondo ci fa sembrare che il tempo abbia velocità diverse. Mi domando: perché invece di inventare i “passatempo”, non inventano i “ferma tempo”?
gregorio asero

IL NOSTRO MALESSERE E LA SUA PROIEZIONE, di Gregorio Asero

IL NOSTRO MALESSERE E LA SUA PROIEZIONE, di Gregorio Asero

Gregorio Asero

Quando apprendiamo della morte improvvisa di un parente o di un nostro conoscente, che abitava molto lontano da noi, sul momento, non si vive tanto il dolore della sua perdita, quanto la sorpresa e l’incredulità. Io dico che si comincia a soffrire per la persona che muore, quando i ricordi la rendono viva in noi. I nostri pensieri, per paura dell’ignoto si orientano verso il superamento della morte fisica, per cui, fin quando esiste nella nostra mente la sua immagine di persona viva e attiva, non sarà mai morta definitivamente. Solo dopo, alla fine dei nostri pensieri di quella persona in vita, si accetta l’idea della morte fisica.

Allora capita che anche noi ci immaginiamo come sarà la nostra morte, quando sarà, e quindi ci sconvolgiamo. Capita di vederci con i capelli bianchi e la pelle cadente, ci vediamo con un fisico non nostro. La persona che eravamo, d’improvviso sparisce, ci vediamo un’altra creatura. Purtroppo, la sostituzione del nostro corpo attuale, con quello immaginario riesce a completare quell’io mancante e ci indica il profondo cambiamento che avverrà in noi: la morte totale e definitiva, quello che fummo e quello che mai più saremo. Continua a leggere “IL NOSTRO MALESSERE E LA SUA PROIEZIONE, di Gregorio Asero”

Racconti: LA NAVE DELLE NUVOLE, di Giovanni Nikiforos

Racconti: LA NAVE DELLE NUVOLE, di  Giovanni Nikiforos

La Nave

LA NAVE DELLE NUVOLE

E così salpò sulla Nave delle Nuvole. Non poteva cancellare i dolori che lo avevano spinto a quella decisione, non poteva perdonarsi le malefatte, non riusciva a colmare il vuoto che ne era derivato, ma poteva partire e non tornare.

La Nave delle Nuvole lo accolse senza giudizio e si levò in volo. Era scontento per quell’assenza di rimprovero, perché gli pareva che mancasse qualcosa. Essere messo di fronte al proprio rimorso gli era sembrato, fino ad allora, in qualche modo salvifico. L’erosione straziante cui ciò lo sottoponeva gli aveva permesso di aggrapparsi a una speranza. Ora non più. L’illusione che ci dona l’ultimo, ingannevole appiglio era svanita.

La Nave delle Nuvole percorreva un cielo stantio e fermo. L’aria si faceva difficile, rara. Non voleva saperne di entrare nei polmoni. La carne bruciava. Spasmi, contrazioni, fuoco nello stomaco e nelle vene. Bava, muco e piscio. Occhi riversi. Paura.

La Nave delle Nuvole aveva sapore di pentobarbitale sodico, cioccolata e gocce antiemetiche. Il suo tragitto era brevissimo e infinito. Pochi minuti e l’eternità. Non prometteva nulla, non ingannava, non mostrava soluzioni.
Assicurava riposo.

(img. credits Nikita Gills)

Racconti: E noi siamo vivi?, di Giovanni Nikiforos

Racconti: E noi siamo vivi?, di Giovanni Nikiforos

Giovanni Nikiforos

E noi siamo vivi?
***

Quella sera, come sempre, Alfredo si coricò verso le dieci.

Diversamente dal solito, però, morì nel sonno. Persona disattenta, non s’accorse di nulla e il mattino seguente si alzò di buon ora. Si sentiva un poco legnoso, ma non v’era nient’altro che gli lasciasse intuire la propria mutata condizione. Si preparò con calma, notando allo specchio un pallore insolito, e scese al bar sotto casa per fare colazione.

“Ehi, Alfredo, sei bianco come uno straccio! Stai male?” gli chiese Filippo senza salutarlo, mentre beveva il cappuccino.

“No, figurati. Sto benissimo” rispose quegli, ma poi, preoccupato, si scusò e andò a controllarsi nella toeletta. Il pallore era aumentato, donando al volto un aspetto spettrale. L’impaccio nei movimenti non lo aveva abbandonato. Decise quindi, per precauzione, di andare dal medico.

Per strada si tirò su il bavero dell’impermeabile e procedette spedito fino allo studio del dottor Monselli. Continua a leggere “Racconti: E noi siamo vivi?, di Giovanni Nikiforos”

LE LETTERE

LE LETTERE

Era sempre sereno , o almeno così io lo ricordo, forse per la mia età molto giovanile e forse perchè d’allora di tempo n’è passato tanto, quando arrivava con la sua bicicletta nera, il postino del paese e a forte voce chiamava mia sorella, perchè per lei spesso c’era una lettera del suo amoroso che era a sbrigare l’obbligo del tempo, ovvero era di leva. E sempre lei la prendeva, con cura e con affetto vi posava sopra le labbra come a darle un bacio e poi correva in camera e per un po’ non girava più per la casa, e guai a disturbarla. Io lo sapevo che non potevo darle noia, ma ero anche contento perchè chissà per quale mistero, dopo lei era più serena e mi sopportava meglio. 
Avevo allora sette o otto anni e già andavo a scuola, sapevo ben leggere e fare alcuni conti, ricordavo tutte le tabelline e disegnavo mari, case e monti, non mi stancavo di leggere e imparare, ogni qualsiasi cosa che avesse da raccontare, io la leggevo con bramosia , ma avevo un cruccio, insomma un mio punto fermo, avrei voluto leggere quelle lettere misteriose, perchè chissà che cose speciali c’erano scritte sopra, per trasformare il carattere scontroso di mia sorella in un giulivo sorridere per giorni. Continua a leggere “LE LETTERE”

PROSA: “Sotto le lanterne rosse” di Maria Rosa Oneto

“Sotto le lanterne rosse” di Maria Rosa Oneto

Nel giardino incantato dall’estate, brillavano: lanterne rosse, grappoli di stelle sui rami di pesco e “nuvole” di lucciole che a intermittenza bucavano la notte.
Clelia ascoltava la rapsodia del mare, come rapita da quella musicalità divina.
L’ansimare delle onde, il loro estenuato vagare, le ricordava l’amore, le ore di passione, la carnalità di due corpi, che unendosi completavano “l’urlo” del Creato.
Pensava e nel farlo avvertiva brividi di piacere sulle spalle nude. Quanto tempo era passato da quella prima volta. Attimi rubati ad una vita di noia. Monotona e banale oltre ogni dire. Le cene nella grande casa padronale, il via vai della servitù, gli invitati imbalsamati come pinguini al Polo Nord; le chiacchiere di circostanza e quella falsa bonomia nel mostrarsi composta, adeguata, altera anche quando suonava il pianoforte.
Lei, che desiderava soltanto di essere amata come qualunque altra donna al Mondo. Lei, che voleva soltanto essere spogliata, derisa, trattata da “puttana” e goderne di quella farsa, imbastita per renderla uguale alle altre. Quando ciò accadde, e fu nell’ estate di un lontano passato, dietro la casina degli attrezzi da giardino, si sentì fresca e liberata da un ruolo che le pesava e non la faceva sentire felice. Gli anni passarono tra gioie e dolori inauditi. Ancora aspettava che il “suo amore” ritornasse a baciarle il cuore, proprio lì sotto alle lanterne rosse, ai grappoli di stelle sui rami di pesco, al volo delle lucciole che cercando l’Infinito, bevevano l’Eternità nei suoi occhi smarriti.

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

Foto: Pixabay

IL MIO NOME È NESSUNO, di Vittoriano Borrelli

IL MIO NOME È NESSUNO, di Vittoriano Borrelli

I tablet e gli smartphone dell’ultima generazione fanno ormai parte delle nostre abitudini quotidiane e sonoaccessori irrinunciabili di ciò che indossiamo. Se ci capita di osservare le persone che ci girano intorno, scopriamo che sono sempre di più quelle intente a parlare al cellulare, a messaggiare o a seguire l’ultima moda del selfie, ovvero l’autoscatto fotografico.

IL MIO NOME E' NESSUNO

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Voglia di visibilità, di sentirsi qualcuno in mezzo a tanta anonimia, sembra essere questa la molla che ha fatto scattare una tendenza sociale sicuramente innovativa e intrigante che ha stimolato non  poco l’interesse di sociologi e psicologi, veri o presunti, del nostro tempo.

Ma qual è il prezzo da pagare e, soprattutto, l’effetto di cotanto protagonismo?

Chi mi segue sa che ho trattato questo argomento in diversi articoli con accenti quasi sempre negativi. Le infinite strade comunicative rese possibili dalle tecnologie del momento, se da un lato hanno accorciato, e di molto, certe distanze un tempo impensabili e irraggiungibili, dall’altro hannovirtualizzato le relazioni sociali creando più solitudine che appartenenza al contesto, più esclusione che inclusione, in una parola, più emarginazione.

Certo, se il progresso tecnologico venisse utilizzato a piccole dosi e con sapiente oculatezza si potrebbero apprezzarne anche gli aspetti positivi come l’immediatezza e la facilità di reperire leinformazioni, la possibilità di entrare in contatto con un mondo dalle mille sfaccettature capace di pungolare le curiosità più esplorative.

Ma, come si dice, non è oro tutto quello che luccica. In primis l’autenticità di chi è al centro delle nostre attenzioni mediali è messa a dura prova da una realtà che latita nei sentimenti e nel coinvolgimento emotivo. Quanto più le cose o le persone con cui entriamo in contatto quotidianamente ci disturbano o, peggio, ci sono indifferenti, tanto più il rigurgito verso più comode trasposizionivirtuali del nostro essere è dirompente.

E’ un po’ come stare continuamente in bilico tra la nostra incapacità di relazionarci  e la nostrafertilità ideologica nel ricercare in ciò che non esiste -se non come fotografia o messaggio virtuale- quello di cui siamo carenti: affetto e attenzione.

Dubbio amletico del nostro tempo.  Ecco che allora il selfie, l’attesa di un commento o di un “mi piace”, tanto agognati ed effimeri, assumono sostanza in un mondo reale che di concreto ha ben poco.

E poco importa se il mio nome è nessuno quando per pochi istanti le luci di una ribalta immaginaria possono regalarci un brevissimo sorriso.

Perché, come cantava il grande Renato Zero, “è meglio fingersi acrobati che sentirsi dei nani …”

BLOG RETRO: 08.04.2016

IL MONDO BUIO, di Vittoriano Borrelli

IL MONDO BUIO, di Vittoriano Borrelli

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C’è un mondo buio che la gente non vede, perché tutto ciò che è oscuro suscita timore e diffidenza.

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È un mondo di dolore e di sofferenza che vive ai margini delle strade, dei porti e delle stazioni in attesa di un viaggio verso lidi più ospitali dell’accoglienza e della tolleranza.

Il mondo buio abbaglia e rende cieco anche chi ha una vista acutissima ma non sa guardare oltre il proprio naso. Si ha paura di cogliere le sfumature di uno sguardo che è una richiesta di aiuto, partecipazione e condivisione  del benché minimo disagio.

Il dolore altrui è visto come una malattia che può essere contagiosa e come tale da bandire tenendosi a debita distanza nella propria gabbia di vetro. Si moltiplicano così le solitudini che avanzano impetuose come le onde del mare per poi infrangersi sopra gli scogli dell’indifferenza Continua a leggere “IL MONDO BUIO, di Vittoriano Borrelli”

Racconti: La Gola, di Tiziana Valori

Racconti: La Gola, di Tiziana Valori

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LA GOLA (racconto breve)

“La regola che non c’è più, per noi vige sempre” cantilenò scherzoso a tavola alla vista di tanta bella carne ingurgitata con gusto dagli altri commensali.

Fra’ Marco era felicissimo di passare la vigilia di Natale fra i suoi, e che ci poteva fare se quell’anno era capitata di venerdì?

“Ma dai” gli fecero in tanti. “Chi vuoi che ti veda? Se non è non più peccato mangiare la carne il venerdì…”

Come faceva il fraticello a dire di piantarla? Che era già difficile restare a guardare mentre gli altri si strafocavano?

Il priore, nel dargli il permesso di trascorrere una giornata lontano dal convento, lo sapeva bene. E infatti:

“Fratello Marco, tu sarai sottoposto a grosse tentazioni. Ma ricordati che Gesù proprio di venerdì patì le sofferenze mortali della croce. Noi, in ricordo di tale misfatto perpetrato da tutta l’umanità passata, presente e futura, continuamo a ritenere vincolante il divieto di mangiare carne il venerdì.”

Finito il pasto, la mamma fece un cenno al monaco ed entrambi si avviarono in cucina. E là, lontano da occhi indiscreti, Marco potè affondare i denti nello zampone, nelle fette di cotechino piene di quei bei pezzetti di grasso e nello stufato di coniglio mentre la mamma si beava di tanta ingordigia mormorando:

“Solo una mamma conosce il figlio.”

Tiziana Valori

IL DUBBIO, di Vittoriano Borrelli

IL DUBBIO, di Vittoriano Borrelli

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Da qualche giorno sono assalito dal dubbio di avere ammazzato qualcuno. Esattamente da trentasette ore e quarantacinque minuti, il tempo trascorso da quando mi sono recato al supermercato fino adesso che sono a letto a rimuginare su quello che è (o sarebbe) successo.

IL DUBBIO

Ho passato una notte piena di ripetizioni: mi sono alzato e sono andato in cucina, ho aperto il frigo per cercare qualcosa da bere, sono ritornato a letto per poi rialzarmi e rifare le stesse cose. Niente. Non c’è stato modo per acquietarmi e spegnere la mia sete di risposte alle domande che in rapida successione hanno iniziato a pungolarmi come una spilla su tutto il corpo.

Ricordo perfettamente quello che ho fatto al supermercato, le cose che ho comprato, la spesa che ho prelevato dal carrello e che ho riposto con cura nel bagagliaio della mia macchina. Ho bene impressa ognuna delle azioni che ho compiuto prima di imboccare la strada del ritorno, come la chiave d’accensione con la quale ho fatto partire l’auto al primo colpo e la retromarcia che ho inserito per uscire dal parcheggio.

Poi un tonfo, qualcosa contro cui avrò urtato con la macchina e che mi ha fatto pensare ad una persona per le grida che si sono levate subito dopo l’impatto.

Non ricordo altro. Black-out completo, come se tutto si fosse fermato al momento in cui ho creduto di avere investito qualcuno. Un dubbio che mi ha accompagnato nelle ore a seguire e che ora mi sta lacerando come un rimorso acerbo e incalzante, benché inspiegabile e immotivato. Continua a leggere “IL DUBBIO, di Vittoriano Borrelli”

AMORE MIO, di Vittoriano Borrelli

AMORE MIO, di Vittoriano Borrelli

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Si dice che l’infedeltà sia tipica del genere umano a differenza degli animali (e dei cani in particolare) che invece riescono a sviluppare un legame affettivo costante e duraturo. Siamo per costituzione portati più facilmente a distaccarci dagli affetti o a provarne di nuovi quando quelli che abbiamo non ci soddisfano più.

AMORE MIO

Questo accade soprattutto per incapacità di amare o per bisogno di colmare certe carenze affettive che ci trasciniamo fin dall’infanzia. Eterni scontenti o forse tendenzialmente proiettati a idealizzare l’amore che quello reale o a portata di mano ci appare sempre pieno di difetti.

Non so se la crisi della coppia, oggi sempre più crescente a giudicare dal numero dei divorzi o delle separazioni, sia associabile a questa instabilità affettiva in nome della quale molte persone sono inclini a cambiare partner o a decuplicarli con una serie infinita di tradimenti.

E c’è chi pensa di passarla liscia costruendosi una doppia vita o procurandosi degli stratagemmi più fantasiosi per non essere scoperto.

Per l’infedele incallito, ad esempio, vi sono due paroline magiche che potrebbero toglierlo da ogni imbarazzo: Amore mio. Che si chiami Lucrezia, Ermenegilda o Teresa, o che si chiami  Saverio, Arturo o Tarcisio, meglio sostituirli tutti con un caro ed affettuoso Amore mio. Continua a leggere “AMORE MIO, di Vittoriano Borrelli”

Racconti: L’autostop, di Tiziana Valori

Racconti: L’autostop, di Tiziana Valori

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L’ AUTOSTOP (racconto breve)

Aveva detto chiaro e tondo a quella vagabonda che lui per abitudine non dava mai passaggi e poi aveva pensato solo a far rifornimento.

Quella ragazza, sotto i venti come suo figlio, era il classico tipo della ribelle col ‘me ne frego’ stampato sul viso, bello e insolente. I suoi jeans erano tutto uno strappo e ponevano in vista l’ombelico. Giuseppe notò anche che facevano da seconda pelle a un culetto appetitoso.

Gli stavano pompando la benzina ed eccola di nuovo a chiedere con lo zainetto e un’espressione un po’ più umile.

“Dai, portami” mormorò con le mani sul vetro abbassato. “Appena fuori dall’autostrada te la do. Dovunque esci mi sta bene.” Continua a leggere “Racconti: L’autostop, di Tiziana Valori”

Racconti: DISTILLARE GIOIA DALLA DISPERAZIONE, di Leonardo Migliore

DISTILLARE GIOIA DALLA DISPERAZIONE, di Leonardo Migliore

distillare

DISTILLARE GIOIA DALLA DISPERAZIONE
di Leonardo Migliore

Un momento di cupa tristezza m’assale.
Penso ad ali dorate e a un petto robusto che m’abbracciavano.
Non oso guardare all’insù.
Scoprirei un volto incorporeo che rimarrà sempre impresso nella mia mente.
M’affligge molto percepire la tua presenza nella tua assenza.
Sei stato tutto per me, darei la mia esistenza per poterti stringere ancora per un attimo, per posare un bacio caldo sulle tue guance.
Ti ho amato come non ho mai amato nessuno nella mia vita.
Vorrei almeno sognare di te, prenderti per mano e riprendere a crescerti accanto in un mondo che non conosca la parola fine.
Eppure siamo soltanto creature terrene e la morte non fa distinzioni, ci attende come foglie raggricciate d’autunno mulinate dal vento.
Ma tu, gioia mia, non cesserai mai d’esistere fin quando vivrò.
Sei il mio spirito e non ho altro appiglio nei periodi di debolezza. Dovrei forse pregare, impetrare da Dio misericordia.
È nelle tue foto che scorgo scorci d’eternità. Non so se è un peccato confessarlo.
Se è così, tu sei nel Padre Santo e Buono e, addolorato, vegli sulle mie pene mentre mi dimeno nel supplizio di Tantalo.
Quante contraddizioni espongono alle correnti d’aria il pane della mente e i principi immateriali che la metafisica trasforma in anima e credo.
Nei manti volubili del cielo il mio cuore di sasso palpita d’amore. Non è possibile che lo strepito dell’acqua e il soffio intermesso dell’amore stingano il trucco del mio viso, rivelando fra le lacrime modanature marrone con tonalità castagno scuro.
Continua a leggere “Racconti: DISTILLARE GIOIA DALLA DISPERAZIONE, di Leonardo Migliore”

Racconti. DISTILLARE GIOIA DALLA DISPERAZIONE, di Leonardo Migliore

DISTILLARE GIOIA DALLA DISPERAZIONE, di Leonardo Migliore

DISTILLARE GIOIA DALLA DISPERAZIONE
di Leonardo Migliore

distillare

Un momento di cupa tristezza m’assale.
Penso ad ali dorate e a un petto robusto che m’abbracciavano.
Non oso guardare all’insù.
Scoprirei un volto incorporeo che rimarrà sempre impresso nella mia mente.
M’affligge molto percepire la tua presenza nella tua assenza.
Sei stato tutto per me, darei la mia esistenza per poterti stringere ancora per un attimo, per posare un bacio caldo sulle tue guance.
Ti ho amato come non ho mai amato nessuno nella mia vita.
Vorrei almeno sognare di te, prenderti per mano e riprendere a crescerti accanto in un mondo che non conosca la parola fine.
Eppure siamo soltanto creature terrene e la morte non fa distinzioni, ci attende come foglie raggricciate d’autunno mulinate dal vento.
Ma tu, gioia mia, non cesserai mai d’esistere fin quando vivrò.
Sei il mio spirito e non ho altro appiglio nei periodi di debolezza. Dovrei forse pregare, impetrare da Dio misericordia.
È nelle tue foto che scorgo scorci d’eternità. Non so se è un peccato confessarlo.
Se è così, tu sei nel Padre Santo e Buono e, addolorato, vegli sulle mie pene mentre mi dimeno nel supplizio di Tantalo.
Continua a leggere “Racconti. DISTILLARE GIOIA DALLA DISPERAZIONE, di Leonardo Migliore”

UN’ANTICA TAZZINA

Credevo di essere la sola, la più bella della tavola e la più ricercata, in nobile ceramica fine di un paese tedesco di fama mondiale, bianca, delicatamente decorata con le più belle rose mai raffigurate, rifinita con un filo dorato a denotare la mia importanza, ed ero sempre io che attiravo le signore con i guanti bianchi e trinati, i ventagli colorati che posavano al mio fianco, per poter approfittare della bevanda che contenevo, perchè era quella cosa che trattenevo calda e rovente nel mio corpo a dare consolazione a tutte quante, profumo acre e dolce insieme, amaro quel poco a stuzzicare l’alito e il cuore, a inebriare un ardito sorriso a un nobile cavaliere impudente. Ero allora la tazzina, colei che del caffè portava il suo colore e il suo ardito sapore, e credevo di rimanere l’incontrastata regina della tavola. Poi avvenne il cambiamento, le tovaglie non erano più di lino decorato, cotone tessuto, ma plastica colorata, banale copertura incerata dove il posarsi anche delicatamente si rischiava lo scivolare, e lui, il mio nobile e antico sapore e liquido mio conforto che ignobilmente e senza un minimo rispetto, come una di quelle che si donano gratuitamente sulle strade, mi aveva abbandonata per una stupida e insignificante tazzina di vetro trasparente, senza anima e senza pudicizia, pure da far trasparire il colore ambrato del liquido mio adorato.
E ancora peggio poi le mode mi hanno dimenticata, sola abbandonata in un angusto magazzino, buio e polveroso, svenduta come un pezzo ormai desueto e insignificante, ora vanno le colorate, le tazze in plastica dura dai mille disegni finti e appiccicati, gift vengono detti quei simboli e quelle lucentezze, ed io in mezzo a mie simili che ancora pretendono di fare le civettuole, incoscienti del luogo e del momento, siamo tazzine perse nei ricordi e non avremo più il nostro amato calore e intrattenimento, e rimarremo fredde della materia che ci appartiene e se il tempo ci sarà propizio, potremmo anche rimanere tali, senza ammaccature!

Roberto Busembai (errebi)

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Racconti e Storie: Capita di fermarsi, di Monica Pasero

Racconti e Storie: Capita di fermarsi, di Monica Pasero

Monica Pasero

Capita di fermarsi
capita di rallentare i pensieri. A volte ne hai disperatamente bisogno di placare ogni cosa, di quietare quell’ assordante boato di parole che urlano nella tua testa, che chiedono risposte che se le danno e se le tolgono in un batter di ciglia e tu sai, lo sai eccome che quel caos che ti assale fino a farti perdere ogni certezza, nasce e muore ogni giorno in te e non esiste nessuno che può colmare le tue paure, i tuoi vuoti, le tue innate insicurezze, le fragilità e quei sogni così grandi ma così lontani ancora… non v’è davvero nessuno in grado di farlo e così a ogni alba inizia la tua lotta che si perde nel buio della notte e fino a che un giorno… comprendi… ti guardi allo specchio, non ti piaci, anzi non ti sei mai piaciuta, ma ti guardi e ti vedi e vedi che tutto ciò di cui hai davvero bisogno è proprio innanzi a te e non sono le risposte, nè il coraggio né la considerazione degli altri, ma è quel sorriso che affiora ora dal vecchio specchio ed è li che bisogna partire, proprio da quel volto e corpo imperfetto e quel cuore sempre in battaglia, ma che ora sa di essere unico speciale.


©Monica Pasero

Tani di Cristina Saracano

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TANI

Scende lieve al confine tra Piemonte e Liguria.

Incontra le prime case e, subito, produce abbondanza.

Le città, è risaputo, sono state costruite in prossimità dei corsi d’acqua.

L’acqua è preziosa, è vita, fertilità, prosperità e sicurezza.

Alba, Asti, Alessandria lo hanno accolto volentieri.

Ad Alessandria, Tanaro, Tani per gli alessandrini, scorre quasi in centro.

Nel Novecento era la villeggiatura, il luogo fresco al riparo dalle calde estati di città.

Poi gli anni sono scivolati via veloci come la sua acqua, sono cambiate le abitudini, le persone, ma Tani non si è mai mosso da lì.

In una domenica pomeriggio d’autunno del 1994, esattamente il 6 novembre, ad Alessandria non succede nulla, o quasi…

Pigramente seduta sul divano la ragazza, gioca con il telecomando della tv, le tre reti nazionali, e, un canale dopo l’altro, ecco Telecity, le notizie locali.
Non ama guardare la televisione, ma in quel dopo pranzo grigio e uggioso, questo pare essere l’unico svago, senza sapere che il resto deve ancora arrivare….

Si parla di zone isolate, forse ci sono morti, feriti, persone trasportate sui canotti della Protezione Civile, case irraggiungibili e linee telefoniche interrotte.

Scene di drammi e disperazione, persone che piangono, che cercano i loro ricordi trasportati via con l’acqua, sirene della polizia e dei vigili del fuoco… Continua a leggere “Tani di Cristina Saracano”

Racconti e Storie: Arrestò l’auto dinnanzi alla bottega, di Monica Pasero

Racconti e Storie: Arrestò l’auto dinnanzi alla bottega, di Monica Pasero

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Arrestò l’auto dinnanzi alla bottega, il suo nuovo lavoro.
“E questa volta riparerò orologi!” pensò divertito.
Si rimboccò le maniche e ripulì il vecchio locale. Posò le sue poche cose nel retrobottega; composta da una branda di fortuna, un vecchio armadio e alcuni indumenti in valigia. Non necessitava di molto per essere felice e tutto ciò che ora voleva era lei, il suo amore, e compiere la sua nuova missione.
Si guardò intorno: “Il negozio era pronto e lui lo doveva essere per forza o quasi…” pensò divertito dall’effetto che quella donna faceva su di lui a distanza di secoli… ma che fatica ogni volta ripescarla.


#ilvarcofraiduemondi

AMORE MIO, di vittoriano borrelli

AMORE MIO, di vittoriano borrelli

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Si dice che l’infedeltà sia tipica del genere umano a differenza degli animali (e dei cani in particolare) che invece riescono a sviluppare un legame affettivo costante e duraturo. Siamo per costituzione portati più facilmente a distaccarci dagli affetti o a provarne di nuovi quando quelli che abbiamo non ci soddisfano più.

Questo accade soprattutto per incapacità di amare o per bisogno di colmare certe carenze affettive che ci trasciniamo fin dall’infanzia. Eterni scontenti o forse tendenzialmente proiettati a idealizzare l’amore che quello reale o a portata di mano ci appare sempre pieno di difetti.

Non so se la crisi della coppia, oggi sempre più crescente a giudicare dal numero dei divorzi o delle separazioni, sia associabile a questa instabilità affettiva in nome della quale molte persone sono inclini a cambiare partner o a decuplicarli con una serie infinita di tradimenti.

E c’è chi pensa di passarla liscia costruendosi una doppia vita o procurandosi degli stratagemmi più fantasiosi per non essere scoperto.

Per l’infedele incallito, ad esempio, vi sono due paroline magiche che potrebbero toglierlo da ogni imbarazzo: Amore mio. Che si chiami Lucrezia, Ermenegilda o Teresa, o che si chiami  Saverio, Arturo o Tarcisio, meglio sostituirli tutti con un caro ed affettuoso Amore mio.

Certo, esistono tanti altri appellativi come Trottolino, Pucci Pucci o Cuccioletto ma l’Amore mio è un classico, del genere neutrale che può andare bene per qualsiasi amante.

L’amore è bello finché dura. Ad ogni inizio c’è sempre una fine, un altro sogno da inseguire. E la realtà, in questi casi, non supera mai la fantasia.

Insomma, se non esiste l’amore eterno ci si può accontentare di un fugace ed istantaneo Amore mio in attesa di una nuova storia già pronta a sbocciare alle luci dell’alba.

Sperando che questa volta sia per sempre.

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Racconti: Pensiero molesto, di Tiziana Valori

Racconti: Pensiero molesto, di Tiziana Valori

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PENSIERO MOLESTO (racconto breve)

‘Controsenso di marcia e via a tutta birra! Se mi vede la polizia magari mi fa la multa! Da ridere. Prima che mi prendano sai quante volte vado a sbattere? E ciaft! Finita. Essere o non essere? Non essere, non essere.

Sto filando contromano su questa bretella autostradale a senso unico, a tutto pedale dell’acceleratore, e aspetto lo schianto. Istantaneo, morte certa in una miriade di parti sparpagliate in giro e soprattutto in una frazione di secondo. E chi sentirà niente? Come il kamikaze che si fa esplodere. Bravo lui! Morte eroica. Ma se sa già che non avvertirà alcuna sofferenza che eroismo c’è? E poi va in Paradiso con così poco. Un affare se tutto fosse così.

Ma io non andrò in nessun Paradiso. Chi ci crede ai catechismi dei preti?

Però non voglio fare vittime. Devo schiantarmi contro un Tir. Un bel frontale con lui che non si fa niente e io che la faccio finita. Un suicidio migliore non potevo idearlo. Devo stare attento a evitare le autovetture che mi verranno contro, starmene tutto a destra, così che quelli possano scansarmi facilmente. Continua a leggere “Racconti: Pensiero molesto, di Tiziana Valori”

LA MIA VIENNA

Ogni vacanza ha il suo sapore dolce misto ad un amaro che solitamente si tramuta nel ritorno, ma ogni vacanza ha pure il suo magico mistero che aleggia dentro ed è quel particolare e unico di ognuno che riesce a entusiasmare e dare colore al periodo passato.
Allora si ricorderanno mari calmi e acque calde sotto il cocente sole, si ricorderanno prati verdi immensi, pascoli montani e acque limpide e ghiacciate, si penseranno alle traversate sopra un lago con il remare di una barcarola, o come me si penserà a una città, alle sue vestige e alle sue mura, ai suoi valori immensi e alle sue tradizioni, e io appunto voglio lasciare qui un piccolo ricordo di una città che mi è rimasta dentro, una città che non conoscevo ma che l’alone di notorietà mi era talmente impresso già dai tempi delle conoscenze scolastiche. Vienna e i suoi colori, musiche e tesori.

“Le note della musica
s’alzano sulla città,
unico suono e “rumore”
di un silenzioso passo umano.
Vienna dorme nella culla
di un LA maggiore
e una chiave di SOL.” (errebi)

Questa la mia prima impressione e sentimento che girando per le vecchie strade della città antica ho sentito dentro il cuore, la prima sera tarda in cui sono arrivato e di lei mi sono innamorato.
Vienna è un confetto di duro zucchero bianco e rassodato, ostico nella lingua, nelle prime impressioni della gente, nella rigidità dei palazzi prorompenti e dei grattacieli che lontana la sovrastano, ma dentro è una mandarla dal sapore misto, un dolce dato dalla musica continua di un Mozart brioso e di un languido e romantico Strauss che pare scivolare davvero su quel Donau che gentile e con rispetto costeggia il limite della metropoli Austriaca.
Sapori nuovi, cotolette giganti impanate e fritte, birre colorate e spumeggianti da ogni bicchiere e bottiglia, wurstel e crauti, e dolci che inteneriscono anche il più crudo dei cuori e dei sapori. 
Ma Vienna è anche il potere di una monarchia passata, di un fasto di ottocento che non nasconde ma mette sempre in rilievo, e allora carrozze trainate da due doverosi cavalli imbevono le strade ciottolate, rigore nel costume del cocchiere con parrucchino annesso, e poi palazzi e edifici, monumenti e giardini da trovarci il silenzio vero, quello che non capita più addosso, quello che ti fa sentire dentro il sapore dell’essere in un sogno che poi sogno lo è davvero.
Vienna è cultura nei musei e nei suoi artisti vari di ogni genere e di ogni categoria, dalla pittura alla musica, fino alla letteratura, è nelle chiese la dovizia religiosità mista tra il paganesimo e cristiana, ricchezza dentro nelle sue costruzioni, altari imponenti come imponenti vetrate e barocche colonne, ampie navate e impetuosi soffitti, tetti in puzzle di maioliche colorate e guglie infinite a cercare un cielo che sovrasta, luce che non ha nascondiglio tanto spazio gli è concesso.

“Non è lo scintillio 
delle cose e dei fatti
ma il colore che emanano
le persone che vivono
con l’arcobaleno addosso,
a donare calore
nell’animo e nel cuore.
E donano festa alla vta.” (errebi)

Poi ti accorgi che vivi in un mondo dimenticato, un mondo fatto di pura gentilezza, di comprensione e di rispetto, silenzioso e riguardoso, ma preciso e dovuto, ti accorgi che quella che ti sorride non lo fa solo per un compenso, che quello che ti concede l’attraversamento non è la frenata improvvisa di un’auto ma soltanto un sottile e lento frenare per il giusto comportamento. E ti accorgi che chi fa caos e confusione sono le migliaia di turisti che invadono giornalmente questa nobile metropoli d’oltr’Alpe, si parla piano e si sorride nella stessa maniera, ma non è un’imposizione o un modo di fare, è soltanto naturale educazione. E ti accorgi che puoi camminare senza nessuna paura addosso, senza guardarti intorno con sospetto, senza sentire il fiato o gli occhi che ti controllano per poterti colpire. E siedi sulla vastità delle panchine, noti la pulizia capricciosa e insistente in ogni angolo e in ogni strada e vicolo che sia, e godi del panorama delle vetrine accese, dei canti di artisti di strada,
e ti soffermi a salutare e scherzare con gli “imbonitori” venditori di biglietti per un ennesimo concerto di qualche chiesa o teatro o addirittura in cattedrale. E trovi che la gente nel loro quotidiano e comune stress metropolitano hanno un passo avanti, non sono tesi e hanno la proprietà di potersi riposare e dedicarsi alla famiglia e alle loro cose, alle corse lungo il Donau Canal quando non è invaso dalla bonaria e colorata movida notturna giovanile, giusto per passare la serata in una Vienna che ho trovato meravigliosamente calda (meteo parlando).
Vienna l’ho impressa sul mercatino delle pulci tra locali e ristorantini tipici, l’ho impressa sulla piscina di fronte alla Chiesa di San Carlo Borromeo, l’ho impressa nel giardino e nella reggia dello Shonbrunn, nel Belvedere e nelle tele di Klimt e Schiele, nel fregio di Beethoven e nelle note dei concerti di Mozart, l’ho impressa nella cattedrale di Santo Stefano e nelle altre mirabili chiese, l’ho impressa nei dolci sacher e nei sapori gialli di birre, ma Vienna l’ho impressa nel cuore per il suo gentile, riservato e sottile pudore di farsi scoprire.

Roberto Busembai (errebi)

Photo by ERREBI

Racconti. Nonno Vito, di Rosetta Amoroso

Racconti. Nonno Vito, di Rosetta Amoroso

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Nonno Vito

Era il nonno di mia mamma
Un bellissimo uomo
Sembrava un principe , alto dalla pelle chiara occhi azzurri e baffi ben curati , il barbiere andava tutte le settimane ci teneva a stare sempre in ordine e profumato , fumava tanto , troppo le sue dita erano color tabacco , non lo mai visto in piedi , nonna Maria lo accudiva , perché la guerra. Bombardo Palermo e la sua casa distrutta e così rimase paralitico a vita , erano dei bisnonni belli come due artisti , anche bravi e buoni , ci dicevano sempre Dio vi benedica
I bisnonni , esisteva ancora la suocera di nonno Vito piccola e con la mente ormai per i fatti suoi , nonna pappina , ho conosciuto così la nonna di mia nonna
Quanta ricchezza mi hanno lasciato , di vita raccontata di mille sacrifici , ma fatta di persone che ne andrò sempre fiera

Fumava queste e così che lo voluto ricordare oggi

Amoroso Rosa @”
Da i ricordi d’ infanzia @”

SICILIANI, di Rita Frasca Odorizzi

SICILIANI, di Rita Frasca Odorizzi

SICILIANI

Terra di Ulivi centenari, di zagara, di fichi d’India; la Sicilia era il suo mondo, il suo forziere: profumi, colori, sapori, che sentiva fremere pazzamente nelle vene. E il sangue ribolliva ancora, come nei trent’anni passati in suggestivi ritorni. Ritorni alla terra natia dal luogo di residenza in altra regione, peraltro ospitale, ma mai come la visione che spaziava nel suo sguardo, quando la memoria si abbandonava ai sensi, ancora vividi e serrati, da luminose essenze di ricordi.
Toccava il bastone per sentirsi sicuro, ma le gambe gli tremavano un po’, quando percorreva il corridoio che portava alla porta di casa, per aprirla. Il giardino lo accoglieva come un vecchio amico stanco e l’erba era non più festosa, ma pallida, esangue come il suo corpo. Solitario, passeggiava su e giù come in gabbia. Poi si sedeva sulla panchetta in attesa della fine del giorno. Nel tramonto trovava la sua forza e si raccontava fra sé e sé, che sarebbe stato l’ultimo, ingoiandoselo, pcon gli occhi affamati da un desiderio inappagato: Vedere i suoi figli prima di andarsene. Ma non sarebbe mai accaduto.. Se non dopo..
È questo gli dava un senso di straziante oppressione e accoramento. Accettare la realtà era come tagliarsi la carne con un’accetta, frantumandosi come un tronco d’albero, ormai vecchio, senza più nulla da offrire, nemmeno l’ombra. Attendendo il passaggio del tempo, sentiva la passione affievolirsi, ma dentro di sé covava sogni e desideri inespressi, che nessuno poteva togliergli dal cuore e dal cervello. Sentì un lungo brivido: Ormai era quasi sera e invece di alzarsi dalla panchetta, si assopi’ silenzioso, come un cerbiatto nel bosco, quando le stelle fanno coltre e si spartiscono il mantello degli angeli…

Ritafrascaodorizzi.it. Ofrii

Racconti: Un bacio… di Clara Raffaele

Racconti: Un bacio… di  Clara Raffaele

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Un bacio…che cos’è un bacio, un orgasmo di fiato..e poi quel sapore che ti resta sulle labbra per ore,come un cioccolatino al peperoncino…il fuoco in bocca e poi amore!
E se con la mente torni a come è nato, riavvolgendo il nastro,ti rivedi dentro ai suoi occhi e poi tra le sue braccia stretta,mentre la bocca per un attimo infinito si è persa nella sua..l’Anima!
E non è un sogno e nemmeno un gioco della mente.. oppure fantasia dentro una poesia.,no è soltanto Amore , quello che ti insegue ovunque e a tutte le ore … ti raggiunge,ti sfiora,ti inebria,ti scuote… emozioni a pelle e nelle vene…la rivoluzione!
Una droga fatta di sensazioni che si prende quando il cuore a sorpresa ti solletica e pretende!
Bevi un caffè e d’improvviso hai una voglia matta di correre da lui,senti il bisogno di sfiorare le sue labbra e nutrire le tue con la brace , zucchero e cannella e poi sapore!
Sussurra la mia Anima e addormento la sete,stendo sul cuscino..i miei sogni e mi lascio coccolare…come un petalo di rosa…ti aspetto!
Clara Raffaele.
Diritti riservati.

Racconti – Moderno Emigrante [VIDEO]

Dedicato a tutte quelle persone che hanno perso il lavoro.

(Palermo, gennaio 2004)

Il tardo pomeriggio a Palermo, seppur invernale, era tiepido. Una delle tante giornate che al suo volgere regalava, giochi di colori e di sfumature tali da rasserenare l’animo. Il sole ormai era dietro le montagne. Alla stazione dei treni era un viavai di persone, chi era pronto a partire, chi invece era sopraggiunto per salutare amici e parenti in procinto di lasciare l’isola.

Il convoglio pronto sul binario, cominciava a riempirsi, gli scompartimenti del treno cominciavano a brulicare di vita. Luigi era da solo, come sempre puntuale aveva già sistemato le valigie e viveva in silenzio l’attesa, prima della partenza. Aveva appena trascorso le feste natalizie in casa sua insieme alla moglie, al figlio, ai suoi genitori e ai suoi fratelli

L’attesa era carica di nostalgiche sensazioni, di solitudine che gli facevano compagnia e delle quali era pervaso. Luigi non piangeva, non poteva permettersi di mostrare la sua debolezza e giocava con se stesso a fare il duro. I soliti ritardatari, invece, con il sorriso tirato cercavano il loro posto riservato, tra sbuffi di fatica e valigie tirate a forza. Il capostazione con il suo tipico berretto e la paletta fischiò, confermando il via libera al convoglio ormai pronto per la sua corsa verso il continente! Continua a leggere “Racconti – Moderno Emigrante [VIDEO]”

Racconti. MUTUO SOCCORSO, di Tiziana Valori

Racconti. MUTUO SOCCORSO, di Tiziana Valori

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MUTUO SOCCORSO (racconto breve)

“Dammi una mano, Slim. Non è come pensi” s’aggrovigliava a dire John, senza i mutandoni, davanti alla pistola spianata del collega furente.

“Johnny, Johnny. Proprio con la donna del tuo migliore amico?” replicò l’altro. Quella, completamente sotto la coperta, non fiatava in attesa di qualcosa di brutto.

“Sì, Slim, è come pensi. Ma considera che qui donne non ce ne sono. Le puttane stanno a Dodge e quando le vediamo?

Quante volte nella prateria per far la guardia alle mandrie ci si smanettava pensando a Wilma o a Lulù o a chiunque ce l’avesse lì di sotto?

Siamo amici o no? e da una vita. Metti via quella pistola sennò mi ammazzi veramente.

Slim non mise via la pistola ma non era più tanto furioso:

“Lo so, Johnny. Fare il cow-boy comporta di questi disagi.

Ma Mary è venuta via con me non con te e la vita non la fa più.

Non c’è un po’ di rispetto?”

“Ma certo, amico. Senti, chiediamo a Mary con chi vuole stare, eh? Se dice che vuole stare con me io te la presto ogni volta che vuoi. Giuro.

Ma togli di mezzo la pistola, dai.

Io, come vedi, una mano te la darei e poi siamo persone serie e ragionevoli, noi.”

Slim rinfoderò e, senza che nessuno dicesse altro, lui, Johnny e Mary, sbucata da sotto la coperta, si fecero una gran risata liberatoria.

Tiziana Valori

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Racconti: L’ultimo desiderio, di Paolo Ansaldi

Racconti: L’ultimo desiderio, di Paolo Ansaldi

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L’ULTIMO DESIDERIO

PACE VO CERCANDO

Sono Peppe Scalisi, ho 77 anni, sono vedovo da due anni e, avendo negli occhi sempre mia moglie ,ho venduto casa e vivo in una casa famiglia. Mi sento svuotato, inconcludente, inutile e, mi accorgo che la vita non mi spinge ad andare avanti. In questa casa famiglia, mi trattano bene, non ho da lamentarmi ,anzi mi concedono una certa libertà permettendomi di uscire la mattina a fare una passeggiata e a comperare il giornale. Il resto della giornata la trascorro all’interno dell’edificio senza poter parlare con nessuno considerato che sono tutti bisognosi di cure ed attenzioni e chi, per un motivo chi per un altro, più che vivere vegetano.

Nei primi tempi avevo con chi parlare e passare le giornate ma ,man mano passavano i mesi, gli ammalati aumentavano e coloro che erano in grado di gestirsi diminuivano. Sveglia alle 7,pulizia della persona, colazione, pranzo e cena, a letto alle 21 e tutti i giorni la stessa storia. Si vive ma si può considerare vita questa? Io, che avevo una certa libertà mi sentivo prigioniero e non mi bastava più avere poche ore di uscita. Mi sentivo prigioniero in una gabbia d’oro. Non che abbia a dire del personale ,mi trattano bene, che ha il suo bel lavoro per accudire i circa 40 alloggiati. Eppure la settimana a seguire, avvertivo che mi avrebbe cambiato la vita. Continua a leggere “Racconti: L’ultimo desiderio, di Paolo Ansaldi”

Racconti: Esperimenti emozionali di Valerio Villari

Racconti: Esperimenti emozionali di Valerio Villari

Il mio diario

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Avvertivo la sua presenza senza neanche avere la necessità di guardare il monitor. Avrei potuto inviarle il mio saluto anche se fossi stato ad occhi chiusi, non ho mai avuto il coraggio di farlo. Non direttamente, almeno, perché in realtà tutto quanto scrivessi era intriso di lei, di ciò che mi faceva provare e.… quante volte mi sono sentito uno stupido!

<<La realtà è ben altra cosa!>>, sussurravo a me stesso, facendo attenzione che nessuno mi sentisse, ma chi avrebbe potuto?

Sempre da solo, in compagnia dei suoi occhi, come immagine di sfondo nel desktop del mio computer, nel mio studio non avrebbe mai fatto ingresso nessuno senza prima bussare alla porta o senza che io avessi chiamato.

Era questa la mia realtà; la solitudine, una piacevole solitudine dentro l’oceano del suo sguardo dove, solamente, ero capace di perdermi nuotando controcorrente, contro le naturali vie della consapevolezza che di un sogno si stesse trattando. Continua a leggere “Racconti: Esperimenti emozionali di Valerio Villari”

Racconti: Essere madre non è per tutti, di geralddaja tumbir

Essere madre non è per tutti, di geralddaja tumbir

Essere madre non è per tutti, partorire lo è ma partorire è solo una parte.Non dico che non sia giusto che ogni donna possa dare vita ad un’altra persona, questa è una fortuna visto che spesso da certi fanghi nascono dei diamanti.

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Questo mi da speranza e mi fa amare in mondo in cui mi trovo e impedisce il pensiero che c’è in me di voler vivere in un’altro mondo parallelo, perché per trovare il mondo migliore basta iniziare a cercare le cose belle che ci sono in quello in cui ci troviamo.

Prova a pensare a tutto ciò che ti ha reso felice. Sai perché è riuscito a renderti felice? Perché tu partecipavi alla sua costruzione, hai contribuito alla realizzazione della tua felicità altrimenti non ti avrebbe reso felice.Mi ricordo uno dei momenti più belli della mia vita, il primo bacio.

Dentro lo stomaco avevo ansia mischiata a paura e insicurezza ma quando lei era proprio lì, davanti a me e io la baciai, quei tre sentimenti negativi si trasformarono in felicità e questa felicità dura tuttora se ci penso.Più grande è la paura, l’ansia e l’insicurezza più coraggio ci vuole per vincerla ma la cosa che devi tenere bene in mente è che si, ci vorrà grande coraggio ma genererà una grande felicità.

Perciò guardati intorno, il mondo è pieno di cose belle che potresti fare, il mondo è pieno di persone che potresti rendere felice e che potrebbero renderti felice. Non è che al mondo puoi fare tutto, la tua libertà non deve danneggiare nessun’altra, ma tu fai qualunque cosa possa renderti felice.

In allegato vedrai una cosa che mi rende felice sempre, i girasoli.

Racconti: L’ARGINE, di Simone Delizioso

Racconti: L’ARGINE, di Simone Delizioso

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L’ARGINE (racconto storico)

(1541)

“Santità, non puoi permettere queste cose!”

Paolo Terzo aveva ascoltato l’invettiva del cardinale senza tradire alcuna emozione e nella sua seraficità sembrava una lunga barba bianca e nulla più.

“Tu, Carafa, cosa proponi?” chiese infine.

“E me lo domandi? Scomuniche, tribunali e roghi! Occorre arginare quest’eresia dilagante!”

“Qui a Roma non c’è più l’Inquisizione, mio caro, e non sono più i tempi di Innocenzo Terzo o Gregorio Settimo.

Carafa, mi interessa il tuo parere su ciò che si va definendo a Ratisbona perchè potresti essere tu il prossimo papa.

Con i tuoi metodi conti di eliminare la Riforma Protestante?

Abbiamo perso tutti i popoli di ceppo anglosassone e germanico. Non ci vogliono più, mio caro; li abbiamo disgustati. Son convinto che seppure ne bruciassi la metà i rimanenti si darebbero al brigantaggio pur di non sottostare più a noi. Non c’è nazione che ci lascia fare più il bello e il cattivo tempo e che non aspiri a una condotta politica e sociale completamente indipendente dalla Chiesa. Continua a leggere “Racconti: L’ARGINE, di Simone Delizioso”

Racconti: IL CIELO STELLATO, di Tiziana Valori

Racconti: IL CIELO STELLATO, di Tiziana Valori

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IL CIELO STELLATO (racconto breve)

“Vedi quel rettangolo con altre tre stelle ad arco?”

“Sì” rispondeva il bimbo al padre. Lì, in aperta campagna il firmamento rifulgeva di punti luminosi.

“Ora prolunga le ultime due stelle del rettangolo di sette volte la loro distanza e troverai la Stella Polare. Ma dove guardi, Francuccio? Là, là. Non là. Là!”

“Dove?” girava gli occhi il piccolo.

“Ma stanno là. Cecato! Orbo!”

Fu la maestra a sospettare che Franco fosse miope.

Quando il papà ne fu informato tornò con la mente a quegli insulti e quasi pianse, desiderando sprofondare sottoterra.

Tiziana Valori

Racconti: IL MIO DOMANI, di Paolo Ansaldi

Racconti: IL MIO DOMANI, di Paolo Ansaldi

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MIO DOMANI

Mi chiamo Anna, ho 58 anni, sono capoufficio in una grossa ditta di trasporti, guadagno bene e la mia vita scorre verso gli anni del pensionamento per rimanere prigioniera di quattro muri così come in ufficio fra carte e scartoffie varie da controllare e verificare. Sotto certi aspetti potrei ritenermi fortunata perché sono indipendente oltre ad avere una casa tutta mia eppure ,a volte, mi sento una nullità, specie quando durante i festivi rimango a casa .

Ho ancora un aspetto giovanile, vesto bene ma considero la mia vita un fallimento ,forse perché ancora single, senza un compagno vicino con cui condividere la mia vita che potrebbe essere diversa, migliore. In verità in gioventù avevo trovato il ragazzo che amavo alla follia ma mi sono resa conto che aveva un carattere terribile e oltre ad essere geloso era anche manesco.

Cercai di resistere ,credendo che col tempo sarebbe cambiato ed invece dopo un paio d’anni sono stato costretto a lasciarlo dopo che mi aveva rubato una grossa somma di denaro .Delusa decisi di rimanere sola e di condurre una vita regolare, solitaria, tranquilla ma monotona. Durante il Natale ,nel festeggiare le festività, tutti gli addetti della ditta si riunivano per farsi gli auguri e trascorrere la serata ballando e mangiando a spese del proprietario che in quell’occasione non badava a spese. Sistematicamente rifiutavo di andarci e lo feci per ben 34 anni. Continua a leggere “Racconti: IL MIO DOMANI, di Paolo Ansaldi”

Racconti. Quale fantasma si nasconde nella vittoria?, di Luciano Zampini Poeta

Racconti. Quale fantasma si nasconde nella vittoria?, di Luciano Zampini Poeta

ciao mondo

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Quale fantasma si nasconde nella vittoria?

Ieri soltanto ieri giravo per un reparto ospedaliero, solito controllo di routine credevo, ma non era così sapete.
La figura di una bambina avrà avuto più o meno 12-14 anni, che si stringeva alla madre piangendo mi ha colpito e catturato l’attenzione.
Insieme a loro c’era un dottore in servizio, chissà perché queste divise bianche mi portano sempre a pensare ai carabinieri, forse per associazione di idee nel salvare l’incolumità/vita di chi ci si affida a loro.
Insomma, ho origliato non ho potuto farne a meno, la piccola singhiozzando stava diceva alla mamma che da grande voleva fare la scienziata per poter salvare il fratellino che era ricoverato.
A quelle parole sorrisero sia la mamma, esile figura con i segni prepotenti della sua sofferenza sia sul volto che nelle mani che si torceva, che il medico trovatosi lì per parlare con la signora.
La vita, un bagaglio di esperienze racchiuse dentro l’espressione dell’essere, un mezzo esclusivo con un biglietto unico, quello dell’andare avanti, senza possibilità di ritorno.
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Racconti brevi: I GRAFFITI, di Tiziana Valori

Racconti: I GRAFFITI, di Tiziana Valori

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I GRAFFITI (racconto breve)

“Interpreto, dal sànscrito, che bisogna ancora lavorarci molto su questi segni” pontificava la dottoressa Albani con quanti stavano lì a pendere dalla sua scienza. “I caratteri mi sembrano indoeuropei senz’altro.

In queste regioni degli Zagros settentrionali gli Arii, o Ariani, come son detti volgarmente, erano giunti sicuramente dalle steppe asiatiche. Quelle, come sappiamo tutti, erano un serbatorio che tracimava continuamente popolazioni per ogni dove.

La datazione di queste incisioni rupestri? Di certo anteriori al 2mila avanti Cristo.”

La dottoressa si interruppe per fermare un ragazzo che si era avvicinato ai graffiti con una pietra.

“Che fai qui, giovane uomo” si rivolse vivacemente al disturbatore in uno stentato curdo. Quello si allontanò brontolando.

“Dicevo” riprese la Albani in fiorito inglese e sorridendo soprattutto verso la telecamera in funzione, “quest’iscrizione, che risalta ancora sulla viva roccia come fosse stata scritta di recente, l’ abbiamo scoperta da poche ore.

Sì, come ho affermato, non si può datare a dopo il terzo millennio prima della nascita di Cristo perché gli Arii non possono essere giunti…”

L’archeologa si interruppe di nuovo per precipitarsi su quel ragazzo che con una pietra sembrava volesse scalpellare quei segni. Gli disse, sia in inglese che nel suo curdo, che quelli erano preziosi reperti dell’antichità e finchè non fossero stati vigilati a dovere nessuno doveva avvicinarsi.

“No, signora” rispose il ragazzo in passabile inglese. “Questo per noi significa vaffan… Mio padre lo lascia scritto spesso per farlo leggere a mia madre.

Stamattina mi ha preso a botte e sono stato io, di nascosto, a scriverlo qui, ed è rivolto a lui.

Noi abitiamo qui dietro e se questa parolaccia non la cancello lui capisce che sono stato io e mi dà il resto.”

Tiziana Valori

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Ho letto GORA, romanzo autobiografico di Miriam Maria Santucci

Ho letto GORA, romanzo autobiografico di Miriam Maria Santucci

di Pier Carlo Lava

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«L’Autrice, che conosco e apprezzo da tempo, con “Gora” ha dimostrato di essere non solo una splendida poetessa, autrice di diversi libri di poesie, ma anche una grande scrittrice. Uno spaccato di vita del secondo dopoguerra, nel quale si racconta la storia di “Gora” sugli Appennini, con un finale a sorpresa…

Leggere “Gora” è piacevole, scorrevole e per quelli della mia generazione fa rivivere i tempi difficili ma pieni di entusiasmo e speranze nel futuro, del primo decennio dopo la fine della seconda guerra mondiale.

La lettura di “Gora” è consigliata anche alle generazioni successive sino a quella attuale, perché dà modo di comprendere, quasi come lo si stesse vivendo, un periodo importante della storia del nostro Paese. “Occorre ricordare chi eravamo per capire dove dobbiamo andare”. La lettura di “Gora” è un’oasi di serenità e relax in un’epoca di grande stress come la nostra.»

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Ho letto Gora … Pier Carlo Lava

Come si viveva nel periodo successivo all’ultima guerra? quelli della mia generazione l’hanno vissuto in prima persona mentre alle generazioni successive è toccato ai nonni e ai genitori ricordare chi eravamo e come si viveva in un epoca di povertà ma con il grande sogno che un giorno il futuro sarebbe stato migliore per tutti. L’Autrice Miriam Maria Santucci, che conosco e apprezzo da tempo, con “Gora” ha dimostrato di essere non solo una splendida poetessa autrice di diversi libri di poesie ma anche una grande scrittrice.

Uno spaccato di vita del secondo dopoguerra, nel quale si racconta la storia di “Gora” e della sua famiglia sugli Appennini, con un finale a sorpresa…

Leggere “Gora” è piacevole, scorrevole e per quelli della mia generazione fa rivivere i tempi difficili ma pieni di entusiasmo e speranze nel futuro del primo decennio dopo la fine della seconda guerra mondiale.

La lettura di “Gora” è consigliata anche alle generazioni successive sino a quella attuale perchè da modo di comprendere a fondo, quasi come lo si stesse vivendo, un periodo importante della storia del nostro paese. “Occorre ricordare chi eravamo per capire dove dobbiamo andare”.

“Gora” non è solo un libro interessante e istruttivo che ci ricorda il nostro passato ma anche un oasi di serenità e relax in un’epoca di grande stress come la nostra.

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Un tranquillo pomeriggio di terrore, di Maura Mantellino (un breve racconto)

Ho un gatto di sei anni: Joe, il filosofo. E’ il tranquillo coinquilino della mia casa, ama riposare sui miei libri, odorandone le pagine e rosicchiando i bordi delle copertine. In un’altra vita doveva essere un dandy: amante del bello, degli oggetti preziosi e fragili, calmo, riflessivo e ragionevole.

Ieri pomeriggio, ho aperto la porta finestra del mio studio: Joe con infinita eleganza, si è stirato e con fare annoiato, ha abbandonato la sua postazione, vicino al mio computer e si è avviato verso il balcone. Dopo aver dato una sbirciatina alla sua destra dove è situata una meravigliosa ortensia color lillà, improvvisamente e senza alcun preavviso, il suo corpo snello e flessuoso si è inarcato ed il pelo morbido e luminoso, si è rizzato, manco l’ avessi attaccato alla presa della corrente elettrica. In un nano secondo, si è trasformato in Ninja: ed è iniziata una guerra atomica di vaste proporzioni. Nello spazio ridotto del mio balcone, tutti i bei vasi di gerani, begonie, rosmarino, menta, sono saltati per aria come birilli in una sala da bowling. Dopo aver corso, galoppando su e giù, aver scalato la ringhiera e devastato la mia ortensia, è rientrato in camera e con occhio da guerrigliero mi ha osservata; io l’ho guardato e ho visto nei suoi occhi la fierezza di una antico guerriero che ritorna dal campo di battaglia, vittorioso. 
Tra le fauci vi era un passerotto mezzo morto: il vandalo mi si è avvicinato e me l’ha posato ai miei piedi. Il passerotto appena libero ha cominciato a svolazzare per la casa: Joe, riaprendo di scatto le fauci, si è diretto, saltellando, in corridoio prendendo di mira il povero volatile. Ho visto con terrore, la sua coda sparire e ho ascoltato il rumore del suo passaggio captando i vari oggetti caduti a terra e finiti in mille pezzi. Determinata a bloccare la furia devastante del pelosetto, l’ho rincorso. Mal me ne incolse: tra quello che Joe mandava in frantumi e i miei piedi tagliuzzati dai cocci, alla fine la mia casa era solo più un cimitero di oggetti distrutti. Alla fine, sfiniti tutti e tre, Joe con fare cerimonioso, ha aperto la bocca ed io ho potuto recuperare il passerotto: dopo uno o due colpetti si è ripreso ed è volato via dalla finestra.
Intervistato l’autore di tutto quel caos, la risposta è stata:
” No comment”
E il nostro pomeriggio ha ripreso a trascorrere in modo tranquillo.
( La sottoscritta ha lavorato due ore per rimettere a posto e pulire le macerie)

Racconti: L’ ABROGAZIONE, di Tiziana Valori

Racconti: L’ ABROGAZIONE, di Tiziana Valori

L’ ABROGAZIONE (racconto breve)

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Quando le comunicarono, festanti, che c’era l’emancipazione Jezabel non ne volle sapere niente e borbottò fra sè che ogni occasione era buona per far caciara.

Nel giro di qualche giorno, quando si cominciò a capire che nessuno sarebbe stato inseguito con i cani per essere frustato, se non peggio, se ne andarono quasi tutti. Jezabel restò tenacemente nella sua capanna e fu solo la fame che la spinse a chiedere, fra la decina di negri rimasti, se non fosse arrivata la fine del mondo.

“No” le rispose il vecchio Cam, mogio, “è la libertà ch’è arrivata. È finita la schiavitù; l’hanno abrogata. Non siamo più schiavi, non l’hai capito?”

“Sì, questo l’ho capito” sbuffò lei. “Ma non si mangia più? Pure lo stomaco è stato abrogato?”

“Noi teniamo mais, fagioli, stoccafisso, farina. Tu non hai niente? Vieni a mangiare da noi più tardi.”

Jezabel corse da padron Thomas e lo interpellò, spaventata:

“Massa Thomas, io per mangiare devo andare da Cam ora?”

“Cosa vuoi da me, Jezzy? Non lo vedi che la tenuta va in rovina? Che il tabacco non lo cura più nessuno?

Avevo sessantadue schiavi. Ora, con la mia famiglia siamo in sedici. Dobbiamo cucinare noi per te?”

“Massa, se Miriam e Constanza non ci sono più posso sbrigare io le faccende della casa padronale.” Continua a leggere “Racconti: L’ ABROGAZIONE, di Tiziana Valori”

Racconti. L’ ABROGAZIONE (racconto breve) di Tiziana Valori

Racconti. L’ ABROGAZIONE (racconto breve) di Tiziana Valori

Quando le comunicarono, festanti, che c’era l’emancipazione Jezabel non ne volle sapere niente e borbottò fra sè che ogni occasione era buona per far caciara.

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Nel giro di qualche giorno, quando si cominciò a capire che nessuno sarebbe stato inseguito con i cani per essere frustato, se non peggio, se ne andarono quasi tutti. Jezabel restò tenacemente nella sua capanna e fu solo la fame che la spinse a chiedere, fra la decina di negri rimasti, se non fosse arrivata la fine del mondo.

“No” le rispose il vecchio Cam, mogio, “è la libertà ch’è arrivata. È finita la schiavitù; l’hanno abrogata. Non siamo più schiavi, non l’hai capito?”

“Sì, questo l’ho capito” sbuffò lei. “Ma non si mangia più? Pure lo stomaco è stato abrogato?”

“Noi teniamo mais, fagioli, stoccafisso, farina. Tu non hai niente? Vieni a mangiare da noi più tardi.”

Jezabel corse da padron Thomas e lo interpellò, spaventata:

“Massa Thomas, io per mangiare devo andare da Cam ora?”

“Cosa vuoi da me, Jezzy? Non lo vedi che la tenuta va in rovina? Che il tabacco non lo cura più nessuno?

Avevo sessantadue schiavi. Ora, con la mia famiglia siamo in sedici. Dobbiamo cucinare noi per te?”

“Massa, se Miriam e Constanza non ci sono più posso sbrigare io le faccende della casa padronale.” Continua a leggere “Racconti. L’ ABROGAZIONE (racconto breve) di Tiziana Valori”

Racconti: DIALOGO DI UN UOMO TRISTE CON L’AMATA, di Gregorio Asero

Racconti: DIALOGO DI UN UOMO TRISTE CON L’AMATA, di Gregorio Asero

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DIALOGO DI UN UOMO TRISTE CON L’AMATA

Che fai fanciulla che te ne stai seduta e sorridi?

Penso a quando ti amavo.

Penso a quando ti incontrai.

E lo ricordi ancora benché sei morta?

Oh si certo che lo ricordo:

dicevi sempre che saremmo stati immortali.

Dicevi bugie già allora.

Che fai fanciulla che te ne stai seduta e sorridi?

Trascrivo il tuo nome sul mio cuore.

Il nome mio?

Si il tuo nome che incontrai nei miei sogni

quando ero fanciulla.

E lo ricordi ancora?

Oh si certo che lo ricordo.

Lo ricordo perché ancora ti amo.

E il tempo passa sulla tua ombra

e le nuvole coprono pietose le tue lacrime.

Ormai non sei più prigioniera di questo mondo.

Lo so diventi vecchia anche tu

e non puoi ricamare il nome di un uomo perdente. Continua a leggere “Racconti: DIALOGO DI UN UOMO TRISTE CON L’AMATA, di Gregorio Asero”

Racconti: SOPRAVVIVERE, di Tiziana Valori

Racconti: SOPRAVVIVERE, di Tiziana Valori

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SOPRAVVIVERE (racconto breve)

Dopo la paura c’è lo stordimento e l’incredulità.

Ti viene da pensare ‘ma ce l’ho fatta davvero?’

Stavo là sotto. Con precisione non so dove, ma c’era l’armadio sopra di me e mi permetteva di stare quasi in piedi. Tutto sbilenco, appoggiato chissà a cosa.

Il terremoto ha continuato a scuotere spesso quello che restava della mia casa e le macerie chiudevano ulteriormente gli interstizi.

Mi hanno detto che sono stato sotto quattro giorni. E chi li ha contati? Io mi dicevo solo ‘quando morirò?’

Non sono tipo da pregare perché non ci credo, e questo forse mi ha alleviato la paura di morire. Mi dicevo ‘perderò i sensi e non ne saprò più nulla’.

Ma l’aria da qualche parte mi arrivava anche se sono stato all’oscuro tutto il tempo.

Infreddolito, sporco e puzzolente, mi hanno fatto bere, piano piano ma tanto e, circa la fame, mangerei un bue con corna e zoccoli. Come i diavoli che non mi hanno preso. Ma che sciocchezza, io non ci credo!

Quando quel cane è entrato a leccarmi, in mezzo a tutta quella luce, mi è sembrato un angelo.

E dalli! Non ci credooooo.

Ma la paura ti fa credere in tutto, anche negli angeli e nei diavoli. E ti fa pregare. Io l’avrò fatto? Boh.

Tiziana Valori

foto Tumbir

Come facevamo quando i cellulari non esistevano?, di Pier Carlo Lava

Come facevamo quando i cellulari non esistevano?, di Pier Carlo Lava

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Alessandria: I cellulari esistono da tempo e ormai ne siamo talmente coinvolti al punto che per molti sono sono diventati come una protesi del proprio corpo, ma forse proprio questo è un motivo per il quale vale la pena di porsi una domanda, “Come facevamo quando i cellulari non esistevano?” 

Una domanda che a volte mi pongo e alla quale rispondo ricordando un fatto che mi è successo molto tempo fa, correva l’anno 1980, all’epoca operavo come Sales Manager per la società Gazzoni di Bologna.

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Nel periodo in questione i cellulari non esistevano ancora, un venerdì sera come al solito lasciavo l’ufficio per ritornare a casa dopo una lunga settimana in trasferta.

Alle 18 del pomeriggio nel mese di novembre in un gelido inverno con una nebbia fittissima (quelle di oggi ne sono solo un pallido ricordo) entravo in autostrada a Borgo Panigale e dopo qualche chilometro mi trovavo quasi improvvisamente davanti una colonna di auto ferme, ma fortunatamente procedevo a velocità ridotta e quindi riuscivo a frenare e mettermi in coda.

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Ricordo che dietro di me era arrivata un autoambulanza che stava rientrando dalla zona del terremoto dell’Irpinia, un evento sismico di circa 6,9 Richter e del X grado della scala Mercalli, che il 23 novembre 1980 alle 19.34 aveva colpito la Campania e la Basilicata, provocando circa 280.000 sfollati, 8.848 feriti e 2.914 morti.

Dopo un po la colonna si muoveva ma fatti pochi metri si fermava e così con fermate e ripartenze si continuava per sei lunghe ore, nelle quali non era possibile telefonare, dato che nel tratto in questione non c’erano Autogril, il tempo per pensare, prendere appunti e leggere documenti di lavoro non mancava, c’era persino chi tra una lunga fermata e l’altra scendeva dall’auto (anche se buio, nebbia e gelo non erano certo invitanti) e faceva quattro passi per sgranchirsi le gambe. Finalmente a mezzanotte arrivavo al casello di Modena Nord, dove c’era un’uscita obbligata e il casellante ci informava che l’autostrada era chiusa per incidenti sino a Piacenza. Continua a leggere “Come facevamo quando i cellulari non esistevano?, di Pier Carlo Lava”

Racconti: LE INDAGINI DELL’ISPETTORE NONLOSO’ FERRAGOSTO AL LAGO (Seconda parte) di Roberto Busembai (errebi)

Racconti: LE INDAGINI DELL’ISPETTORE NONLOSO’ FERRAGOSTO AL LAGO (Seconda parte) Roberto Busembai (errebi)

Ispettore Nonloso’

LE INDAGINI DELL’ISPETTORE NONLOSO’ FERRAGOSTO AL LAGO (Seconda parte)

Si chiamava Marta, Marta Antoni, aveva circa vent’anni, era bella come tutte le ragazze in quella giovane età, bruna di capelli e occhi neri come il carbone ma grandi e di un immane splendore, era stata la ex ragazza di Nicola, ma la cosa era durata poco e forse Paolo ci aveva provato, ma qualcosa non doveva aver funzionato perchè sul fondale di quel dolce lago, qualcuno della finale di pesca, era rimasto agganciato con l’amo a qualcosa di grosso e di impossibile da trascinare a riva.

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Si era allertata la protezione civile, la polizia, la scuola subacquea dei carabinieri e si era trovato quel sacco nero con avvolto dentro il corpo esanime di Marta. Era stata certamente presa per la gola e soffocata, visti gli arrossamenti e abrasioni sul collo, non c’erano segni di arma da taglio o di fuoco, il resto si sarebbe scoperto, il prima possibile, dal servizio di investigazione medica e criminologia, con l’autopsia.
E Paolo era definitivamente scomparso..

L’ispettore Nonlosò, mal volentieri, si sentì purtroppo costretto a seguire quelle indagini con il collega del posto, un certo Martini, primo per l’amicizia nei confronti del Rubini, secondo perchè il giovane Martini, gli fece una richiesta scritta, voleva che mettesse a prova la sua grande esperienza e che lo aiutasse in quanto alle prime armi.
Quella chiacchierata con Nicola, riguardo a chi fosse la ragazza con cui si era fermato a chiacchierare Paolo, non era stata fatta, perchè la notizia del ritrovamento avvenne proprio quando i due, Rubini e l’ispettore si stavano recando alla casa del guardiano. Era stato allora tutto un susseguirsi di notizie e indagini del momento, ma ora che le cose prendevano il normale iter operativo, Nonlosò arrivò da solo alla casa di Giovanni e bussò:
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Racconti: LA VERITA’ E LA FAVOLA, di Roberto Busembai

Racconti: LA VERITA’ E LA FAVOLA, di Roberto Busembai

Fabulae e Fiabe

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LA VERITA’ E LA FAVOLA

La Verità è un’umile e timida signora, che nuda abita nei fondali di un profondissimo pozzo, ma un giorno, stanca e abbattuta dall’eterna solitudine, uscì decisa dal pozzo per andare incontro alla gente.
L’idea sarebbe stata bella, ma già dai primi che la incontrarono ne fuggirono come cosa brutta, allora lei non si perse d’animo e cominciò a bussare caritatevolmente alle porte delle case, ma tante non furono aperte, tante gli furono addirittura sbattute in faccia, nessuno voleva accoglierla e averla intorno.
Alla Verità, umiliata e depressa, non rimaneva che ritornarsene alla sua vita in disparte e in piena solitudine, e così si incamminò per la campagna intenta a ritornarsene alla sua dimora, ma il destino volle che incontrasse una bellissima signora, rivestita di trine e sete leggere e colorate, veli e gioielli, alcuni falsi, pochi veri, ma tutti sfavillanti: era la Favola!
“Buon giorno”, fu il saluto cordiale della Favola, “cosa fai da sola su questa strada dismessa?”
“ Sto morendo di freddo, lo vedi?” rispose la Verità “ eppure nessuno mi vuole aiutare, non c’è un qualcuno che voglia sapere di me, appena mi avvicino, scappano tutti”.
“ E pensare che io e te siamo anche parenti…parenti strette, e io , invece, dove vado, sono assai bene accolta. Però posso capire” aggiunse la Favola “ te hai un grosso torto: ti presenti nuda e troppo poco vestita…No, no!….Sai ho un’idea, facciamo così….riparati sotto il mio mantello e andiamocene insieme come buone sorelle. Sono certa che sarà conveniente per tutte e due, vedrai, i savi mi accoglieranno in grazia della Verità che nascondo e i pazzi ti faranno festa perchè sarai frusciante delle mie sete e luccicante dei miei gioielli!”

Spesso la Verità è troppo cruda (nuda) che soltanto nella Favola trova l’abito per potersi presentare e a noi non resta che ascoltare, in fondo la funzione della Favola non è altro che arrivare a chi la verità non vuole ascoltare e far si che possa cambiare il suo modo di “guardare”.

Mio riadattamento da una favola di Jean Pierrre Claris de Florian

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Illustrazione by Kuri Huang

La rivoluzione mi pare una strada obbligata, di Gregorio Asero

La rivoluzione mi pare una strada obbligata, di Gregorio Asero

La rivoluzione mi pare una strada obbligata.

Mi pare che porsi il problema se fare cambiare prima l’uomo o le istituzioni, è come porre la domanda “è nato prima l’uovo o la gallina?” Modo di pensare della gente e sistema, sono intimamente connessi. Se la gente non si convince che bisogna andare in un’altra direzione non cambierà neanche il sistema che hanno i nostri politici di governarci.  Oggi viviamo in un sistema ingiusto, guerrafondaio, sprecone, perché i centri di potere politico ed economico hanno solo una visione mercantilista, concorrenziale, produttivistica di conseguenza anche la popolazione ha prevalentemente una concezione consumista, costi quel che costi. In questo contesto come introdurre il cambiamento?

Chi farà cambiare le istituzioni? I nostri politici sono disposti a fare la guerra pur di mantenere i propri privilegi. Che interesse deve avere il potere di cambiare le sue scelte se la gente lo sostiene?  Il potere bisogna farlo cambiare attraverso un cambiamento dal basso; lo so è una strada molto lunga e che il pianeta potrebbe collassare prima, ma è l’unica possibile, perché il potere non cambia per conversione spontanea, ma solo se è costretto a farlo da una forte pressione popolare. Se voi avete la bacchetta magica di fare cambiare il potere in un’altra maniera indicatemela.

Gregorio Asero

Racconti. IL SOCCORSO, di Tiziana Valori

Racconti. IL SOCCORSO, di Tiziana Valori

IL SOCCORSO (racconto breve) (avverto che questa lettura non è da tutti)

Salpo. Ma per dove?

Mi hanno trasmesso che il Canale di Sicilia è mosso e che delle carrette del mare stanno là in mezzo, oltre ai soliti gommoni.

Come capitano, buono d’animo e pieno di religioso altruismo, dovrei dirigermi là per effettuare salvataggi.

Ma gli ordini non sono perentori. Mi lasciano l’iniziativa tattica d’ingaggio. Insomma una specie di ‘fa’ un po’ quer caxxo che te pare’.

Qui occorre una riunione al vertice e il vertice chiaramente sono io. E io deciderò.

Però devo sentire gli altri, così nel diario posso citare i loro pareri senza essere smentito.

Ora con me c’è il commissario, Francesco …, il mio secondo, Luigi … e il maggiore medico Antonio …

“Luigi” comincio, “sai che dobbiamo perlustrare più davanti a Tripoli che altro, no?”

“Certo, comandante, quest’è la direttiva di base.”

“Tu” continuo interpellando il commissario, “siamo ben attrezzati per accogliere quanti eventuali naufraghi?”

“Non più di trenta, con comodità. Però con l’emergenza potremmo caricarne…”

“Francesco, un po’ di attenzione, per favore! Ho parlato di emergenza, forse? Quindi, commissario, dicevi non più di trenta.

E tu, Antonio, hai la possibilità di prenderti cura di tanta gente bisognosa di immediata assistenza?”

“Non tutti assieme, certamente.”

“Basta così, signori. Ho capito che migliaia di persone da soccorrere non sono per una corvetta. Darò ordine di dirigerci alla costa libica. Col Canale di Sicilia se la sbrigheranno gli altri comandanti.”

Ora sono solo e posso riflettere. Che vadano pure ai pesci quei dannati tagliagole, muslim che non sono altro! Li odio e non ne vorrei nessuno in Italia. Sanno dare solo intralcio, spese e figli inutili a decine.

E noi gli unici a soccorrere quando nessun altro vuol farlo… Ma lo dice la Costituzione che gli Italiani devono essere buoni per forza?

Tiziana Valori