MEZZOGIORNO ALPINO, di Giosuè Carducci, recensione di Elvio Bombonato  

MEZZOGIORNO ALPINO, di Giosuè Carducci, recensione di Elvio Bombonato                                                                                                                                                                    

Carducci

Nel grande cerchio de l’Alpi, sul  granito
Squallido e scialbo, sui ghiacciai candenti,
Regna sereno intenso ed infinito
Nel suo grande silenzio il mezzodí.

Pini ed abeti senza aura di venti
Si drizzano nel sol che li penetra,
Sola garrisce in picciol suon di cetra
L’acqua che tenue tra i sassi fluí.

GIOSUE CARDUCCI  (1895)

Il poeta amava la montagna (Carnia, Cadore, Marmolada, Madesimo, Gressoney, Courmayeur), e fece persino qualche arrampicata con la guida.  Questa lirica si aggiunge ai cinque “Idilli alpini”; due quartine di endecasillabi, 6 piani e 2 tronchi, con rime ABAC  BDDC;  la C è tronca; penètra: accento metrico. 

Il ghiacciaio descritto è  l’”Aiguille du Midi” (il Mezzodì) del Monte Bianco.  Poesia impressionista – pochi tocchi per delineare in modo netto il paesaggio alpino, desolato e opaco –  fondata sull’alternarsi vista/udito.  Domina la luce, in due gradazioni: il candore accecante e algido acuisce il silenzio;  gli alberi, in assenza del vento, si ergono verso il sole, mentre si sente il mormorio dell’esile sorgente.

Curioso l’uso del verbo al presente (garrisce) accanto a quello al passato remoto (fluì): perfetto con valore continuativo.  Ecco gli endecasillabi finali di “Esequie della guida E.R.”, scritta in occasione dei funerali, 28 agosto 1895, a Courmayeur del grande Emilio Rey, 49enne:  “Via dallo sdrucio (squarcio) della nuvolaglia/ erto, aguzzo, feroce si protende/ e, mentre il ciel di sua minaccia taglia,/ il Dente del Gigante al sol risplende”.

foto: https://friulimultietnicoblog.wordpress.com

 

Gli addii (a Francesca) di Luciano Erba – recensione di Elvio Bombonato

Gli addii (a Francesca) di Luciano Erba – recensione di Elvio Bombonato

gli addii erba

potrebbe essere l’ultima volta che li vedo
mi dici dei tuoi compagni di classe
che ti hanno fatto far tardi
oggi che è finita la scuola
dovrei sgridarti e sto invece ad ammirare
i tuoi quaderni ben ordinati
(con qualche sbavatura d’inchiostro
di dita sudate di giochi di giugno)
in autunno andrai alle superiori
e questa tua bella scrittura un po’ tonda
potrebbe essere l’ultima volta che la vedo.

LUCIANO  ERBA   (1980)

La figlia adolescente ha finito la terza media, arrivando tardi a casa. Il padre si intenerisce, e pensa al tempo che vola. Un’Italia che non c’è più, come il corsivo dei quaderni di  Francesca.

La quale non è una futura velina, che aspira a mostrarsi in televisione, e non ha lo smartphone.  Sapiente andamento prosastico per riprodurre il lessico famigliare; assenza di punteggiatura –  tranne l’inciso –, mimesi del parlato.

Notevole il telaio metrico: il primo verso e l’ultimo – quasi identici – sono di 14 sillabe; il secondo e il penultimo di 12; il v.6 è un decasillabo in mezzo ai v.5 e 7, endecasillabi.

foto: http://www.italian-poetry.org/

L’INFINITO, di Giacomo Leopardi. Recensione di Elvio Bombonato

L’INFINITO, di Giacomo Leopardi. Recensione di Elvio Bombonato

L'infinito-leopardi_giacomo_1798-1837_-_ritr._a_ferrazzi_recanati_casa_leopardi

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Per lungo tempo i critici credettero che l’Infinito fosse una lirica di sentimento. Con la lettura dello “Zibaldone” si scoprì invece che, come sempre in Leopardi, prima viene il concetto e poi il sentimento . La poesia infatti ha una matrice sensistica (Binni): i sensi interessati sono due: la vista e l’udito; Il correlativo oggettivo che muta la prospettiva è la siepe, la quale prima impedisce la visione dell’infinito e poi, tramite il rumore del vento, coinvolge l’udito. Nello” Zibaldone” (12/23 luglio 1820) Leopardi teorizza la “veduta ristretta”: “Alle volte l’anima desidera una veduta ristretta e confinata, così immagina ciò che non vede.

La cagione è il desiderio dell’infinito, perché allora in luogo della vista lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L’anima si immagina quello che non vede e va errando in uno spazio immaginario”. La poesia infatti è divisa esattamente i due parti, staccata dall’emistichio del v.8, spaccato a metà, preceduto dai 7 endecasillabi della vista, e seguito dai 7 endecasillabi dell’udito. Continua a leggere “L’INFINITO, di Giacomo Leopardi. Recensione di Elvio Bombonato”

Maurice Scève poeta Lionese, recensione di Elvio Bombonato

Maurice Scève poeta Lionese, recensione di Elvio Bombonato

maurice_scecc80ve

Io solo con me stesso, e lei con suo marito:

Io nella pena, lei sul morbido letto.

Tediato e oppresso mi giro nell’ortica,

E nuda lei fra le sue braccia giace.

Lui, l’indegno, la tiene, la tocca:

Lei è più debole, lo subisce,

E profana l’amore in quel legame iniquo

Per la legge umana, e non divina, stretto.

Oh legge santa, giusta per tutti, per me ingiusta,

Tu mi punisci e il peccato è suo.

Maurice Scève  “Delia”, CLXI.  (tr. A.Belardinelli)

Seul avec moy, elle avec sa partie :
Moy en ma peine, elle en sa molle couche.
Couvert d’ennuy ie me voultre en l’Ortie,
Et elle nue entre ses bras se couche.
Hà (luy indigne) il la tient, il la touche:
Elle le souffre:  comme moins robuste.
Viole amour par ce lyen iniuste,
Que droict humain, non diuin, à faict.
O saincte loy à tous, fors a moy, iuste.
Tu me punys pour elle auoir meffaict.

Scève (1501-1560) fu il massimo poeta della scuola Lionese.  Délie,  senhal anagrammato di L’Idée (Idea, e anche Idolo)  indica la giovane poetessa Pernette du Guillet, sua allieva, da lui amata. Qui sfoga la sua gelosia, pensandola col marito, e accusa l’istituzione del matrimonio (“legge per me ingiusta”).

Mi piace pensare che si fosse trattato di un matrimonio combinato dalla famiglia di lei,, di cui entrambi furono vittime. La lirica è la CLXI del lungo poema “Délie, object de plus haulte vertu” (1544); scritta usando il dirai, strofa di 10 versi decasillabi, di 4 rime:  ABABBCCDCD. La musicalità petrarchesca dell’originale si perde nella traduzione, peraltro eccellente.

foto: https://it.wikipedia.org/

ATTESA, di Vincenzo Cardarelli  (1936) recensione di Elvio Bombonato

ATTESA, di Vincenzo Cardarelli  (1936) recensione di Elvio Bombonato

attesa vincenzo-cardarelli

Oggi che t’aspettavo
non sei venuta.
E la tua assenza so quel che mi dice,
la tua assenza che tumultuava
nel vuoto che hai lasciato,
come una stella.
Dice che non vuoi amarmi.
Quale un estivo temporale
s’annuncia e poi s’allontana,
così ti sei negata alla mia sete.
L’amore, sul nascere,
ha di questi improvvisi pentimenti.
Silenziosamente
ci siamo intesi.
Amore, amore, come sempre,
vorrei coprirti di fiori e d’insulti.

I poeti grandi, come l’ingiustamente dimenticato Cardarelli, hanno la capacità di prendere un evento minimo, che tutti hanno vissuto, per trasformarlo in motivo di riflessione. Un appuntamento mancato: lei non è venuta.

Il poeta, deluso, pensa che si sia pentita, come un temporale estivo che sta per arrivare e invece si allontana.

Il TU rivolto alla donna non è aggressivo (Cavalcanti), nostalgico (Leopardi “A Silvia”), complice (Montale); connota il disincanto di colui che cerca di rassegnarsi, dicendosi: “succede”. 

Ma il catulliano ”odi et amo” finale lo smentisce. Metrica libera, non prosastica: versi perfetti: 5 endecasillabi, 5 novenari, 3 settenari, 3 quinari.

Recensione del Romanzo “Amanita Phalloides” di Aldo Di Virgilio

Recensione del Romanzo “Amanita Phalloides” di Aldo Di Virgilio

a cura di Laura Bottoni

Capita molto spesso, soprattutto nel caso di autori esordienti – e non solo, purtroppo – che ci si imbatta in una pessima scrittura: frasi fatte, narrazione ridondante, ripetitiva, avverbi e pronomi come se piovesse e, ancor peggio, punteggiatura inesistente o seminata a caso. Basta uno solo di questi appunti per affossare un intreccio che potrebbe altrimenti essere interessante e originale.

Grazia Pecoraro Cover Amanita Phalloides

Non è questo il caso di Amanita Phalloides di Aldo Di Virgilio il quale, sia detto per la cronaca, certo non può essere considerato un esordiente.

Giornalista pubblicista con diversi articoli al suo attivo, ha pubblicato una raccolta di racconti e altra ne ha in cantiere. Amanita Phalloides, è il suo secondo romanzo, ideale seguito de Il Codicista, entrambi pubblicati  dalla Casa Editrice Argento Dorato di Ferrara.

Fin dalle prime righe si viene folgorati dalla bellezza della sua scrittura: un uso ragionato e misurato dei vocaboli, nessun neologismo petaloso ad appesantire il testo, e una perfetta costruzione delle frasi al ritmo di una punteggiatura impeccabile a far da contrappunto a uno spartito musicale di parole.

Con queste premesse, essere risucchiati nel mondo magico di Amanita Phalloides è facile come per un chiodo andar verso la calamita. Continua a leggere “Recensione del Romanzo “Amanita Phalloides” di Aldo Di Virgilio”

Gli addii (a Francesca) di Luciano Erba – recensione di Elvio Bombonato

Gli addii (a Francesca) di Luciano Erba – recensione di Elvio Bombonato

potrebbe essere l’ultima volta che li vedo
mi dici dei tuoi compagni di classe
che ti hanno fatto far tardi
oggi che è finita la scuola
dovrei sgridarti e sto invece ad ammirare
i tuoi quaderni ben ordinati
(con qualche sbavatura d’inchiostro
di dita sudate di giochi di giugno)
in autunno andrai alle superiori
e questa tua bella scrittura un po’ tonda
potrebbe essere l’ultima volta che la vedo.

erba

LUCIANO  ERBA   (1980)

La figlia adolescente ha finito la terza media, arrivando tardi a casa. Il padre si intenerisce, e pensa al tempo che vola. Un’Italia che non c’è più, come il corsivo dei quaderni di  Francesca.

La quale non è una futura velina, che aspira a mostrarsi in televisione, e non ha lo smartphone.  Sapiente andamento prosastico per riprodurre il lessico famigliare; assenza di punteggiatura –  tranne l’inciso –, mimesi del parlato. 

Notevole il telaio metrico: il primo verso e l’ultimo – quasi identici – sono di 14 sillabe; il secondo e il penultimo di 12; il v.6 è un decasillabo in mezzo ai v.5 e 7, endecasillabi.

foto: http://www.italian-poetry.org/

 

Maurice Sceve poeta Lionese, recensione di Elvio Bombonato

Maurice Sceve poeta Lionese, recensione di Elvio Bombonato

Maurice_Scève

Io solo con me stesso, e lei con suo marito:

Io nella pena, lei sul morbido letto.

Tediato e oppresso mi giro nell’ortica,

E nuda lei fra le sue braccia giace.

Lui, l’indegno, la tiene, la tocca:

Lei è più debole, lo subisce,

E profana l’amore in quel legame iniquo

Per la legge umana, e non divina, stretto.

Oh legge santa, giusta per tutti, per me ingiusta,

Tu mi punisci e il peccato è suo.

Maurice Scève  “Delia”, CLXI.  (tr. A.Belardinelli)

Seul avec moy, elle avec sa partie :
Moy en ma peine, elle en sa molle couche.
Couvert d’ennuy ie me voultre en l’Ortie,
Et elle nue entre ses bras se couche.
Hà (luy indigne) il la tient, il la touche:
Elle le souffre:  comme moins robuste.
Viole amour par ce lyen iniuste,
Que droict humain, non diuin, à faict.
O saincte loy à tous, fors a moy, iuste.
Tu me punys pour elle auoir meffaict.

Scève (1501-1560) fu il massimo poeta della scuola Lionese.  Délie,  senhal anagrammato di L’Idée (Idea, e anche Idolo)  indica la giovane poetessa Pernette du Guillet, sua allieva, da lui amata. Qui sfoga la sua gelosia, pensandola col marito, e accusa l’istituzione del matrimonio (“legge per me ingiusta”). 

Mi piace pensare che si fosse trattato di un matrimonio combinato dalla famiglia di lei,, di cui entrambi furono vittime. La lirica è la CLXI del lungo poema “Délie, object de plus haulte vertu” (1544); scritta usando il dirai, strofa di 10 versi decasillabi, di 4 rime:  ABABBCCDCD. La musicalità petrarchesca dell’originale si perde nella traduzione, peraltro eccellente.

foto: https://it.wikipedia.org/

FABRIZIO DE ANDRE’: PREGHIERA IN GENNAIO, di Elvio Bombonato

FABRIZIO DE ANDRE’: PREGHIERA IN GENNAIO, di Elvio Bombonato

Lascia che sia fiorito, Signore, il suo sentiero

quando a Te la sua anima e al mondo la sua pelle

dovrà riconsegnare, quando verrà al Tuo cielo

là dove in pieno giorno risplendono le stelle.

Quando attraverserà l’ultimo vecchio ponte

ai suicidi dirà baciandoli alla fronte

“Venite in Paradiso là dove vado anch’io

perché non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio”.

Fate che giunga a Voi con le sue ossa stanche

seguito da migliaia di quelle facce bianche,

fate che a Voi ritorni fra i morti per oltraggio

che al cielo ed alla terra mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti spero non vi dispiaccia

se in cielo, in mezzo ai Santi, Dio, fra le sue braccia

soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte

che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte.

Dio di misericordia, il Tuo bel paradiso Lo hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso per quelli che han vissuto con la coscienza pura; l’inferno esiste solo per chi ne ha paura.

Meglio di lui nessuno mai ti potrà indicare gli errori di noi tutti che puoi e vuoi salvare. Ascolta la sua voce che ormai canta nel vento. Dio di misericordia vedrai, sarai contento.

Indispensabile sapere che la ballata è dedicata all’amico (“per me Luigi è stato un fratello”) quasi coetaneo Luigi Tenco, suicida il 27 gennaio 1967, a 29 anni. E’ davvero una preghiera: Fabrizio si rivolge direttamente a Dio (vocativo; “lascia/fate iterato, col pronome al plurale/ascolta” evidenziati in punta di verso), chiedendogli di accogliere Luigi in Paradiso, insieme agli altri suicidi. Continua a leggere “FABRIZIO DE ANDRE’: PREGHIERA IN GENNAIO, di Elvio Bombonato”

L’INFINITO, di Giacomo Leopardi. Recensione di Elvio Bombonato

L’INFINITO, di Giacomo Leopardi. Recensione di Elvio Bombonato

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Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Per lungo tempo i critici credettero che l’Infinito fosse una lirica di sentimento. Con la lettura dello “Zibaldone” si scoprì invece che, come sempre in Leopardi, prima viene il concetto e poi il sentimento . La poesia infatti ha una matrice sensistica (Binni): i sensi interessati sono due: la vista e l’udito; Il correlativo oggettivo che muta la prospettiva è la siepe, la quale prima impedisce la visione dell’infinito e poi, tramite il rumore del vento, coinvolge l’udito. Nello” Zibaldone” (12/23 luglio 1820) Leopardi teorizza la “veduta ristretta”: “Alle volte l’anima desidera una veduta ristretta e confinata, così immagina ciò che non vede.

La cagione è il desiderio dell’infinito, perché allora in luogo della vista lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L’anima si immagina quello che non vede e va errando in uno spazio immaginario”. La poesia infatti è divisa esattamente i due parti, staccata dall’emistichio del v.8, spaccato a metà, preceduto dai 7 endecasillabi della vista, e seguito dai 7 endecasillabi dell’udito. Continua a leggere “L’INFINITO, di Giacomo Leopardi. Recensione di Elvio Bombonato”

La ragazza di fronte, di Margherita Oggero. Recensione di Cristina Saracano

Michele, ragazzino arrivato dal sud a Torino, si diverte a osservare Marta, ragazzina torinese dai capelli rossi, seduta sul terrazzino di fronte a casa sua.

Non sa nulla di, lei, sa soltanto che gli piace.

Le loro vite scorrono velocemente e, come a volte vuole il destino, ormai trentenni, si ritrovano vicini di casa e si osservano nuovamente.

Una rete sottile ma consistente di desideri, emozioni, voglia di cercarsi attraverso la grande città, i suoi segreti e le sue bugie.

Una storia ben scritta che contiene la storia d’Italia degli ultimi cinquant’anni e racconta un amore forte, saldo, resistente al tempo e alle vicissitudini, e che, finalmente, trova un suo spazio sorprendente.

È la narrazione del piacere per le piccole cose.

Intenso e raccontato magistralmente.

“JOSHUA E LA CONFRATERNITA DELL’ARCA” di Marcella Nardi

“JOSHUA E LA CONFRATERNITA DELL’ARCA” di Marcella Nardi

Buon pomeriggio amici lettori!

Alessia Toscano ha letto “Joshua e la Confraternita dell’Arca”, di Marcella Nardi

1a foto Marcella

Titolo: Joshua e la Confraternita dell’Arca

Autore: Marcella Nardi

Genere: Giallo/Thriller storico – Mystery & Suspense

Disponibile in ebook a € 0,99

e in formato cartaceo a € 6,24

Contatto Facebook: Marcella Nardi

Sito: Marcella Nardi  

da: https://romancenonstop.blogspot.com

TRAMA:

Un thriller mozzafiato, tra storia e mistero, che cattura l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina e che illumina gli scenari più bui della storia del cristianesimo e dell’ebraismo. Un romanzo che parla di uomini pronti a tutto, interessati non alle verità della fede, ma a proteggere i due più grandi misteri dell’umanità.

Cos’è davvero l’Arca dell’Alleanza? Cosa si cela al suo interno? Chi era realmente Mosè?

E se, a dispetto della tradizione millenaria sulla Terra Promessa, Mosè non fosse stato altri che un guerriero in cerca di potere e fama che non aveva trovato presso la corte egiziana? Se fosse scappato dall’Egitto per realizzare altrove i suoi sogni di gloria, mettendo a ferro e fuoco chiunque ostacolasse i suoi piani?

1aa Foto Il parere di Alessia-2

Joshua, il figlio putativo del carpentiere Joseph, era davvero l’unigenito figlio di Dio?

Quale fu l’effettivo ruolo dei dodici apostoli? E se i dogmi in cui crediamo fossero solo la conseguenza di un loro tradimento, ideato ad arte, per far convergere su Joshua le profezie ebraiche sul Messia al fine di raggiungere il loro grande scopo? Mandando il Maestro al macello, e facendolo apparire risorto, i dodici diedero vita a una nuova religione. Plausibile? Forse… Continua a leggere ““JOSHUA E LA CONFRATERNITA DELL’ARCA” di Marcella Nardi”

“Sfarsi”, di Simona Chiesi, recensione a cura di Antonio de Cristofaro

“Sfarsi”, di Simona Chiesi, recensione a cura di Antonio de Cristofaro

Simona Chiesi. Nuova recensione per il mio “Sfarsi” ricevuta ieri: grazie Antonio De Cristofaro!!

” Ho finito di leggere la raccolta di poesie dal titolo “Sfarsi” della poetessa Simona Chiesi, edita dalla casa editrice Aletti Editore, a notte fonda come mi capita quasi sempre quando sono preso dalla lettura di opere che assorbono completamente il mio essere, estraniandomi dalla nozione del tempo e dello spazio.

Sfarsi Simona Chiesi

Leggendo le poesie che compongono la silloge mi sono imbattuto in una scrittura limpida e profonda, intrisa di una sfera affettiva che promana dal più profondo dei meandri dell’animo umano. L’autrice traccia con immagini toccanti la parabola delle emozioni che albergano in lei in modo semplice e, ciononostante, ammirabile. In alcune poesie l’incanto poetico tocca le vette in cui il lettore attento e sensibile ai temi da lei proposti non potrà non apprezzare in sommo grado.

Alcune poesie mi sono rimaste particolarmente nella mente e nel cuore. Ne citerò solo alcune per amore di brevità, lasciando al lettore la piacevole scoperta di tutte le altre che non menzionerò. La prima che mi viene in mente si intitola: ”In punta di piedi”, il cui il tema centrale è l’amore per l’amato declinato con soavità e leggerezza quasi impalpabile, ma nello stesso tempo toccante e profondo. Continua a leggere ““Sfarsi”, di Simona Chiesi, recensione a cura di Antonio de Cristofaro”

Guido Cavalcanti, poeta italiano del 1200, recensione di Elvio Bombonato

Guido Cavalcanti (sonetto) poeta italiano del 1200, recensione di Elvio Bombonato

Guido Cavalcanti è stato un poeta italiano del Duecento.

Cavalcanti

Tu m’hai sì piena di dolor la mente,
che l’anima si briga di partire,
e li sospir che manda il cor dolente
mostrano agli occhi che non può soffrire.

Amor, che lo tuo grande valor sente,
dice: “E’ mi duol che ti convien morire
per questa fiera donna, che niente
par che pietate di te voglia udire”.

Io vo come colui che è fuor di vita,
che pare, a chi lo guarda, che omo sia
fatto di rame o di pietra o di legno,

che si conduca sol per maestria
e porti ne lo core una ferita
che sia, com’egli è morto, aperto segno.

GUIDO CAVALCANTI  (fine 1200)

Il sonetto è una delle più intense poesie di Eros e Thanatos della nostra letteratura.  TU: la donna di C. è affascinante: lontana insensibile algida trascendente indifferente spietata irraggiungibile.  PIENA: riempita.  SI BRIGA: si affretta. OCCHI: lo sguardo degli altri.  SOFFRIRE: sopportare il dolore.  AMOR: personificato, si rivolge al poeta.  VALOR: la forza della donna, tetragona.  TI CONVIEN: devi.  FIERA: feroce.  NIENTE: per niente (avverbio).  UDIRE: ascoltare.  SI CONDUCA: si muova.  MAESTRIA: meccanismo, congegno.  COME: del modo come.  APERTO: evidente.  Memorabile nelle terzine l’immagine del poeta inanimato e disfatto, dissociato e distrutto dall’amore non corrisposto. La sua vita è solo apparente.  La progressiva distruzione riguarda tutto l’essere biologico: mente anima cuore.

La ragazza del treno: il film, di Cristina Saracano

di Cristina Saracano. Alessandria

Un thriller dove è fondamentale non perdere una parola dei dialoghi, per evitare di smarrire il filo della storia: la suspense accompagna tutta la visione, la trama non si discosta molto dal romanzo.

Talvolta alcune riprese mancano di dettagli che renderebbero il film migliore.

L’intreccio del libro mi aveva colpito molto, così come la versione cinematografica: trovo l’alternarsi delle vicende delle tre donne, Rachel, Megan e Anna molto accattivante e non confusionario, come hanno sostenuto in tanti.

Alcune scene, ricche di tensione e crudeltà, potrebbero disturbare il sonno.

Comunque io mi sento di consigliare visione e lettura.