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IL SENTIMENTO NON CONOSCE…

Il sentimento non conosce solo il pianto
di una pioggia d’autunno
fermo sui rami spogliati 
dalla forza nuova dei venti,
il sentimento conosce anche i colori
che inebriano la valle e le montagne
con rossi profondi e gialli caldi,
lasciando profumati aromi 
di funghi e di castagne.
Il sentimento langue nel lasciarsi abbandonare,
l’autunno è il trascendentale
di un trapasso,
la strada che porta alla finale
di un lungo percorso d’attraversare
e attraversato.
Il sentimento non si lascia abbindolare,
e non si frena al brivido del cuore,
la lacrima talvolta può far bene
pulisce l’animo dalle infinite scorie.

Roberto Busembai (errebi)

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COME SE IL NULLA

Come se il nulla non avesse faccia,
come se nebbia non avesse acqua,
si corre spesso anche stando fermi,
seduti sopra il ciglio dell’immenso
e ci accorgiamo che quello che vediamo,
non è che un vago e torbido senso.
Come se il nulla non avesse forma,
come se vento non avesse canto,
si pensa spesso e si ritorna al nido
facendoci domande senza risposte
eppure ci troviamo a un passo
da un grande precipizio,
e non sappiamo neppure volare.
Come se il nulla non avesse memoria
come se il pensiero si potesse arenare,
siamo onde di mare senza spiaggia
su cui posarsi per bagnare,
siamo spesso pietra e sassi 
in un mondo di lacrime e di mari.

Roberto Busembai (errebi)

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LE LETTERE

LE LETTERE

Era sempre sereno , o almeno così io lo ricordo, forse per la mia età molto giovanile e forse perchè d’allora di tempo n’è passato tanto, quando arrivava con la sua bicicletta nera, il postino del paese e a forte voce chiamava mia sorella, perchè per lei spesso c’era una lettera del suo amoroso che era a sbrigare l’obbligo del tempo, ovvero era di leva. E sempre lei la prendeva, con cura e con affetto vi posava sopra le labbra come a darle un bacio e poi correva in camera e per un po’ non girava più per la casa, e guai a disturbarla. Io lo sapevo che non potevo darle noia, ma ero anche contento perchè chissà per quale mistero, dopo lei era più serena e mi sopportava meglio. 
Avevo allora sette o otto anni e già andavo a scuola, sapevo ben leggere e fare alcuni conti, ricordavo tutte le tabelline e disegnavo mari, case e monti, non mi stancavo di leggere e imparare, ogni qualsiasi cosa che avesse da raccontare, io la leggevo con bramosia , ma avevo un cruccio, insomma un mio punto fermo, avrei voluto leggere quelle lettere misteriose, perchè chissà che cose speciali c’erano scritte sopra, per trasformare il carattere scontroso di mia sorella in un giulivo sorridere per giorni. Continua a leggere “LE LETTERE”

LE DUE ZUCCHE e IL VENTO INVIDIOSO

LE DUE ZUCCHE

In tempi autunnali, era solito e consuetudine che piovesse tanto, e spesso anche troppo, infatti un giorno un fiume, che sempre percorreva il suo corso in tranquillo e normale scorrere verso il mare, si riempì tanto d’acque che non riuscendo a contenerle nel suo letto, fu costretto a tracimare nelle campagne confinanti e invadendo coì cose, animali e persone. Le ultime seppero comunque mettersi in salvo, alcuni animali purtroppo non riuscirono nell’intento di rimanere in vita, ma la vegetazione e gli orti non ebbero risparmio e furono perciò allagati e dispersi.
In questo fare impetuoso, due zucche, belle tonde e dal colore arancio acceso, furono addirittura strappate dal loro appiglio e trascinate con forza dalla corrente, ma fortunatamente esse galleggiavano, e anzi una davvero si sosteneva a galla con molta e naturale meraviglia, mentre l’altra appena appena emergeva dal flutto. 
La prima, quella che sapeva ben galleggiare e navigare, incitava e derideva l’altra:
Ma che fai, hai paura? Guarda come nuoto bene e come so fare a stare a galla, mi diverto pure con l’onda, dai che fai, rimani indietro?
Un ranocchio, che quando ci sono queste fiumare non mancano mai sulla scena, sentì quella zucca e non potette starsene zitto e ebbe giustamente a replicare:
Non ti credere tanto superba, amica mia, lo sai il motivo per cui riesci a stare meglio a galla al pari della tua simile? Perchè sei vuota dentro! Continua a leggere “LE DUE ZUCCHE e IL VENTO INVIDIOSO”

DESIDERIO, di Roberto Busembai

Si sente come il vento
che entra piano piano
da una finestra aperta
sull’orizzonte lontano,
si muove come la tenda
leggera che svolazza
come foglia caduca
da una forte tempesta.
Si agita come il mare
che in fondo alla deriva
posa la sua onda
per poi ritrascinarla via,
si spreme come una limonata
gialla nel colore
aspra ad assaporarla
dentro un bicchiere pieno
da sembrare vuoto.
Si chiama desiderio
e non ha mai un punto fermo,
come un errante pellegrino
che cerca il suo percorso,
non sarà mai tramonto
se non vedrà mai il mattino.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Andrew Wyeth (American 1917-2009)

NON HO PIU’ RISORSE

Non ho più risorse
da poter mantenere,
si sono perse invano
su un terreno incolto,
ho perso la mia lotta
del vivere sereno,
di sapere amare
senza volere niente,
di non pretendere enormemente
e sapere rispettare,
ho perso la mia lotta
del vivere normale
e non ho più risorse
per potere ancora sopportare.
La poesia insegna e non
è affatto falsa e immorale,
è libera di dire e pure di pensare
e non trova ostacoli
da poterla fermare,
la poesia ragiona e scrive
con il cuore aperto,
soltanto che adesso
non ho più risorse
perchè quel cuore è davvero perso
da innaturali eventi
che tendono a far male,
solo per il piacere e la soddisfazione
di sentirsi vivi nel poterlo fare.
Non ho più risorse
e non so più comunicare,
la poesia svanisce
nelle nebbie del pensare.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: at Kelso Races

ERICA JOUNG – PAURA DI VOLARE

E’ audace, o forse pretenzioso, ma parlare di questo libro non è un’impresa facile, soprattutto da lettore maschile, perchè questo libro è stato scritto da una donna e assolutamente per le donne, per l’allora ambita e combattuta libertà, un’icona importante per una lotta femminista combattuta nelle più intrinsiche viscere della coscienza e del concetto umano dell’essere e pretendere di essere donna e considerata tale alla pari del concetto “maschio” sociale e privato.
La storia, semplice, ha una protagonista che non cede spazio al suo impostosi e combattuto bisogno di “uscire”, di liberarsi e di farsi comprendere in tutto e per tutto. Isadora Wing è una giovane scrittrice che segue lo psichiatra marito a una convention tra medici a Vienna, e qui lei avrà una delle più sfrenate cotte che cambieranno totalmente il suo modo di vivere, le sue scelte i suoi conflitti sentimentali e non, si innamora perdutamente di un giovane psichiatra.
Paura di volare, il titolo del romanzo, è proprio il primo concetto interiore che nasce nell’intimo di Isadora, paura del nuovo, paura di dover uscire da una gabbia perenne, paura di volare nello sconosciuto, ma ben cosciente che questi sarà la conoscenza della piena e assoluta libertà interiore e non, compreso e forse enfatizzato ulteriormente, il sesso. Che poi la libertà sessuale, altresì non è che il tramite che è servita per evindenziare altre libertà a milioni di donne, e l’autrice in questo si espone magistralmente, forse anche troppo volgare, la sua voglia di amore e la sua voglia di volare.
Ci sono talvolta descrizioni molto dettagliate, che al tempo fecero molto discutere, soprattutto da parte degli uomini (di concezione altamente maschilista) che rimasero sconvolti dalla brutalità di alcune descrizioni che non lasciavano nulla all’immaginazione e questo abbatteva completamente la concezione (quasi eterna) che soltanto un “uomo” si poteva “permettere” di parlare di queste cose in codesta misura.
Il viaggio (volare) alla ricerca di sé molto personale, è il fulcro totale di questo romanzo e della sua protagonista, fatto di molta autoanalisi, sfoghi, ma incisivo e determinante per una lettura del tempo, più di 40 anni fa, ma assolutamente valido ancora.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web : Copertina del libro

C’E’, di Roberto Busembai

C’è un sogno aperto
oltre il confine che si staglia
al limite del mondo,
o forse è un sogno che scompare
per mai più ritornare
sopra il cielo come nuvole chiare,
ed è allora che sento il silenzio
che dentro fa rumore.
C’è un vago desiderio
oltre quel confine del pensiero,
che non sa ritornare
ma rode come un male,
e mi perdo nell’infinito
continuando a camminare.
C’è un forte bisogno dentro il cuore,
vivere e lottare per poter
più possibile rimanere.

Roberto Busembai (errebi)

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EPPURE QUALCHE VOLTA

Eppure qualche volta,
e forse spesso,
cadono foglie morte,
da un vigore di rami
e posano sull’umido della terra,
eppure qualche volta,
e forse spesso,
cadono vite umane
come le foglie autunnali
e le deponiamo
nella terra umida
dal pianto più che dalla pioggia.
Eppure qualche volta,
anzi sempre,
cadono ricordi di persone
e lasciano sulla terra
solo una pietra, un sasso,
talvolta il proprio nome.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Under The Big Tree / 丘の上でピクニック
– Jumy-M

CI SONO FOGLIE

Ci sono foglie che restano
appesa nonostante i venti,
le intemperie e le tempeste,
e affrontano dell’inverno
il gelo che le opprime
a scapito di non potere
correre con le altre,
che da tempo ormai
se ne sono andate.
Ci sono foglie che rimangono
nella mente come attimi di luce,
nonostante la memoria
che labile sempre di più diventa,
che il tempo corrode
come sale lo scoglio,
ma non dimentica dei forti dolori
e delle gioiose sensazioni,
e ripercorre
come una giostra che non
si può più fermare,
finchè il giostraio
decide il fine corsa pagato.
Ci sono foglie che non sempre ricordano
l’autunno nel colore, ma anche l’estate
almeno nel calore.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Manège du jardin des Tuileries, 1950. – @Izis Bidermanas

GIURO

Giuro che oltre questo bacio
che il vigore mi ha spinto
a donartelo con l’impeto
che mi ha preso,
giuro che oltre non ci sarà
il silenzio che ne conviene,
ma saranno sorrisi pieni,
che mi riservo di mantenere
perchè altro non vorrai sentire.
Ti giuro che se sarò diverso
dalla promessa data in questo istante,
vorrei che questo bacio,
che non smette di sorvolare
tra la mente e il cuore,
diventi per me il tormento
e non mi dia più il sapore,
quello vivo e caldo
che ancora scorre dentro
il sangue e la mente insieme.
Giuro… se riuscirò,
da questo bacio, a staccarmene davvero.

Roberto Busembai (errebi)

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ERA

Era sempre di corsa,
o forse era il mio piccolo passo
che acceleravo per starle dietro, appresso,
mano nella mano,
la mia sottile e incerta
calda e sicura, la sua, mia madre.
Era sempre silenzio,
le mie parole non dette,
ma il cuore parlava silenziosamente,
il mio infantile bisogno di amore,
di darlo incondizionatamente
il suo, di madre.
Era un trapassare il sogno
tra il mio vagare intorno
di cose nuove e fresche,
io che avevo sempre domande,
risposte dolci, tenui
semplici e elementari, da madre.
Era un uscire dal soffrire del mondo,
uscite talvolta per respirare
aria nuova e incontrare gente,
era averla per questo sempre presente,
proteggermi e amarmi come
solo lei poteva fare,
madre.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web : Peter Marlow – Netherley – East Liverpool (1985)

ALBERT CAMUS – LO STRANIERO

“ Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so”

Si resta impietriti e di ghiaccio, si rimane perplessi e titubanti, ci guardiamo allo specchio e cerchiamo scusanti, si prova dolore a saperci così in tanti…….Perchè questi sono gli effetti che il libro di Camus mi ha dato la prima volta che l’ho letto, ed oggi dopo anni sono ritornato a sfogliare e quanta, purtroppo, verità attuale vi ho riscontrato, tale da rimettermi davanti allo specchio e dirmi “ come Mersault siamo davvero tanti”.
Lo straniero, ovvero l’impiegato ad Algeri, Mersault, improvvisamente una mattina riceve un telegramma che annuncia la morte in ospizio di sua madre. Il protagonista non si farà mai trasportare dall’angoscia e dal sentimento, dal normale decadimento naturale dell’animo e nemmeno dalle cose che gli accadranno da ora in poi, Camus, offre uno scritto distaccato che al contempo lascia noi lettori “inguaiati” e perplessi da questa “esteriorità” sia fisica ma soprattutto intima e emotiva che il protagonista ha con la società. Un distacco tale da farlo poi sentire davvero “straniero” con tutto e con tutti. Lo stato di alienazione del protagonista è all’apice, il suo vivere da impiegato è totalmente fuori dalla “normale” vita borghese del tempo, lui si trova in mezzo a viverci senza riscontrare sensazioni, senza sentire alcuna necessità, insomma totalmente “straniero”.
Nel proseguo dei fatti, pare che il protagonista prenda quasi coscienza di se e si renda conto della sua situazione ma al contempo si rende pure conto del suo mancato senso di vita e sa anche che a questa condizione non potrà opporsi e sarà comunque sempre distante e indifferente.

“Lui non mi capiva ed era un po’ irritato con me. Desideravo dirgli che ero come tutti gli altri, assolutamente come tutti gli altri. Ma tutto questo, in fondo, non aveva una grande utilità, e per pigrizia ho rinunciato.”

Il premio Nobel Camus con questo libro mi ha lasciato davvero senza parole, e ha saputo dare una conoscenza della società, che mi ha davvero spiazzato, lo “straniero” siamo noi e oggi ancora di più tale marchio ci appartiene.

Roberto Busembai (errebi)

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TRE O QUATTRO NUVOLE

Sono le piccole e insignificanti
nuvole, tre, talvolta quattro,
a rendere il nostro amore
immenso nel suo agire e pensare,
sono quell’incerto che tendono
spesso a cambiare, a determinare
un bacio e pure una carezza,
perchè sono quelle tre, talvolta quattro,
nuvole che cangiano il colore
di un deserto,
che tende spesso a invadere
la monotona sorte.
Sono piccole e insignificanti,
nuvole dentro il cuore.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Edward Weston. White Sands, New Mexico, 1941

PAOLO VERONESE – NOZZE DI CANA

Öèôðîâàÿ ðåïðîäóêöèÿ íàõîäèòñÿ â èíòåðíåò-ìóçåå Gallerix.ru

Quando si parla magnificenza, talvolta non sappiamo neppure distinguere il senso e il valore della parola detta, ma nel caso di questa opera del Veronese, non ci sono dubbi nell’interpretarla magnifica, se non altro per la sua grandiosità fisica, quasi 10 mt di lunghezza per quasi 7mt di altezza di tela, e le meraviglie non finiscono qui, siamo solo all’inizio, perchè nella tela stessa vi sono raffigurate dettagliatamente descritte e rappresentate, da giusta e seguita tecnica del manierismo del ‘500, ben 133 personaggi.


Le nozze di Cana, del veneziano Paolo Veronese, fu un’opera commissionatagli intorno al 1562 da l’ordine dei monaci di San Benedetto perchè avevano bisogno di una grandissima tela che decorasse una parete del refettorio nella Basilica di San Giorgio Maggiore a Venezia. Tale opera da documentazioni risulta essere stata pagata ben 324 ducati ma il Veronese pretese molto di più, oltre i ducati ebbe anche il vitto e l’alloggio pagati. Il soggetto prescelto dall’Ordine, era Le nozze di Cana, dove il Signore Gesù compì il suo primo miracolo, trasformando l’acqua in vino a un banchetto di matrimonio al quale era stato invitato, e al quale improvvisamente per la miriade di persone partecipanti, venne a mancare proprio il vino; naturalmente i monaci pretesero anche che nella scena ci fossero perciò dipinte tante persone come erano narrate nella storia. Continua a leggere “PAOLO VERONESE – NOZZE DI CANA”

SAI SEMPRE COME NASCONDERE

Sai sempre come nascondere
il tuo volto migliore,
sai sempre come far gelare
la parte tua più calda che è il colore,
eppure sembra strano
ma di te il ricordo è
sempre stato vago,
ma sostanzialmente si riscuote
dalle foglie morte,
dal profumo di castagne arrosto
e dai granai appena aperti
per farine gialle e rosse
di granturco appena scosso.
Sai sempre come nascondere
tra le nebbie che spesso ti sovvengono
e ti avvolgono con sospetto,
il tuo ultimo tenue calore
fatto di malato sole all’affacciarsi
timido e bianco, oltre nuvole sempre
più grigie e burrascose,
e le piogge che ci porti
sulle case e sulle strade
a dispetto di un raccolto di
legna per scaldare ultima rimasta,
umida sulla corteccia,
bagnata dentro il cuore.
Sai sempre come nascondere
tra il prossimo finire dell’anno,
il tuo burrascoso arrivo,
Ottobre, che ricordo
come inizio di un autunno
che non vorrei mai andasse
a male, come un pane fresco
lasciato ad ammuffire,
perchè bagnato dalle prime
umide mattinate.
Sai sempre come nascondere
l’estate, Ottobre, mese anticipatore
dell’inverno.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Zealand, L.A. Ring

HO VISTO NUVOLE

Ho visto che le nuvole
sono diverse oltre questi vetri,
bianche come sempre
ma più vaporose,
forse perchè le sento attraverso
un ricordo di passato
che si è fermato come un quadro,
appeso e insignificante,
che riserva sempre fresche
delle mele rosse e mature.
Ho notato che un alito
di vento si presenta
oltre questa finestra
nel muovere quei pochi rami
persi delle foglie
da un autunno un po’ precoce
che è lo stesso
che mi assale.
Ho visto che l’azzurro è difficile
poterlo anche immaginare
tra due vetri opachi dall’usura
di essere guardati.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: “Frostbitten”, 1962, Andrew Wyeth.

CINQUE GATTINI COLORATI

Uno si chiamava Gino
era quello piccolino,
l’altro era Mariolino,
quello più birichino,
uno si chiamava Aldo
e aveva sempre caldo,
uno ancora era Pinetta
un dolce micetta
l’ultimo, ma non per importanza
si chiamava Lanza
e non si sapeva che nome fosse
che a pronunciarlo faceva venir la tosse.
Erano cinque piccoli gattini colorati
che vivevano appartati
in una casa abbandonata
dove Pinetta c’era pure nata,
una stanza per mangiare
e un letto grande per riposare,
altre stanze abbandonate
per passarci le giornate
e per cibo c’era la Martina
una cara e dolce bambina
che abitava proprio li vicino
e pensava a loro un pochino.
A destar le notti e i giorni
era un topolino nei dintorni
che fugace e astutamente
gli rubava il cibo e non lasciava niente,
lui arrivava di soppiatto
e lasciava a bocca asciutta ogni gatto.
Bisognava trovare la soluzione
per porre fine a quella situazione!
Una notte tutti e cinque i gattini
fecero finta di dormire chiudendo i loro occhini,
il topo arrivò com’era solito di soppiatto
ma trovò ad aspettarlo un altro grosso gatto,
era il gatto del villaggio, Sansone il rosso,
che se ti saltava addosso
non rimaneva niente che potesse a lui sfuggire
se non la voglia di morire,
e così quando il topo vide quel gigante
in un attimo si fece errante
e da quel giorno non venne più a disturbare
e del cibo dei gattini a mangiare.
Erano cinque gattini colorati
erano soli ma molto fortunati,
avevano Sansone come personale difesa
e Martina che faceva loro la spesa.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web:Watercolour of six kittens in a canopied bed woken by a mouse (circa 1900) by George Hope Tait.

FRAGILI MOMENTI

Erano sottili posizioni degli istanti,
percezioni fini sulle nuvole, bianchi,
pulviscoli di stelle frantumate,
memorie abbandonate.
Erano minuziosi e argentei pensieri
quelli d’oggi e di ieri,
una vela sul torrente chiaro
e io a spingerla col fiato ignaro,
che la vita oltre la riva
spesso e sempre porta alla deriva.
Erano frazioni, note, pause e lamenti
erano soltanto fragili momenti.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: @Alfred Ehrhardt (1901 – 1984)

PRESTO SARA’ TEMPORALE

Sono gabbiani, quelli bianchi, che volano nel cielo,
sono gabbiani , quelli che navigano sulle acque
anche quando le onde si infrangono nel fragore
del silenzio che il mare le consola.
Sono gabbiani , quei volatili che s’alzano
al mio camminare sulla spiaggia vuota
del sapore di un calore, che non è l’estate,
ma un sentimento vacuo
che si infrange nelle vestigia di un cuore
pazzo di dolore, come il vento
in tempesta che alza l’umida rena,
e nell’occhio va a posare,
il pulviscolo del pianto che non vuole
mai cessare.
Sono gabbiani bianchi i miei pensieri,
bianchi e puri di colore e di sapore,
nudi come un cuore che consola
per far si che la speranza viva,
oltre quel confine scuro
che di sicuro presto sarà temporale.

Roberto Busembai (errebi)

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HAROLD E MAUDE

La gioventù è il periodo più bello della vita….o così dicono, certo è che in quel primo periodo di vita tutto è una conquista e tutto sembra conquistabile, ma è anche vero che tutto diventa irraggiungibile, incomprensibile e quasi opprimente. La giovinezza è il veloce sbocciare della vita, un attimo, un passaggio del quale ci arriviamo incoscIenti e ignoranti del mondo e di quel mondo invece dobbiamo reagire con maturità e conoscenza, la giovinezza è la vigoria del corpo e della mente, ma un’intera confusione psichica e sociale, un misto di bene e male, al quale ognuno reagisce come può o come natura gli ha concesso di agire. Il fiore della gioventù dura come un giorno, quello prima eravamo spensierati bambini, quello dopo un cumulo di esperienze da maturare. E spesso in questa battaglia tra l’essere e il futuro sarò non sempre si riesce a conciliare e nascono le incomprensioni interiori e pure esteriori, i conflitti, e spesso si pensa di poter morire per la paura di combattere un domani che non conosciamo.
Harold e Maude, il film che oggi mi è venuto alla mente, parlava proprio di un conflitto interiore di un giovane aristocratico, che nonostante l’agiatezza delle cose non accettava la sua identità, doveva lottare per farsi notare e comprendere da una “leggera” e insignificante madre al punto di annoverare nel suo breve percorso di vita, un’intensità di tentativi di suicidio, che non sono valsi altro che a essere controllato da uno psicologo. La sua mania, il necrologio, la visita dei cimiteri e tutto quanto legato a questo perido nefasto della vita.
Ma sarà proprio questa sua “strana” passione che gli farà incontrare la donna che lo indirizzerà al valore della vita stessa in contrapposizione alla morte, una donna prossima agli ottanta anni, ma di una vitalità e di una conoscenza di saper vivere fuori da tutti gli schemi. Sarà lei con le sue stranezze, con le sue parole e con i suoi insegnamenti “geniali” a fargli capire che la vita è una sola e come tale va consumata in tutto e per tutto, senza crearsi nessun tabù e nessuna remora.
E nascerà pure l’amore tra i due, un amore fatto di complicità, di scambio di idee e di gusti, ricerca pure dei corpi, una storia d’amore ma una storia di vita interiore, la signora anziana che insegna al ragazzo ad essere “giovani sempre” e quando il progetto di Harold di sposarla, andando contro ogni convenzione e contro ogni ostacolo, Maude nel giorno del suo compleanno, allo scoccare degli anni 80, morirà. Harold inscenerà un ennesimo tentativo di suicidio, facendo correre la sua auto in un burrone, mentre lui si allontana dal precipizio ballando e suonando il banjo, un regalo di Maude.
La morte è proprio ciò che da significato alla nostra vita.
Un bellissimo film di Hal Ashby del 1971, che non è la solita commedia romantica, ma un film che va oltre le righe e che nella sua talvolta comicità offre una leggerezza d’animo e di sentimento che fanno soltanto pensare e amare davvero la vita per quella che è e quella che possiamo inventare.
Una favola senza età e come dice a un certo punto Maude:
“Vizi, virtù… non bisogna essere troppo moralisti se no si deve rinunciare a troppe cose nella vita. Prima il piacere poi la moralità. Devi applicare questo principio alla vita… solo così riesci a viverla nella sua pienezza”

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Locandina del film

LEGGERO PASSAR DEL TEMPO

Cangiano i colori in un passar
leggero del tempo,
e lasciano soffuse sfumature
dense come un miele, dolci insieme,
talvolta amare dei silenzi,
e cangiano improvvisamente
come i cambiamenti
della pelle e delle cose.
Cangiano le stagioni e gli anni
in un passar del tempo,
leggero e forte al momento,
lontano e peso poi,
per lo scandire del forte silenzio.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web. Autumn Reflections by William Mason Brown

SOFFICE E LONTANO

La tua mancanza è nelle pagine
di un libro che non ho mai letto,
perchè non la voglio conoscere 
nel cuore,
la tua assenza si libera come il sole
scaldando saltuariamente
sulle righe di un panorama
scelto tra una finestra aperta
o una stanza chiusa,
solitamente un letto.
E muovo adesso il mio dito
tra rigoli di capelli che non sento,
ma volo assai lontano,
come se non ci fosse niente
sopra la mia testa, 
soltanto fotografie sparse
sopra un pavimento
dove le ho gettate piano,
molto piano.

Roberto Busembai (errebi)

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CON LA FACCIA AVANTI

Con la faccia abbandonata al vento,
le scarpe basse e un cappello nero,
passi lenti sul soffice terreno
e un cuore grande, nascosto
sotto il vestito stretto a delineare
un corpo giovane del passato,
ma vecchio nel pensiero
come questo cielo,
che grigio mi sovrasta,
tempesta arriva e forse pioverà
sulla mia testa.
Con la faccia avanti e le spalle al dietro,
passo deciso e forte,
il pensiero mente del presente,
vado avanti tra una nuvola e un vento,
e lascio l’autunno delle foglie caduche
dietro a fare mucchio
humus essenziale,
al primo alito si disperde
come in mare il sale. 

Roberto Busembai (errebi)

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MICHELANGELO MERISI DETTO CARAVAGGIO – LA MADONNA DEI PELLEGRINI (MADONNA DI LORETO)

Ho una forte abitudine, dovuta al mio massimo “dono” della curiosità e della ricerca, di scoprire e visitare chiese, palazzi, strade e scorci di una città o di un paese con le mie stesse gambe e con la mia “bussola” interiore. Vi garantisco che in questa particolare ricerca, diciamo senza indirizzo e senza un minimo di conoscenza, mi ha sempre donato particolarità della città che altrimenti non avrei conosciuto, o forse le avrei conosciute, ma diversamente. 
Roma, la nostra capitale, il nostro bene più prezioso, la città di sempre, il fulcro dell’arte e della storia, mi ha sempre affascinato e quando ho avuto occasioni, anche minime, di visitarla ho cercato di entrare nelle sue strette vie, nelle sue piazze nascoste, nelle piccole fontane, nei piccoli e talvolta sconosciuti borghi, e naturalmente mi sono incontrato anche con le famose opere monumentali, le piazze famose, e ho visitato tutte le chiese che in questo camminare, incontravo. Tra queste una mattina sono entrato nella chiesa di Sant’Agostino, ignaro di quello che avrei potuto trovarvi, e dopo una parziale visita tra le cappelle, sono giunto a una buia, insignificante e oserei dire anche mal tenuta cappella, la prima, se seguiamo la nostra sinistra, vicina all’entrata. Ho scorto una tela sopra l’altare che mi ha impressionato, mi sono guardato in giro e ho scoperto che si poteva illuminare, inserendo poche euro in un ricevitore automatico. Cosa sono due euro per una magnificenza! Continua a leggere “MICHELANGELO MERISI DETTO CARAVAGGIO – LA MADONNA DEI PELLEGRINI (MADONNA DI LORETO)”

SENZA ESSERE OLTRAGGIATO

Attraversando con la voce
uno sguardo chiaro sulla luce,
spalancando voci nuove
accarezzate dalle leggere sensazioni,
come poterti amare oltre
quello che vedi e provi,
sapendo che non ci sono nuvole
nel cielo se la tempesta priva
del suo avvertimento,
e oltre lo sguardo e il pensiero
navigo e non so mai quanto.
Attraversando con la voce
il visibile e il dato,
l’offerto privatamente
senza essere oltraggiato,
anche intimamente,
con un pulviscolo di azzurro cielo.

Roberto Busembai (errebi)

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LE INDAGINI DELL’ISPETTORE NONLOSO’ FERRAGOSTO AL LAGO (Quarta parte)

“Si era perso troppo tempo, inutilmente, o forse avevamo sottovalutato la gravità o forse…” e ancora con questi pensieri Nonlosò non si dava pace, un ragazzo sarebbe potuto essere salvato, un ragazzo come suo figlio, un ragazzo per bene, e quella giovane, lei forse testimone di un qualcosa che non doveva vedere o sapere, e…..quante domande ancora….ma dovevano trovare risposte, immediate, concise…..ora si doveva entrare a colpire senza tregua, scovare e infastidire, snervare fino al limite, ognuno e ogni persona che, volente o meno, faceva parte di questi fatti e di questi due innocenti ragazzi.
I funerali dei due ragazzi furono lo strazio della valle, se ne sarebbe parlato per anni e anni, le due madri affiancate in un macabro incontro, e non c’era tra loro ceto o posizione che le potesse distinguere nel loro uguale strazio comune, una sostegno dell’altra inutilmente. Fu un’intera valle a partecipare silente alle osequie e altrettanto silente si dipartì dal piccolo cimitero, dietro la Pieve Romanica, la chieda del paese. Ma l’ispettore non poteva cedere ai sentimenti e ancora erano calde le lacrime sulle guance di tanti che iniziò a domandare e interrogare.
Franca e Aldo, i signori Rubini, genitori di Paolo erano ora seduti intorno al grande tavolo in legno intarsiato, un’opera d’arte del secolo passato, uno dei tanti pezzi di mobilia di valore del Barone, che erano resistiti agli anni e alle intemperie delle sempre nuove mode e tecnologie; di fronte l’ispettore che non aveva niente di amichevole nello sguardo, nonostante conoscesse i due genitori, ora, purtroppo, era li per sapere, per conoscere e soprattutto per scoprire. Continua a leggere “LE INDAGINI DELL’ISPETTORE NONLOSO’ FERRAGOSTO AL LAGO (Quarta parte)”

L’ASINO E IL SALE

L’asino si sa è il classico animale usato come soma, perché la sua forza e la sua pazienza sono immani, ma anche lui ha dei limiti e spesso non riesce a superarli…..Un giorno il padrone di un asino, approfittando della forza dell’animale, lo caricò di pesanti sacchi di sale, che doveva consegnare in città, ma il peso era davvero esagerato tanto che l’asino tremava quasi sulle gambe.
Il severo padrone non ne voleva sapere di quello sfaticato, e a suon di nerbate lo incitava a camminare e anche il più veloce possibile che aveva da concludere l’affare. A un certo punto del viaggio, si doveva attraversare un piccolo fiume, e qui avvenne il miracolo, l’asino traballante dalla fatica scivolò sulle pietre viscide e si accasciò nell’acqua, il sale che trasportava,buona parte si disciolse, così poté rialzarsi e incamminarsi molto più velocemente per il peso alleggerito, e senza che il padrone se ne fosse reso conto. Continua a leggere “L’ASINO E IL SALE”

E SEI ARRIVATO

E sei arrivato con le foglie verdi,

gialle nel pensiero,

e sei arrivato come un mistero

raccolto nel silenzio,

e sei arrivato senza un senso,

corroso dalla routine

di un passato senza confine,

e sei arrivato sulle soglie

di un tempo futuro come il sogno,

colorato e giocondo

sul presente,

e sei arrivato come sempre

in questo tempo,

che il destino vuole

che ti chiami autunno,

come la vita alla prossima stazione.

E sei arrivato anche senza sole.

Roberto Busembai (errebi)

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HO FATTO UN PATTO CON ME STESSO

Ho fatto un patto con me stesso
e non posso certo sgarrare,
ho una dignità personale
da mantenere
e rispetto gli accordi presi,
certo non è facile mantenere
ciò che va contro l’istinto
della mia anima interiore,
ma resisterò su questo
non come ho fatto con 
il fumo e il bere,
dopo che ti ho perso.
Ho fatto un patto,
che non ti devo più pensare,
perchè sarebbe come cedere
a me stesso e lasciarmi andare.
Vedi – mi dico – sai resistere
molto bene, basta un poco
d’alcool nel bicchiere
e fumo dentro il cuore!
Ho fatto un patto con me stesso
che non ti voglio più amare,
forse dovrei morire
per poterlo rispettare.

Roberto Busembai (errebi)

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LA LEGGENDA DEL VOLTO SANTO DI LUCCA

Domani 14 Settembre, nella mia città di Lucca, si commemora l’esaltazione della Santa Croce, una festa che ha tradizioni religiose e folkroristiche e che oggi, la sua vigilia, viene ricordata la sua leggenda mista a storia con la caratteristica e spettacolare processione che parte dalla Basilica di San Frediano , passando per le vie della cittadina fino ad arrivare al Duomo di San Martino, in uno spettacolare scenario dove le luci di tutta la città si spengono per essere illuminati da milioni di lumini di cera posti in bicchierini di vetro appesi a contornare tutte le finestre, i portoni, i campanili e le chiese dell’intera città. Uno spettacolo unico e magico, che ha tradizioni secolari e che accoglie tutte le diocesi della provincia e delle provincie limitrofi e anche oltre, e dove sfilano insieme rappresentanze laiche e istituzionali di ogni provincia toscana e folkroristiche figure medievali della città di Lucca. Oggi vi voglio comunque narrare la leggenda che è alla base di tutto ciò.
Nella prima metà dell’anno 700, una grande nave si fermò davanti al porto di Luni, la gente del luogo non era propensa a incursioni straniere e armata delle loro barche incorse verso questo grande vascello per farlo desistere dall’approdare. Ma più loro si avvicinavano e più questa nave si allontanava, più ne ritornavano e più si avvicinava, ma dalle scialuppe si sparsero le voci che la nave sembrava non avesse nessuno a bordo e mossi dalla curiosità permisero alla nave di arrivare al loro porto. La sorpresa fu che effettivamente la nave era deserta ma sopra scoprirono una bellissima croce lignea con scolpito un Cristo che aveva appresso legato un’ampolla piena di sangue. Continua a leggere “LA LEGGENDA DEL VOLTO SANTO DI LUCCA”

UNA CANZONE NUOVA

Resta ancora un poco,
ti canterò una nuova canzone,
lasciati andare sulle corde
della mia chitarra
e ascolta le parole,
forse sono quelle che non
ti ho mai voluto dire,
che solo con la musica
invece posso esternare.
Resta ancora un poco
e ascolta quanto questo cuore
sia infiammato ancora
nonostante il silenzio
del mio parlare,
senti quanta musica della mente
possa ancora a te donare,
poi decidi a canzone finita
e dimmi anche se ti è piaciuta.

Roberto Busembai (errebi)

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NASCOSTO CON ME STESSO

Nascosto con me stesso,
posato nel silenzio
e pacato al rumore forte
che mi invade dentro,
prendo quello che viene
e poso quello che ho fatto,
non voglio scegliere del futuro
rovinando sul passato,
e so bene che non ci sono
altre buone possibilità
per dire una sola parola,
e allora rimango con le spalle
in primo piano
e del mio davanti,
solo io conosco a memoria
quegli occhi bagnati,
e quel mezzo sorriso sulla bocca.

Roberto Busembai (errebi)

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EDMONDO DE AMICIS – CUORE

Certo parlare di sentimenti, di valori,di principi e di scuola, oggi sembra piuttosto banale, insulso, oserei dire quasi osceno, non esistono più i suddetti e tanto meno esiste una scuola in cui si tenda a far conoscere questi ideali, queste basilari forme di quotidiano vivere per un normale e sereno scorrere giornaliero tra la gente.
Il libro che oggi voglio ricordare, è un libro che ha avuto il suo massimo successo quando ancora in Italia vigevano forme di insegnamento valide e costruttive, certo i tempi sono molto cambiati, la società di allora è assolutamente diversa in ogni senso, ma la positività di queste pagine sono gli insegnamenti basilari che il De Amicis tende a dare e a far conoscere e seguire. Oggi parlare di sacrificio, di sopportazione al dolore, di rinuncia a desideri individuali in virtù di un bene sociale, sono al di la del nostro pensare eppure, non dico esageratamente seguite, ma con una intelligente moderazione, penso che sarebbero ancora delle valide tematiche per una società tanto allo sbaraglio come la nostra. Il sentimento di cooperazione e di amicizia ormai sono dimenticati, vigono soltanto in social e in freddi incontri saltuari, dimenticando pure il rispetto del nostro prossimo, qualsiasi ceto e razza essi siano , anche se ritengo e sottolineo che di razze al mondo c’è n’è una sola e si chiama razza umana. Continua a leggere “EDMONDO DE AMICIS – CUORE”

LO SO CHE VIENI

Lo so che vieni,
ogni notte entri con rispetto
nel sogno che mi assale,
apri la finestra del pensiero
e voli come un’ape sopra il fiore,
cerchi il nettare del mio sentimento
e posi il tuo pungiglione
che urge dentro il cuore.
Lo so che vieni
ogni notte porti con te quello che
non mi hai mai potuto donare,
lasciandolo posare,
come neve calda
dentro il cuore,
e come sempre
l’incubo mi assale
e ti invoco, nel dormire,
gridando: “Madre”.

Roberto Busembai (errebi)

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LE INDAGINI DELL’ISPETTORE NONLOSO’ – FERRAGOSTO AL LAGO (terza parte)

“E Paolo pareva davvero scomparso, da giorni ormai non si avevano più sue notizie e la polizia era allertata anche in questo, oltre il fatto della ragazza uccisa, e dell’assassino che girava ancora indisturbato e….questi erano i pensieri che assillavano l’ispettore e non gli davano tregua… “E queste sono le mie vacanze!”
Marta fortunatamente non aveva subito altre violenze, così dichiarava l’autopsia, era stata uccisa strangolata con un foulard o comunque un telo o qualche cosa di simile, poi deposta nel sacco e tuffata con un peso perchè stesse a fondo, nel lago. La certezza che era già morta quando era stata tuffata, lo si aveva dalla mancanza di liquido nei polmoni. Sicuramente era stata colta di sorpresa e altrettanto sicuramente la persona che l’ha uccisa era da lei conosciuta, supposizione accreditata dalla mancanza di altri ematomi o graffi o altro, che avrebbero dovuto essere presenti se lei si fosse difesa.
“Pronto?”
“Pronto!”
“ Maresciallo Franchi? Sono l’Ispettore Nonlosò”
“ Sull’attenti Ispettore, mi dica?”
“ Riposo. L’ispettore capo è in sede?”
“Sissignore”
“ Bene me lo può passare al telefono?
“ Subito ispettore!…..sempre in vacanza?”
“ Diciamo di si….ma l’ispettore grazie!
“ Certo, certo….subito”
Silenzio
“Ispettore Nonlosò, allora come vanno queste indagini?”
“ Ispettore capo, purtroppo la cosa sta andando alle lunghe e io dovrei rientrare domani come stabilito dalla mia richiesta di ferie…..il commissario Martini sta facendo il possibile….e..”
“ Nonlosò non occorre che mi dica altro, ho parlato poco fa con l’ispettore superiore Baldi della centrale operativa della zona dove si trova lei, e abbiamo vagliato insieme che la sua presenza al momento è assolutamente necessaria ….per cui……buone vacanze!”
“ Grazie ispettore capo della fiducia e dell’apprezzamento e….” Continua a leggere “LE INDAGINI DELL’ISPETTORE NONLOSO’ – FERRAGOSTO AL LAGO (terza parte)”

UN’ANTICA TAZZINA

Credevo di essere la sola, la più bella della tavola e la più ricercata, in nobile ceramica fine di un paese tedesco di fama mondiale, bianca, delicatamente decorata con le più belle rose mai raffigurate, rifinita con un filo dorato a denotare la mia importanza, ed ero sempre io che attiravo le signore con i guanti bianchi e trinati, i ventagli colorati che posavano al mio fianco, per poter approfittare della bevanda che contenevo, perchè era quella cosa che trattenevo calda e rovente nel mio corpo a dare consolazione a tutte quante, profumo acre e dolce insieme, amaro quel poco a stuzzicare l’alito e il cuore, a inebriare un ardito sorriso a un nobile cavaliere impudente. Ero allora la tazzina, colei che del caffè portava il suo colore e il suo ardito sapore, e credevo di rimanere l’incontrastata regina della tavola. Poi avvenne il cambiamento, le tovaglie non erano più di lino decorato, cotone tessuto, ma plastica colorata, banale copertura incerata dove il posarsi anche delicatamente si rischiava lo scivolare, e lui, il mio nobile e antico sapore e liquido mio conforto che ignobilmente e senza un minimo rispetto, come una di quelle che si donano gratuitamente sulle strade, mi aveva abbandonata per una stupida e insignificante tazzina di vetro trasparente, senza anima e senza pudicizia, pure da far trasparire il colore ambrato del liquido mio adorato.
E ancora peggio poi le mode mi hanno dimenticata, sola abbandonata in un angusto magazzino, buio e polveroso, svenduta come un pezzo ormai desueto e insignificante, ora vanno le colorate, le tazze in plastica dura dai mille disegni finti e appiccicati, gift vengono detti quei simboli e quelle lucentezze, ed io in mezzo a mie simili che ancora pretendono di fare le civettuole, incoscienti del luogo e del momento, siamo tazzine perse nei ricordi e non avremo più il nostro amato calore e intrattenimento, e rimarremo fredde della materia che ci appartiene e se il tempo ci sarà propizio, potremmo anche rimanere tali, senza ammaccature!

Roberto Busembai (errebi)

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MIRAGGIO

Vai oltre quel confine,
che dalla collina
spande come nebbia fitta
sui filari ancora verdi,
di uve in attesa
di brioso liquido da bere,
vai oltre il mistero del silenzio
dove ritrovi a fianco
un rumore strano
che invade dentro e
non ti vuole abbandonare.
Vai oltre e cerchi,
invano, sul confine
del tuo inganno,
il dubbio della vita
e il suo guadagno,
che non è certo in oro
o altro valore effimero,
ma solo quello dell’essere presente
come queste viti
che attendono vendemmie,
a un calare d’estate
e al prossimo tramonto
che, pure a te, avanza.

Roberto Busembai (errebi)

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PIETER BRUEGEL IL VECCHIO – LOTTA TRA CARNEVALE E QUARESIMA

Nella mia visita alla città di Vienna, non mi sono perso certo la voglia e il desiderio di visitare alcuni tra i più importanti musei che vi sono, e tra questi l’imponente Kunsthistorisches Museum, imponente come costruzione ma altrettanto per le opere d’arte che ospita. E’ davvero difficile fare una scelta tra i tanti quadri che dal vivo mi hanno impressionato e offerto emozioni uniche e indimenticabili, ma ho voluto scegliere questo quadro di Pieter Bruegel il Vecchio, perchè difficilmente si ha occasione di vedere dal vivo un’arte rinascimentale dei paesi del Nord e difficilmente se ne rimane estasiati. L’opera è la lotta tra Carnevale e Quaresima.
Bisogna innanzitutto sottolineare il tema caro al maestro, ovvero la meditazione sull’umanità, specialmente quella contadina, di cui lui dipinge episodi quotidini, con una precisione dettagliata ma fuori da ogni critica o idealizzazione. Nascono perciò uomini goffi, creature semplici ma viziose, invase da superstizioni, da dicerie, da paure, esseri umani che nemmeno la fede può dare loro fiducia. Nascono allora figure con malformazioni fisiche e pure morali, quasi grottesce e caricaturiali, ma senza lo scopo di essere usate per questi motivi, ma identificati solo come simbolo di peccati e debolezze a cui l’uomo spesso cede. L’arte di Bruegel è molto legata a quella di Bosch per la fantasia e per questa proprietà di introdursi e rappresentare l’intimo umano nella sua più schietta naturalità.
Ed ecco che la tela si riempie di un’infinità di personaggi e di cose, di animali e di oggetti, che rendono viva la rappresentazione e portano l’osservazione, non tanto all’insieme ma al dettagliato, alla ricerca di quel soggetto o di quel momento, insomma un quotidiano affacciarsi alla finestra e guardare il mondo sotto di noi.
I protagonisti di questa tela sono proprio in primo piano verso il basso, Carnevale e Quaresima.
Il primo è rappresentato come un grasso uomo a cavalcioni su di un barile, da cui spunta una coscia di maiale) che viene spinto da un altro uomo vestito di giallo, il colore è simbolico dell’inganno; ha in testa una torta di carne e nella mano destra tiene uno spiedo con alcuni pezzi di carne, si presuppone molto probabilmente che si tratti di un macellaio, anche in relazione al fatto che erano proprio i macellai che potevano fornire carne per i divertimenti del carnevale.
La Quaresima invece è una donna secca, con vesti religiose, con in mano una pala con sopra due aringhe, è seduta su un carretto trainato da altri due simboli religiosi, un frate e una suora ed è circondata da umili e povere pietanze, come ciambelle, cialde ecc., in perfetta contrapposizione all’abbondanza del Carnevale circondato da pani e carne.
Tutta la tela si può considerare rivolta verso questi due personaggi, quasi a dividerla in due, dove possiamo notare che al di la del Carnevale, sono rappresentate figure che si divertono, mangiano, ridono e si burlano vicendevolmente, sullo sfondo poi notiamo un’osteria invasa dai festeggianti.
Nella parte destra, al di sopra della Quaresima, abbiamo invece un insieme di persone meste, miste a storpi e mendicanti, persone emaciate, vesti poco colorate se non addirittura nere, e sullo sfondo una chiesa, dove internamente si intravede una statua coperta da un telo, tipica usanza dei cattolici durante la Quaresima.
Bisogna notare che il quadro fu eseguito nel periodo della riforma Luterana, ma il Maestro non da affatto adito a giudizi o parti in merito, anzi ne rimane proprio distaccato, anche se un’interpetazione più approfondita potrebbe far pensare che la lotta avvenga tra due confessioni religiose, ma Bruegel non prende comunque posizione e ci offre questo spettacolo interamente.
Quando mi è apparso davanti, in una sala gremita di persone, sono entrato “realmente” nel quadro e il brusio della sala per me non erano che questi innumerevoli personaggi e sono sicuro di aver sentito la voce robusta del macellaio che gridava “ Difenditi Quaresima!” , mentre lei, con una voce sottile e gracidula chiedeva “ Abbi pietà di me”.

Roberto Busembai (errebi)

Immagini ERREBI

RICORDO DEL BAGNATO

Ricordo il bagnato sotto i piedi,
l’effetto umido sul selciato
di una casa che non è più,
ricordo le parole d’attenzione
per un ulteriore malanno
che mi avrebbe procurato,
quel senso materno più provato
che mi scaldava il cuore
e arrivava ai piedi nudi
piccoli arti che non conoscevano
ancora le strade e le salite.
Ricordo i salti dentro pozzanghere
pulite e profonde,
disconnesse strade in ciotolati smossi,
e quel senso di liberazione
che non ho più provato,
ridere del bagnato
e non sapere ancora di
poter bagnare.
Ricordo le piogge che
cadevano come un effetto naturale,
non come lacrime
perse dentro un cuore.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web Photo by Wolf Suschitzky

TI LASCIO SUL MIO CUORE

Ti lascio sul sentiero
del mio bene
e provo a guardare
quello che rimane,
perchè del bene
non voglio perdere
l’attimo fuggente
che scivola come 
rugiada fresca
sul petalo 
di un fiore.
Ti lascio sul cammino
del mio sogno
che a te è comune
perchè voglio ritrovarlo
quando svanisce
come bolla di sapone
spruzzando gocce
di arcobaleno infranto.
Ti lascio sul mio cuore
come fossi un fiore
che rende il profumo
quando spremi il suo
bocciolo 
nell’intimo coglierne
dal suo esile stelo.

Roberto Busembai (errebi)

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LA MIA VIENNA

Ogni vacanza ha il suo sapore dolce misto ad un amaro che solitamente si tramuta nel ritorno, ma ogni vacanza ha pure il suo magico mistero che aleggia dentro ed è quel particolare e unico di ognuno che riesce a entusiasmare e dare colore al periodo passato.
Allora si ricorderanno mari calmi e acque calde sotto il cocente sole, si ricorderanno prati verdi immensi, pascoli montani e acque limpide e ghiacciate, si penseranno alle traversate sopra un lago con il remare di una barcarola, o come me si penserà a una città, alle sue vestige e alle sue mura, ai suoi valori immensi e alle sue tradizioni, e io appunto voglio lasciare qui un piccolo ricordo di una città che mi è rimasta dentro, una città che non conoscevo ma che l’alone di notorietà mi era talmente impresso già dai tempi delle conoscenze scolastiche. Vienna e i suoi colori, musiche e tesori.

“Le note della musica
s’alzano sulla città,
unico suono e “rumore”
di un silenzioso passo umano.
Vienna dorme nella culla
di un LA maggiore
e una chiave di SOL.” (errebi)

Questa la mia prima impressione e sentimento che girando per le vecchie strade della città antica ho sentito dentro il cuore, la prima sera tarda in cui sono arrivato e di lei mi sono innamorato.
Vienna è un confetto di duro zucchero bianco e rassodato, ostico nella lingua, nelle prime impressioni della gente, nella rigidità dei palazzi prorompenti e dei grattacieli che lontana la sovrastano, ma dentro è una mandarla dal sapore misto, un dolce dato dalla musica continua di un Mozart brioso e di un languido e romantico Strauss che pare scivolare davvero su quel Donau che gentile e con rispetto costeggia il limite della metropoli Austriaca.
Sapori nuovi, cotolette giganti impanate e fritte, birre colorate e spumeggianti da ogni bicchiere e bottiglia, wurstel e crauti, e dolci che inteneriscono anche il più crudo dei cuori e dei sapori. 
Ma Vienna è anche il potere di una monarchia passata, di un fasto di ottocento che non nasconde ma mette sempre in rilievo, e allora carrozze trainate da due doverosi cavalli imbevono le strade ciottolate, rigore nel costume del cocchiere con parrucchino annesso, e poi palazzi e edifici, monumenti e giardini da trovarci il silenzio vero, quello che non capita più addosso, quello che ti fa sentire dentro il sapore dell’essere in un sogno che poi sogno lo è davvero.
Vienna è cultura nei musei e nei suoi artisti vari di ogni genere e di ogni categoria, dalla pittura alla musica, fino alla letteratura, è nelle chiese la dovizia religiosità mista tra il paganesimo e cristiana, ricchezza dentro nelle sue costruzioni, altari imponenti come imponenti vetrate e barocche colonne, ampie navate e impetuosi soffitti, tetti in puzzle di maioliche colorate e guglie infinite a cercare un cielo che sovrasta, luce che non ha nascondiglio tanto spazio gli è concesso.

“Non è lo scintillio 
delle cose e dei fatti
ma il colore che emanano
le persone che vivono
con l’arcobaleno addosso,
a donare calore
nell’animo e nel cuore.
E donano festa alla vta.” (errebi)

Poi ti accorgi che vivi in un mondo dimenticato, un mondo fatto di pura gentilezza, di comprensione e di rispetto, silenzioso e riguardoso, ma preciso e dovuto, ti accorgi che quella che ti sorride non lo fa solo per un compenso, che quello che ti concede l’attraversamento non è la frenata improvvisa di un’auto ma soltanto un sottile e lento frenare per il giusto comportamento. E ti accorgi che chi fa caos e confusione sono le migliaia di turisti che invadono giornalmente questa nobile metropoli d’oltr’Alpe, si parla piano e si sorride nella stessa maniera, ma non è un’imposizione o un modo di fare, è soltanto naturale educazione. E ti accorgi che puoi camminare senza nessuna paura addosso, senza guardarti intorno con sospetto, senza sentire il fiato o gli occhi che ti controllano per poterti colpire. E siedi sulla vastità delle panchine, noti la pulizia capricciosa e insistente in ogni angolo e in ogni strada e vicolo che sia, e godi del panorama delle vetrine accese, dei canti di artisti di strada,
e ti soffermi a salutare e scherzare con gli “imbonitori” venditori di biglietti per un ennesimo concerto di qualche chiesa o teatro o addirittura in cattedrale. E trovi che la gente nel loro quotidiano e comune stress metropolitano hanno un passo avanti, non sono tesi e hanno la proprietà di potersi riposare e dedicarsi alla famiglia e alle loro cose, alle corse lungo il Donau Canal quando non è invaso dalla bonaria e colorata movida notturna giovanile, giusto per passare la serata in una Vienna che ho trovato meravigliosamente calda (meteo parlando).
Vienna l’ho impressa sul mercatino delle pulci tra locali e ristorantini tipici, l’ho impressa sulla piscina di fronte alla Chiesa di San Carlo Borromeo, l’ho impressa nel giardino e nella reggia dello Shonbrunn, nel Belvedere e nelle tele di Klimt e Schiele, nel fregio di Beethoven e nelle note dei concerti di Mozart, l’ho impressa nella cattedrale di Santo Stefano e nelle altre mirabili chiese, l’ho impressa nei dolci sacher e nei sapori gialli di birre, ma Vienna l’ho impressa nel cuore per il suo gentile, riservato e sottile pudore di farsi scoprire.

Roberto Busembai (errebi)

Photo by ERREBI

I DUE CANI, di Roberto Busembai

Un vecchio cacciatore aveva in possesso due bellissimi e diligenti cani, intelligenti e fedeli al suo volere.
Uno era un abile predatore, e usciva sempre con il suo padrone, alla cerca di animali o selvaggina, si intrufolava tra pruni e nei boschi, fiutava le prede fino alle loro impervie tane e nascondigli, correva dalla mattina alla sera e riusciva sempre a portargli qualcosa di buono.
L’altro invece se ne stava sempre accovacciato a poltronire in casa, spostandosi tra una stanza e l’altra, tra un cuscino e una poltrona, dormiva e si svegliava soltanto per scacciare la noia o per mangiare, e aspettava la sera, con dovuto entusiasmo, quando sarebbe rientrato il suo padrone.
Infatti era in quel momento che avrebbe avuto come merito al suo non fare niente, un bel pezzo di carne o qualche saporito osso da sgranocchiare,e era sempre in quel momento che avrebbe ricevuto tutte le carezze e le coccole che un bravo padrone possa fare al suo compagno animale.
E proprio queste smancerie e queste attenzioni erano diventate il tarlo negativo del primo cane che cominciò a lagnarsene con il suo simile:
Credo che sia iniquo l’atteggiamento del nostro padrone. Io che lavoro tutto il giorno, mi faccio in quattro per trovargli cibo, che metto a rischio, talvolta, pure la mia vita, pur di accondiscendere ai suoi desideri e spesso mi prendo anche bussi e rimproveri se non mi comporto bene, non ho mai un complimento e un’attenzione; mentre te, che vagabondeggi tutto il giorno, che a malapena abbai per farti sentire, che dormi e tiri la giornata spostandoti pesantemente da un letto a un divano, la sera vieni omaggiato e coccolato godendo così del frutto del mio pesante lavoro1
Caro mio – rispose l’altro cane sbadigliando – che colpa ne ho io? Il padrone mi ha insegnato a non lavorare e a vivere agiatamente e della fatica altrui.


Dell’incapacità, della svogliatezza e dell’oziosità dei figli ne sono colpevoli solo e esclusivamente i loro genitori.

Mio riadattamento di una favola di Esopo

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web Incisione stampa antica Howitt

MI PORTO DIETRO UN SILENZIO

Mi porto dietro un silenzio
che non ha parole ma solo rumore,
vorrei tanto posarlo
come una barca in secca
in un grande mare,
vorrei sentire del rumore 
solo il suono dolce,
che nascosto vige ogni tanto,
e liberare, come nebbia pura,
quello che m’irrompe 
senza tregua.
Mi porto dietro un silenzio
che non ha fine, 
e non merita di essere ascoltato,
anche se non posso farne a meno
da essere ricordato.

Roberto Busembai (errebi)

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LO CHIAMO AMORE

Lo chiamo amore
anche se si è perso nella vita,
lo chiamo sempre
perchè mi è sorto dentro
e dentro mi rimane,
lo chiamo immancabilmente
nei silenzi del momento
e nei rumori dei sentimenti
che infrangono sul passato,
lo chiamo nel presente
perchè l’ho provato
e ne sono fiera.
Lo chiamo amore
questo immenso sentire,
quando guardo il cielo
e vedo l’azzurro che mi sostiene,
pensando che non esiste 
altro, che possa aiutarmi
in questo frangente,
dove sola mi trovo
a un passo con il niente.
Lo chiamo amore
e mi fa bastare!

Roberto Busembai (errebi)

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SETTEMBRE

E si riuniscono le fantasie
miste al sogno
dentro cassetti vuoti 
per riempirli di ricordi,
sapori caldi di passati,
sole e mare,
montagne e laghi,
raccolti tutti, come
lettere d’amore da non stracciare,
e poi settembre arriva
e come spigo nelle coperte
profuma e aleggia 
su quelle cose,
l’estate ci è ormai dietro
ma avanti nel ricordo,
ancora una piccola 
pazzia,
ubriacarsi all’uva
strizzata
che questo mese rende 
in un sapore unico di vino
e ebrezza.

Roberto Busembai (errebi)

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