LA  GATTA, di Umberto Saba, recensione di Elvio Bombonato

LA  GATTA, di Umberto Saba, recensione di Elvio Bombonato

La tua gattina è diventata magra.
Altro male non è il suo che d’amore:
male che alle tue cure la consacra.

Non provi un’accorata tenerezza?
Non la senti vibrare come un cuore
sotto alla tua carezza?

Ai miei occhi è perfetta
come te questa tua selvaggia gatta,
ma come te ragazza
e innamorata, che sempre cercavi,
che senza pace qua e là t’aggiravi,
che tutti dicevano: «È pazza».

È come te ragazza.

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UMBERTO  SABA   (1910)

Il poeta paragona l’amatissima giovane moglie, cui si rivolge (il Tu e le due interrogazioni retoriche) alla gatta di casa, e la ricorda innamorata e selvaggia. 9 endecasillabi e 4 settenari piani; rime (e rime imperfette consonantiche) ABA CBC dDcEEc c: incrociate e baciate.

Il verso finale è la ripresa del v.9; anafore di male, tua, non, che, come; breve inserto di parlato. Tempo dominante il presente indicativo, corroborato dall’imperfetto, il tempo durativo per eccellenza.

QUASI  UNA  MORALITA‘ (Umberto Saba, 1951)

QUASI  UNA  MORALITA‘ (Umberto Saba, 1951)

Recensione di Elvio Bombonato

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QUASI  UNA  MORALITA‘ (Umberto Saba, 1951)

Auguri per il Santo Natale e per il 2019, Elvio Bombonato

Più non mi temono i passeri. Vanno

vengono alla finestra indifferenti

al mio tranquillo muovermi nella stanza.

Trovano il miglio e la scagliola: dono

spanto da un prodigo affine, accresciuto

dalla mia mano. Ed io li guardo muto

(per tema non si pentano) e mi pare

(vero o illusione non importa) leggere

nei neri occhietti, se coi miei s’incontrano,

quasi una gratitudine.

                                Fanciullo,

od altro sii tu che mi ascolti, in pena

viva o in letizia (e più se in pena) apprendi

da chi ha molto sofferto, molto errato,

che ancora esiste la Grazia, e che il mondo

– TUTTO IL MONDO – ha bisogno d’amicizia.

Il titolo è un indicatore semantico. La MORALITA’ (attenuata dal “quasi”) appare un invito, più che una riflessione/sentenza gnomica, da intendersi come un’esortazione a vivere in modo conforme a principi e regole etici. Il poeta però non si atteggia a predicatore asseverativo, vuole dare un consiglio.  Vecchio, e malato, aveva l’abitudine di mettere per i passeri semi sul davanzale. Gli uccellini, dopo l’inevitabile diffidenza iniziale (ellissi: non detta ma implicita), si muovono senza preoccuparsi della sua presenza, osservano il poeta, che ricambia il loro sguardo. Continua a leggere “QUASI  UNA  MORALITA‘ (Umberto Saba, 1951)”

SERA DI FEBBRAIO, di UMBERTO SABA, recensione di Elvio Bombonato

SERA DI FEBBRAIO, di UMBERTO SABA, recensione di Elvio Bombonato

umberto-saba

Spunta la luna.
Nel viale è ancora
giorno, una sera che rapida cala.
Indifferente gioventù s’allaccia;
sbanda a povere mète.
Ed è il pensiero
della morte che, infine, aiuta vivere.
UMBERTO SABA (1942)

La poesia consta di 5 versi endecasillabi sciolti, il 1° e il 4° disposti spezzati a scalino, una sola quasi rima-assonanza “cala/allaccia. Domina la paratassi: 7 proposizioni. Il titolo è un indicatore temporale: “Sera”, ripreso nel 2° verso, “febbraio”: l’inverno. E’ concentrata: dedurre il non detto, mediante le inferenze.

Siamo in città (“viale”), Trieste. “Povere mète”: il locale verso cui si dirigono i giovani, una latteria. “ Povere”: ambiguità semantica, allude alla modestia del locale (del quartiere), e alla condizione dei giovani popolani. “Gioventù” (sineddoche) potrebbe indicare una coppia di giovani oppure un gruppo di coppie. Continua a leggere “SERA DI FEBBRAIO, di UMBERTO SABA, recensione di Elvio Bombonato”

LA CAPRA, di UMBERTO SABA, recensione di Elvio Bombonato

LA CAPRA, di UMBERTO SABA, recensione di Elvio Bombonato

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Ho parlato a una capra
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
dalla pioggia, belava.

Quell’uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.

(“Casa e campagna”, 1909)

Poesia giustamente famosa, scritta nel 1909, per cui “il viso semita” (verso visivo: Saba), metafora, allude alla barbetta della capra e quindi alla diaspora plurisecolare del popolo ebraico, non alla Shoah. 

Ci sono 3 strofe diseguali, con 7 endecasillabi, 5 settenari e il quinario che le chiude. Raffinata l’assonanza della 1° quartina: apra/ata/ata/ava. I 5 enjambement rallentano i settenari, mentre le rime (1 baciata, 3 alterne) li legano agli endecasillabi. 

“Capra” è la mot-clé (4 presenze); altre parole iterate, con funzione di richiamo: “era”; ininterrotto “belato”, figura etimologica; “dolore”; “voce”; “sentiva”, imperfetto arcaico; “ogni”.  Continua a leggere “LA CAPRA, di UMBERTO SABA, recensione di Elvio Bombonato”

SERA DI FEBBRAIO, di Umberto Saba, recensione di Elvio di Elvio Bombonato

SERA DI FEBBRAIO, di Umberto Saba, recensione di Elvio Bombonato

umberto-saba

Spunta la luna.
Nel viale è ancora
giorno, una sera che rapida cala.
Indifferente gioventù s’allaccia;
sbanda a povere mète.
Ed è il pensiero
della morte che, infine, aiuta vivere.

UMBERTO SABA  (1942)

La poesia consta di 5 versi endecasillabi sciolti, il 1° e il 4° disposti spezzati a scalino, una sola quasi rima-assonanza “cala/allaccia. Domina la paratassi: 7 proposizioni.  Il titolo è un indicatore temporale: “Sera”, ripreso nel 2° verso, “febbraio”:  l’inverno.  E’ concentrata: dedurre il non detto, mediante  le inferenze.

Siamo in città (“viale”), Trieste. “Povere mète”: il locale verso cui si dirigono i giovani, una latteria. “ Povere”: ambiguità semantica, allude alla modestia del locale (del quartiere), e alla condizione dei giovani popolani.  “Gioventù” (sineddoche) potrebbe indicare una coppia di giovani oppure un gruppo di coppie. Continua a leggere “SERA DI FEBBRAIO, di Umberto Saba, recensione di Elvio di Elvio Bombonato”

ULISSE, di Umberto Saba, recensione di Elvio Bombonato

umberto-saba

ULISSE, di Umberto Saba, recensione di Elvio Bombonato
Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede, 
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.

UMBERTO SABA  (1948)

Saba fu un poeta affabile, capace di attenzione e di ascolto. Questa poesia appartiene alla vecchiaia (da “oggi” denotata dal presente indicativo):  il bilancio della sua esistenza.  Gli studiosi affermano che questa poesia è una metafora.

Non sono d’accordo: a mio parere è invece un’allegoria (il significato secondo,  ampio e profondo, che si aggiunge, sovrastandolo, a quello letterale) sistematica, costituita da una catena di metafore collegate tra loro: la navigazione (la vita), gli isolotti (pericolosi  scivolosi affascinanti: le insidie), l’alta marea e il buio (le difficoltà insormontabili), la nave al largo (la fuga e l’avventura), la terra di nessuno (la solitudine), il porto illuminato (il rifugio), lo spirito indomabile  (il desiderio mai sazio di conoscere), la vita (amata anche nella sofferenza). Continua a leggere “ULISSE, di Umberto Saba, recensione di Elvio Bombonato”

Niente!, di Elvio Bombonato

Nienye Umberto-Saba-Malinconia-amorosa

“Niente!”: una poesia per bambini di un’Italia scomparsa

La poesia è stata scritta da Umberto Saba per i bambini della scuola elementare. Presenta un’Italia ancora in prevalenza contadina (l’acqua, protagonista, il grano, il mulino, il forno, il pane), nella quale il pane è un bene prezioso.

NIENTE!

di Umberto Saba

E l’acqua zampillò dalla sorgente:

“Che vuoi per dissetarmi?”
le chiese un fiorellino.
“Niente!”

E l’acqua ruscellò viva e gentile

(5)

per la scesa del monte profumato,
fino a un campo di grano appena nato.
“Che vuoi per dissetarmi ?”
Le chiesero vocine fioche fioche.
E l’acqua si donò, dicendo: “Niente !”

(10)

Il grano maturò, si fece spiga,
e l’acqua ora danzava nel mulino:
“Che vuoi per macinarci?”
“Ancora niente!”
E il pane uscì dal forno.
(15)

La mamma lo guardava e l’ammirava.
“Che vuoi per un pan bianco?”
Le domandò il figliuolo più piccino.
La mamma glielo porse dolcemente
E, sorridendo, gli rispose: “Niente!”
(20)

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