Che fine ha fatto “Sperduti nel buio”? , di Donatella Pezzino

Roma, 1943. Una pattuglia di soldati tedeschi agli ordini del tenente Van Daalen fa irruzione nei locali del Centro Sperimentale di Cinematografia e porta via quasi tutto il materiale custodito negli archivi. Nel bottino, un patrimonio di grandissimo valore culturale e artistico: la Cineteca, infatti, conservava pellicole di varie epoche, alcune delle quali rarissime. Fra queste, il capolavoro del muto Sperduti nel buio (1914), nell’unico esemplare ad oggi conosciuto.

Basato sull’omonimo dramma teatrale di Roberto Bracco (1901), Sperduti nel buio porta la firma di quel genio multiforme e avanguardista che fu Nino Martoglio. Attraverso l’opera di Bracco, Martoglio tradusse il verismo letterario in immagini di intenso impatto emotivo, con intuizioni che, secondo molti critici, hanno anticipato in modo sorprendente alcuni caratteri peculiari del cinema neorealista.

Merito dello scrittore e regista catanese fu l’aver compreso che ciò che rappresentava un limite in teatro poteva diventare un punto di forza sul grande schermo. Il lavoro teatrale di Bracco, infatti, era concepito con una struttura “a blocchi” che presentava alcune inevitabili difficoltà al momento di essere messo in scena: la vicenda non procedeva fluida e continua, ma “saltava” da uno scenario all’altro, spezzando l’uniformità del tessuto narrativo.

Sul palcoscenico, dove è la parola a focalizzare l’attenzione, questo impianto poteva risultare statico e di difficile comprensione; nel film, invece, dove è la sequenza di immagini a farla da padrone, esso poteva rendere la narrazione più varia e dinamica, grazie soprattutto ad un espediente tecnico di grande efficacia: il montaggio. Di grande effetto, nel caso di Sperduti nel buio, fu il cosiddetto “montaggio di contrasto” che metteva bruscamente a raffronto gli ambienti lussuosi e quelli più miseri. Continua a leggere “Che fine ha fatto “Sperduti nel buio”? , di Donatella Pezzino”

Elvira Mancuso, femminista ante litteram, di Donatella Pezzino

Elvira Mancuso nacque a Pietraperzia, in provincia di Enna (o, secondo alcune fonti, a Caltanissetta) nel 1867.

Scrittrice dimenticata per molti anni, è stata poi rivalutata da Italo Calvino e Leonardo Sciascia, che ne hanno riscoperta l’ opera più significativa, Annuzza la maestrina (1906), romanzo di impronta autobiografica fortemente ispirato al verismo di Verga e di Capuana.

Figlia di un avvocato penalista, fu incoraggiata fin da bambina a coltivare la sua attitudine allo studio; tuttavia, le convenienze sociali ponevano forti limiti anche all’ambiente altoborghese in cui viveva, ed Elvira dovette affrontare l’opposizione dell’intera famiglia di fronte alla sua decisione di iscriversi all’università. Nonostante le resistenze familiari, si laureò a Palermo, dedicandosi poi all’insegnamento nelle scuole elementari, attività che esercitò fino al 1935.

Estremamente sensibile alla delicata condizione femminile nell’Italia del suo tempo, la Mancuso ebbe a cuore i temi dell’emancipazione e della parità dei sessi, tanto da poter essere considerata una precorritrice del movimento femminista. A preoccuparla era soprattutto il ruolo dell’istruzione, ritenuta dalla società dell’epoca sconveniente e addirittura immorale per le donne, e che poteva invece costituire l’unico mezzo di affrancamento dalla subalternità sociale e culturale. Queste considerazioni portarono spesso la sua attività letteraria su posizioni di denuncia sociale, espresse attraverso una scrittura di forte stampo verista. Continua a leggere “Elvira Mancuso, femminista ante litteram, di Donatella Pezzino”

Verismo al femminile, le donne “invisibili” di Maria Messina, di Donatella Pezzino

di Donatella Pezzino

La recente riscoperta dell’opera di Maria Messina ha portato alla luce i caratteri di una particolare formula stilistico-narrativa che attinge dal Verismo per descrivere la reale condizione della donna nella società borghese del primo Novecento. Nata nel 1887, Maria Messina dà voce al dramma di un universo femminile che si vede relegato ad uno stato di penosa segregazione e sottomissione, celato dietro all’ideale ottocentesco di angelo del focolare.

Il periodo in cui nascono gli scritti più significativi di Maria Messina è compreso fra il 1920 e il 1928: in questo momento della sua attività letteraria, tutte le istanze assorbite nel corso dei due decenni precedenti giungono alla loro completa maturazione. La risultante di questa evoluzione è un particolare “adattamento” del Verismo in cui la scrittura appare semplice, sommessa e fortemente autobiografica.

Nella prosa di Maria Messina, manca quel netto distacco psicologico che rappresenta il tratto più tipico dell’opera verghiana; la scrittrice, infatti, si ispira spesso al proprio vissuto per plasmare ambienti, vicende e personaggi. L’aderenza ai canoni veristi, inoltre, imponeva di imprimere alla narrazione un tono incisivo, con l’inserimento di termini e modi di dire tratti dalle parlate locali e con la descrizione di ambienti e comportamenti ben riferibili ad una determinata tipicità culturale.

In Maria Messina, al di là di una ben precisa scelta stilistica, l’assenza di questi elementi è coerente con i lunghi anni trascorsi lontano dalla propria terra d’origine, a dispetto di un profondo senso di appartenenza più volte dichiarato (nelle sue lettere, la Sicilia è definita “grande Madre lontana”). Originaria di Palermo, Maria Messina visse infatti la sua giovinezza spostandosi da una città all’altra a causa delle necessità lavorative del padre: abitò quindi con la famiglia in località diverse e spesso molto distanti fra loro, fra cui Messina, Ascoli Piceno, Arezzo, Napoli e Mistretta. Continua a leggere “Verismo al femminile, le donne “invisibili” di Maria Messina, di Donatella Pezzino”