Marina Speranza

Capitolo 1 parte 1

«Marina Siena». Chiamò il giovane assistente di scena ad alta voce e io seduta in platea alzai tutto il braccio, muovendo freneticamente la mano.

«Prego, salga sul palco, tra pochi minuti si comincia». E dopo essersi tirato su le maniche della camicia, sistemò il tavolino del regista con il copione al centro e una penna per le annotazioni.
«Una precisazione: ora comincia Ludo, l’aiuto regista, quell’uomo alto e riccio che vede là con indosso la polo verde,» indicando un affascinante uomo di mezz’età con un filo di barba in piedi davanti al backstage «se il provino sarà di suo gradimento, interverrà anche la regista. È chiaro?». Annuì.
«Ha qualche domanda?».
«No, nessuna».
«Bene, io sono Nico… Se ha bisogno di me, chieda pure. Tony Valente è dietro le quinte con i suoi zelanti ruffiani». Prese fiato divertito, «Ma al momento giusto ci sarà. In bocca al lupo».

Ripensai a quando avevo conosciuto Antonia tornando con la mente al 1974 e al suo Gala a Corso Venezia dopo la nomination al Festival di Cannes. Mi ricordava la ragazza rotondetta della serie Scooby-Doo, con il caschetto rosso e gli occhiali giganti, ma geniale. Ne aveva fatta di strada, e non si può dire la stessa cosa di me. Più lei saliva sulla scala del successo, più io scendevo nel baratro del fallimento. Ma l’evento che aveva segnato la mia fine mi legava a lei molto più di quanto credessi.
«Prego…» Ludo mi invitò al centro del palcoscenico e si sedette incrociando le gambe sotto la sedia, appoggiando le mani sul mento e i gomiti sul tavolino. Fui improvvisamente colta da un tremolio sottile dietro la schiena e allo stomaco e un bisogno importante di fare pipì, mi irrigidì per la tensione. Il silenzio di tomba calato al suo ingresso, era interrotto da qualche sporadico brusio in platea o da un risolino tra i membri dello staff che si scambiavano occhiate divertite di sottecchi, a testa bassa o girando la schiena.
«Sono mortificata». Dissi incassando la testa tra le spalle e fissandomi i piedi, quando si avvicinò. Avrei voluto sotterrarmi per la vergogna. Sudavo.
Con gesti misurati e calmi delle mani e la voce sicura, mi mise a mio agio.
«Riprovi». Mi incoraggiò e riuscì a interpretare una Penelope muta, senza voce, uscita fievole e strozzata. Smarrita mi guardai intorno, il suggeritore nascose la bocca dietro al copione con gli occhi strizzati e la faccia rossa per quanto stava ridendo. Gli altri attori ammutolirono sconcertati.
Ludo appoggiò una mano sotto il mio petto «Respiri…», mi sentì pervadere da uno stato di estasi, sentì risvegliarsi qualcosa dentro e anche lì sotto, sciolsi le spalle e raddrizzai la schiena, «ha mai aspettato un uomo in vita sua? O un figlio?».
Tremai per la scossa che la domanda aveva provocato e fissai le linee dei listelli di legno per cacciare via il rimpianto e non incontrare i suoi occhi penetranti. Chiuse le palpebre e mi prese una mano insinuandosi tra le dita strette a pugno, fredde e umide.
«Provi a pensare cosa le manca di più e quanto le costa non avere quella cosa. La privazione, il dolore dell’assenza, il dubbio, l’incertezza». Riaprì gli occhi e mi lasciò andare.
«Ora è pronta». Mi incitò concedendomi tutto lo spazio.

«Magnifica!». La voce tagliente di Tony mi ridestò dall’intensa trance emotiva e avvertì uno strano disagio nel trovarla improvvisamente alla mia sinistra senza averne percepito la presenza prima. Lo sguardo ostile tradiva il sorriso benevolo. Rigida e altera si mosse come una prima donna verso il proscenio.

 

 

In evidenza

Il risveglio di Ernesto – XI

Marzio Pani era ingegnere spaziale di trentaquattro anni che aveva scoperto come creare energia gratuita grazie al sole e per questo era stato ucciso da Rizzi, l’uomo in maschera. Un mercenario che un tempo viveva in paese e se n’era andato per via dei troppi debiti a causa dei suoi vizi di gioco.

Tramite mail aveva accettato la proposta di un uomo pronto a pagarlo milioni pur di far sparire il progetto di Marzio, contattato con l’inganno si era subito fatto scoprire. E quell’uomo era il suo collega. Il suo confidente. Non avrebbe mai permesso che un’invenzione così straordinaria fosse regalata al mondo. Lui voleva venderla al miglior offerente. Questo raccontò subito, appena interrogato alla presenza di Cotton e Alpino.

Passato un mese, l’interesse verso l’omicidio dello spaventapasseri, così era stato soprannominato dai giornali, era andato via via scemando e in paese non c’era più un giornalista. Dalle dichiarazioni dell’università e del mondo accademico risultava che Marzio Pani non avesse mai inventato un sistema per raccogliere energia solare dai satelliti in orbita, era solo un sogno. Secondo le dichiarazioni degli esperti, nei files inviati dal PC portatile quel giorno al rifugio, non c’era nessuna scoperta, nessun progetto, né tanto meno una traccia o un sistema di calcoli per realizzarlo. Continua a leggere “Il risveglio di Ernesto – XI”

Il risveglio di Ernesto – X, di Michela Santini

Attaccato con uno spillo sopra il disegno dell’anello dei rifugi, c’era un post-it “Chiama” e il numero di telefono. «Il maresciallo ha mandato te?» chiese deluso Cotton rivolgendosi al giovane appuntato. «No. L’ho voluto io e quando mi hai avvisato con il walkie-talkie ho allertato la caserma di Udine, ma quelli sono peggio di Rocco Schiavone. Hanno solo le ciabatte infradito» e guardando lo spaventapasseri disse «hai chiamato?» indicando il numero di telefono sul post-it. «Sì, ho parlato con il suo collega. Ha detto che non esiste nessun progetto segreto. E’ stata una grande tragedia, vuole solo le sue cose per ridarle alla famiglia e dimenticare l’accaduto».

Pizzagalli continuava a guardare la maglietta gialla e un pensiero nella testa cercava di farsi strada ma non riusciva ad afferrarlo. «Spogliamolo, dai. Portiamo questa roba al rifugio e poi ragioniamo davanti a un caffè e a una fetta di crostata» deciso, gli tolse la maglia. Quando la piegò si accorse che aveva qualcosa attaccato dentro ma non disse niente. Una volta attorno al tavolo, la distese mentre Allevi comunicava con la caserma e Cotton apriva lo zaino per estrarre il pc. Si soffermò a osservare il disegno dei rifugi, era come quello disegnato nel foglio gettato nel wc. Continua a leggere “Il risveglio di Ernesto – X, di Michela Santini”

Il risveglio di Ernesto – IX

Cotton era arrivato alle 9 con il giornale in mano. «Hai già letto? Era un ingegnere spaziale, insegnava all’università di Ancona» Disse eccitato mentre Ernesto fingeva di non interessarsi alla cosa. In realtà buona parte della notte l’aveva passata a ragionare sull’assassino. Avrebbe fatto qualunque cosa pur di mettergli le mani addosso e scoprire chi era. «Riceveva minacce di morte da quasi un anno perché stava lavorando a un progetto segreto per ricavare energia solare dai raggi laser» leggeva l’articolo mentre seguiva i movimenti di Ernesto «purtroppo il progetto è scomparso ed è scomparso anche il suo PC..»

 

Coprì l’articolo con le mani per interromperlo «Tu l’avrai visto il suo PC, no?!» lo bloccò Ernesto con una frenesia che tradiva il suo desiderio di conoscere «ce l’aveva quando è arrivato?» raggomitolò lo straccio con il quale stava pulendo il bancone e si avvicinò per leggere l’articolo. Cotton condivise la pagina e lo guardò soddisfatto per aver attirato la sua attenzione «certo che l’ho visto! Era un portatile e lo teneva dentro uno zaino in pelle nera. Molto elegante, sarà costato una fortuna. In camera ieri mattina non c’era più» rispose pensieroso, rendendosi conto che l’unica cosa che poteva far luce su quel mistero era stato portato via dall’assassino «allora l’avrà nascosto da qualche parte, dobbiamo trovarlo» dichiarò a bassa voce mentre indicava deciso la porta sul retro prendendo il giornale e muovendosi veloce.

 

«Forse quel tipo che contemplava la montagna ieri mattina ha visto qualcosa» e Mauro lo guardò con aria interrogativa ma Alpino non volle spiegare altro. Cotton raggiunse la porta del rifugio con le borse piene di alimenti e non potendo vedere dove metteva i piedi, si mosse lentamente per non urtare nessuno. Uno strattone da dietro gli fece cadere la busta dei pelati e quando alzò di nuovo la testa, fu certo di riconoscere Rizzi dalla sua corporatura da arrampicatore anche se gli dava le spalle «Rizzi non sei a casa tua» disse offeso senza ottenere le scuse che si aspettava. Lo chiamò altre due volte senza alcun risultato, alla fine lo mandò al diavolo e raggiunse la cucina.

 

Solo nel pomeriggio preparando le camere per i nuovi ospiti si accorse che la numero quattro era stata messa a soqquadro. Uscì e iniziò a perlustrare l’area intorno. Aveva ragione Alpino, lo zaino con il computer doveva essere nascosto da qualche parte. E il fatto che quel tizio fosse andato a rovistare nella camera, dimostrava che l’ingegnere aveva nascosto qualcosa di essenziale. Dopo mezzora però rientrò al lavoro senza aver trovato nulla di interessante.

 

«Quel tizio con la maglia gialla è qui anche questa mattina» disse Simona mentre tagliava la fetta di formaggio a quadretti per il frico. «Quale tizio?» indagò Cotton interrompendo lo spostamento delle birre nel frigo e ricordandosi le parole di Ernesto di poco prima. Sentiva il cuore battergli forte udendo la parola “maglietta gialla” «quello che sta sotto quel cespuglio, vedi?» indicando una folta macchia di vegetazione in mezzo alle rocce cadute nella gola «dove si riuniscono gli stambecchi la mattina per proteggere i piccoli che vanno a bere» e tornò al suo lavoro vedendo Cotton che cercava il punto esatto che lei segnava con il dito.

 

«Che mi venga… Perché non l’hai detto ieri quando l’hai visto?» urlò uscendo di corsa «ma io l’ho detto al maresciallo, a chi lo dovevo dire? A te?» terminò strillando perché Cotton era appena scappato via. Ernesto e Allevi lo trovarono seduto davanti a uno spaventapasseri fatto con fogliame e rovi di frutti di bosco, sulle spalle aveva uno zaino in pelle North Face e indossava un vecchio paio di jeans e una maglietta gialla. Quella sparita dalla bacheca.

 

Continua…

 

Michela Santini

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Il risveglio di Ernesto – VIII

«Com’era vestito?» chiese d’improvviso Cotton che non riusciva a togliersi dalla mente la maglia gialla sparita dalla bacheca «maglietta bianca e pantaloni neri… e il… pazzo… Il killer?» domandò Ernesto senza sapere come chiamarlo per nascondere quella sensazione di desolazione dentro ma volendo conoscere anche gli altri particolari per avere un quadro completo della tragedia che aveva affrontato e sapendo che l’altro aveva seguito la scena con il binocolo «tutto nero dalla testa ai piedi, in faccia aveva una maschera tipo ninja, irriconoscibile. Come ha fatto a scappare ancora devono capirlo. Si è lanciato con una corda legata al gancio della ferrata in cima. Ma è stato così veloce che quando è arrivato Valter con l’elicottero, già non c’era più.» Continua a leggere “Il risveglio di Ernesto – VIII”

Il risveglio di Ernesto – VII

«Com’era vestito?» chiese d’improvviso Cotton che non riusciva a togliersi dalla mente la maglia gialla sparita dalla bacheca «maglietta bianca e pantaloni neri… e il… pazzo… Il killer?» domandò Ernesto senza sapere come chiamarlo per nascondere quella sensazione di desolazione dentro ma volendo conoscere anche gli altri particolari per avere un quadro completo della tragedia che aveva affrontato e sapendo che l’altro aveva seguito la scena con il binocolo «tutto nero dalla testa ai piedi, in faccia aveva una maschera tipo ninja, irriconoscibile. Come ha fatto a scappare ancora devono capirlo. Si è lanciato con una corda legata al gancio della ferrata in cima. Ma è stato così veloce che quando è arrivato Valter con l’elicottero, già non c’era più.»

«È sparita la maglia. Ce l’aveva il morto nelle mani ieri, l’ho presa e rimessa al suo posto» iniziò a parlare di nuovo dopo che i carabinieri avevano rifatto le stesse domande per la seconda volta «stava lì» e indicò la bacheca. «Un turista nostalgico» disse il maresciallo e poi chiese il caffè e ordinò che il conto venisse inviato alla caserma. Lui e i suoi uomini accennarono ad andarsene «Ci starebbe bene una fetta di crostata ai mirtilli», disse leccandosi i denti con la lingua. Cotton aprì le mani con i palmi rivolti verso l’alto ma non fece commenti. Aveva già sopportato fin troppo quel giorno «magari domani» chiosò il maresciallo mentre seguiva i suoi uomini verso l’elicottero.

Ernesto era in procinto di andarsene, afferrò il portafoglio dalla tasca posteriore dei pantaloni e l’aprì per pagare il conto «lascia stare Alpino, offre la casa» gli disse Cotton mentre prelevava da un cassetto aperto una serie di fogli in una busta trasparente «non hai mai offerto neppure una mandorla, tu. Che ti è preso» commentò sornione il fruttivendolo, vedendolo tirare fuori una lettera minatoria fatta con le lettere di giornale. «Questa non è la caccia a un contrabbandiere Cotton e tu non sei più un forestale. Dovevi darli al maresciallo quei fogli» tagliò corto nel tentativo di andarsene subito da lì «perché li usasse per pulirsi il fondoschiena? L’hai visto no?»

Sapeva di aver commesso una scorrettezza nascondendo le prove ma era stato più forte di lui «Ascolta la mia idea, cosa ti costa?!» e vedendo che l’altro non rispondeva e non se ne andava, espose la sua teoria riguardo il complotto ai danni del morto. «Io non ho visto arabi da queste parti, né tantomeno cinesi» sentenziò il fruttivendolo trattenendo le risate dopo aver ascoltato le supposizioni del gestore del Floriani e se ne andò fingendo di non volerne più sapere niente. Tornato a casa, cercò il suo gatto e dopo averlo trovato fuori a giocare sull’erba, lo richiamò con un fischio «non crederai cosa mi è successo, gatto. Ho rischiato di non tornare più.» ma il gatto gli scodinzolava tra le caviglie e non sembrava impressionato «ma secondo te, Mauro ha ragione? C’è una Spy story dietro tutto questo?» iniziò a grattargli la schiena mentre, piegato sulle ginocchia, cercava di riannodare i pensieri. Il gatto si girò a pancia all’aria mostrando due macchioline grigie tra il pelo bianco e cominciò a giocare con le dita della sua mano «ho capito. Fai come mio padre: “Devi scoprirlo da solo” diceva sempre» si alzò per andare ad aprire la porta e dopo aver lanciato qualche urlo fino al Paradiso sbatté violentemente la porta «giornalisti! Fammi un favore gatto. Pensaci tu, dì a tutti che sono fuggito in Cambogia.» Si diresse in camera, poi a fare la doccia e quando stava per andare sotto l’acqua tornò indietro «devo trovarti un nome».

Il giorno dopo tutte le copie di giornale erano state vendute in paese e il pomeriggio precedente Ernesto era stato tempestato di domande da quando era arrivato a casa fino a quando aveva chiuso gli scudi per andare a dormire. Passino i clienti che avevano già saputo tutto prima che lui raggiungesse casa sua e volevano solo assicurarsi che stesse bene, ma anche i curiosi che non avevano bisogno dei suoi prodotti facevano domande fastidiose pur di condividere un momento di gloria, e peggio ancora i giornalisti, persino quella brunetta che parlava in tv sulla rai. Erano andati tutti a suonare al suo campanello.

 

Com’è ovvio immaginare, aveva risposto solo alla giornalista carina mentre gli altri li aveva cacciati in malo modo. In negozio sarebbe stata una processione continua, l’aveva già capito quando la Denis era arrivata a comprare un melone, lei che li pianta nel suo orto, e dopo aver tergiversato sul tempo era finita proprio a fare domande sul morto. E lui le aveva detto che non si ricordava niente. La donnona se n’era andata inviperita non avendo niente su cui spettegolare per fare invidia alle altre.

 

Continua…

Michela Santini

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Il risveglio di Ernesto – VI

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Ogni minuto che Marzio era rimasto nella sua casa era come se avesse tenuto in mano una bomba pronta ad esplodere. Scattava a ogni rumore che sentiva come il frigo in cucina o l’ascensore, vivendo attimi di panico prima di riprendersi. Con un nodo in gola e il fiato corto si muoveva circospetto guardando dietro ogni porta. Si era guardato allo specchio senza riconoscersi entrando in bagno, vedendo l’immagine di un uomo sconvolto, con gli occhi spalancati, pallido, e l’espressione terrificata dipinta in volto.

Una volta raccolto ciò che gli serviva era praticamente scappato di casa, lanciandosi con l’auto fuori dal parcheggio in apnea e fermandosi a rifiatare solo dopo una fuga di un chilometro e mezzo e due semafori rossi superati fortunosamente senza conseguenze. Un cicalino incessante gli rimbombava nel cervello come la colonna sonora di un film di Dario Argento, pensava di impazzire invece non si era allacciato la cintura di sicurezza.
Il suo primo e unico pensiero fu quello di nascondersi e l’ideale sarebbe stato trovare un nascondiglio in un luogo fuori dal mondo. Si ricordò del suo professore che al tempo del dottorato parlava sempre di un paese nelle Alpi Giulie. Alzò gli occhi sui segnali stradali che aveva davanti e prese la strada a destra in direzione nord verso la A14. Continua a leggere “Il risveglio di Ernesto – VI”

Il risveglio di Ernesto – V

La sera prima il cliente della quattro sostava appoggiato alla porta del rifugio con la maglietta in mano e lui gliel’aveva strappata con un certo sgarbo rimettendola al suo posto “questa non è in vendita, ti porto quella nel cellophane se mi dici la misura, però è verde” e l’interesse dell’altro era subito scemato “magari prima che riparto domani, voglio raggiungere il rifugio Sulla con un amico di un amico, mi ha convinto a fare la ferrata” Mauro l’aveva guardato di sbieco e gli aveva risposto che era troppo difficile per uno che viveva sul mare.

Avrebbe scommesso un biglietto in curva per l’Udinese, tanto era certo che l’avesse rubata lui. Se l’avesse avuto tra le mani gliel’avrebbe fatto capire bene come i montanari si comportavano con i ladri, poi si ricordò della palla di fogli e vedendo sopraggiungere già qualche turista in cerca di un tavolo per rifocillarsi, delegò a Simona mentre prendeva in mano il walkie talkie. Continua a leggere “Il risveglio di Ernesto – V”

Il risveglio di Ernesto – IV

Cotton rientrò nella sala dove Simona stava preparando la colazione per sé «il tizio della camera quattro quando se n’è andato?» Chiese curiosa, soffiando sul cappuccino chiaro che teneva con entrambe le mani «io non l’ho visto salendo» rispose distratto mentre rimetteva a posto le sedie intorno al tavolo più lungo. Simona lo guardò con aria interrogativa ma non fece alcun commento, però qualcosa attirò l’attenzione di Cotton che le rivolse prima uno sguardo indagatore e poi una domanda secca «nel letto non c’è?» osservando lei che muoveva la testa in modo negativo. Pensò che forse Alpino aveva davvero visto qualcuno sul crostone ma sarebbe stato un pazzo suicida se fosse partito senza guida.

Si girò per andare in bagno. Nei momenti in cui doveva pensare aveva scoperto che dedicarsi alle pulizie era l’attività migliore per trovare di nuovo il filo della matassa. Trovò il wc pieno di carta di quaderno appallottolata e prima di tirare lo sciacquone la raccolse con la mano guantata. Dovevano essere molti fogli accartocciati insieme perché l’involucro era compatto e si domandò perché il tizio della quattro arrivato la sera prima, li avesse gettati lì senza tirare la cordicella. Era stato l’ultimo a cenare e Cotton aveva già perlustrato il bagno prima di scendere in paese quella mattina, tutti gli ospiti se n’erano andati, tutti, tranne lui: sotto la palla vide galleggiare un palloncino giallo che impediva alla carta di bagnarsi. Continua a leggere “Il risveglio di Ernesto – IV”

Il risveglio di Ernesto – III

Riprese il cammino e raggiunse la famiglia francese che con molta pazienza tentava di far camminare i due bambini semi svestiti per il caldo. Accennò con la testa un saluto all’uomo che doveva essere il nonno, tanto era vecchio e canuto e salutò in italiano la donna molto più giovane. I bambini lo guardarono in silenzio, intimoriti, mentre passava con il suo passo cadenzato e costante. Anche Alpino per un po’ di tempo aveva pensato di farsi una famiglia ma non era capitata l’occasione giusta. In quel periodo lui e Bear Jo uscivano insieme ad altri tre del paese a far bisboccia al Bar Sport dopo il lavoro e si divertivano, soprattutto, non c’era nessuna donna a rovinare il divertimento. Sì, perché quando il Vasco si era fidanzato non si era più fatto vedere e quelle rare occasioni in cui tornava, la domenica, era diverso, con la camicia e le scarpe da città, abbracciato alla ragazza che gli dava certe gomitate nei fianchi ogni volta che per strada si girava a salutare quelli del bar, all’angolo con l’edicola e davanti alla chiesa. E così erano finiti anche gli altri tre. Solo Bear Jo aveva promesso di non sposarsi mai ma se n’era andato per un infarto mentre trasportava i rifornimenti al Floriani. Continua a leggere “Il risveglio di Ernesto – III”

Il risveglio di Ernesto – II

Cotton lo superò facendogli appena un cenno di saluto, non perché non provasse simpatia ma perché ogni movimento oltre al minimo per lui era uno spreco di energia. Parlava poco e quel poco che diceva era sempre scarno, misero e poco empatico. Per questo piaceva a Alpino e non piaceva a tanti altri. Ma Cotton se ne infischiava di quello che pensava la gente di lui. Sapeva che il suo rifugio era l’unico nella zona e tutti erano costretti a passare lì e poi la sua era la cucina tipica migliore di tutta la Carnia, anche per il rapporto qualità/prezzo. Perché sapeva fare bene i conti. In inverno, quando il rifugio era impraticabile, Cotton lavorava al CED di Udine occupandosi di allevatori e agricoltori. Dopo la morte di Bear Jo in tanti avevano provato a mandare avanti il Floriani chiudendo ogni anno in perdita e ritirandosi. «Che ci vuole, compri a tot e rivendi al doppio, come si fa a non guadagnare!?» commentavano quando qualcuno di loro conoscenza aveva provato e ci aveva rimesso anche le mutande.

Poi si facevano convincere a prenderlo in gestione e rimanevano scottati. In quegli anni Cotton ascoltava e guardava i conti «Questo non è il Sud Tirolo che gode di agevolazioni speciali — diceva — qui i guadagni sono magri e la gente poca» poi tre anni prima, a sorpresa, aveva firmato il contratto con la regione e non si era scottato mai, questa era la quarta stagione. Lui era soddisfatto anche se non lo dava a vedere, la regione era soddisfatta perché incassava puntualmente tutte le tasse e i turisti erano contenti perché c’era ampia scelta di piatti e bevande a tutte le ore ed era pulito, anche le quattro camere al piano superiore. Continua a leggere “Il risveglio di Ernesto – II”

Il risveglio di Ernesto – I

Il gatto balzò sul letto dopo aver superato l’armadio a due ante in legno di betulla ricavato all’inizio del secolo dal bisnonno Giovanni, e sulle mensole ricoperte di coppe vinte alle corse sui sentieri di montagna, passando poi con salto felino al cassettone alto, sempre di betulla con i cassetti storti e i pomelli di ottone grossi come mele fatto dal nonno Glauco che in guerra aveva perso l’uso del braccio sinistro. Da lì si era lanciato come ogni mattina quando la sveglia era suonata e dopo che il braccio peloso di Ernesto era uscito dal piumino per spegnerla brutalmente.

Dormiva sulla poltrona consunta in panno e lino pied-de-poule giallogrigio vicino alla stufa a legna, nella cucina rustica che era stata della sua padrona, si svegliava al suono del gallo e raggiungeva la camera da letto del solitario abitante della vecchia casa immersa nel bosco della Carnia. Esplorava circospetto la stanza, salendo sui vecchi mobili per osservare l’uomo dormire in attesa del segnale sonoro. Preciso come un orologio svizzero si lanciava ai piedi del letto, poi con elegante leggerezza evitava le dune sopra le gambe lunghe dirigendosi alla schiena muscolosa e tonica di Ernesto che restava sdraiato per godersi gli ultimi minuti di sonno. A quel punto il felino zampettava sinuoso fino al collo massaggiando piacevolmente la spina dorsale e andando a ronfare affettuoso al suo orecchio. Continua a leggere “Il risveglio di Ernesto – I”

Lo zerbino e la crociata, di Michela Santini

Dolci bambole (Pinterest)

Giuliana ha scoperto l’evento di Halloween e per lei festeggiare zucche, streghe e fantasmi è un atto vergognoso e dissacrante, irrispettoso della sua cultura religiosa. Perciò al lavoro ha già stampato una decina di fogli A4 su cui c’è scritto che ogni allusione alla festa di Halloween è una mancanza di rispetto verso la cultura italiana e cattolica e lo ha affisso sulle porte degli uffici.

I suoi colleghi non avevano mai visto Giuliana fare una battaglia morale per qualcosa che non fosse la puntualità e la costante presenza al lavoro e il diritto alla vita degli agnellini a Pasqua, la qual battaglia contro la tradizione cattolica strideva molto con la guerra in favore della festa dei santi e delle anime dei morti, sempre della stessa religione.

Giuliana non fa caso a cosa pensa la gente, agisce sempre nel giusto, guidata dall’intuito femminile che è certa di possedere in dosi massicce solo lei. Perciò comincia la settimana archiviando nei mobili al piano di sopra ogni oggetto che abbia il colore arancione, come le cartelline colorate, gli evidenziatori, i divisori, i contenitori, ecc. Continua a leggere “Lo zerbino e la crociata, di Michela Santini”

Lo zerbino

Giuliana è arrivata in ufficio quindici minuti prima di tutti anche oggi e si è fiondata in bagno. Si guarda allo specchio e non fa altro. Non ha mai saltato un giorno di lavoro, neppure quando sua madre si è operata al cuore, né quando sua sorella ha partorito, né quando suo fratello ha avuto un incidente stradale. Lei può e se ne vanta. Certo gli altri si ammalano, vanno in vacanza, si sposano, vanno in maternità, assistono al parto, sono presenti il primo giorno di scuola, alla recita scolastica e ai colloqui con gli insegnanti, assistono i genitori bisognosi, affrontano i lutti. Vivono.

Lei una vita non ce l’ha. Sembra comparire davanti alla Pacetti Industrie alle 7:45 e scomparire davanti alla Pacetti Industrie alle 18:15. Cosa faccia dopo è un mistero. Qualcuno dice di averla vista fare la spesa il venerdì sera al supermercato sulla tangenziale, ma il weekend per lei non esiste. Sostiene di aver avuto alcune storie d’amore ma tutte platoniche. Non sembra abbia amicizie al di fuori del lavoro e l’unico rapporto amichevole è quello con Simonetta che la usa come uno zerbino per tutte quelle attività troppo impegnative, lunghe e complicate che Giuliana svolge al suo posto con abnegazione perché poi Simonetta è sempre molto riconoscente. “Grazie Giuliana, cosa farei senza di te! Qui tutti mi trattano come un’approfittatrice. Solo tu mi sei amica”. Continua a leggere “Lo zerbino”

Il guscio della cicala – ebook

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Sinossi

Michele vuole tutto dalla vita e si aspetta di ottenerlo subito e senza resistenza. Non si accorge che ciò che ha lo deve a chi fino ad oggi glielo ha concesso per generosità o interesse. Per raggiungere il suo scopo è pronto a calpestare e usare chi gli sta intorno. Perdendo quasi tutto. L’unica cosa che gli resta è quel guscio protettivo costruito per lui da chi gli vuole bene.

Il Guscio della Cicala è la mia prima novella. L’unica che ho pubblicato finora e l’ho fatto grazie ad alcuni bloggers che mi hanno incitato a farlo tramite Steetlib. Avevo una certa difficoltà a scrivere storie perché oltre a descrivere un personaggio non sapevo fare. Perdevo interesse, diventava un semplice lavoro grammatico. Ho pensato che forse li rendevo troppo perfetti, poco umani, poco reali. Mi sono domandata come avrei potuto essere se fossi nata maschio e se avessi avuto in mente solo l’idea di diventare qualcuno per essere invidiato dagli altri. Da quelli che mi circondano e che come me, aspirano a farsi invidiare e copiare.

Così è nata questa novella, ingenua forse, una palestra, un’esperienza di apprendistato ma che mi ha insegnato come i personaggi peggiori sono spesso quelli di cui ho più cose da raccontare. Guardandomi dentro, osservando gli altri e superando il buonismo e la retorica che circonda tutti.

Lo voglio!!!

Oggi resto qui, con il sedere sulla mia sedia e la faccia appiccicata al mio PC. È tutta la mattina che ripeto un mantra che mi convinca ad andare in palestra e il mio subconscio lavora subdolo come un sabotatore per rovinare l’effetto dei miei messaggi motivanti. Ho il body nuovo addosso, tutto il tempo a dispozione, gli auricolari per ascoltare la mia musica preferita, ma alla fine vince la pigrizia.

E mi punisce il fato perché il tempo che avrei passato a sollevare pesi, lo getto, lo spreco, lo butto cercando bolle che son fuori posto riducendo il lavoro produttivo a poco più di trenta minuti.

E intanto attendo la mail d’invito di Pier Carlo per scrivere su Alessandria Today. Oddio e se non sono capace? Se non ho niente da dire? E che foto spedisco? Io mi cancellerei da tutte le foto fatte per sostituirle con una sagoma nera e un punto interrogativo. Sotto, la didascalia recita “sconosciuta anche a se stessa”.

È il momento di correre al laboratorio creativo. Lì si prenderanno cura di me. Terry e Catia guardano i miei lavori: sì, ci siamo quasi. La maglia cresce e tra poche righe sarà ora di ridurre, la sciarpa ai ferri invece procede a rilento, ho lavorato solo mezzo gomitolo e ne ho un altro intero che aspetta.

Ma cos’è quello? Il nuovo, morbido gomitolo di finta pelliccia color tortora. Già mi vedo con i ferri giganti a farmi un poncho o un giubbino con il cappuccio… Ma quando lo trovo il tempo, mi domando. E arriva la risposta subdola dello mio subconscio sabotatore… Lo voglio!!

Michela Santini

(raggiodisoledotblog.wordpress.com)

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