Momenti di poesia. La stanza delle chiavi antiche di Elena Mikhalkova

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“Una volta la nonna mi aveva dato un consiglio:
– Nei periodi difficili, vai avanti a piccoli passi.
Fai ciò che devi fare, ma poco alla volta.
Non pensare al futuro, nemmeno a quello che potrebbe accadere domani.
Lava i piatti.  Togli la polvere.
Scrivi una lettera. Fai una minestra.
Vedi?
Stai andando avanti passo dopo passo.
Fai un passo e fermati. Riposati.
Fatti i complimenti. Fai un altro passo. Poi un altro.
Non te ne accorgerai, ma i tuoi passi diventeranno sempre più grandi.
E verrà il tempo in cui potrai pensare al futuro senza piangere.”
Elena Mikhalkova

Momenti di poesia. “La mia mamma”, di Patrizia Caffiero

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Le generazioni si alternano con passo così lento che, in un mattino di aprile, scopri che tua madre è diventata una donna anziana, di colpo.

Nell’alba di un sonno serale cerchi per casa la sua assenza

‘formichina, formichina, dove sei?’

e non riesci a svegliarti, non prima di averla rivista, in piedi accanto allo scaffale dove riponi le conserve, tonno, riso, pasta, ceci e lenticchie, aurata di luce leggera, sfocata, come se si fosse rivelata a te solo per l’anima di gazzella che ha, in purezza.

Com’è bella tua madre, mi dicono tutti dopo averla incontrata la prima volta, ed è arcano il mistero per cui lei rimane attraente dietro le rughe.

Si supplica la madre di rimanere qui per tutto il tempo possibile, come si chiedeva la mattina prima di andare a scuola, il panino con la nutella.

Non è da tutti avere qualcuno come lei a sorvegliarti l’esistenza anche da lontano. Se si concentra, sa sempre cosa mi accade.

Quando avevo sette anni mi seguiva se mi allontanavo per esplorare le strade accanto al Cesare Battisti senza farsi vedere, per darmi spazio, per farmi provare cosa si sente a camminare da soli.

Infatti ce l’ho fatta: sono qui,, a curarmi ogni ferita; so uscire dalle trappole; so godere del pranzo che mi preparo con cura.

Finché non mi addormento.
Per sognare la mamma.

Momenti di poesia. “Il paese a cui tornare” di Patrizia Caffiero

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Se abiti in un paese
hai un paese a cui tornare

se te ne dovessi andare
fra strade sconnesse, grandi capitelli sostenuti da niente
la luce selvaggia, l’orizzonte disegnato a matita.
Passi lunghi e posati
maniche arrotolate
il cappello sulle ventitré.

Per molti anni non sapresti quanto ti manca
il paese.
Riempiresti ogni vaso di fiori, ogni scaffale di libri
giocheresti il gioco del ti conosco, e ti riconosco.

Molti bar dai tavolini lucidi, dal gestore distratto o troppo invadente
insegne a neon, sorprese che allargano i pensieri
un parrucchiere nuovo; molte nuove occasioni.

Non potresti prevedere quella fitta al petto, un giovedì qualsiasi
quando il tuo paese si farà avanti all’improvviso
gonfio di pioggia, di premonizioni
di odori pazzi di fieno tagliato, e riposto in mucchi ordinati.

Si toglierà la giacca venendoti incontro, con gli occhi lucidi
promettendo un abbraccio, vibrando di un sorriso astrale.

Non farai in tempo a sfiorarlo, a spiegarti: sarai già altrove,
tornata al tuo paese senza scarpe né borsa
una stella cometa
un semaforo interrotto
una bevanda ghiacciata sorbita in fretta.

Tanto amore nel viso chiuso,
lo splendore di un bacio non dato
il biglietto girato con un nome annotato.

La bambina che ti aspettava con le braccia
già aperte, e stringeva il tuo corpo per sempre.
Anche quello era stato un paese.

 

(Patrizia Caffiero)

Momenti di poesia: “Cercare una cosa” di Roberto Juarroz

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Cercare una cosa
è sempre incontrarne un’altra.
Così, per trovare qualcosa,

bisogna cercare quello che non è.
Cercare l’uccello per incontrare la rosa,
cercare l’amore per trovare l’esilio,
cercare il nulla per scoprire un uomo,
tornare indietro per andare avanti.
La chiave del cammino,
più che nelle sue biforcazioni,
il suo incerto inizio
o il suo dubbio finale,
è nel caustico umore
del suo doppio senso.
Si arriva sempre,
ma da un’altra parte.
Tutto passa.
Però al contrario.
Roberto Juarroz – 12ma poesia verticale – ‘Buscar una cosa’

Momenti di poesia: e.e.cummings

Blade Runner

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Così piccole mani

l tuo più tenue sguardo
facilmente mi aprirà

benché abbia chiuso me stessa
come dita
sempre mi apri petalo per petalo
come la primavera fa
toccando accortamente
misteriosamente la sua
prima rosa

e io non so quello che c’è
in te che chiude e apre
solo qualcosa in me
comprende che è più
profonda la luce dei tuoi
occhi di tutte le rose.

Nessuno
neanche
la pioggia ha
così piccole mani.

Edward Estlin e. e. cummings

 

Amori impossibili in poesia. “Bella”, di Raffaello Baldini

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Torna ogni tanto, per sua madre,
sta poco, due tre giorni, non esce mai,
io poi sono sempre fuori.
L’ho incontrata per caso, in farmacia,
“Ma quant’è che non ci vediamo?”
mi è sembrata più piccola
“Hai i capelli corti”, che li aveva lunghi, sulle spalle
ha chiuso gli occhi: “Ti ricordi dei miei capelli?”

Vinicio ci aveva fatto una passione.
E lei niente. Con quegli occhi verdi e il maglione giallo.
Le aveva fatto la corte anche Lele Guarnieri,
e la domenica veniva da Cesena
a ballare un biondo con una Giulietta sprint.
Io, era troppo bella, non m’arrischiavo.
Dopo l’ho accompagnata fino a casa
ha aperto, ho detto: “Cosa avrei pagato allora
per non portare gli occhiali!”

ha riso: “Ci vediamo fra altri vent’anni”
poi dal portone accostato, prima di chiudere,
m’ha guardato: “Mi piacevi”
senza ridere, “quante notti t’ho sognato!”.

Raffaello Baldini, Bèla, da Furistir

 

Originale:

Bèla

La tòurna d’ogni tènt, par la su mà,
la sta poch, du tri dè, la n scapa mai,
mè pu a so sémpra fura.
A la ò incòuntra par chès, tla farmacéa,
“Mo quan’èll ch’a n s’avdémm?”,
la m’è pèrsa piò znina,
“T’è i cavéll chéurt”, ch’la i éva longh, sal spali,
la à céus i occ: “Ta t’arcord di me cavéll?”

Vinicio u i éva fat una pasiòun.
E li gnént. Sa chi occ véird e e’ maiòun zal.
U i era ènca andè dri Lele Guarnieri,
e la dmènga l’avnéva da Ceséina
a balè un biònd s’una Giulietta sprint.
Mè, la era tròpa bèla, a n m’arisghéva.

Dop a la ò cumpagnèda fina chèsa,
la à vért, ò détt: “Cs’èll ch’avrébb paghè ‘lòura
par no purtè i ucèl!”,
la à ridéu: “A s’avdémm fr’agli èlt vint’an”,
pu da e’ purtòun custèd, préima da céud,
la m’à guèrs: “Ta m piesévi”,
senza réid, “Quanti nòti a t’ò insugné!”.

Il cantautore di Domodossola Alberto Fortis in una recensione da “Zona di disagio”

Tra demonio e santità

Lecce, 1979. Frequentavo il Quinto Ennio, scuole medie, ambiente culturale poco stimolante per una ragazzina di 10 anni già desiderosa di formazione costante; ma bilanciato dalla fortuna di avere Ilaria Corsi come compagna di classe. Non so dove viva e cosa faccia adesso, ma la ringrazio ancora perché mi introdusse, nei pomeriggi invernali dopo la scuola, al primo album di Alberto Fortis facendomi ascoltare i suoi vinili dal giradischi di casa sua; si chiamava come lui, “Alberto Fortis”, ed era sardonico, irreverente, lirico al tempo stesso: La sedia di lillà, Milano e Vincenzo, Nuda e senza seno, Vi odio a voi Romani

La mia passione per lui cominciò a bruciare; l’anno dopo, ecco l’epifania del secondo, il concept album Tra demonio e santità. Comprai due album, per il timore di rovinarne uno, perché ascoltavo i brani in continuazione.

Oltre ai testi e alla musica, persino il progetto grafico si è rivelato ad oggi, decenni dopo, senza tempo, meravigliosamente attuale. Il viso scarno e interessante  di Alberto Fortis ripreso in penombra, racconta già del  ripiegamento dell’artista all’interno di sè. Continua a leggere “Il cantautore di Domodossola Alberto Fortis in una recensione da “Zona di disagio””

Da un racconto di Tonino Guerra, di Patrizia Caffiero

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“Da un po’ di tempo mi sembra che le indicazioni più importanti della mia vita arrivino dall’ignoranza; cioè da persone che per ragioni di povertà e di lontananza dai centri più importanti, sono carichi di una personale visione del mondo. Insomma molto vicini a una vita animale…
I loro chiarimenti per un vivere giusto sono il frutto di esperienze maturate nell’ambito del nucleo familiare e spuntano da tortuose riflessioni personali.
Consigli e intendimenti che fioriscono sotto tempeste d’acqua e di neve. Pensieri che si muovono nel fango ma restano piantati nel cervello.
E’ come quando trovi il languore di una tinta rosa inimitabile sulla crosta di un legno rotolato sulla spiaggia.
Cerco verità nascoste con sempre maggiore insistenza e magari qualcosa di luminoso che può arrivarmi da questa gente sottomessa anche al vento. “

Tonino Guerra, “Racconti”

Buon 25 aprile, con le parole di Dino Buzzati

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Ecco, la guerra è finita.
Si è fatto silenzio sull’Europa.
E sui mari intorno ricominciano di notte a navigare i lumi.
Dal letto dove sono disteso posso finalmente guardare le stelle.
Come siamo felici.
A metà del pranzo la mamma si è messa improvvisamente a piangere per la gioia, nessuno era più capace di andare avanti a parlare.
Che da stasera la gente ricominci a essere buona?
Spari di gioia per le vie, finestre accese a sterminio, tutti sono diventati pazzi, ridono, si abbracciano, i più duri tipi dicono strane parole dimenticate.
Felicità su tutto il mondo è pace!
Infatti quante cose orribili passate per sempre.
Non udremo più misteriosi schianti nella notte che gelano il sangue e al rombo ansimante dei motori
le case non saranno mai più così immobili e nere.
Non arriveranno più piccoli biglietti colorati con sentenze fatali,
Non più al davanzale per ore, mesi, anni, aspettando lui che ritorni.
Non più le Moire lanciate sul mondo a prendere uno qua uno là senza preavviso, e sentirle perennemente nell’aria, notte e dì capricciose tiranne.
Non più, non più, ecco tutto;
Dio come siamo felici.

25 aprile, Dino Buzzati

Notre-Dame descritta da Victor Hugo

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“Era una di quelle giornate di primavera così belle e dolci che tutta Parigi, riversandosi nelle piazze e le passeggiate, festeggia come fossero domeniche.
In quei giorni luminosi, caldi e sereni c’è un’ora in cui più che mai è da ammirare il portale di Notre-Dame. E’ il momento in cui il sole, già inclinato verso l’occidente, guarda pressoché in faccia la cattedrale.
I suoi raggi, sempre più orizzontali, si ritirano lentamente dal selciato della piazza e risalgono a picco lungo la facciata, con vivace risalto sull’ombra dei mille rilievi a tondo, mentre il grande rosone centrale fiammeggia come un occhio di ciclope incendiato dai riverberi della fucina.”

Victor Hugo, “Notre Dame de Paris”

Immagine: Maurice Utrillo, “Notre-Dame”

“La prima colazione”, di Marco Pappalardo, un cortometraggio ispirato a un racconto di Patrizia Caffiero

“La prima colazione”
un cortometraggio di Marco Pappalardo liberamente ispirato a un racconto di Patrizia Caffiero

Il racconto “Prima colazione”, di Patrizia Caffiero, pubblicato nella raccolta “Incredibili vite nascoste nei libri”, edita da Musicaos Editore, ha ispirato un cortometraggio, scritto e realizzato da Marco Pappalardo.

Il regista Marco Pappalardo vive e lavora a Bologna dal 2000, è laureato in scienze del servizio sociale e lavora come assistente sociale. Dal 2016 crea, in collaborazione con la Biblioteca di Minerbio, il progetto de “I Videatori”, dove offre la possibilità a ragazze e ragazzi di imparare e sperimentarsi con il video, ritenuto uno strumento utile per proporre tematiche sociali ai più giovani in modo divertente. Un booktrailer realizzato con “I Videatori” si è classificato quarto, al Festival Mare di Libri di Rimini. Sul canale Youtube de “I Videatori” si possono visionare i vari cortometraggi e video realizzati in questi anni.

Il cortometraggio ‘La prima colazione’ è frutto di una sinergia con l’autrice del racconto Patrizia Caffiero e gli altri componenti dello staff (con la collaborazione di Erica Cameran, Marco Borio, Barbara Lanzoni) conosciuti presso il laboratorio teatrale condotto da Francesco Simonetta dei Cantieri Meticci di Bologna.

Gli interpreti del corto sono la stessa autrice, Patrizia Caffiero, con Ma ReaElia Quimey Bonafè e Carlotta Borio. Il racconto “Prima colazione” è incentrato sulla storia familiare di un bambino di nome Vince. Il piccolo ama suo padre ed è innamorato della sua bellissima mamma. Come ogni bambino della terra, vorrebbe che lei fosse felice. L’autrice, che nel racconto riesce a descrivere momenti familiari, anche difficili, ha incontrato la sensibilità del regista, che ha riletto la scrittura di Patrizia Caffiero realizzando la sceneggiatura originale de “La prima colazione”.

“La prima colazione”,

sceneggiatura: Marco Pappalardo
regia: Marco Pappalardo
interpreti: Patrizia Caffiero, Ma Rea, Elia Quimey Bonafè, Carlotta Borio
musiche: Jamendo.com
Parkside, Lucid Dreamer
Get Jazz – Geoff Harvey, Dark Mater

si ringraziano per la collaborazione: Erica Cameran, Marco Borio, Barbara Lanzoni

 

Lecce vista da Vittorio Bodini. Momenti di poesia

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* Lecce *
Biancamente dorato
è il cielo dove
sui cornicioni corrono
angeli dalle dolci mammelle,
guerrieri saraceni e asini dotti
con le ricche gorgiere.
Un frenetico gioco
dell’anima che ha paura
del tempo,
moltiplica figure,
si difende
da un cielo troppo chiaro.
Un’aria d’oro
mite e senza fretta
s’intrattiene in quel regno
d’ingranaggi inservibili fra cui
il seme della noia
schiude i suoi fiori arcignamente arguti
e come per scommessa
un carnevale di pietra
simula in mille guise l’infinito

Momenti di poesia: “Amore a prima vista” di Wislawa Szymborska

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Amore a prima vista
Sono entrambi convinti

che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da molto tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno « scusi » nella ressa?
un « ha sbagliato numero » nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso giocava con loro.

Non ancora pronto del tutto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
tagliava loro la strada
e soffocando una risata
con un salto si scansava.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o lo scorso martedì
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, forse già la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava su un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

Momenti di poesia: Cesare Pavese

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Girerò per le strade finché non sarò stanca morta
saprò vivere sola e fissare negli occhi
ogni volto che passa e restare la stessa.
Questo fresco che sale a cercarmi le vene
è un risveglio che mai nel mattino ho provato
così vero: soltanto, mi sento più forte
che il mio corpo, e un tremore più freddo
accompagna il mattino.

E desidero solo colori. I colori non piangono,
sono come un risveglio: domani i colori
torneranno. Ciascuna uscirà per la strada,
ogni corpo un colore-perfino i bambini.

Questo corpo vestito di rosso leggero
dopo tanto pallore riavrà la sua vita.
Sentirò intorno a me scivolare gli sguardi
e saprò d’esser io: gettando un’occhiata,
mi vedrò tra la gente.

Ogni nuovo mattino,
uscirò per le strade cercando i colori.
(Cesare Pavese)

“L’invenzione della solitudine” di Paul Auster: l’assenza del padre — prima della pioggia

Una mia recensione pubblicata oggi sulla rivista letteraria “Zona di disagio” su un autore e un libro che non potete non amare.

l'eta' della innocenza

Originally posted on Zonadidisagio: Nessun romanzo scritto da Paul Auster dopo “L’invenzione della solitudine” mi ha fatto innamorare dello scrittore come questo libretto, cominciato in modo dirompente dopo la morte del padre (1979); la sua prima prova di prosa, che pubblica nell’82. La partitura de “L’invenzione della solitudine” è unica: la prima parte, “Ritratto di…

via “L’invenzione della solitudine” di Paul Auster: l’assenza del padre — prima della pioggia

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