Momenti di poesia. La stanza delle chiavi antiche di Elena Mikhalkova

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“Una volta la nonna mi aveva dato un consiglio:
– Nei periodi difficili, vai avanti a piccoli passi.
Fai ciò che devi fare, ma poco alla volta.
Non pensare al futuro, nemmeno a quello che potrebbe accadere domani.
Lava i piatti.  Togli la polvere.
Scrivi una lettera. Fai una minestra.
Vedi?
Stai andando avanti passo dopo passo.
Fai un passo e fermati. Riposati.
Fatti i complimenti. Fai un altro passo. Poi un altro.
Non te ne accorgerai, ma i tuoi passi diventeranno sempre più grandi.
E verrà il tempo in cui potrai pensare al futuro senza piangere.”
Elena Mikhalkova

Amori impossibili in poesia. “Bella”, di Raffaello Baldini

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Torna ogni tanto, per sua madre,
sta poco, due tre giorni, non esce mai,
io poi sono sempre fuori.
L’ho incontrata per caso, in farmacia,
“Ma quant’è che non ci vediamo?”
mi è sembrata più piccola
“Hai i capelli corti”, che li aveva lunghi, sulle spalle
ha chiuso gli occhi: “Ti ricordi dei miei capelli?”

Vinicio ci aveva fatto una passione.
E lei niente. Con quegli occhi verdi e il maglione giallo.
Le aveva fatto la corte anche Lele Guarnieri,
e la domenica veniva da Cesena
a ballare un biondo con una Giulietta sprint.
Io, era troppo bella, non m’arrischiavo.
Dopo l’ho accompagnata fino a casa
ha aperto, ho detto: “Cosa avrei pagato allora
per non portare gli occhiali!”

ha riso: “Ci vediamo fra altri vent’anni”
poi dal portone accostato, prima di chiudere,
m’ha guardato: “Mi piacevi”
senza ridere, “quante notti t’ho sognato!”.

Raffaello Baldini, Bèla, da Furistir

 

Originale:

Bèla

La tòurna d’ogni tènt, par la su mà,
la sta poch, du tri dè, la n scapa mai,
mè pu a so sémpra fura.
A la ò incòuntra par chès, tla farmacéa,
“Mo quan’èll ch’a n s’avdémm?”,
la m’è pèrsa piò znina,
“T’è i cavéll chéurt”, ch’la i éva longh, sal spali,
la à céus i occ: “Ta t’arcord di me cavéll?”

Vinicio u i éva fat una pasiòun.
E li gnént. Sa chi occ véird e e’ maiòun zal.
U i era ènca andè dri Lele Guarnieri,
e la dmènga l’avnéva da Ceséina
a balè un biònd s’una Giulietta sprint.
Mè, la era tròpa bèla, a n m’arisghéva.

Dop a la ò cumpagnèda fina chèsa,
la à vért, ò détt: “Cs’èll ch’avrébb paghè ‘lòura
par no purtè i ucèl!”,
la à ridéu: “A s’avdémm fr’agli èlt vint’an”,
pu da e’ purtòun custèd, préima da céud,
la m’à guèrs: “Ta m piesévi”,
senza réid, “Quanti nòti a t’ò insugné!”.

Il cantautore di Domodossola Alberto Fortis in una recensione da “Zona di disagio”

Tra demonio e santità

Lecce, 1979. Frequentavo il Quinto Ennio, scuole medie, ambiente culturale poco stimolante per una ragazzina di 10 anni già desiderosa di formazione costante; ma bilanciato dalla fortuna di avere Ilaria Corsi come compagna di classe. Non so dove viva e cosa faccia adesso, ma la ringrazio ancora perché mi introdusse, nei pomeriggi invernali dopo la scuola, al primo album di Alberto Fortis facendomi ascoltare i suoi vinili dal giradischi di casa sua; si chiamava come lui, “Alberto Fortis”, ed era sardonico, irreverente, lirico al tempo stesso: La sedia di lillà, Milano e Vincenzo, Nuda e senza seno, Vi odio a voi Romani

La mia passione per lui cominciò a bruciare; l’anno dopo, ecco l’epifania del secondo, il concept album Tra demonio e santità. Comprai due album, per il timore di rovinarne uno, perché ascoltavo i brani in continuazione.

Oltre ai testi e alla musica, persino il progetto grafico si è rivelato ad oggi, decenni dopo, senza tempo, meravigliosamente attuale. Il viso scarno e interessante  di Alberto Fortis ripreso in penombra, racconta già del  ripiegamento dell’artista all’interno di sè. Continua a leggere “Il cantautore di Domodossola Alberto Fortis in una recensione da “Zona di disagio””

Da un racconto di Tonino Guerra, di Patrizia Caffiero

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“Da un po’ di tempo mi sembra che le indicazioni più importanti della mia vita arrivino dall’ignoranza; cioè da persone che per ragioni di povertà e di lontananza dai centri più importanti, sono carichi di una personale visione del mondo. Insomma molto vicini a una vita animale…
I loro chiarimenti per un vivere giusto sono il frutto di esperienze maturate nell’ambito del nucleo familiare e spuntano da tortuose riflessioni personali.
Consigli e intendimenti che fioriscono sotto tempeste d’acqua e di neve. Pensieri che si muovono nel fango ma restano piantati nel cervello.
E’ come quando trovi il languore di una tinta rosa inimitabile sulla crosta di un legno rotolato sulla spiaggia.
Cerco verità nascoste con sempre maggiore insistenza e magari qualcosa di luminoso che può arrivarmi da questa gente sottomessa anche al vento. “

Tonino Guerra, “Racconti”

Buon 25 aprile, con le parole di Dino Buzzati

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Ecco, la guerra è finita.
Si è fatto silenzio sull’Europa.
E sui mari intorno ricominciano di notte a navigare i lumi.
Dal letto dove sono disteso posso finalmente guardare le stelle.
Come siamo felici.
A metà del pranzo la mamma si è messa improvvisamente a piangere per la gioia, nessuno era più capace di andare avanti a parlare.
Che da stasera la gente ricominci a essere buona?
Spari di gioia per le vie, finestre accese a sterminio, tutti sono diventati pazzi, ridono, si abbracciano, i più duri tipi dicono strane parole dimenticate.
Felicità su tutto il mondo è pace!
Infatti quante cose orribili passate per sempre.
Non udremo più misteriosi schianti nella notte che gelano il sangue e al rombo ansimante dei motori
le case non saranno mai più così immobili e nere.
Non arriveranno più piccoli biglietti colorati con sentenze fatali,
Non più al davanzale per ore, mesi, anni, aspettando lui che ritorni.
Non più le Moire lanciate sul mondo a prendere uno qua uno là senza preavviso, e sentirle perennemente nell’aria, notte e dì capricciose tiranne.
Non più, non più, ecco tutto;
Dio come siamo felici.

25 aprile, Dino Buzzati

Notre-Dame descritta da Victor Hugo

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“Era una di quelle giornate di primavera così belle e dolci che tutta Parigi, riversandosi nelle piazze e le passeggiate, festeggia come fossero domeniche.
In quei giorni luminosi, caldi e sereni c’è un’ora in cui più che mai è da ammirare il portale di Notre-Dame. E’ il momento in cui il sole, già inclinato verso l’occidente, guarda pressoché in faccia la cattedrale.
I suoi raggi, sempre più orizzontali, si ritirano lentamente dal selciato della piazza e risalgono a picco lungo la facciata, con vivace risalto sull’ombra dei mille rilievi a tondo, mentre il grande rosone centrale fiammeggia come un occhio di ciclope incendiato dai riverberi della fucina.”

Victor Hugo, “Notre Dame de Paris”

Immagine: Maurice Utrillo, “Notre-Dame”

“La prima colazione”, di Marco Pappalardo, un cortometraggio ispirato a un racconto di Patrizia Caffiero

“La prima colazione”
un cortometraggio di Marco Pappalardo liberamente ispirato a un racconto di Patrizia Caffiero

Il racconto “Prima colazione”, di Patrizia Caffiero, pubblicato nella raccolta “Incredibili vite nascoste nei libri”, edita da Musicaos Editore, ha ispirato un cortometraggio, scritto e realizzato da Marco Pappalardo.

Il regista Marco Pappalardo vive e lavora a Bologna dal 2000, è laureato in scienze del servizio sociale e lavora come assistente sociale. Dal 2016 crea, in collaborazione con la Biblioteca di Minerbio, il progetto de “I Videatori”, dove offre la possibilità a ragazze e ragazzi di imparare e sperimentarsi con il video, ritenuto uno strumento utile per proporre tematiche sociali ai più giovani in modo divertente. Un booktrailer realizzato con “I Videatori” si è classificato quarto, al Festival Mare di Libri di Rimini. Sul canale Youtube de “I Videatori” si possono visionare i vari cortometraggi e video realizzati in questi anni.

Il cortometraggio ‘La prima colazione’ è frutto di una sinergia con l’autrice del racconto Patrizia Caffiero e gli altri componenti dello staff (con la collaborazione di Erica Cameran, Marco Borio, Barbara Lanzoni) conosciuti presso il laboratorio teatrale condotto da Francesco Simonetta dei Cantieri Meticci di Bologna.

Gli interpreti del corto sono la stessa autrice, Patrizia Caffiero, con Ma ReaElia Quimey Bonafè e Carlotta Borio. Il racconto “Prima colazione” è incentrato sulla storia familiare di un bambino di nome Vince. Il piccolo ama suo padre ed è innamorato della sua bellissima mamma. Come ogni bambino della terra, vorrebbe che lei fosse felice. L’autrice, che nel racconto riesce a descrivere momenti familiari, anche difficili, ha incontrato la sensibilità del regista, che ha riletto la scrittura di Patrizia Caffiero realizzando la sceneggiatura originale de “La prima colazione”.

“La prima colazione”,

sceneggiatura: Marco Pappalardo
regia: Marco Pappalardo
interpreti: Patrizia Caffiero, Ma Rea, Elia Quimey Bonafè, Carlotta Borio
musiche: Jamendo.com
Parkside, Lucid Dreamer
Get Jazz – Geoff Harvey, Dark Mater

si ringraziano per la collaborazione: Erica Cameran, Marco Borio, Barbara Lanzoni

 

Lecce vista da Vittorio Bodini. Momenti di poesia

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* Lecce *
Biancamente dorato
è il cielo dove
sui cornicioni corrono
angeli dalle dolci mammelle,
guerrieri saraceni e asini dotti
con le ricche gorgiere.
Un frenetico gioco
dell’anima che ha paura
del tempo,
moltiplica figure,
si difende
da un cielo troppo chiaro.
Un’aria d’oro
mite e senza fretta
s’intrattiene in quel regno
d’ingranaggi inservibili fra cui
il seme della noia
schiude i suoi fiori arcignamente arguti
e come per scommessa
un carnevale di pietra
simula in mille guise l’infinito

Momenti di poesia: “Amore a prima vista” di Wislawa Szymborska

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Amore a prima vista
Sono entrambi convinti

che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da molto tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno « scusi » nella ressa?
un « ha sbagliato numero » nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso giocava con loro.

Non ancora pronto del tutto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
tagliava loro la strada
e soffocando una risata
con un salto si scansava.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o lo scorso martedì
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, forse già la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava su un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

Momenti di poesia: Cesare Pavese

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Girerò per le strade finché non sarò stanca morta
saprò vivere sola e fissare negli occhi
ogni volto che passa e restare la stessa.
Questo fresco che sale a cercarmi le vene
è un risveglio che mai nel mattino ho provato
così vero: soltanto, mi sento più forte
che il mio corpo, e un tremore più freddo
accompagna il mattino.

E desidero solo colori. I colori non piangono,
sono come un risveglio: domani i colori
torneranno. Ciascuna uscirà per la strada,
ogni corpo un colore-perfino i bambini.

Questo corpo vestito di rosso leggero
dopo tanto pallore riavrà la sua vita.
Sentirò intorno a me scivolare gli sguardi
e saprò d’esser io: gettando un’occhiata,
mi vedrò tra la gente.

Ogni nuovo mattino,
uscirò per le strade cercando i colori.
(Cesare Pavese)

“L’invenzione della solitudine” di Paul Auster: l’assenza del padre — prima della pioggia

Una mia recensione pubblicata oggi sulla rivista letteraria “Zona di disagio” su un autore e un libro che non potete non amare.

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Originally posted on Zonadidisagio: Nessun romanzo scritto da Paul Auster dopo “L’invenzione della solitudine” mi ha fatto innamorare dello scrittore come questo libretto, cominciato in modo dirompente dopo la morte del padre (1979); la sua prima prova di prosa, che pubblica nell’82. La partitura de “L’invenzione della solitudine” è unica: la prima parte, “Ritratto di…

via “L’invenzione della solitudine” di Paul Auster: l’assenza del padre — prima della pioggia

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Momenti di poesia.”I giusti” di Jorge Luis Borges

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Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere un’etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina, che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

“I giusti” di Jorge Luis Borges  da “La cifra”, 1981

 

Cosa ti trattiene? Fai la tua mossa

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Lascia il lavoro. Comincia la relazione.
Oppure inizia il lavoro. Lascia la relazione.
Fa’ la tua mossa.
Di’ sì quando vuoi dire sì.
Di’ no quando vuoi dire no.
Resta. O parti.
O purchessia.
Ma non credere alla menzogna
che qualcosa ti stia trattenendo’
dal vivere la tua verità.
Nulla ti trattiene,
perché tu sei la Vita.
Sei Libero.
Tutto ciò che ‘ti trattiene’
è rabbia, colpa, vergogna.
E anche quella è una menzogna!
Perché paura, colpa e vergogna
non hanno potere su di te.
Sono solo emozioni.
È il tuo rifiuto di affrontarle
e sentirle
e abbracciarle
a trattenerti.
Perciò non possono trattenerti!
Lascia il lavoro. Comincia la relazione.
Oppure inizia il lavoro. Lascia la relazione.
Fa’ la tua mossa.
Di’ sì quando vuoi dire sì.
Di’ no quando vuoi dire no.
Resta. O parti. O rimani.
Fa’ quel dannato passo avanti.
E senti la paura, la colpa, la vergogna!
Lascia che vivano in te.
Lascia che brucino!
Alleluia!
Fa’ il passo comunque!
Anche con il disagio.
Anche con la paura.
E allora?
Sono solo emozioni.
Puoi contenerle.
Puoi entrare con loro
nella tua nuova vita.
Fa’ i passi avanti! Sì!
Trema, suda e vai avanti.
Sentiti finalmente libero.
Sentiti finalmente vivo.
Tremante, sì, ma vivo!
– Jeff Foster

Anzola ricorda Adelmo Franceschini

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Stasera alle 18 in sala consiliare ad Anzola dell’Emilia ricorderemo, senza retorica, con grande affetto un grande cittadino anzolese, scomparso nel 2017 a 92 anni.
Nonostante l’età non era invecchiato, era ancora un ragazzo.
Adelmo Franceschini. Ex deportato dei campi di concentramento, sindaco illuminato degli anni ’60-70 di Anzola, segretario CNA (non cito tutte le sue cariche) ma soprattutto un impegno instancabile nelle scuole di tutta Italia per parlare con bambini e ragazzi della Resistenza e dell’impegno civile.

Il nazismo ha provato ad annientarne la forza e il coraggio, rendendo Adelmo un numero. L’internato italiano numero 46737 del campo tedesco di Barsdof, dove giunse alla fine del 1943, dopo aver rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò. Franceschini sopravvisse per quasi due anni alla fame, al freddo e alla fatica, con i pochi stracci che aveva addosso durante i rigidi inverni tedeschi, ai lavori forzati in una fabbrica di missili 4 km fuori dal campo, e poi, negli ultimi mesi di prigionia, persino trascinato dai tedeschi sul fronte sul fiume Oder contro i sovietici, a scavare le trincee, e finì con una decina di compagni nel bel mezzo della ritirata dei nazisti. La sua liberazione giunse il 1° maggio 1945, ma potè tornare a casa solo a settembre di quell’anno. Per molto tempo Franceschini rimase in silenzio, impegnandosi nella politica e nel sociale (alla Camera del Lavoro e poi come sindaco in Municipio ad Anzola), con lo sguardo “verso il futuro, probabilmente per dimenticare l’orrore e tacendo sulla tragedia che aveva vissuto e che era costata la vita a tanti compagni. Poi, a decenni di distanza da quei fatti, la decisione di raccontare tutto a chi, per ragioni anagrafiche, non poteva aver visto: “Gli onesti non devono tacere”, si disse. E cominciò la sua missione civile fra i giovani.

49585658_2317394748497211_7019949721179389952_nOggi, se fosse vivo, sarebbe molto turbato dal gravissimo corso degli eventi, dal vento fascista che soffia in Italia; ma non avrebbe smesso di portare la parola SPERANZA alle nuove generazioni

Figli dell’epoca, di Wislawa Szymborska

 

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Siamo figli dell’epoca,

l’epoca è politica.

Tutte le tue, nostre, vostre

faccende diurne, notturne

sono faccende politiche.

Che ti piaccia o no,

i tuoi geni hanno un passato politico,

la tua pelle una sfumatura politica,

i tuoi occhi un aspetto politico.

Ciò di cui parli ha una risonanza,

ciò di cui taci ha una valenza

in un modo o nell’altro politica.

Perfino per campi, per boschi

fai passi politici

su uno sfondo politico.

Anche le poesie apolitiche sono politiche,

e in alto brilla la luna,

cosa non più lunare.

Essere o non essere, questo è il problema.

Quale problema, rispondi sul tema.

Problema politico.

Non devi neppure essere una creatura umana

per acquistare un significato politico.

Basta che tu sia petrolio,

mangime arricchito o materiale riciclabile.

O anche il tavolo delle trattative, sulla cui forma

si è disputato per mesi:

se negoziare sulla vita e la morte

intorno a un rotondo o quadrato.

Intanto la gente moriva,

gli animali crepavano,

le case bruciavano

e i campi inselvatichivano

come in epoche remote

e meno politiche.

 

(Dalla raccolta “Vista con granello di sabbia” di Wislawa Szymborska, Adelphi Edizioni, 1998)