Addio a Turi Simeti, «l’artista degli ovali»: una vita per l’arte astratta
Il mondo dell’arte contemporanea ha perso una delle sue figure più riconoscibili: Turi Simeti, «l’artista degli ovali», è morto a 91 anni in un ospedale di Milano, stroncato dal Covid. Originario di Alcamo, in Sicilia, è stato tra gli esponenti più rappresentativi dell’arte astratta italiana del secondo Novecento.
La cifra degli ovali
Dietro le lenti dei suoi inseparabili occhiali, Simeti amava ritrarre quegli ovali rigorosamente monocromatici che sono diventati la sua inconfondibile firma stilistica. Forme essenziali, ottenute lavorando la superficie della tela fino a farne emergere il rilievo: una ricerca rigorosa sulla luce, sull’ombra e sulla materia, che lo ha collocato nel solco dell’arte aniconica e analitica.
L’ovale, ripetuto, variato, declinato in serie infinite, è stato per decenni l’unico vero protagonista del suo lavoro. Non un soggetto da rappresentare, ma un elemento da indagare: spostato sulla tela, moltiplicato, isolato, fatto emergere dal supporto o appena accennato. Questa fedeltà a una sola forma, lungi dall’essere una limitazione, è diventata la condizione di una ricerca profonda, in cui le minime variazioni di rilievo e di luce generano infinite possibilità percettive.
L’arte astratta del secondo Novecento
Per comprendere la portata del lavoro di Simeti occorre collocarlo nel contesto dell’arte italiana ed europea del dopoguerra. In quegli anni una parte significativa della ricerca artistica abbandonò la rappresentazione del mondo visibile — la figura, il paesaggio, la natura morta — per concentrarsi sugli elementi fondamentali del fare arte: la superficie, il colore, la luce, il gesto, lo spazio della tela stessa. È il terreno dell’astrazione, che nel secondo Novecento conobbe molte declinazioni.
Tra queste, particolare importanza ebbero le esperienze che indagavano la tela non più come finestra su un mondo da raffigurare, ma come oggetto fisico autonomo: una superficie da incidere, da estroflettere, da modellare. L’opera di Simeti, con i suoi ovali in rilievo che nascono dal lavoro plastico sul supporto, appartiene pienamente a questa stagione di ricerca, in cui il confine tra pittura e oggetto si fa sottile e la materia diventa essa stessa linguaggio.
Arte aniconica e monocromia
Il termine «aniconico» indica un’arte priva di immagini riconoscibili, che rinuncia deliberatamente alla raffigurazione di cose, persone o luoghi. La scelta del monocromo — la tela di un solo colore — è una delle vie più radicali di questa rinuncia: eliminando il contrasto cromatico e ogni riferimento figurativo, l’attenzione dell’osservatore si concentra interamente sulla superficie, sulle sue variazioni di rilievo, sul modo in cui la luce vi scorre e genera ombre. È in questo gioco quasi impercettibile di luce e materia che vive l’opera di Simeti: l’ovale non «rappresenta» nulla, ma esiste come pura presenza fisica e visiva.
Il legame con Alessandria
Poco prima del lockdown che avrebbe azzerato le attività culturali, Simeti aveva esposto alla Biennale di Arte Contemporanea di Alessandria, colpendo il pubblico presente all’inaugurazione per la determinazione e la presenza con cui aveva accompagnato le proprie opere. Un legame recente con il territorio, che rende la sua scomparsa particolarmente sentita anche in ambito locale.
Un’eredità che resta
La sua opera lascia un vuoto, ma anche un linguaggio riconoscibile e coerente, maturato lungo decenni di ricerca. Gli ovali di Turi Simeti continueranno a parlare di rigore e di sintesi, testimoniando una stagione dell’arte italiana che ha fatto dell’essenzialità la propria forza. La coerenza con cui ha esplorato un unico tema, senza cedere alla tentazione del cambiamento per il cambiamento, resta un esempio di disciplina creativa: la dimostrazione che la profondità, in arte, può nascere anche dalla concentrazione su pochissimi elementi.
La superficie come campo di ricerca
Uno degli aspetti più interessanti del lavoro di Simeti riguarda il modo in cui tratta la superficie della tela. Nell’arte figurativa tradizionale la tela è una soglia trasparente: lo sguardo la attraversa per raggiungere il mondo rappresentato, e la materialità del supporto tende a scomparire. Nell’opera di Simeti accade l’opposto. La tela non è più finestra ma corpo: viene lavorata, sollevata, modellata fino a generare il rilievo dell’ovale. L’attenzione dell’osservatore non va «oltre» la superficie, ma si ferma su di essa, sulla sua fisicità, sul modo in cui la luce ne accarezza le sporgenze e ne scava le cavità.
Questo spostamento ha conseguenze profonde sul modo di guardare. Un’opera così richiede tempo e movimento: cambiando il punto di osservazione, cambiando l’illuminazione, l’ovale appare e scompare, si rafforza o si attenua. L’opera non è mai del tutto uguale a se stessa, perché dipende dalla luce e dalla posizione di chi la guarda. È un’arte che coinvolge il corpo dell’osservatore, invitandolo a spostarsi, a cercare l’angolazione, a partecipare attivamente alla percezione.
Coerenza e disciplina di una vita d’artista
La carriera di Turi Simeti è anche una lezione di coerenza. In un mondo dell’arte spesso attratto dalla novità e dal cambiamento continuo, Simeti scelse di approfondire per decenni un unico motivo, convinto che la vera ricerca nasca non dalla varietà dei soggetti ma dalla profondità con cui se ne indaga uno solo. Questa fedeltà non è ripetizione sterile: ogni opera è una variazione, un piccolo passo nell’esplorazione delle possibilità della forma, della luce, del colore monocromo. La sua è la disciplina di chi sa che la libertà creativa può nascere anche da un vincolo accettato e attraversato fino in fondo.
Per questo la sua scomparsa, avvenuta a 91 anni, chiude la parabola di un artista che ha attraversato gran parte del secondo Novecento restando fedele a sé stesso. L’esposizione recente alla Biennale di Arte Contemporanea di Alessandria, poco prima del lockdown, testimonia che la sua determinazione era rimasta intatta fino agli ultimi anni: la stessa con cui, dietro le lenti dei suoi inseparabili occhiali, aveva continuato a interrogare i suoi ovali.
L’essenzialità come scelta radicale
Ridurre il proprio vocabolario artistico a una sola forma e a un solo colore è una scelta tutt’altro che facile. Significa rinunciare a tutto ciò che potrebbe distrarre o sedurre — la varietà dei soggetti, la ricchezza cromatica, il racconto — per affidarsi unicamente alla forza di pochissimi elementi. È la via dell’essenzialità, che attraversa tante esperienze dell’arte moderna e che richiede, a chi la percorre, un grande rigore. Nulla può essere superfluo, perché in un’opera così spoglia ogni minimo dettaglio acquista un peso enorme: la curva di un ovale, la profondità di un rilievo, la tonalità di un bianco o di un nero diventano l’intera sostanza dell’opera.
In questa scelta si misura la coerenza di Turi Simeti, che ha fatto dell’essenzialità non un punto d’arrivo occasionale ma il principio di tutta una vita di lavoro. La sintesi a cui è giunto non è povertà, ma concentrazione: il risultato di una sottrazione paziente che lascia sulla tela soltanto ciò che è necessario. È per questo che la sua opera, pur così ridotta nei mezzi, riesce a trasmettere una sensazione di pienezza e di solidità, testimoniando una stagione dell’arte italiana che ha saputo trovare nella semplicità la propria forza.
Domande frequenti
Chi era Turi Simeti?
Un artista italiano originario di Alcamo, in Sicilia, tra gli esponenti più rappresentativi dell’arte astratta del secondo Novecento, noto come «l’artista degli ovali».
A che età è morto e per quale causa?
È morto a 91 anni in un ospedale di Milano, stroncato dal Covid.
Perché era chiamato «l’artista degli ovali»?
Perché la sua firma stilistica erano gli ovali monocromatici, forme essenziali ottenute lavorando la superficie della tela fino a farne emergere il rilievo.
A quale corrente artistica appartiene la sua opera?
All’arte aniconica e analitica: priva di immagini riconoscibili, incentrata su luce, ombra e materia anziché sulla rappresentazione.
Che cosa significa che la sua pittura era monocromatica?
Significa che le sue tele erano di un solo colore: eliminando il contrasto cromatico, l’attenzione si concentra sul rilievo della superficie e sul modo in cui la luce vi genera ombre.
Qual è il suo legame con Alessandria?
Poco prima del lockdown aveva esposto alla Biennale di Arte Contemporanea di Alessandria, colpendo il pubblico per la determinazione con cui accompagnava le proprie opere.
Marco Vivaldi
Redazione cultura
Giornalista culturale, scrive di arti visive, mostre e patrimonio storico-artistico del Piemonte e del Monferrato.