(storie di lockdown)

Chissà cosa mi aspetta stamattina. Prima avevo l’ansia dei minuti contati contro l’imponderabile, una velocità pazzesca nel susseguirsi e l’inerme sottostare alla tortura di vederli scattare uno dietro l’altro su un quadrante. Senza poterli comandare, sempre più veloci, che bastardi! Prima. E poi le solite domande in testa: ci sarà traffico? ci saranno lavori in corso? un percorso alternativo, una ruota sgonfia, il cancello carrabile fermo? Mi mettevo a girare per casa come un’ossessa: prendi il volume secondo, prendi il telecomando, controlla in borsa se c’è il cellulare, le scarpe sono pulite? Il rossetto sarà mica sbavato? Corri, corri, non avrò dimenticato il fornello acceso? Troverò la casa incendiata una di queste volte, sicuro!

Adesso no, quel trambusto prelavorativo non fa parte del tran tran. Non ne farà parte domani, dopodomani, nelle settimane, nei mesi a venire? Abbiamo imparato a lavorare da remoto. Tutti remoti e tranquilli, beati in casa propria pronti a cominciare con un click. Tranquilli non sempre, l’imprevisto è sempre in agguato. Alla modalità a distanza si adatta eccome: il modem che lampeggia, le linee sovraccariche, un codice sbagliato. Passati tutti gli esami sul buon funzionamento dello strumento, sono pronta. Ci vuole poco a pettinarsi, mettersi un maglioncino decente, controllare che il viso si presenti gradevole, solo un filo di trucco, un c’è e non c’è e il sorriso in aggiunta. Click: eccovi tutti. Si prospetta un giorno senza intoppi. Buongiorno, come va? Mi sentite? Io sì, per fortuna la linea va che è una meraviglia. Niente affanni, da questo momento l’immagine deve essere serena, sicura di sé e determinata. Dall’altra parte, le numerose finestrelle mostrano i volti, ognuno fatto a modo suo per dimensioni, nitidezza, scenario, predisposizione. C’è perfino uno sfondo da potersi attaccare dietro, si va dai Tropici al Monte Fuji, o all’usuale sentiero di un parco nostrano tutto verde e fiori. Oddio, e dietro? Non visti si aggirano intorno alla lezione mamme, papà, fratelli (e nonni perfino), con il proprio modo di pensare, curiosità o riservatezza, suggerimenti o incursioni inattese. Quante volte l’avviso “Vi preghiamo di non comparire in videocamera, prevenire occasioni di distrazione e lasciare che la classe lavori senza interruzioni esterne”? Poi la richiesta è entrata a far parte delle regole basilari, largamente diffusa, ufficiale, ma… Ma qui nessuno chiede un appuntamento, nessuno bussa alla porta per entrare – dov’è la porta? Passano dietro al pc, li avverto, sono fantasmi trasparenti, magari a microfono non attivo fanno osservazioni, commenti, mandano improperi, chi lo sa? Dettagli che non lasceranno traccia, non pensiamoci, bisogna sorvolare. Quel che è in luce sono i visi presenti. Presenti è una parola strana da dirsi in condizioni virtuali, remote, da distanziamento al limite. D’improvviso li perdo, alcuni corrispondono a una semplice lettera sul fondo scuro. La lettera è il nome, il nome è la persona, una mise en abyme presa in prestito dalle arti. Provo affetto per quella lettera, sento che vibra se ci passo sopra il puntatore del mouse. Ma no, è la sua voce che fa vibrare la lettera! La chiamo, quella lettera. In questo momento non ha niente a che fare con lo strumento, non è l’interfaccia, non è un semplice segno. Quella lettera colorata racchiude tutte le caratteristiche di chi rappresenta. Il nome mi ascolta, mi vede, si concentra, si distrae, ritorna vigile. La lettera forse ora è in difficoltà sulle risposte, arrossisce forse, la sua voce diventa bassa e appena percettibile. Poi la lettera, ovvero il nome, ovvero la persona che c’è dietro, cade nel silenzio: non sa cosa dire o c’è una difficoltà di connessione? Non c’è tempo, devo proseguire, volgere l’attenzione e interloquire con altri. Qualcuno appare con il viso intero e chiaro, altri sono dimezzati dalla posizione della fotocamera: la fronte in primo piano, gli occhi al limite dell’inquadratura e poi nient’altro. Sposto lo sguardo sul display. Ecco, altri mostrano solo la bocca, il naso e gli occhi a metà. A me gli occhi, vorrei dire, ma me lo risparmio. Come fare a spaziare in una superficie così avara? Mi accontento di una sufficiente vista d’insieme, il mosaico di facce che si sforza di essere il quadro coerente, la platea pensante. Lo schermo è vivo, indubbiamente. Peccato che ogni tanto i movimenti si fermino, e si interagisce con una sola espressione, catturata e immobile. Anche la storia si costruisce in fotogrammi e sequenze, una mano paziente e precisa li ricuce su una linea (quasi) infinita – il nostro ridicolo tempo invece è tanto effimero. E noi dal corpo immateriale, segmenti emozionali in etere, siamo già storia?

(testo pubblicato nella rivista “Quaderni” del Movimento letterario-artistico UniDiversità, n. 2/2021 – aprile ’21)

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