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Poesia e Letteratura

«Il branco uccide. Caccia al Drago Giallo» di Marina Crescenti: il noir senza sconti

Il branco uccide. Caccia al Drago Giallo di Marina Crescenti: il noir senza sconti

Notte fonda, un capannone abbandonato, una lama che brilla nel buio: si apre così Il branco uccide. Caccia al Drago Giallo, il romanzo noir di Marina Crescenti. Una scrittura «tagliente e brutale» che porta il lettore dentro un mondo dove la crudeltà «gocciola da ogni pagina» e dove i sentimenti, quando affiorano, sembrano destinati a sgretolarsi al primo urto.

La seconda avventura del branco

Al centro della storia c’è Oscar e il suo branco: figure che affrontano il mondo con il piglio di chi ogni giorno deve fare i conti con un’anima «spietata», segnata da abusi e sofferenze patite, «pane quotidiano» della loro infanzia. In questa seconda avventura il gruppo si misura con un nemico altrettanto feroce — il Drago Giallo — in una caccia in cui nulla, se non la vendetta, sembra in grado di placare la furia. Ma il pericolo, avverte la narrazione, potrebbe arrivare anche da molto più vicino.

La scelta di un protagonista plurale, il «branco», colloca il romanzo in una tradizione narrativa che predilige il gruppo al singolo eroe. Non c’è un investigatore solitario che ristabilisce l’ordine, ma una comunità di emarginati che si muove secondo un proprio codice. È una struttura corale che permette di moltiplicare i punti di vista e di tenere alta la tensione: ogni componente del branco porta con sé un passato e un possibile tradimento, e la minaccia può annidarsi tanto all’esterno quanto all’interno del gruppo.

Il clima del «poliziottesco»

La cifra del romanzo è il richiamo a un immaginario preciso: quello del cinema poliziesco italiano degli anni Settanta e Ottanta, i cosiddetti poliziotteschi, che si insinua prepotente tra le righe e «prende a calci i sentimenti». Una storia dalla doppia faccia, in cui la violenza lascia talvolta spazio all’amore e all’amicizia, riaffacciando speranze e buoni propositi — anche se resta il dubbio che si tratti soltanto di «fantasmi» pronti a dissolversi.

Che cos’è il poliziottesco

Il poliziottesco è un filone del cinema di genere italiano fiorito tra i primi anni Settanta e i primissimi Ottanta. Nato sull’onda del successo dei polizieschi statunitensi e innestato sulla precedente stagione dello spaghetti western, mise in scena città attraversate dal crimine, commissari insofferenti alle regole, rapine, sequestri e regolamenti di conti. Erano film ruvidi, ritmati, spesso girati nelle metropoli italiane dell’epoca, che restituivano il clima di tensione sociale di quegli anni con un linguaggio diretto e una violenza esplicita.

Quel cinema codificò un repertorio di figure e di atmosfere — l’antieroe ai margini della legge, la giustizia che si fa da sé, l’ambientazione urbana e notturna, la colonna sonora incalzante — che ancora oggi alimenta romanzi, fumetti e serie. Richiamarsi al poliziottesco, come fa Crescenti, significa adottare uno sguardo disincantato sul bene e sul male, in cui i confini tra vittima e carnefice si fanno labili e nessun personaggio è del tutto innocente.

Il noir come genere

Il romanzo si inscrive nella più ampia famiglia del noir, che a differenza del giallo classico non si concentra sull’enigma da risolvere ma sull’atmosfera, sulla psicologia dei personaggi e su un fondo di pessimismo morale. Nel noir conta meno «chi è stato» e più «perché», e l’attenzione si sposta sulle zone d’ombra dell’animo umano. Il ritmo serrato, l’ambientazione cupa e la rinuncia a un lieto fine consolatorio sono tratti ricorrenti del genere, che Crescenti adotta senza attenuazioni: di qui la definizione di noir «senza sconti».

La narrativa italiana contemporanea attraversa del resto registri molto distanti tra loro, dal noir più cupo all’invenzione visionaria del romanzo di Fabrizio Ago tra telepatia e ambizione: confrontare opere così diverse aiuta a misurare quanto sia ampio lo spettro del romanzo di oggi.

Chi è Marina Crescenti

L’autrice porta nella scrittura una biografia singolare: istruttrice di tennis ed ex azzurra under 16 e under 18, Marina Crescenti coltiva la passione per il genere poliziesco anni Settanta che tanta fortuna ha avuto al cinema. Sconvolgente e spietato sono gli aggettivi che meglio descrivono il suo romanzo: un noir senza sconti, costruito su una tensione che non concede tregua.

La provenienza dal mondo dello sport agonistico non è un dettaglio neutro: disciplina, allenamento, capacità di reggere la pressione sono qualità che si riflettono anche nella costruzione di una narrazione tesa e priva di tempi morti. La scrittura di genere, del resto, vive proprio di controllo del ritmo e di gestione della suspense, e l’esperienza sportiva offre una sensibilità particolare per la tensione e per il momento decisivo.

L’ambientazione notturna e urbana

L’incipit del romanzo — la notte fonda, il capannone abbandonato, la lama che brilla nel buio — fissa subito le coordinate spaziali e atmosferiche tipiche del noir. Il buio non è soltanto uno sfondo, ma un personaggio a tutti gli effetti: nasconde, minaccia, amplifica la tensione. Gli ambienti degradati e periferici, i capannoni, le zone industriali dismesse sono luoghi cari a questo tipo di narrazione perché evocano abbandono e pericolo, restituendo il senso di un mondo ai margini in cui le regole ordinarie sono sospese.

Questa scelta scenografica dialoga direttamente con il cinema cui il romanzo si ispira. Il poliziottesco aveva fatto della città notturna, delle strade deserte e dei luoghi marginali il proprio teatro privilegiato, e Crescenti recupera quella grammatica visiva traducendola in pagina. Il lettore si muove così in uno spazio già carico di significato, in cui ogni angolo buio può nascondere una minaccia e la geografia stessa del racconto contribuisce a generare suspense.

La vendetta come motore narrativo

Al centro della trama c’è la vendetta, uno dei motori più antichi e potenti della narrazione di ogni tempo. È un’idea che spinge i personaggi all’azione e che struttura il racconto come una caccia: c’è chi insegue e chi è inseguito, c’è un torto da riparare e una resa dei conti verso cui tutto converge. La vendetta, però, è anche un tema ambiguo, perché chi la persegue rischia di trasformarsi in ciò che combatte, smarrendo il confine tra giustizia e ferocia.

Nel romanzo questa ambiguità è dichiarata fin dall’impianto: i protagonisti sono figure segnate da abusi e sofferenze, e la loro caccia al Drago Giallo nasce da un dolore profondo. La narrazione non li assolve né li condanna, ma li mostra nella loro durezza, lasciando che sia il lettore a misurare la distanza tra le ragioni del cuore e la spirale di violenza in cui sono immersi. È in questa tensione irrisolta che il noir trova la sua forza.

Perché il genere noir continua a sedurre

La fortuna duratura del noir e dei suoi sottogeneri si spiega con la sua capacità di parlare delle zone d’ombra della società e dell’animo umano senza infingimenti. A differenza della narrazione consolatoria, il noir non promette ordine ritrovato né giustizia piena: mostra un mondo imperfetto, in cui il male non viene mai del tutto sconfitto. Questa onestà disincantata è ciò che molti lettori cercano, perché restituisce una verità che le storie più rassicuranti tendono a nascondere. Un noir «senza sconti», come quello di Crescenti, porta questa attitudine alle sue estreme conseguenze, rinunciando a ogni attenuazione e accompagnando il lettore fino in fondo alla discesa.

Lo sport e la scrittura di genere

Il passaggio dal mondo dello sport agonistico a quello della scrittura, nel caso di Marina Crescenti, offre uno spunto interessante. Le discipline sportive di alto livello insegnano a gestire la tensione, a concentrarsi sull’obiettivo e a sopportare la fatica e la pressione del momento decisivo: qualità che, trasferite alla pagina, trovano un’applicazione naturale nella narrativa di genere. Un romanzo noir vive infatti di ritmo, di tempismo, di capacità di costruire e poi sciogliere la suspense, in un equilibrio che ricorda da vicino quello di una prestazione sportiva.

Non sorprende, dunque, che la scrittura di Crescenti sia descritta come tesa e priva di tempi morti. È il risultato di una sensibilità per il momento culminante e per la gestione dell’attesa che probabilmente affonda le radici anche nell’esperienza agonistica. La biografia dell’autrice diventa così una chiave per comprendere la sua poetica: una narrazione che non concede tregua, costruita con il controllo e la determinazione di chi è abituato a misurarsi con la sfida.

Domande frequenti

Chi è l’autrice del romanzo?

Marina Crescenti, istruttrice di tennis ed ex azzurra under 16 e under 18, appassionata del genere poliziesco anni Settanta.

Di che genere si tratta?

È un romanzo noir, descritto come «sconvolgente» e «spietato», con una scrittura «tagliente e brutale».

È un romanzo autoconclusivo?

No: il libro è presentato come la seconda avventura di Oscar e del suo branco.

Chi è il Drago Giallo?

È il nemico che il branco affronta in questa seconda avventura, in una caccia mossa dalla vendetta.

A quale immaginario si ispira?

A quello del poliziottesco, il cinema poliziesco italiano degli anni Settanta e Ottanta.

Che ruolo hanno i sentimenti nella storia?

Affiorano a tratti, lasciando spazio ad amore e amicizia, ma restano fragili, come «fantasmi» pronti a dissolversi.

Maria Sole Gatti

Maria Sole Gatti

Critica letteraria

Critica letteraria, si occupa di poesia contemporanea e narrativa italiana. Collabora con riviste culturali e segue da anni la scena poetica del Nord-Ovest.

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Ogni venerdì, una selezione di letture e appuntamenti letterari dal cuore del Piemonte.