Amalia Guglielminetti, la voce delle Vergini folli

Fra il 1907 e il 1913 Amalia Guglielminetti fu una delle voci più discusse della poesia italiana, letta come il caso di una donna che scriveva del desiderio in prima persona e non per interposta figura. Torinese di nascita e di formazione, morì nella stessa città nel 1941, in una condizione di isolamento che contrasta con la notorietà dei suoi anni migliori. La sua opera è tornata a circolare grazie a una serie di riedizioni.
Una famiglia di industriali del legno
Amalia Guglielminetti nacque a Torino il 4 aprile 1881 da Pietro Guglielminetti e Felicita Lavezzato, in una famiglia della piccola borghesia produttiva subalpina. Il bisnonno aveva impiantato in città una piccola industria di manufatti in legno che riforniva il Regio Esercito, e a quell’officina si deve, intorno al 1860, la messa a punto della borraccia militare in legno.
Alla morte del padre, nel 1886, la famiglia si trasferì presso il nonno Lorenzo, descritto dalle fonti familiari come un industriale parsimonioso e clericale, che volle per la nipote un percorso scolastico affidato a istituti religiosi. Quell’educazione severa è il fondo su cui si staglia la materia dei suoi primi libri, e spiega in parte lo scandalo che alcuni lettori vi trovarono.
Gli esordi sulla Gazzetta del Popolo
La prima collaborazione risale al 1901, quando cominciò a pubblicare versi sul supplemento domenicale della Gazzetta del Popolo. Da quelle prove nacque il volume d’esordio, «Voci di giovinezza», stampato a Torino nel 1903 dall’editore Roux e Viarengo.
Il libro non lasciò traccia. Sono versi di scuola, ancora dipendenti dai modelli correnti, in cui la voce personale dell’autrice non si distingue. La stessa Guglielminetti ne prese poi le distanze, e la critica successiva lo ha trattato come un apprendistato più che come un’opera.
Le vergini folli, 1907
Il riconoscimento arrivò quattro anni dopo con «Le vergini folli», raccolta di sonetti pubblicata a Torino nel 1907. Il manoscritto fu sottoposto ad Arturo Graf, che lo definì in pubblico una «collana preziosissima» di versi «belli e nuovi», e l’accoglienza della stampa torinese fu ampia. Dino Mantovani, sulla Stampa del maggio 1907, arrivò ad accostare la giovane autrice a Gaspara Stampa e a Saffo.
Il libro mette in scena figure femminili colte nell’attesa, nel rifiuto o nella tentazione, e lo fa con una tecnica metrica sorvegliata. La novità che i contemporanei percepirono non stava nella forma, sostanzialmente tradizionale, ma nel fatto che la materia amorosa fosse enunciata da una voce femminile senza schermi consolatori.
Vale la pena ricordare in quale contesto uscì. Nel 1907 la poesia italiana era divisa fra l’eredità dannunziana e le prime prove di quella che sarebbe stata chiamata la scuola crepuscolare, e Torino era uno dei centri in cui questa seconda tendenza si stava formando. «Le vergini folli» non appartiene del tutto a nessuna delle due correnti: conserva il gusto sonoro della prima e la disillusione della seconda, e proprio questa posizione intermedia ne ha reso difficile la collocazione nei manuali.
Il dialogo con Guido Gozzano
Poco dopo l’uscita della raccolta cominciò il rapporto con Guido Gozzano, che le aveva inviato «La via del rifugio» e che ricevette in cambio le «Vergini folli». Nella lettera del 5 giugno 1907 il poeta commentò i sonetti riconoscendone la solidità tecnica e insieme il debito verso i modi dannunziani dell’epoca.
Il carteggio fra i due, protrattosi negli anni seguenti, è stato pubblicato soltanto nel 1951 da Garzanti con il titolo «Lettere d’amore», a cura di Spartaco Asciamprener. È il documento che ha fissato nell’immaginario comune la coppia Gozzano e Guglielminetti, talvolta a scapito della lettura autonoma dei suoi libri.
Le seduzioni, L’insonne e il passaggio alla prosa
Nel 1909 uscì per Lattes «Le seduzioni», seguito nel 1913 da «L’insonne», stampato da Treves. In questi anni la scrittura si fa più asciutta: gli aggettivi diminuiscono, il verso si accorcia, la malinconia resta ma perde gli apparati decorativi della prima raccolta.
Il passaggio si spiega anche con le condizioni materiali del mestiere. La poesia, allora come oggi, non manteneva chi la scriveva, e la narrativa breve pubblicata su rivista era invece retribuita con regolarità. Dal 1913 la Guglielminetti affianca così alla poesia la narrativa, con «I volti dell’amore», cui seguono «Anime allo specchio» nel 1915 e «Le ore inutili» nel 1919. Scrive anche per il teatro: «L’amante ignoto», definito poema tragico, è del 1911, mentre la raccolta di commedie «Nei e cicisbei» esce da Mondadori nel 1926. Nel mezzo pubblica fiabe in versi e libri per ragazzi, un versante della sua produzione a lungo dimenticato.
Gli anni Venti e il processo
Nella Torino degli anni Venti la sua figura è ormai pubblica, e non solo per i libri. La relazione con lo scrittore Pitigrilli, pseudonimo di Dino Segre, finì in tribunale: l’accusa era di diffamazione, e il processo si chiuse con l’assoluzione per temporanea incapacità di intendere e di volere.
Furono anni in cui la sua scrittura in prosa si fece più mordace, come mostrano «La rivincita del maschio» del 1923 e «Il pigiama del moralista» del 1927. Il romanzo «I serpenti di Medusa», edito da La Prora, è del 1934 e appartiene già a una stagione diversa, segnata da un clima editoriale più sorvegliato.
Sei titoli per cominciare
Chi voglia avvicinarsi ai suoi versi può partire da alcuni testi fra i più citati, quasi tutti raccolti nei due libri del 1907 e del 1909:
- «Una voce»
- «Le seduzioni»
- «Vortice»
- «La solitudine»
- «La malinconia»
- «L’antico pianto»
Gli ultimi anni e la morte
Fra il 1935 e il 1937 la scrittrice visse a Roma, dove tentò senza fortuna la strada del giornalismo. Tornata a Torino, trascorse in solitudine gli ultimi anni. Morì il 4 dicembre 1941 per una setticemia sopraggiunta dopo una caduta dalle scale, mentre raggiungeva un rifugio durante un allarme aereo. È sepolta al Cimitero Monumentale di Torino.
La ricostruzione più affidabile della sua vicenda resta quella del Dizionario Biografico degli Italiani, che ne registra opere, edizioni e rapporti letterari; la voce enciclopedica in italiano ne raccoglie la bibliografia completa, comprese le ristampe recenti.
Una riscoperta lenta
Per decenni il suo nome è sopravvissuto quasi soltanto come appendice alla biografia di Gozzano. La situazione è cambiata a partire dagli anni Ottanta, quando editori di piccola e media dimensione hanno ripreso a stampare le sue raccolte, e con esse le novelle e il carteggio.
La ragione dell’interesse non è documentaria. Le sue poesie migliori registrano stati d’animo che la lirica italiana del tempo attribuiva raramente a una donna che parlasse per sé, e lo fanno senza compiacimento, con una lingua che ha retto meglio di altre l’usura di un secolo. Le raccolte del 1907 e del 1909 sono tornate in libreria in edizioni recenti, e diverse antologie dedicate alle poetesse italiane del Novecento le riservano ormai uno spazio stabile.
Domande frequenti
Quando e dove nacque Amalia Guglielminetti?
A Torino, il 4 aprile 1881, in una famiglia di piccoli industriali del legno.
Qual è la sua raccolta più nota?
«Le vergini folli», libro di sonetti pubblicato nel 1907 e accolto con favore dalla critica torinese.
Che rapporto ebbe con Guido Gozzano?
Un legame sentimentale e letterario nato nel 1907, documentato dal carteggio pubblicato nel 1951 con il titolo «Lettere d’amore».
Scrisse soltanto poesia?
No: pubblicò romanzi, novelle, commedie teatrali e fiabe in versi fra il 1911 e gli anni Trenta.
Come morì?
Il 4 dicembre 1941 a Torino, per setticemia, dopo una caduta dalle scale mentre raggiungeva un rifugio antiaereo.
Dove è sepolta?
Al Cimitero Monumentale di Torino.
Critica letteraria
Critica letteraria, si occupa di poesia contemporanea e narrativa italiana. Collabora con riviste culturali e segue da anni la scena poetica del Nord-Ovest.