La ballata delle anime inutili di Tommaso Avati

Poco più di centoquaranta pagine, un paese del Gargano e l’anno in cui l’Italia fascista promulga le leggi razziali: «La ballata delle anime inutili» di Tommaso Avati, uscito per Neri Pozza nella collana Bloom, è un romanzo breve che lavora per sottrazione e che sceglie come punto di osservazione lo sguardo di una ragazzina di tredici anni. Il libro accosta una vicenda familiare inventata a un fatto storico realmente accaduto in Puglia negli anni Trenta.
Una masseria, una famiglia, un anno
La storia si apre nel 1938. Sofia vive in una masseria del Gargano insieme a una famiglia numerosa, dentro un’economia contadina che scandisce il tempo sul raccolto e sulle stagioni. La casa ha tante camere quante sono le dita di una mano, e tutte ruotano intorno a un ambiente centrale che nessuno tratta come una stanza qualsiasi.
Quella stanza, bianca e tenuta a parte, è il cuore simbolico del racconto: è il luogo in cui, secondo la famiglia, avvengono i miracoli e vengono concepiti i figli. Avati la usa come una specie di camera di compensazione fra il sacro e il domestico, senza mai spiegarla del tutto.
Sofia e la parola come unica risorsa
La protagonista è l’unica della casa capace di scrivere, e proprio per questo si sente fuori posto. Il padre non le perdona di essere nata femmina e le riserva un soprannome sprezzante che le resta attaccato addosso come una condanna. Sofia ama le parole e non sa fare i conti, e in una famiglia che misura tutto in quintali e in giornate di lavoro questo la rende, ai suoi stessi occhi, inutile.
Il romanzo prende da qui il suo titolo e la sua domanda di fondo: che cosa rende una vita utile, e chi decide la misura. La risposta non arriva sotto forma di tesi, ma attraverso il modo in cui Sofia registra ciò che accade intorno a lei.
La scelta della voce narrante ha una conseguenza precisa sulla lingua del libro. Il lessico resta quello di una ragazzina che ha imparato a leggere e scrivere per conto proprio, e le cose grosse restano fuori campo oppure entrano deformate. È un procedimento che la narrativa italiana sul fascismo ha usato spesso, e che qui viene tenuto sotto controllo dalla brevità: il romanzo non concede al lettore il tempo di abituarsi.
Il fatto storico dietro la finzione
L’amicizia di Sofia con Pasquale, ragazzo che viene da San Nicandro, apre una seconda linea narrativa. Nel paese di Pasquale una parte della popolazione ha cominciato a osservare precetti ebraici, in un’Italia che in quello stesso 1938 stava costruendo la propria legislazione antisemita.
Non è un’invenzione. A San Nicandro Garganico, in provincia di Foggia, il contadino Donato Manduzio, nato nel 1885 e rimasto claudicante dopo il servizio militare, iniziò intorno al 1930 a leggere la Bibbia e a diffondere fra vicini e conoscenti l’osservanza del sabato e del Dio unico. Attorno a lui si formò un piccolo gruppo di braccianti che chiese di essere riconosciuto come comunità ebraica.
Una richiesta arrivata nel momento peggiore
La domanda del gruppo raggiunse le istituzioni ebraiche italiane fra il 1937 e il 1938, cioè alla vigilia dei provvedimenti razziali che avrebbero reso quel riconoscimento politicamente impraticabile. La pratica rimase sospesa per anni. Manduzio morì il 15 marzo 1948, e nel dopoguerra una parte dei sannicandresi che avevano aderito al suo insegnamento emigrò verso Israele.
Il romanzo non ricostruisce quella storia nei dettagli e non ne fa un saggio: la tiene ai margini, come una notizia che arriva in masseria attraverso le parole di un ragazzo. È una scelta di misura che evita l’effetto documentario e lascia al lettore il compito di andare a verificare.
Il 1938 visto da una masseria
L’anno scelto per l’ambientazione non è neutro. Nel luglio del 1938 viene pubblicato il cosiddetto manifesto degli scienziati razzisti, in autunno arrivano i decreti che escludono gli ebrei dalla scuola pubblica, dagli impieghi statali e da una lunga serie di attività, e alla fine dell’anno la legislazione antisemita è compiuta.
Nelle campagne del Sud tutto questo arriva filtrato: attraverso la radio, il parroco, il podestà, le voci di chi torna dal capoluogo. Avati lavora proprio su questo scarto, sulla distanza fra una norma scritta a Roma e il modo in cui la stessa norma viene capita o fraintesa in una masseria. Sofia registra frasi che non sa collocare, e il lettore le colloca al posto suo.
Chi è Tommaso Avati
Nato a Bologna nel 1969 e residente a Roma, Tommaso Avati lavora da anni fra cinema e narrativa. Nel 2014 ha ricevuto al Montreal World Film Festival il premio per la migliore sceneggiatura e nel 2020 un Nastro d’Argento per il soggetto, riconoscimenti che la scheda dell’editore riporta nella nota biografica.
La sua formazione universitaria è in scienze della comunicazione, con una tesi dedicata ai racconti di Raymond Carver e al cinema di Robert Altman: due riferimenti che aiutano a capire la sua misura narrativa, fatta di scene brevi e di dialoghi che dicono meno di quanto lascino intendere.
Il percorso narrativo precedente
Prima di questo libro Avati aveva pubblicato «Ogni città ha le sue nuvole» nel 2017 e «Quasi tre» nel 2018. Nel febbraio 2022 è uscito per Neri Pozza «Il silenzio del mondo», saga familiare che attraversa il Novecento italiano seguendo tre donne sorde, nonna, madre e figlia, e che ruota intorno alla lingua e alla fatica di comunicare.
Fra i due romanzi editi da Neri Pozza c’è una continuità evidente: entrambi mettono al centro persone che il mondo non ascolta, e in entrambi la storia italiana entra dalla finestra invece che dalla porta principale.
La scheda del libro
I dati essenziali per chi volesse cercarlo in libreria o in biblioteca:
- Titolo: «La ballata delle anime inutili»
- Autore: Tommaso Avati
- Editore: Neri Pozza, collana Bloom, 2023
- Estensione: 144 pagine, disponibile anche in edizione digitale
- Ambientazione: Gargano, 1938
Perché leggerlo oggi
Il libro è arrivato in libreria nel 2023 ed è stato presentato dall’autore in diverse città italiane, fra cui Foggia, a pochi chilometri dai luoghi in cui è ambientato. La brevità lo rende adatto anche a una lettura scolastica, e la vicenda di San Nicandro offre un appiglio concreto per parlare del 1938 senza passare dalle immagini consuete.
Resta soprattutto la voce di Sofia, che di quell’anno vede quello che può vedere una tredicenne: gli adulti che si contraddicono, le parole che cambiano peso a seconda di chi le pronuncia, la distanza fra ciò che si dice in casa e ciò che accade fuori.
Chi cerca un romanzo storico in senso stretto, con apparato di date e ricostruzione d’ambiente, troverà qui qualcosa di diverso. Il Gargano di Avati è un paesaggio mentale prima che geografico, e la vicenda dei contadini che si dichiararono ebrei serve a illuminare per contrasto la domanda iniziale, non a essere raccontata per intero. Per quella storia esistono saggi e ricerche d’archivio, e il libro ha il merito di indirizzare i lettori verso di essi.
Domande frequenti
Chi ha scritto «La ballata delle anime inutili»?
Tommaso Avati, autore nato a Bologna nel 1969 che lavora fra cinema e narrativa.
Quando e con quale editore è uscito il romanzo?
Nel 2023 per Neri Pozza, nella collana Bloom, in un volume di 144 pagine.
Dove e quando è ambientata la storia?
Nel Gargano, in Puglia, nel 1938, l’anno delle leggi razziali fasciste.
Chi è la protagonista?
Sofia, una ragazzina di tredici anni che vive in una masseria con una famiglia numerosa ed è l’unica in casa a saper scrivere.
La vicenda di San Nicandro è reale?
Sì: a San Nicandro Garganico un gruppo di contadini guidato da Donato Manduzio adottò l’osservanza ebraica a partire dagli anni Trenta.
Quali altri libri ha pubblicato Tommaso Avati?
«Ogni città ha le sue nuvole» nel 2017, «Quasi tre» nel 2018 e «Il silenzio del mondo» per Neri Pozza nel 2022.
Redazione cultura
Giornalista culturale, scrive di arti visive, mostre e patrimonio storico-artistico del Piemonte e del Monferrato.