Nassiriya 12 novembre 2003.

12 novembre 2003.
Ero giunto a Cracovia da Varsavia il giorno precedente.
Da lì a poco, la Nazionale Italiana di calcio avrebbe giocato in amichevole con la Polonia: una partita benedetta dal Santo Padre Giovanni Paolo II.
Una giornata come tante, se non fosse stato che mi trovavo in terra straniera e non pensavo a casa.
Non l’avrei fatto se non fosse stato che anche gli Azzurri erano lì, per pura coincidenza, e così accesi la TV della stanza d’albergo, mentre mi preparavo per uscire.
Niente smartphone, allora. Le notizie viaggiavano ancora su TV, radio e carta stampata.
Un gol di Cassano e tre gol per i Polacchi. Una disfatta.
Piccole tragedie senza conseguenze.
Nel corso del servizio, il cronista fece riferimento al “minuto di silenzio per onorare la memoria delle vittime dell’attentato di Nassiriya in Iraq, dove sono morti”, disse, “18 italiani”.
Poi un collegamento speciale.
Dall’Iraq.
Un attentato.
Alla base Maestrale, sede della MSU italiana dei Carabinieri.
Morti e feriti.
Molti morti.
Molti feriti.
Un camion-bomba.
Un camion cisterna pieno di esplosivo.
Nassiriya.
Chi l’aveva mai sentita prima?
Il pensiero corse veloce a conoscenti e amici che si trovavano in Iraq.
Possibile che si trovassero proprio a Nassiriya?
Non c’erano nomi, non ancora.
Il tempo si fermò.
Una fotografia che rivedo oggi, venti anni dopo, nella mia mente, come se l’avessi qui davanti, come se fossi ancora lì, in piedi, incredulo e sconvolto, in una stanza di albergo di Cracovia, davanti a una TV accesa per caso, aperta come una finestra con vista sull’Iraq.
Su Nassiriya.
Antonio Cassano e gli altri della delegazione italiana battuti dalla Polonia.
Umiliati e sconfitti.
Massimiliano Bruno
Giovanni Cavallaro
Giuseppe Coletta
Andrea Filippa
Enzo Fregosi
Daniele Ghione
Horacio Majorana
Ivan Ghitti
Domenico Intravaia
Filippo Merlino
Alfio Ragazzi
Alfonso Trincone
Massimo Ficuciello
Silvio Olla
Alessandro Carrisi
Emanuele Ferraro
Pietro Petrucci
Marco Beci
Stefano Rolla
19 italiani, non “18”.
E nove iracheni.
Umiliati e uccisi.
Perché non c’è gloria in quelle morti.
Non c’è stata possibilità di difesa, replica, confronto.
Umiliati e uccisi.
Non sconfitti.
Si è perso su un campo di calcio. Un campo da gioco.
E in molti, poco attenti a ciò che di concreto e di importante anima il mondo, se lo ricorderanno.
Io ricordo invece chi è stato ucciso…
e con loro, noi stessi e la libertà, il rispetto della vita umana, la democrazia…
Uccisi in teatro di guerra.
Si dice così.
Teatro.
Come se si trattasse di uno spettacolo.
Chiuso il sipario, si torna alla vita, alla pace.
Non è così.
Perché quel che ci gira attorno e anima l’esistenza va oltre una partita di calcio, uno spettacolo, una divisione di colori e una divisione politica, non basta il fischio finale, il tendone del sipario, una stretta di mano a mettere fine alle ostilità.
La guerra continua, continuerà sempre, finché ci sarà l’uomo.
Finché ci sarà un uomo convinto di essere nel pieno diritto di sottomettere un altro uomo.
In nome di un ideale, un principio, una ragion di Stato, un Dio.
Qualcuno non si riconosce in Nassiriya,
intesa in senso ampio come il luogo di quella strage e ciò che rappresenta da allora.
Qualcuno la snobba, la ripudia, la offende.
La umilia.
Ancora.
«Dieci, cento, mille Nassiriya»,
inneggiava, fra stadi e manifestazioni di piazza, una frangia estrema della stupidità umana.
Questo è lo stato dell’arte.
Per altri, furono eroi.
Eroi ai quali, tuttavia, nessuno ha ancora concesso una medaglia.
Ho sempre avuto difficoltà con la definizione di eroe.
Chi sono gli eroi?
C’è stato sicuramente un tempo in cui qualcuno può avere definito Cassano un eroe.
E in molti se lo ricordano, se glielo si chiede.
Un guaglione di Bari vecchia che giocava a pallone e che aveva una fama discutibile.
Nessuno o pochi ricordano invece le vittime di Nassiriya.
Sì, vittime. Non eroi.
Non riesco a vederli come eroi, perché il tempo e la storia non gli hanno concesso di esserlo.
Sono stati uccisi senza che avessero l’opportunità di combattere.
Sono stati assassinati. Vigliaccamente.
Da chi qualcuno è finanche in grado di giustificare ed è pronto ad accogliere, tout court, in barba agli insegnamenti della storia.
Umiliati, uccisi, assassinati… dall’espressione più vile e spietata dell’estremismo religioso, dal cosiddetto terrorismo di matrice confessionale.
Una matrice confessionale che ha un nome.
Un nome che non merita di essere citato, come non lo merita l’associazione terroristica responsabile di quell’attentato, né l’esecutore materiale, perché il mandante e unico responsabile è quel Dio di odio che ha armato quelle mani, invocato nel momento del martirio o dell’eccidio, la cui parola non può essere interpretata, secondo chi ritiene che il mondo debba essere un’unica Comunità sottoposta a un’unica Legge e a un unico Dio.
E poco importa se quel pensiero sia assolutamente incompatibile con i diritti umani, l’uguaglianza di genere e la libertà di espressione.
Qualcuno, anche qui in Italia, anche se Italiano, sarà disposto a difenderlo.
E ricorderà che il 12 novembre 2003 ha segnato un inutile gol, in una inutile partita amichevole di calcio, un discutibile calciatore di nome Cassano, da qualcuno considerato un eroe.
Ma non ricorderà Nassiriya.
Né ora né mai, perché non ci si riconosce.
Tornai dalla Polonia con la mia sconfitta, con la morte nel cuore.
Con una fotografia stampata nella mente che ancora rivedo, oggi, venti anni dopo, come se l’avessi qui davanti, come se fossi ancora lì, in piedi, incredulo e sconvolto, in una stanza di albergo di Cracovia, davanti a una TV accesa per caso, aperta come una finestra con vista sull’Iraq.
Su Nassiriya.
Per sempre…
(12 novembre 2023)
Nota del redattore:
Oggi, 12 novembre 2024, in ricordo dei Caduti di Nassiriya, ho sentito l’esigenza di ripubblicare questo mio pezzo dello scorso anno, in occasione dei vent’anni dall’attentato. Il mio pensiero di oggi è quello di allora e lo sarà sempre. Auspico la vostra indulgenza.
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