Vai al contenuto
Cultura & Lettere
Poesia e Letteratura

Le poesie di Grazia Deledda, un versante poco noto

Le pendici del monte Ortobene sopra Nuoro con lecci e muretti in pietra nella luce del tramonto
Immagine generata con AI

Di Grazia Deledda si ricordano quasi soltanto i romanzi e il premio Nobel del 1926. Molto meno noto è il fatto che la scrittrice nuorese abbia praticato anche il verso, soprattutto negli anni della formazione, lasciando una produzione poetica limitata per quantità ma utile a capire come si sia costruita la sua lingua. Sono testi che raccontano la Sardegna prima che diventasse lo scenario dei grandi libri.

Nuoro, 1871

Secondo i registri ufficiali Grazia Deledda nacque a Nuoro il 28 settembre 1871, da Giovanni Antonio Deledda e da Francesca Cambosu. Il padre, laureato in legge ma mai esercitante, era un possidente che si occupava di commercio e di agricoltura, fu sindaco di Nuoro nel 1863, aveva fondato una tipografia e vi stampava una rivista; componeva inoltre versi in sardo. Da quella casa, dove i libri e i caratteri mobili non erano una rarità, viene la prima frequentazione della poesia.

La Nuoro di quegli anni era un centro di poche migliaia di abitanti, molto distante dai circuiti culturali della penisola. È la condizione che spiega insieme la solitudine della sua formazione e la scelta, poi costante, di raccontare un mondo che i lettori del continente non conoscevano.

Una formazione irregolare

La sua istruzione scolastica si fermò alla quarta elementare, come accadeva alle ragazze del suo ambiente. Proseguì con lezioni private affidate a Pietro Ganga, insegnante nuorese di materie classiche che conosceva diverse lingue straniere, e soprattutto da autodidatta, leggendo quanto riusciva a procurarsi.

Ganga le impartì le basi di italiano, latino e francese; il resto venne dalle letture personali, con una predilezione dichiarata per la letteratura greca. Nei primi anni di attività contò molto anche l’amicizia con lo scrittore e archivista sassarese Enrico Costa, che le fece da tramite con l’ambiente editoriale isolano.

È un percorso che ha lasciato tracce evidenti nella sua scrittura: una lingua costruita sulla lettura più che sulla grammatica scolastica, con soluzioni che i critici hanno talvolta giudicato irregolari e che nel tempo sono state riconosciute come un tratto personale e non come un difetto.

L’esordio sulle riviste

Le prime pubblicazioni risalgono alla fine degli anni Ottanta dell’Ottocento, quando racconti e versi cominciano a comparire su periodici femminili dell’epoca. La giovanissima autrice spediva i testi per posta, pratica che in una comunità chiusa come quella nuorese suscitò disapprovazione.

Il riconoscimento di letterati affermati arrivò presto e le aprì la strada verso l’editoria nazionale. Nel 1900 sposò Palmiro Madesani, funzionario del ministero delle Finanze, e si trasferì a Roma, dove visse per il resto della vita senza mai smettere di ambientare in Sardegna la maggior parte dei suoi libri.

Paesaggi sardi e i versi giovanili

Il primo libro dichiaratamente poetico è «Paesaggi sardi», stampato nel 1896 dall’editore torinese Speirani. È una raccolta breve, in cui la descrizione dell’isola prevale sull’elemento narrativo e in cui compare già quella fusione fra stato d’animo e paesaggio che sarà la cifra dei romanzi.

Gran parte dei versi rimasti fu invece raccolta soltanto dopo la sua morte, nel volume «Versi e prose giovanili» curato da Antonio Scano e pubblicato da Treves nel 1938. È da quella sede che le antologie hanno attinto la maggior parte dei testi poetici oggi in circolazione.

La circostanza spiega anche perché questa parte dell’opera sia rimasta ai margini. Un libro postumo, uscito due anni dopo la morte dell’autrice e in un momento editoriale difficile, non ha avuto la circolazione dei romanzi, e la critica novecentesca lo ha trattato come materiale documentario utile a ricostruire una formazione, non come una produzione autonoma da valutare. Solo negli ultimi decenni gli studi sulla scrittura femminile italiana hanno ripreso a leggere quei testi per quello che sono.

I temi della sua poesia

Nella produzione in versi ricorrono pochi motivi, ripetuti con insistenza. Il primo è la memoria: oggetti, suoni e stagioni che riportano a un tempo precedente e alla distanza dalla terra d’origine. Il secondo è il paesaggio, descritto in tramonti, nuvole e pianure che valgono come figure di uno stato interiore.

Il terzo è la solitudine, intesa come condizione di chi vede più di quanto vorrebbe. Rispetto ai romanzi manca quasi del tutto la dimensione corale della comunità, con i suoi codici e i suoi conflitti: la poesia di Deledda è una scrittura in prima persona, priva di testimoni.

Sul piano formale i versi restano legati ai modelli ottocenteschi, fra strofe saffiche, endecasillabi e qualche prova in metrica libera. Non c’è ricerca di novità tecnica, e chi cerchi nella sua poesia anticipazioni delle avanguardie resta a mani vuote. Il valore sta altrove: nella precisione con cui vengono nominate cose concrete, dalle campane di una messa all’alba ai crisantemi di novembre, e nel modo in cui quella precisione regge il peso emotivo che le viene caricato addosso.

Alcuni titoli per orientarsi

Fra i testi che compaiono più spesso nelle raccolte antologiche dedicate al suo versante poetico:

  • «Idillio»
  • «Nel pomeriggio»
  • «Miniatura»
  • «Nuvole viaggianti»
  • «Le ricordanze»
  • «Il presente»

Dai versi al romanzo

La poesia resta per Deledda una fase e un margine. Il centro della sua opera è la narrativa, che si impone con «Elias Portolu» nel 1903 e prosegue con «Cenere» nel 1904, «L’edera» nel 1908 e «Canne al vento» nel 1913, considerato da molti il suo libro maggiore. Seguono «Marianna Sirca» nel 1915, «La madre» nel 1920 e «Il Dio dei viventi» nel 1922.

Il nucleo di quei romanzi è lo scontro fra una società patriarcale fondata sulla tradizione e le spinte delle generazioni nuove, con il destino e la colpa a fare da contrappeso alla volontà dei personaggi. La critica ha discusso a lungo come classificarla, oscillando fra verismo, decadentismo e tardo romanticismo, senza arrivare a una definizione condivisa.

Il Nobel del 1926

Nel 1926 le fu assegnato il premio Nobel per la letteratura, consegnato a Stoccolma l’anno successivo. Resta a oggi l’unica scrittrice italiana ad averlo ricevuto e la seconda donna in assoluto dopo Selma Lagerlöf. La motivazione dell’Accademia svedese richiamava la rappresentazione della vita nella sua isola e la comprensione dei problemi umani in generale.

Il premio consolidò una fama già internazionale: i suoi libri erano tradotti in numerose lingue e circolavano in Europa e nelle Americhe. La ricostruzione biografica completa è disponibile nella voce del Dizionario Biografico degli Italiani.

Gli ultimi anni e la fortuna postuma

Grazia Deledda morì a Roma il 15 agosto 1936 per un tumore al seno, malattia che aveva già trasfigurato in un racconto. Le sue spoglie riposano a Nuoro, nella chiesa della Madonna della Solitudine, ai piedi del monte Ortobene.

Nel 1937 uscì postumo «Cosima», romanzo largamente autobiografico che ripercorre gli anni della formazione nuorese, mentre l’anno seguente arrivò la raccolta dei versi giovanili. La casa natale di Nuoro è oggi un museo, e la voce enciclopedica in italiano raccoglie l’elenco completo delle opere e delle traduzioni.

Domande frequenti

Grazia Deledda ha scritto poesie?

Sì, soprattutto negli anni giovanili: la raccolta «Paesaggi sardi» è del 1896 e altri versi furono pubblicati postumi nel 1938.

Dove si trovano i suoi versi?

Nel volume «Versi e prose giovanili», curato da Antonio Scano ed edito da Treves nel 1938, e nelle antologie che ne derivano.

Quando e dove è nata?

A Nuoro, il 28 settembre 1871, in una famiglia di possidenti locali.

Quando ha ricevuto il premio Nobel?

Il Nobel per la letteratura le fu assegnato nel 1926 e consegnato a Stoccolma l’anno successivo.

Qual è il suo romanzo più noto?

«Canne al vento», pubblicato nel 1913, insieme a «Elias Portolu» del 1903 e a «Cenere» del 1904.

Dov’è sepolta?

A Nuoro, nella chiesa della Madonna della Solitudine, ai piedi del monte Ortobene.

Maria Sole Gatti

Critica letteraria

Critica letteraria, si occupa di poesia contemporanea e narrativa italiana. Collabora con riviste culturali e segue da anni la scena poetica del Nord-Ovest.