La neve del 5 Novembre racconto intimo di Sergio Batildi
La neve del 5 novembre
Era iniziata piano, come una confessione trattenuta. Dapprima solo qualche granello di luce sospesa, poi un lento tessuto che si distendeva sul mondo. Dalla finestra vedevo il giardino farsi vago, i contorni delle cose sparire come se il tempo stesso avesse deciso di tacere. Non c’era vento, solo quel silenzio che non chiede spiegazioni, e il respiro lento dell’inverno che tornava a posarsi sulle spalle del giorno.
Ho sempre pensato che la neve abbia memoria. Non la memoria degli uomini, fatta di parole e di rimpianti, ma quella più profonda, che custodisce il gesto di chi è passato senza lasciare traccia. Ogni fiocco sembra sapere dove cadere, come se il mondo gli avesse confidato un segreto.
Mi sono seduto accanto al vetro, una tazza tra le mani. Il vapore saliva piano, disegnando nuvole che si dissolvevano subito, come i pensieri che non osano restare. In quel momento ho pensato a lei. Al suo modo di tacere, che era diverso dal mio. Il suo silenzio non pesava, anzi, sembrava dare spazio al mondo.
Fuori, la neve continuava, indifferente e pura. Ogni cosa diventava uguale: la strada, il tetto, i rami nudi. Tutto coperto da una stessa fragile bellezza. E io, dentro quella quiete, ho sentito che la vita non chiede di essere capita, ma solo guardata.
Forse la caducità non è una condanna, ma una forma d’amore: il modo in cui le cose ci dicono addio senza far rumore.
Non so quanto tempo restai così, a guardare il mondo cancellarsi piano. La neve non cadeva più: scendeva, piuttosto, come se fluttuasse dentro un sogno che nessuno voleva svegliare. Ogni fiocco era un pensiero lento, un ricordo che si arrendeva al suo stesso peso.
Mi accorsi che il vetro cominciava ad appannarsi, e sul suo margine scrissi col dito il tuo nome, solo per vederlo svanire in pochi secondi. Era come rivederti: apparire, sorridere piano, e poi dissolverti, lasciando nell’aria un odore di freddo e di dolcezza.
Sai, quella sera non ho sentito dolore. Solo una specie di resa quieta, come se tutto, finalmente, trovasse il suo posto: le tue mani che non ci sono più, la mia voce che non chiama, le parole rimaste tra noi come foglie sul ciglio della strada.
Fuori, il mondo si era fatto bianco. Gli alberi sembravano statue in attesa di una primavera lontana. Ho pensato che forse l’amore è così: una stagione che torna, ma mai nello stesso modo. Un eterno cadere e sciogliersi, un continuo divenire acqua, poi silenzio, poi ricordo.
Il tempo, quella sera, smise di contare. Rimasi fermo, come se avessi paura di muovermi e interrompere il respiro della neve. E nel silenzio più assoluto, mi parve di sentire un passo leggero sul pavimento, o forse era solo la mia mente che, come un bambino, cercava ancora la tua ombra.
Quando la notte arrivò, la finestra era una tela dipinta di ghiaccio. Lì dentro, minuscole costellazioni si disegnavano da sole, come se il freddo avesse deciso di inventare un nuovo cielo solo per me. Allora capii che non c’è mai vera assenza, se impari a guardare abbastanza a lungo.
Stanotte ho lasciato la finestra socchiusa. La neve entra a piccoli passi, come se volesse vedere dove sei. Si posa sul davanzale, si scioglie subito, ma per un attimo illumina tutto: il tavolo, la sedia vuota, la mia mano che non sa dove posarsi.
Non ti scrivo più lettere da anni, eppure ogni volta che cade la prima neve, qualcosa dentro di me ricomincia a parlare. Forse perché era la tua stagione preferita, o forse perché in quel bianco che tutto copre, ritrovo il senso della tua presenza invisibile.
Ci sono giorni in cui credo davvero che tu sia ancora qui, nascosta tra il respiro del tè caldo e il suono lontano dei rami che si piegano.
Non serve crederci davvero, basta sentire.
Ho imparato che l’amore non finisce: cambia forma, si dissolve, si posa sul mondo come la neve di novembre. Non chiede più, non pretende. Solo resta, nel modo più silenzioso possibile.
E se domani il sole scioglierà tutto, se il giardino tornerà fango e terra, so che sotto quel velo d’acqua resterà il segno leggero del tuo passaggio.
La neve, come te, non resta mai. Ma ogni volta che torna, so che è venuta a ricordarmi che nulla va davvero perduto, se lo si sa guardare nel silenzio giusto.
Nota dell’autore
Questo racconto intimo è stato scritto nella casa di Alagna Valsesia, che Daniela amava molto, il 5 novembre del 2020; l’anno prima in questo giorno, Daniela era morta.
Da allora, ogni fiocco di neve porta con sé la sua voce che non parla più, ma che continua a cadere dentro di me, lenta, paziente, come se volesse ancora insegnarmi il silenzio.