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Arrivederci, ragazzi è un romanzo – e insieme un film – che nasce dalla memoria personale di Louis Malle, un ricordo d’infanzia che diventa testimonianza storica e racconto di formazione ambientato nella Francia occupata del 1944.

La storia si svolge in un collegio cattolico della provincia, un luogo apparentemente protetto dove la guerra sembra filtrare solo attraverso le voci degli adulti e i rumori lontani dei bombardamenti, ma che in realtà è attraversato da tensioni sottili, paure e segreti. Il protagonista, Julien Quentin, è un ragazzo intelligente e sensibile, osservatore attento di un mondo che sta cambiando troppo in fretta; l’arrivo di un nuovo studente, Jean Bonnet, taciturno e riservato, rompe l’equilibrio della classe e accende in Julien una curiosità che presto si trasforma in amicizia.

Malle racconta con precisione quasi documentaria la quotidianità del collegio: le lezioni, le camerate fredde, la mensa, le piccole rivalità tra compagni, ma sotto questa superficie si avverte un’inquietudine crescente, un’ombra che si allunga sui gesti più innocenti.

Copertina del libro 'Arrivederci ragazzi' di Louis Malle, edizione I libri verdi Junior, con illustrazione di una casa e un camion.

Julien scopre lentamente che Jean è ebreo e che i padri del collegio lo stanno proteggendo, un segreto che pesa come una responsabilità troppo grande per un ragazzo della sua età. In uno dei passaggi più intensi, Malle descrive lo sguardo di Julien che si posa sul compagno mentre prega in silenzio: «capì allora che non sapeva nulla di lui, e che quel nulla era già un abisso». La tensione cresce fino alla scena finale, quando la Gestapo irrompe nel collegio e arresta Jean insieme ad altri studenti e al direttore, padre Jean, colpevole di averli nascosti.

L’addio è rapido, brutale, e il celebre “arrivederci, ragazzi” pronunciato dal sacerdote diventa una ferita che Julien porterà per tutta la vita. Il romanzo non indulge nel melodramma: la forza sta nella sobrietà, nella capacità di mostrare come la guerra entri nelle vite dei bambini senza che essi comprendano davvero ciò che sta accadendo, e come la perdita dell’innocenza possa coincidere con la scoperta della crudeltà umana. Malle costruisce così un’opera che è insieme memoriale e denuncia, un frammento di storia raccontato con la lucidità di chi sa che il ricordo, per essere fedele, deve essere semplice, diretto e spietato.

Francesco Bianchi

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In un intreccio di memoria e romanzo, “Tigri e colonie” riporta alla luce la storia rimossa di tredicimila bambini italo‑libici deportati nel 1940, un dolore collettivo che l’Italia ha quasi dimenticato. La narrazione non si limita alla tragedia umana: accosta quelle vite spezzate alla presenza misteriosa e potente delle tigri indiane sul territorio nazionale, simbolo di forza e sopravvivenza in un Paese lacerato dalla guerra. Il risultato è un racconto che commuove e scuote, che trasforma la Storia in esperienza viva e ci obbliga a guardare negli occhi un passato scomodo. “Tigri e colonie” non è solo un romanzo storico: è un viaggio emotivo che restituisce voce agli innocenti e invita il lettore a non dimenticare. Un libro che si legge con il cuore in gola e che merita di essere acquistato, perché la memoria non può restare sepolta.

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