Quando le bombe cancellano le voci, qualcuno continua a parlare per tutti noi.
Pier Carlo Lava
Nelle immagini che arrivano dai fronti di guerra, tra macerie, fumo e silenzi spezzati dalle esplosioni, spesso compare una figura che non impugna armi: il reporter. È lì non per combattere, ma per testimoniare. I reporter di guerra sono gli occhi del mondo nei luoghi dove la verità è più fragile e più necessaria. Raccontano ciò che accade quando il diritto si sospende, quando la propaganda tenta di sostituire i fatti, quando la vita umana viene ridotta a statistica. Lo fanno sapendo che la loro presenza non li protegge, che la scritta “PRESS” sul giubbotto non è più una garanzia.
La storia del giornalismo è attraversata da nomi che hanno trasformato la cronaca in coscienza civile. Ryszard Kapuściński, che in Africa, America Latina e Medio Oriente ha raccontato le rivoluzioni come drammi umani prima che politici. Oriana Fallaci, che dal Vietnam al Medio Oriente ha portato in prima pagina la voce dei civili e l’ambiguità del potere. Robert Capa, fondatore di Magnum Photos, capace di rendere iconica la guerra con uno sguardo che non estetizza la violenza ma la inchioda alla realtà. Marie Colvin, corrispondente del Sunday Times, che ha scelto di restare a Homs per raccontare l’assedio siriano ed è stata uccisa nel 2012. James Foley, rapito e assassinato dall’ISIS nel 2014, simbolo di una generazione di reporter che ha pagato con la vita la scelta di non voltarsi dall’altra parte.
Accanto ai grandi nomi, c’è un elenco doloroso di vite spezzate. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio nel 1994 mentre indagavano su traffici illeciti legati alla guerra in Somalia. Anna Politkovskaja, giornalista russa che ha raccontato la Cecenia e le violazioni dei diritti umani, assassinata nel 2006. Tim Hetherington e Chris Hondros, morti a Misurata nel 2011 mentre documentavano la guerra in Libia. Shireen Abu Akleh, reporter palestinese-americana di Al Jazeera, uccisa nel 2022 mentre seguiva un’operazione militare in Cisgiordania. Ognuno di loro ha dimostrato che informare è un atto di responsabilità che può costare tutto.
Il lavoro del reporter di guerra non è soltanto descrivere gli scontri. È dare nome alle vittime, contestualizzare le immagini, smontare le narrazioni semplificate. È entrare negli ospedali bombardati, nei campi profughi, nelle strade svuotate, per restituire complessità a ciò che spesso viene ridotto a schieramenti. È anche resistere alla pressione delle parti in conflitto, alle minacce, alla censura, alla manipolazione. In un’epoca in cui i social accelerano la diffusione di notizie non verificate, il giornalismo sul campo resta l’ultimo argine contro la menzogna organizzata.
Oggi il mestiere è ancora più pericoloso. Le guerre “ibride”, i gruppi armati irregolari, la criminalizzazione dei media, l’uso mirato della disinformazione hanno trasformato i reporter in bersagli. Secondo i dati delle principali organizzazioni per la libertà di stampa, ogni anno decine di giornalisti vengono uccisi in contesti di conflitto o a causa del loro lavoro. Molti altri sono imprigionati, rapiti, costretti all’esilio. Eppure, nonostante tutto, qualcuno continua a partire.
Ricordare i reporter caduti non è un rituale retorico. È riconoscere che senza di loro la guerra sarebbe solo rumore, priva di volti e responsabilità. È ammettere che la democrazia ha bisogno di testimoni, soprattutto quando il potere tenta di riscrivere i fatti. Ogni articolo, ogni fotografia, ogni servizio dal fronte è un atto di fiducia nel lettore: la convinzione che conoscere la verità, anche quando fa male, sia il primo passo per non esserne complici.
Geo
Da Alessandria al mondo, Alessandria today sceglie di dare spazio a un giornalismo che unisce rigore, umanità e responsabilità civile. Raccontare il lavoro dei reporter di guerra significa riaffermare il valore della testimonianza in un tempo in cui l’informazione è spesso ridotta a slogan. La nostra testata, impegnata nella diffusione di un pensiero critico contemporaneo, dedica questo articolo a chi ha pagato con la vita la scelta di informare, perché la verità non resti sepolta sotto le macerie.
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