una lezione dalla natura.

una lezione dalla natura.

 

 

Pietro Messia, autore rinascimentale spagnolo del XVI secolo, nella sua celebre enciclopedia “Selva di varie lezioni” (un’opera enciclopedica di grande diffusione in Europa, tradotta e ampliata anche in italiano), raccoglieva conoscenze antiche su storia naturale, curiosità e rimedi, attingendo abbondantemente da classici come **Plinio il Vecchio** (nella *Naturalis Historia*) e **Aristotele**.

 

Nel capitolo dedicato agli animali che “hanno insegnato” agli uomini numerose medicine e rimedi, Messia riprende l’idea diffusa nell’antichità secondo cui l’osservazione del comportamento istintivo degli animali ha rivelato all’umanità proprietà curative di erbe e sostanze naturali. L’uomo, privo di un istinto infallibile come quello animale, ha imparato da questi “maestri non umani” come curare ferite, veleni e malattie.

 

Ecco alcuni esempi citati da Messia (e derivati dagli antichi):

 

– I **cervi** feriti da frecce mangiano l’erba **Dictamnus albus** (dittamo bianco, o dittamo di Creta), nota per facilitare l’estrazione di proiettili e la guarigione delle ferite. Plinio lo descrive come rimedio efficace, e Aristotele aggiunge che le **capre di Creta** fanno lo stesso, confermando l’uso in zone montuose dove l’erba cresce abbondante.

 

– Quando i cervi vengono morsi da ragni velenosi (detti “falangio” o phalangium), mangiano **granchi** per neutralizzare il veleno.

 

– L’erba **chelidonia maggiore** (Chelidonium majus) è utile per gli occhi: alcuni uccelli la usano per pulire e curare gli occhi dei pulcini, insegnando così agli uomini le sue proprietà oftalmiche.

 

– Le **tartarughe**, quando temono i serpenti velenosi, mangiano **origano** per immunizzarsi o proteggersi dal morso.

 

– La **donnola** (o least weasel) combatte i topi velenosi mangiando **ruta**, pianta repellente e antidotale.

 

– I **cinghiali** si curano da certe malattie mangiando **edera** o **granchi**.

 

– I **serpenti**, durante la muta della pelle quando sono deboli e si ritirano in tane, consumano le cime del **finocchio selvatico**, erba nota per migliorare la vista (da qui il detto antico sul finocchio come “erba che rischiara gli occhi”).

 

Questi esempi illustrano una visione antica della natura come “maestra”: gli animali, guidati dall’istinto divino o naturale, scoprono rimedi che l’uomo poi adotta per la propria medicina. Plinio, in particolare, nella *Naturalis Historia* (libro VIII e XXV-XXVII), elogia spesso come l’umanità sia debitrice agli animali per innumerevoli scoperte farmacologiche.

 

Questa prospettiva, lontana dalla scienza moderna, riflette un’armonia tra uomo e natura tipica del pensiero classico e rinascimentale: gli animali non sono solo risorse, ma veri e propri “consiglieri” involontari. Oggi, l’etologia e la farmacologia confermano che molti rimedi tradizionali derivano proprio dall’osservazione animale (come l’uso di erbe antiparassitarie o antidolorifiche), anche se filtrati attraverso millenni di tradizione.

 

Messia, compilando queste “lezioni varie”, contribuiva a trasmettere un sapere enciclopedico che mescolava mitologia, osservazione e autorità antiche, affascinando lettori del suo tempo e ricordandoci quanto la conoscenza umana sia spesso nata dall’umile imitazione della natura.

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Sergio Batildi scrittore e osservatore laterale, si muove tra poesia, narrazione, editoriale e riflessione culturale. Indaga il rapporto tra linguaggio, memoria e tecnologia,con particolare attenzione ai punti di attrito del discorso contemporaneo. Ha sviluppato il concetto di Algolirica, una pratica di scrittura che mette in dialogo umano e algoritmo senza rinunciare al dubbio, al silenzio, alla complessità. Scrive per chi legge piano e considera il pensiero una forma di resistenza gentile.

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Sergio Batildi

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