“Io amo questo Paese”: quando la memoria spezzata diventa un atto d’amore civile. Di Dorotj Biancanelli, Pomezia
Corre l’attimo in cui il silenzio di una sala gremita e attonita vale più di qualsiasi applauso.
È quel momento di raccoglimento che instrada alla consapevolezza, pronto a scuotere quei cuori disarmati non appena la verità, anche la più scomoda, trova spazio.
A Pomezia, presso il complesso Selva dei Pini, al calare della sera, un applauso sentito fa da cornice a quell’incontro che ha saputo fondere memoria e speranza: la presentazione del libro “Io amo questo Paese” di Emanuele Maria Latorre, ingegnere specializzato nella convalida di sistemi informatici in ambito farmaceutico e biotecnologico.
Un titolo semplice ma potente, capace di racchiudere il sentimento di chi, pur ferito dalle profonde contraddizioni della nostra Italia, continua a sostenerla e ad amarla così come si ama una persona cara che ha commesso un errore, ma che non ha smesso di credere nel proprio riscatto perché come sottolinea l’autore, chi sbaglia ha ancora il diritto di ravvedersi.
L’atmosfera è densa di attesa. I volti, diversi per età e professione, esprimono la stessa identica voglia di esserci, di ascoltare e soprattutto di comprendere.
In apertura, un video toccante proiettato da un abile tecnico informatico, ha attraversato cinquant’anni di cronaca italiana: immagini indelebili che racchiudono frammenti di tragedie diventati parte della nostra memoria, come il disastro della Costa Concordia, la strage di Ustica, il distacco provocato della funivia del Cermis, la devastante valanga di Rigopiano, il crollo del Ponte Morandi e lo straziante caso Cucchi.
Un mosaico di dolore e di quesiti irrisolti che ancora oggi chiedono, verità, giustizia e ammissioni di responsabilità.
Poi, silenziosamente tra le righe velate di un vissuto profondo, come una sentinella delle nostre coscienze assopite senza permesso, si è aggiunta Elena Giofrè, attrice intensa, voce e corpo di quella parte d’Italia che resiste all’intorpidimento della rassegnazione. Con un monologo d’effetto e sentito ha ripercorso le cronache oscure della nostra storia. Le sue parole, espresse con grande forza scenica, hanno riportato in superficie, le debolezze e le inconsistenze di un Paese che troppo spesso si scopre sorprendentemente impreparato, ma che, nonostante tutto, continua a sperare. Non mancano fin troppo spesso, giustificazioni incapaci e scarichi di responsabilità oltre ogni ragionevolezza.
Un tono non accusatorio ma un grido impavido ed educato che scava negli animi di chi chiede giustizia e spera nel non dover mai aprire nuove cicatrici.
Quando Emanuele Maria Latorre prende parola, lo fa con la semplicità di chi non cerca vetrine, ma con l’intento profondo di chi vuole imprimere alla memoria, dolori che non devono scivolare tra i vani di un incoerente dimenticatoio. Ha spiegato che il suo libro nasce per amore del Paese e del suo popolo: un sentimento profondo che si riflette nella volontà di lasciare al figlio di sei anni, una testimonianza capace di educare alla consapevolezza e al coraggio di credere in un’Italia che ricorda e che sa rialzarsi.
“Io amo questo Paese” diventa così uno strumento di mediazione mediante il quale fare pace con il passato, con la delusione e con l’Italia stessa, scritto con lo stesso inchiostro del dolore che urla il bisogno di una speranza credibile.
Viviamo in un tempo in cui l’indignazione si consuma alla stessa velocità dell’informazione ma, Latorre invita a fermarsi, per ricordare e per capire.
Ogni pagina del suo libro è una lente d’ingrandimento su vicende che hanno risonanza, ma che in pochi sentono di dover osservare davvero.
Al tavolo dei relatori, il sindaco Veronica Felici, ha portato i saluti istituzionali della città di Pomezia, sottolineando quanto sia fondamentale per la città abbracciare eventi di tale spessore civile e umano.
Ha espresso orgoglio nel vedere la sala gremita di persone, testimoniando come la cultura e la conoscenza, quando sfiorano le sensibilità umane, rafforzino il senso di comunità e di partecipazione. Ha spiegato come il libro di Latorre può ancora diventare un ponte tra generazioni.
La sua immancabile presenza, attenta e significativa, continua a rappresentare il volto di un’amministrazione attenta, che sostiene la cultura non come ornamento, ma come strumento di crescita collettiva. Tra i presenti, anche la consigliera Maria Rotonda Russo, simbolo di un impegno silenzioso ma elemento cardine a supporto della presentazione del libro mediante la cura degli aspetti organizzativi e di accoglienza.
Si è entrati poi nel vivo del dibattito: a partire dal tragico evento della Costa Concordia, dove il coraggio di chi resta per aiutare contrasta con la fuga di chi ha paura e pensa a mettersi in salvo, a quanto accaduto all’ Hotel Rigopiano, dove la neve diviene una tomba per chi aspetta soccorsi che non arriveranno mai, fino al ricordare il crollo del Ponte Morandi, simbolo tragico di una modernità convinta di costruire solidità eterne senza le opportune manutenzioni. Tre storie che, nella serata di Pomezia, hanno preso forma attraverso le parole dell’autore e le riflessioni degli ospiti che in molti sono intervenuti con quesiti e profonde curiosità.
Tra gli ospiti di rilievo erano presenti le Associazioni del territorio, le Forze Armate, le Forze dell’Ordine e la Protezione Civile.
Al tavolo, era presente il comandante Gregorio De Falco, già Senatore della Repubblica, nonché il coordinatore dei soccorsi della nave Costa Concordia, la cui partecipazione ha donato alla serata un’intensità straordinaria.
Con interventi mirati e profondamente costruttivi, ha saputo con competenza tecnica e sensibilità umana, restituire conoscenza e indurre riflessioni importanti sulle tematiche di sicurezza tessendo sinergia tra valore etico e civile.
La sua figura, entrata ormai nella memoria collettiva, è legata alla notte del naufragio della Costa Concordia, quando, nel gennaio del 2012, la sua voce ferma e autorevole risuonò nelle comunicazioni radio con il comandante Francesco Schettino.
In quella drammatica conversazione ordinò a Schettino di tornare a bordo. Non solo fu la voce del dovere, ma fu anche la coscienza di un’Italia che in quella notte tradita e trafitta dal dolore, si sentì anche orgogliosa di chi, come De Falco, non arretrò neanche per un istante davanti alle verità e alle responsabilità.
Ha argomentato con grande chiarezza e rigore, spiegando come la sicurezza non possa essere ridotta a un insieme di procedure scritte o di protocolli standardizzati, ma debba vivere nella coscienza di chi ha la responsabilità e l’autorità di decidere.
Ha ricordato che sulla Costa Concordia erano presenti scialuppe di salvataggio con una capacità sostanziale di circa 150 persone ciascuna, ma che in una situazione di emergenza, peraltro a pochi metri dalla costa, sarebbe stato possibile imbarcare anche 200 o 300 passeggeri, pur contravvenendo alle norme.
Solo il comandante, ha spiegato, possiede l’autorità necessaria per prendere decisioni simili, capaci di salvare vite umane.
In quell’occasione, ha onorato, Giuseppe Girolamo, giovane musicista di ventisette anni, che cedette il suo posto su una scialuppa a una donna che cercava di raggiungere il marito e il figlio, perdendo subito dopo, la vita. Un gesto di altruismo estremo che resta l’atto eroico di un coraggio silenzioso.
Se il comandante fosse rimasto a bordo, avrebbe potuto coordinare i soccorsi e probabilmente permettere il salvataggio di tutti. Sarebbe stato ricordato come un eroe, non come il protagonista di una delle pagine più dolorose e memorabili della nostra storia perché come ribadisce anche il comandante De Falco, chi sbaglia ha ancora il diritto di ravvedersi.
Durante l’incontro di Pomezia, De Falco ha attribuito a quell’episodio il suo significato più veritiero e profondo, liberandolo quasi da quell’enfasi mediatica che a tratti pare sovrastare la sostanza: il valore della vita umana, la necessità di una scelta decisionale che va ad anteporre la salvezza delle persone alle norme convenzionali.
Con professionalità e incisività, De Falco ha richiamato l’importanza di un binomio fondamentale: prevenzione e precauzione, l’una deve attingere dall’altra perché la prevenzione, ha sottolineato, serve a impedire che accada qualcosa dalle infauste conseguenze; la precauzione, invece, insegna a pensare, ad elaborare e a prevedere anche ciò che non è ancora accaduto. È l’etica del dubbio, l’arte di chiedersi se stiamo facendo abbastanza e soprattutto la capacità del mettersi in discussione manifestando il coraggio di esprimere i propri limiti.
Le sue riflessioni hanno toccato profondamente il cuore dei presenti in un rigoroso processo di pura sostanza: occorre disciplina in una società dove l’assenza di manutenzione, l’inadeguata sicurezza e l’insufficiente tutela della vita umana sembrano assumere il significato di un mero effetto collaterale della produttività e del profitto. Fermarsi per cautelare ciò che già esiste si tramuta oggigiorno, in una perdita di tempo che lede la competitività: la nascita di nuovi progetti diventa impellente, necessaria e si traveste di falsa efficienza. Ecco che la precauzione assume il ruolo di un atto di autentica rivoluzione.
“Essere competitivi non può significare oltrepassare i limiti della sicurezza”. Questa è la sintesi del suo pensiero. E nel suo tono, sempre pacato ma costruito nell’esperienza che conta, si è avvertita l’autenticità di chi non ha mai smesso di credere che la vita di un solo uomo valga più di qualsiasi interesse economico.
L’ingegnere Guido Parisi, già Capo del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco e oggi rappresentante ANVVFF (Associazione Nazionale dei Vigili del Fuoco), ha offerto, a seguire, un contributo di straordinaria chiarezza tecnica e umana.
Il suo intervento, incentrato sui casi di Rigopiano e del crollo del Ponte Morandi, ha esposto la discussione sul terreno delle oggettive tematiche di responsabilità e prevenzione.
Parisi ha ricordato come, nel caso di Rigopiano, una semplice avversità meteorologica (come la neve) peraltro prevista e annunciata, abbia assunto le connotazioni di una tragedia inevitabile, a causa del fallimento dei sistemi di allerta, della lentezza decisionale e di una catena di sottovalutazioni che hanno reso impotenti i soccorsi come l’ignorare le primissime segnalazioni e richieste di aiuto.
Quell’albergo, ha spiegato, rappresenta un simbolo di come la prevenzione non possa mai essere considerata un costo o una formalità, ma un investimento sulla vita umana.
Si è poi affrontato il tema del Ponte Morandi, e l’Ingegner Parisi ha altresì evidenziato come la tragedia di Genova sia stata la conseguenza di un atteggiamento diffuso nel Paese: la tendenza a rimandare la manutenzione, trascurando il ben noto rischio di cedimento. Non era il caso di fermare il traffico, non era il caso di rallentare l’economia si è detto, evidenziando come il timore di bloccare una città si sia tradotto, col tempo, in un prezzo incalcolabile di vite umane.
L’Ingegnere ha insistito sulla necessità di costruire una cultura più incisiva della sicurezza in cui ogni cittadino diventi parte attiva del processo e non solo il destinatario di regolamentazioni tecniche e burocratiche.
La prevenzione, ha ribadito, non può restare delegata alle istituzioni o ai tecnici perché deve concretarsi in un senso civico diffuso, da un’educazione primaria che formi persone consapevoli e responsabili, capaci di carpire segnali di pericolo e di agire prima che sia troppo tardi.
Fin dall’inizio, il suo intervento ha tracciato un filo conduttore fra Rigopiano e Genova, due ferite ancora aperte che, pur nella diversità delle cause, condividono lo stesso dramma di fondo: quello di un Paese che sa, ma non sempre interviene. Conosce il rischio, ma spesso lo evita e lo affronta solo dopo la tragedia.
Un Paese che, come ha sottolineato l’ingegnere, vuole costruire una nuova mentalità collettiva capace di mettere la vita umana al centro di ogni scelta che si delinei all’orizzonte.
La serata si è conclusa con un riconoscimento e una premiazione da parte della Consigliera Maria Rotonda Russo al comandante Gregorio De Falco e al Sindaco Veronica Felici.
Pomezia ha dimostrato che la cultura può ancora riempire una sala e che, la memoria, può ancora far tacere il vociferare.
“Io amo questo Paese” è più di un titolo azzeccato. È la promessa di un’Italia che, pur ferita, continua a cercare la sua salvezza nella verità e nella speranza.
E la sera del 31 ottobre, in una sala colma di emozione, quell’Italia sembrava davvero possibile.
(Foto di copertina prodotta a fine presentazione del libro “Io amo questo Paese” e fornita da Dorotj Biancanelli).
Un articolo incisivo che scuote le coscienze, diretto nella descrizione degli interventi che si sono susseguiti in questa presentazione di un libro che sembra voler essere denuncia ma anche speranza. L’Italia merita professionalità e impegno, a tutti i livelli.
La ringrazio per queste considerazione che ha rivolto nei riguardi del mio articolo, mi da la forza di sperare che l’intensità che si è apprezzata in quella sala eventi di Pomezia possa averla in qualche modo restituita a chi non era presente. Il mio è un grazie di cuore e sentito fortemente.
Grande il Comandante De Falco!!!!!! Voglio il libro.
Come sempre del resto, bravissima, intensa;l’articolo mette in evidenza parole che fanno riflettere, quelle del comandante De Falco risolvono quesiti che hanno attraversato la mia mente per lungo tempo, la memoria è fondamentale per attraversare percorsi di rinascita e cambiamento affinchè certe tragedie non accadano più, oppure fare quanto meglio sia possibile per limitare i danni mediante la prevenzione… grazie profondamente
Quando la penna scivola e si allinea all’eleganza, la classe e lo spessore morale di questa straordinaria scrittrice… articolo bellissimo e davvero ben fatto, complimenti!