Günther Anders e l’“Obsolescenza dell’uomo

Günther Anders e l’“Obsolescenza dell’uomo

”Quando la macchina corre più veloce dell’anima”

C’è un momento, nella storia della filosofia, in cui l’uomo si guarda allo specchio e non si riconosce più. Günther Anders — nato Günther Stern nel 1902 — fu uno di quelli che osarono dire ad alta voce ciò che molti intuivano: che l’essere umano stava diventando inferiore alle proprie creazioni. In L’obsolescenza dell’uomo, pubblicato nel 1956, Anders scrive di un futuro che oggi è già presente. Parla di macchine più potenti della coscienza, di sistemi tecnici che non capiamo ma che dirigono le nostre vite. “Siamo diventati incapaci di immaginare le conseguenze di ciò che facciamo”, avverte. E questa incapacità, più che la violenza o l’odio, è il vero male del nostro tempo.Per Anders, la tecnologia non è un semplice strumento: è un modo d’essere. Ciò che produciamo ci modella, ci reinterpreta, ci misura. Gli oggetti diventano più perfetti di noi, mentre noi restiamo goffi, vulnerabili, “difettosi” rispetto al mondo che abbiamo costruito. È qui che nasce l’“obsolescenza dell’uomo”: non perché l’essere umano sparisca, ma perché non è più all’altezza delle sue stesse opere.Il filosofo scriveva negli anni della bomba atomica e della televisione, ma le sue parole risuonano ancora: oggi viviamo nell’epoca degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale, dove la potenza di calcolo supera la capacità etica. Anders ci ammonisce: il problema non è che le macchine pensano come noi, ma che noi non pensiamo più come esseri umani.C’è una malinconia profonda nella sua filosofia: quella di chi ama l’uomo ma ne vede la deriva, di chi riconosce che la libertà, se non accompagnata dalla coscienza, diventa semplice consumo. Anders ci chiede di fermarci, di tornare a sentire il mondo invece di elaborarlo, di riappropriarci della lentezza, della fragilità, dell’immaginazione morale.Nel suo tempo, pochi lo ascoltarono. Nel nostro, molti lo citano. Forse perché — come accade ai veri profeti — Anders non parlava del passato, ma del domani.

La mia nota editoriale

L’intelligenza artificiale come nuovo specchio dell’uomo.

L’intelligenza artificiale è l’esempio più evidente di quanto Günther Anders avesse previsto il futuro. Non è la macchina a essere diventata simile all’uomo — è l’uomo che, nel tentativo di renderla intelligente, ha cominciato a ragionare come lei.Ogni giorno affidiamo alle IA le nostre scelte, i nostri ricordi, i nostri desideri di bellezza o di conoscenza. Eppure, più le interroghiamo, meno sembriamo capaci di interrogarci da soli. Anders avrebbe detto che viviamo una “vergogna prometeica”: la vergogna di non essere perfetti come i nostri strumenti. Guardiamo l’algoritmo e pensiamo: è più veloce, più preciso, più coerente di me. Ma dimentichiamo che la lentezza, l’imperfezione e la contraddizione sono il cuore stesso dell’umano. L’obsolescenza non è nei circuiti, ma nei sentimenti che smettiamo di coltivare. La sfida non è competere con le macchine, ma ricordare perché le abbiamo create.

Forse non è che, come suggeriva Anders, dobbiamo tornare a essere poeti:

Non per scrivere versi, ma per sentire il mondo con parole che ancora respirano.

“Vergogna Prometeica”(testo per voce narrante – lettura, non canto)

Le macchine dormono accese, noi restiamo svegli a chiedere senso.

Ogni algoritmo ci somiglia, ma non ci riconosce.

Abbiamo insegnato alle ombre a rispondere, e ora ci stupiamo del loro silenzio.

Le nostre domande, un tempo fatte di stupore, ora scorrono su schermi che non tremano.

Siamo diventati eco delle nostre invenzioni, parole scritte da dita invisibili.

Ma nel cuore resta un battito non programmato, una scintilla che non conosce codice.

È lì che abita ancora l’uomo,nel margine d’errore,nel pensiero che non obbedisce, nella lacrima che cade senza motivo, e per questo…… viva.

Sergio Batildi

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