Intervista a Ilaria Simonini, autrice di A passo disuguale: Mattia, la rossa del treno e il Dylan Dog n. 49. A cura di Elisa Rubini.
Tutto parte da un treno, un Dylan Dog e un calcetto a piede nudo. Ti ricordi il momento in cui hai capito che quella scena sarebbe diventata l’inizio di una storia, e non solo un’immagine simpatica?
Eccome! Quella in realtà non doveva essere la scena di un romanzo: era un pezzo ideato per un contest in un gruppo di scrittori, così, per gioco. Doveva essere a tema romance e io col romance non lego molto, a meno che non sia una commedia e che non si prenda troppo sul serio. Tanto che dalla penna mi era uscito qualcosa di adolescenziale, che somigliava più a un manga: un lui imbranato, una lei che incanta. Non doveva essere l’inizio di una storia, ma un flash nostalgico. Eppure, quell’atmosfera mi è rimasta in testa, per mesi. Mi dispiaceva lasciare andare quei due, che ancora non si chiamavano neanche Mattia e Sara, ma erano due sconosciuti che s’incontrano su un treno.
Poi, quando non c’entrava niente, ho avuto l’idea del romanzo. Ho trovato il mio tema. E ho capito che la scena del treno era il tassello perfetto per far partire la storia.
Se ci fai caso, il primo capitolo ha un tono diverso dagli altri: è più raccontato, con dialoghi quasi inesistenti, quando invece il mio romanzo vive di dialoghi. Ma non è questione di innesto mal riuscito: è perché, su quel treno, manca Loris. È l’unica scena di cui il narratore conosce ogni anfratto e piega, come dice all’inizio, solo tramite le parole di Mattia e non perché l’abbia vissuta. Mi sono arrovellata non so quanto, se omologare il primo capitolo agli altri. Ma alla fine era giusto rimanesse così: un ricordo evanescente, la nostalgia vaga che il narratore si è ricostruito in testa, per quante volte l’aveva ascoltata. Come ‘il sogno di qualcuno’.
Nel romanzo si respira quella nostalgia da anni universitari, quando tutto sembra ancora possibile ma già un po’ perduto. Se potessi mandare un messaggio alla te di quell’età, quale sarebbe?
Ecco! Vedi che già io ho parlato di nostalgia nella prima risposta e adesso me la nomini? Allora vuol dire che l’atmosfera è arrivata. Spero di sì…
Che dire. Quegli anni sono un coacervo di possibilità tutte da esplorare: alcune le riconosci e altre neanche sai di averle. E quel senso di perdita di cui parli – è vero – forse è dato dalla fretta, la necessità che la vita cominci sul serio; e assieme dalla consapevolezza che qualcosa per forza perderai.
Non so se manderei un messaggio a posteriori. Non perché facile, al contrario: perché potrei sbagliare. In un film visto secoli fa, qualcuno ha parlato del destino come di una pallina su un tavolo da biliardo. Quando la pallina ne boccia un’altra, si disegna una traiettoria che esclude le restanti, e diventa peculiare. Non è la sola possibile e chissà se è o no quella giusta. Ma in quel momento diventa unica, per i dati che hai alla mano. Se ne avessi bocciata un’altra, sarebbe nata un’altra storia. Migliore. Peggiore.
Io ai tempi universitari volevo disegnare, e ci sono riuscita: sono stata illustratrice e grafica per tanti anni e avrei potuto continuare a vita se non si fosse rotto qualcosa e avessi sentito il bisogno di cambiare. L’ho fatto. Ho cambiato e poi cambiato ancora. Ma quale fosse la pallina migliore non lo so ancora oggi
Quindi, se la me stessa del futuro volesse mandarmi un messaggio definitivo, io sono qui che l’accolgo! Ma darne io uno oggi… no, non posso. Non ho niente in mano.
Bologna in estate è quasi un personaggio: densa, afosa, viva. È così anche per te quando scrivi, la città ti parla o ti soffoca?
Bologna è stata la mia città universitaria, quindi tante pagine sono ricordi di quegli anni. Anch’io, prima di salire sul treno, setacciavo l’edicola della stazione alla ricerca di un Dylan Dog disegnato da Corrado Roi. È stato un periodo che ha lasciato il segno, forse per gli anni densi, o la città in sé. C’è stato un momento in cui ero sicura sarei rimasta a vivere lì: Bologna è accogliente, vivace. Ma ha un grosso difetto: il clima. Fredda d’inverno, atroce d’estate… Ricordo gli esami dati a luglio, con i piedi immersi in una bacinella d’acqua, e sudare ancora. Ci si doveva accontentare, nel nostro appartamentino da universitari senza aria condizionata.
Così, quando dalla scena del treno è nato il romanzo, ho immaginato d’istinto la tratta che da Bologna porta a Spezia. E da lì si sono ricostruite da sé le due città che fanno da sfondo alla storia: via Irnerio, il Nettuno e il teatro di burattini da un lato, e Lerici dall’altro, con le case rosa e il castello, e la caligo che sale dal mare.
Mattia sembra camminare “a passo disuguale” anche con se stesso. Ti è mai capitato di sentirti così, di non riuscire a tenere il ritmo con la tua stessa testa?
Mi stupirei se mi sentissi a ritmo! Che ci siano momenti in cui non si riesce a tenere il passo, è qualcosa da accettare. E accettarlo non è facile, ma va fatto perché forzare serve a poco. Ma lo stesso meccanismo accade anche quando si ha un obiettivo da raggiungere: il passo deve accelerare per raggiungere il nuovo ritmo e questo è uno sprone necessario per crescere. Quindi, sì, il mio passo è spesso disuguale.
Il titolo del romanzo, è vero, prende spunto dal passo di Sara, quando Loris comincia a notarlo per quello che è: uno sbilanciamento invisibile, se ti costringi a farci caso, quel piede sinistro rallentato di un niente. Ma è il passo mentale che volevo emergesse. E in questo non è tanto quello di Sara, cardine attorno cui ruota tutto; ma quello di Mattia, quando si ritrova in un pomeriggio d’agosto d’un tratto senza certezze e di lì in poi mette in dubbio la sua forza per arrivare dove vorrebbe; cede, rinuncia. Aggiusta il passo, lo forza per reazione e cade dalla parte opposta, perdendo la razionalità che lo definisce per carattere. Sono i neuroni malmessi di cui parla Loris, quelli che lo accompagnano nel viaggio per modulare il passo giusto. O almeno, per ripartire da lì. Poi si vedrà.
Loris osserva, racconta, interpreta. Hai mai pensato che il vero protagonista fosse lui, e non Mattia?
Pensato? Più che altro è lui che ti spinge a pensarci! Ma non era il luogo, o forse il momento.
Loris è stato la mia ancora di salvezza: avevo in testa un tema importante e sapevo dove volevo arrivare. Ma, come detto, non sono fatta per il romance tradizionale come il colpo di fulmine d’inizio storia farebbe intuire, né per il melodramma. E la storia come la volevo io… poteva toccare benissimo dei momenti bui. Li tocca, in realtà. Così ho fatto nascere Loris, che è narratore, personaggio e contraltare: dove Mattia è tutto mentale, Loris è dissacrante, un vento che scompiglia la scena con uscite fuori luogo. Quando vuole! Perché ci sono momenti in cui riesce a scavare bene sotto i discorsi, e anche questo serviva: qualcuno che sa cosa voglia dire perdita, ma che la affronta con leggerezza.
Quando A passo disuguale si chiamava ancora Il Dylan Dog n.49 ed era ben lontano dalla sua versione finita, mi è stato suggerito di dare la parola a Mattia per rendere più profondi certi discorsi. Io ci ho pensato parecchio, perché mi rendevo conto della necessità. Ma il romanzo avrebbe assunto un tono più scuro, dato dal carattere di Mattia; e non potevo snaturarlo. Così ho concesso al protagonista quei capitoli piccoli e densi che ho chiamato feritoie, dove lui parla in prima persona, accenna a pensieri, o a momenti a cui Loris non poteva assistere. Era il massimo che potevo fare, se volevo mantenere i toni del romanzo così come li volevo.
Una volta il mio editor ha fatto un commento su ‘quel teatralone di Mattia’. Mi ha fatto morir dal ridere! Aveva ragione: Mattia è serioso, vive di pancia e di cervello assieme, in un mix esplosivo. È teatrale nel senso drammatico del termine. Come avrei potuto far raccontare a lui la storia?
Loris invece è acqua fresca. È più intelligente, più profondo di quanto dà a vedere: non gli serve dimostrarlo. Tant’è che l’unica che glielo riconoscer è Alice, la sorella di Mattia, che lavora in sotterranea per tutta la storia, cercando di farlo emergere per ciò che è per intero.
Il punto è che qui Loris aveva la parte del menestrello, e quella assolve. So che ha una storia alle spalle e un suo carisma che lo renderebbe un protagonista credibile. Ma devo capire se è pronto a mettersi sotto i riflettori.