Commento a “Asimmetria di morte” di Yang Lian con due letture……

Commento a “Asimmetria di morte” di Yang Lian con due letture……

C’è un punto, nella poesia contemporanea, in cui il linguaggio smette di essere solo voce e diventa sostanza. Diventa materia che pulsa, che respira, che fa resistenza. In Asimmetria di morte di Yang Lian (scritta nel 2022), questa materia è la morte stessa: non un tema, non un simbolo, ma un organismo che ritorna, che insiste, che non smette di camminare tra i vivi e i morti con la naturalezza spaventosa di una legge fisica.

La poesia si apre come un rito ossessivo, con un’espressione che ritorna a ogni strofa:
“così ritorna la morte”
Un refrain che non consola, che non spiega, ma inchioda il lettore alla ripetizione del trauma, alla ciclica impossibilità di sottrarsi a una condizione collettiva. Non è una morte privata, non è il lutto di un individuo. È la morte come fenomeno politico, storico, sociale. È la morte che attraversa le strade, le città, la storia recente della Cina e del mondo.

Il ritmo è spezzato, franto, volutamente asimmetrico come il titolo annuncia. Le spaziature interne, le pause, i tagli improvvisi delle frasi non sono un vezzo visivo: sono un respiro irregolare, il respiro di chi parla mentre guarda una scena che lo supera.
L’immagine dei “bambù vermigli” che scrutano la loro dannazione è un colpo: qui la natura non consola, non salva. Il bambù, nella tradizione cinese simbolo di rettitudine e vita lunga, si fa “lercio”, “vermiglio”, cresciuto in un giardino maledetto. È la storia stessa che ha cambiato colore.

Yang Lian fa quello che molti poeti cinesi non possono o non vogliono fare: mette la storia davanti al lettore senza schermi. Non dice “perché”. Non indica colpevoli. Non denuncia in modo diretto. Ma l’accumulo delle immagini — corpi anonimi, gabbie metalliche, il quadrato eraso, un secolo di pesci morti — costruisce una contro-storia della modernità: quella che non finisce sui giornali, quella che si deposita sui volti e nelle ombre.

C’è un elemento cruciale in tutta la poesia: la vergogna.
“La morte pigia il tempo recluso / l’obolo della vergogna”.
La morte non è solo tragedia: è colpa collettiva. È un fallimento morale ripetuto.
E Yang Lian lo dice attraverso una lingua che sembra graffiata, corrosa, come se ogni verso fosse passato in una fornace. Non a caso compare la “soglia-fornace sigillata”: un’immagine che evoca crematori, fabbriche, luoghi di confinamento. Ma senza mai nominarli. La poesia parla con un linguaggio di allusioni feroci, che chi conosce la storia recente sa decifrare.

Le ultime strofe spingono il testo verso una riflessione quasi metafisica:
cos’è la morte se non un modo per misurare la menzogna?
cos’è la vita se non una continua “controfigura”?
cos’è la conoscenza se non un “errore omesso”, un gesto mancato?

Yang Lian non cerca una catarsi. Non offre salvezza. Non usa la poesia per chiudere, ma per riaprire.
La domanda finale, non detta ma evidente, è:
come può l’essere umano restare umano davanti a questa asimmetria?

Il verso conclusivo è uno dei più devastanti dell’intera sua produzione:
“la sola unica caduta ha soppresso l’eco / per raggiungere ogni cosa”.
È come dire: cadendo, il mondo ha perso la propria voce, ma proprio per questo la caduta ha rivelato la portata totale dell’umano. Un paradosso, una meditazione violenta, uno specchio oscuro.

Asimmetria di morte è così: un testo che non vuole consolare, non vuole semplificare, non vuole chiudere. È una poesia che ci mette davanti alla responsabilità del guardare. Una poesia che, nel suo linguaggio acceso, fratturato, denso, ci ricorda che la morte non ritorna mai da sola: ritorna portando il peso delle verità mancate.

Due letture della poesia Preparate da Suno:

ASIMMETRIA DI MORTE    Scritta nel 2022

così ritorna la morte

torna tra i morti     torna tra i vivi

ancora sulla sanguinea livrea delle strade

il vento fatuo rivolta lontano anonimi corpi

quasi chiedesse     come le ceneri possano sopraffare le ceneri

si cela un nulla dietro al nulla?

lerci vermigli bambù     cresciuti dentro

un giardino dannato scrutano la loro dannazione

l’ottusa storia li sfiora appena

scava tutti gli agonizzanti     affinché la morte possa tornare

così ritorna la morte

torna a pigiare il tempo recluso

l’obolo della vergogna che paralizza foglie cadute     invisibili

gabbie metalliche     declamano un quadrato eraso terso

ci fanno discernere      il colmo     della distruzione

spettri     reincarnazioni solo fantasie

il dolore     cesella le giunture con la scrittura del silenzio

e non mancano alla gracile somiglianza sospiri

venti autunnali sopra i nostri corpi     in fila nell’attesa di esalare

colombe intonano     il miracolo che satura l’aria di putida carne

così ritorna la morte

una dimora gremita di omuncoli     ripugnante stantio e teste

è sempre     un fondo colmo di concime     un continuo contorcersi

soglia del terrore     svincolo del rigetto     lingue scontornate

ogni parola un soffio a esaminare il QR code sulle labbra

un red carpet che ignora un secolo di pesci morti

scontato     la morte non si è mai congedata

mi sollevo da una pozza di spettri umani sotto la rampa rocciosa

oltre il rugginoso frutto di Adamo     colare a picco nelle menzogne

così ritorna la morte

entrambe le mani vuote     mai vita     nessuna poesia

niente vietato     perché il respiro non è mai proibito

giorni e mesi fluiscono senza lode

volti che si affrettano a salutare le vampe della soglia-fornace sigillata

falsità di nominare falsità nell’eleggere     un sostituto

genera un’altra controfigura     veleno ruggito da infanti

una buona educazione     omette la parola errore

le sventure sono oblique come la logica

nessuno sta dall’altra sponda della morte rabbiosa

così ritorna la morte

morte accolta     a testimoniare una congiura per il consenso

è abbastanza?     cemento carminio

l’estetica di estrarre il se     afferrare

chi sa chi sia la mano     qualsiasi addizione fa ancora zero

il nostro sogno dev’essere tale

un’esistenza incagliata per scalare un dirupo senza ritorno

minima visione dell’ordinario

la sola unica caduta     ha soppresso l’eco

per raggiungere ogni cosa

Sergio Batildi

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