ll fascino dell’infinito, lì mi perdo e mi ritrovo

ll fascino dell’infinito, lì mi perdo e mi ritrovo

(Voltaire, Émilie du Châtelet e quella notte sotto le stelle)
di Sergio Batildi

C’è un’immagine che, più di mille trattati, racconta il rapporto tra l’uomo e l’infinito: due figure, avvolte nelle pellicce, sedute sulla neve gelata lungo una strada verso Cirey, la carrozza rovesciata, il viaggio interrotto, e un cielo così limpido da togliere il fiato.
Sono Voltaire ed Émilie du Châtelet, amanti, complici, cervelli accesi come scintille vive nell’Europa illuminista.

Longchamp, nei suoi Mémoires, descrive la scena con un dettaglio quasi cinematografico. La carrozza, troppo carica di bagagli e di idee, si ribalta non lontano da Nangis. Nessuno si fa male, ma il mondo si ferma.
E quando il mondo si ferma, l’infinito trova spazio per insinuarsi.

Così eccoli lì, quasi intirizziti dal freddo, ma con lo sguardo sollevato verso un cielo perfettamente sereno, privo di ostacoli, un orizzonte spalancato che non chiede niente e offre tutto. Le stelle brillano con un’intensità feroce, quella che solo le notti senza case, senza alberi, senza rumori possono avere.
Ed è in quel silenzio nitido che nasce la domanda eterna: perché l’infinito esercita su di noi un fascino così potente?

Voltaire, che trascorreva la vita a combattere superstizioni e dogmi, davanti a quel cielo sospeso non può fare a meno di sentirsi piccolo, quasi vulnerabile. L’infinito, come sempre, fa questo: smonta le certezze, rimescola il respiro, ci ricorda che non siamo il centro di niente.
Émilie, invece, la matematica luminosa che tradusse Newton come nessun altro, vede in quel cielo non solo lo stupore, ma la struttura, il ritmo, la danza nascosta delle leggi universali. Per lei l’infinito non è un abisso, è un ordine segreto.

Eppure, lì su quella neve, non ragionano. Non analizzano. Non correggono equazioni. Guardano.
Ed è forse l’unica forma autentica di contemplazione.

Il fascino dell’infinito non nasce dai numeri, né dal terrore, né dall’orgoglio. Nasce da quel momento – fragile e definitivo – in cui gli esseri umani smettono di pretendere risposte e si concedono il lusso del semplice stupore.

E allora quella notte, mentre aspettavano i soccorsi per rimettere dritta la carrozza, Voltaire ed Émilie hanno fatto ciò che facciamo tutti quando l’infinito ci sfiora: hanno taciuto, hanno respirato, e hanno accettato che esistono spazi più grandi di noi, domande senza soluzione, e bellezze che non vanno spiegate ma solo attraversate.

Pensiero distonico

A volte mi chiedo se l’infinito non sia un errore di calcolo, una specie di sbavatura dell’universo, come quando scrivi un numero troppo lungo e la mano continua da sola, senza più obbedire alla mente. Forse le stelle non brillano per illuminarci, ma perché non possono spegnersi, intrappolate nel loro stesso impulso.
E noi, che le guardiamo come se contenessero risposte, forse siamo solo il riflesso fuori registro di qualcosa che doveva venire meglio.

Mi capita di pensare che il mondo non sia un cerchio, ma un disco leggermente piegato, storto quel tanto che basta per farci inciampare nelle nostre stesse certezze. Così, mentre cerchiamo equilibrio, l’universo si diverte a spostare il pavimento di mezzo millimetro, giusto per ricordarci che la stabilità è un’abitudine, non un dato.

E allora l’infinito…
forse non è un orizzonte, ma un difetto di prospettiva, quel punto in cui la mente decide di arrendersi e dire: “Va bene, da qui in poi non capisco, ma continuo lo stesso.”

Poesia musicabile

(strofa 1 – ritornello – strofa 2 – bridge – ritornello – coda)

Strofa 1

Cammino dentro un battito sbagliato,
la notte si piega sotto i miei passi,
cerco un equilibrio che mi sfugge
come un nome dimenticato sul tavolo.
C’è una nota che stona nel respiro,
un filo che si spezza quando penso,
e ogni silenzio sembra dirmi piano
che non sono mai davvero allineato.

Ritornello

Ma è nell’infinito
che inciampo sempre,
quella linea che non finisce mai
e mi guarda come se sapesse tutto.
È nell’infinito
che mi perdo e mi ritrovo,
storto, fragile, vivo,
con il cuore che non segue il tempo
ma continua a battere lo stesso.

Strofa 2

A volte il giorno mi attraversa lento,
come un treno che non vuole fermarsi,
e io resto in piedi sulla banchina
con le tasche piene di domande.
C’è un’eco che ritorna in ogni gesto,
una luce che non arriva mai dritta,
eppure nella mia asimmetria
trovo un senso che nessuno vede.

Ritornello

Ma è nell’infinito
che inciampo sempre,
quella linea che non finisce mai
e mi guarda come se sapesse tutto.
È nell’infinito
che mi perdo e mi ritrovo,
storto, fragile, vivo,
con il cuore che non segue il tempo
ma continua a battere lo stesso.

Bridge

E se davvero esiste un centro,
forse è un punto che si muove,
forse non vuole farsi prendere,
forse somiglia al mio respiro spezzato.
E io lo inseguo,
un po’ in ritardo,
ma sempre sincero.

Ritornello (variante finale)

Perché è nell’infinito
che ritorno sempre,
quella linea che non finisce mai
e mi chiama come una casa storta.
È nell’infinito
che mi tengo in piedi,
anche quando il ritmo manca,
anche quando il mondo scivola,
e resto vivo,
un po’ fuori tempo,
ma ancora io.

Coda

E se un giorno l’infinito
deciderà di chiudersi,
spero lasci uno spiraglio
per chi, come me,
non ha mai smesso
di inciampare nella luce.

Sergio Batildi

Sergio Batildi

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