Intervista con Lorenzo Zucchi tra noir, magia e realtà contemporanea. A cura di Elisa Rubini.
In un noir ambientato lontano dalle città, che ruolo giocano l’isolamento e la resistenza interiore dei personaggi?
Io gioco molto sull’interazione delle valli con l’elemento che arriva da fuori: la cosa sorprendente è che spesso le due parti si ritrovano ad avere opinioni simili oltre la miopia di certe amministrazioni. Ogni mio testo a oggi conserva un marchio di autenticità nel senso che riflette situazioni reali, di un determinato luogo in un determinato periodo storico contemporaneo.
Ti interessa di più il crimine come fatto concreto o le sue conseguenze psicologiche e morali?
Il crimine nei miei libri quasi mai è quello che si vede: per quello ci sono migliaia di testi e non è mio interesse aggiungerne uno in più, oltretutto sono un pessimo giallista, come ho fatto dire ad alcuni miei personaggi in Prigionieri del nostro destino. Mi interessa molto invece il non detto, quello che i personaggi si portano nei loro arabeschi mentali.
Secondo te, i paesaggi estremi possono diventare veri protagonisti di una storia?
Di ogni mio libro hanno sempre detto che l’ambientazione è un personaggio in più, del resto sono pur sempre nato con i racconti di viaggio. Ogni località citata nei miei testi cola letteralmente dalle pagine, divenendo protagonista: può essere estrema nel senso di remota, ma con più probabilità nel senso di sconosciuta a tutti, anche se ‘sulla strada’.
Quale potere narrativo ha per te l’elemento surreale inserito in una trama investigativa?
Onestamente penso che quello che ho portato avanti sia un esperimento al livello zero, anche perché non mi interessa dare vita a personaggi ricorrenti. Però questo senso di scollegamento dell’investigatore dalla realtà è un elemento che mi affascina, perché troppe volte ho visto commissari infallibili e impeccabili.
È più stimolante costruire un mistero che si spiega logicamente o uno che resta in parte inspiegabile?
Ho fatto entrambe le cose e so per certo che la maggior parte dei lettori chiede la prima soluzione. Il problema grosso di certa giallistica contemporanea però è voler far passare per reali certe situazioni al limite dell’assurdo, per i quali a volte bisognerebbe lasciare qualcosa in sospeso; da lettore io preferisco avere situazioni da decifrare di persona, senza che mi venga spiegato tutto.
Il realismo magico nei tuoi testi serve più a destabilizzare il lettore o ad ampliare le possibilità della realtà?
Nel caso specifico serve a creare una situazione paradossale, quindi in buona parte hai ragione: destabilizza il lettore e gli toglie i punti di riferimento. Non è stata ancora una mia ambizione quella di sviluppare a tal punto la parte magica da farla interferire con la realtà.
Ti piacerebbe scrivere un finale dove il colpevole non è una persona, ma un’idea o un destino?
Forse inconsciamente l’ho già fatto, se pensi all’ultima parola della tua domanda e la colleghi a un mio testo popolare di questi tempi. In realtà una soluzione a tal punto astratta non è al momento nelle mie corde; nulla però vieta che nello sviluppare per esempio un fantasy io possa sperimentare ancora.
Nei tuoi personaggi più giovani, l’amore è una cura o una ferita che li fa crescere?
Entrambe le cose, come sarebbe auspicabile che sia per chiunque, perché un amore che finisce lascia tutto un bagaglio di esperienze emozionali che chi rimane tutta la vita con la stessa persona dal liceo purtroppo non potrà mai capire. In alcuni testi potrebbe predominare il potere curativo, in altri la stimolazione sensoriale del dolore.

Come riesci a trasformare esperienze quotidiane e digitali (chat, social, relazioni online) in emozione letteraria?
Come sai nei miei romanzi c’è sempre la vita vera, quella che scorre mentre noi la guardiamo passare da un finestrino della metropolitana o dal tavolino di un bar. Mi riesce quindi abbastanza semplice trasferire la quotidianità che osservo in un campo narrativo che di fatto è solo una realtà parallela rispetto a quella in cui io scrivo.
Qual è la fragilità giovanile che ritieni più importante da raccontare oggi?
Ce ne sono tante, dall’abbandono genitoriale che ho affrontato ne I film belli li danno solo di notte al senso di spaesamento perenne della generazione di figli a metà (coloro che hanno genitori di nazioni diverse), trattato in Un’altra volta sabato. La fragilità più grande che devo ancora raccontare sono le ferite del bullismo, mentre in un mio testo young adult parlo di relazioni tra persone con una chiave che lascia l’interpretazione al lettore.
Pensi che le storie sentimentali abbiano più forza quando mostrano la salvezza o quando raccontano la perdita?
Devo dire la verità che non leggo tante storie sentimentali di cui so già il finale, ossia del primo filone, mentre rimango sempre molto affascinato da tutto quello che riguarda la perdita: dell’identità, del futuro, di qualcosa che si credeva importante ma poi alla fine non lo era. In ogni caso, sappi che dovrò prima o poi anche io scrivere un romance.