Andrea Bianchetti Storie fragili, ma Storie vere e universali

Andrea Bianchetti Storie fragili, ma Storie vere e universali

Mi sono imbattuto in Andrea Bianchetti quasi per caso, scorrendo una pagina di RSI dedicata alla letteratura. L’articolo si intitolava “Storie fragili, storie universali” e raccontava un libro che, già dal titolo, sembrava portare con sé una vibrazione particolare: Al figlio del pugile tremano le mani. Reperibile su Amazon.

Il link è questo, per chi volesse leggerlo:

Non conoscevo Bianchetti, non sapevo nulla della sua poesia né del suo lavoro nelle scuole professionali della Svizzera italiana, ma in quelle poche righe su RSI ho sentito arrivare un’eco precisa, come quando una storia ti chiama da lontano e ti invita a seguirla.

L’articolo parlava di ragazze e ragazzi spesso lasciati ai margini, di fragilità che diventano materia letteraria, di un insegnante che osserva i suoi studenti non dall’alto della cattedra, ma dal bordo del loro naufragio quotidiano. È stata quella voce  asciutta, sinceramente umana a spingermi a scriverne.

Da quello sguardo fugace su RSI è nato un piccolo percorso, un attraversamento emotivo che ora provo a condividere, perché certe opere meritano di essere raccontate non per moda, ma per necessità, come si fa con le storie vere che toccano un nervo scoperto della nostra società.

E Bianchetti, con le sue “mani che tremano”, ci ricorda che le vite più fragili sono spesso quelle più luminose, quando qualcuno si ferma a guardarle davvero.

Riporto una poesia come dal sito RSI

È una ragazza grande

di Andrea Bianchetti

*È una ragazza grande,
troppo grande per il suo banco.
È kosovara, allegra, gli occhi forti e tristi.
Ogni tanto mi dice
«Ma sì professore, sa com’è…
io non sono intelligente».

Correggendo il suo tema
sto attento alle doppie, alle “tt”,
alle “z”, agli apostrofi, anche ai plurali
spesso insicuri, sbagliati.

E mentre procedo a cerchietti
e commenti a lato del foglio,
leggo che appesa al suo armadio
c’è la fotografia di suo zio
con il quale è cresciuta
e che è morto da poco.
«La persona più importante per me»,
lo sottolinea con quella sua mano grande,
volgare, così ancora bambina.

Poso la penna.
Sto facendo la cosa giusta?

Questo è il mio lavoro?
Cerchiare? Commentare?

Scrivo in fondo:
«Brava, un ottimo testo:
avanti così»*
Andrea Bianchetti, “È una ragazza grande”

È una ragazza grande” è una delle poesie più note e rappresentative della raccolta Al figlio del pugile tremano le mani, (reperibile su Amazon). Il testo mette in scena un episodio reale della vita scolastica, trasformato in un ritratto delicato e doloroso: una studentessa kosovara che si percepisce “non intelligente”, mentre porta sulle spalle un lutto recente e un’infanzia interrotta.

La poesia si struttura come una micro-narrazione: l’insegnante corregge un tema con attenzione tecnica, ma l’incontro con la storia personale della ragazza sospende il gesto didattico, trasformandolo in interrogazione morale. La domanda “Sto facendo la cosa giusta?” costituisce il nucleo etico del testo.

Il valore del componimento sta nella sua tensione tra gesto professionale e responsabilità umana. Bianchetti mostra la distanza tra la rigidità del compito scolastico e la vulnerabilità degli studenti, suggerendo che l’insegnamento è inseparabile dalla cura e dalla presenza emotiva.

Questa poesia sembra una scena minuta, quasi invisibile nella routine di una scuola qualsiasi, e invece contiene tutto il peso del mestiere educativo, quella vertigine che arriva quando ti accorgi che ciò che hai davanti non è un compito da correggere, ma una vita.

Bianchetti ci porta dentro un’aula senza bisogno di descriverla: basta il banco troppo piccolo, la ragazza troppo grande, il suo dire «io non sono intelligente» con quella leggerezza che in realtà è una ferita. Qui l’autore fa qualcosa di molto raro: non giudica, non interpreta, non “salva” la studentessa. Semplicemente guarda, con un pudore che diventa etica.

Il momento centrale è quello in cui l’insegnante legge il tema e scopre la foto dello zio morto da poco, “la persona più importante per me”. È un frammento di mondo privato che irrompe nella scuola, un dolore che non era previsto nelle competenze richieste, nei programmi, nelle riforme. E lì, davanti a quella mano “grande, volgare, ancora bambina”, l’adulto si inceppa.
Posa la penna.
Si chiede cosa significhi davvero essere insegnante.

La tensione della poesia è tutta in quel gesto sospeso: il mestiere chiede di correggere, ma la coscienza chiede di capire. E Bianchetti non dà risposte, non offre soluzioni, non conclude con moralismi. Si limita a mostrare la verità nuda: che spesso la scuola non sa cosa fare con il dolore, e che chi insegna si trova continuamente a decidere se essere tecnico o essere umano.

Il finale è struggente nella sua semplicità:
«Brava, un ottimo testo: avanti così».
Una frase che suona come un abbraccio possibile, minimo, forse insufficiente, ma l’unico gesto immediatamente praticabile dentro quel ruolo.

La grande forza di questa poesia sta proprio nel non affermare nulla. Nel mostrare una frattura, un limite, un’incertezza.
Perché l’insegnante non è un eroe, è una persona che si trova davanti ad adolescenti che portano ferite invisibili, e cerca il modo di non farle sanguinare ancora.

Questa poesia non parla “di scuola”, parla della nostra incapacità di essere all’altezza degli altri, e della nostra ostinata volontà di provarci lo stesso. Parla di quanto poco basti a incrinare l’armatura di un adulto, di come un gesto minuscolo una foto in un armadio possa mettere in discussione un intero sistema di certezze.

Leggendola, ci si accorge che la fragilità della ragazza e quella del professore sono specchi che si guardano: entrambi grandi e piccoli allo stesso tempo, entrambi in bilico, entrambi tremanti.

Ed è proprio lì, in quel punto di tremito condiviso, che nasce la poesia.

Biografia

Nato a Milano nel 1984, vive e lavora nel Canton Ticino, dove insegna nelle scuole professionali. Collabora come recensore per RSI – Radiotelevisione Svizzera e ha fatto parte della redazione della rivista letteraria Cenobio. Sue poesie e prose sono apparse su riviste italiane e svizzere, tra cui Cenobio, Atelier, Ground Zero, Babylonia e Bloc Notes.

La produzione di Bianchetti si caratterizza per un linguaggio diretto e una forte impronta documentaria, spesso legata alla realtà educativa e sociale. I temi principali includono la fragilità adolescenziale, le difficoltà familiari, il ruolo dell’insegnante e le dinamiche delle scuole professionali.

Raccolte poetiche

Sparami amore di cera, Alla Chiara Fonte, 2007

Estreme visioni di bianco, Alla Chiara Fonte, 2012

Carneficine, ANAedizioni, 2013

Gratosoglio, Sottoscala, 2019

Al figlio del pugile tremano le mani. Storie fragili di scuola, Interlinea, 2025

Riviste e antologie

Bloc Notes, n. 58, “Madrigale industriale” (sette poesie inedite), 2009

Di soglia in soglia – Venti nuovi poeti nella Svizzera italiana, antologia, 2008

Pubblicazioni varie su Cenobio, Atelier, Ground Zero, Babylonia e altre riviste letterarie

Attività collaterali

Recensore per RSI – Radiotelevisione della Svizzera Italiana

Redattore della rivista Cenobio.

Collaborazioni con progetti performativi, tra cui un adattamento scenico tratto da Carneficine.

Temi ricorrenti: fragilità giovanile, responsabilità educativa, contesti familiari complessi, poesia civile e testimoniale, dimensione pedagogica del linguaggio

“Sono triste”

(dal file “altre poesie”)

poesie 2024 febbraio 2024

Sono triste

Sono triste oggi,
Ma non voglio rimanere,
In questa cupa tristezza per sempre.

Ho bisogno di trovare un modo,
Per scacciare via le nuvole,
E rendere la mia vita un po’ migliore.

A volte, il cielo indossa un mantello grigio,
E i nostri cuori rispecchiano la sua malinconia.
Ma non temere, amico mio, le tempeste passano,
E giorni più luminosi attendono oltre il vetro.

Il grigio è solo un colore fugace,
Un sussurro nella vastità del cielo.
Ci spinge a riflettere su noi stessi,
A cercare la luce, a riconnetterci.

Dunque balliamo con le gocce di pioggia,
Cantiamo con le morbide brezze del vento.
Abbracciamo le note malinconiche,
Mentre tessiamo i nostri raggi di sole.

In questa sinfonia di emozioni,
Troviamo conforto e dedizione
Perché anche quando le nuvole si addensano,
La speranza rimane la nostra amica fedele.

Commento alla mia poesia “Sono triste”

La mia poesia ha una qualità: non si nasconde, non ha paura di dichiarare un’emozione elementare, quasi infantile nella sua sincerità  “Sono triste oggi”  e da lì costruisce un percorso di risalita. È una tristezza che non si vergogna di mostrarsi, ed è proprio questo che la rende vicina alla poesia che stavamo esaminando di Bianchetti.

1. Un inizio disarmato, che assomiglia alla verità

Come nella studentessa kosovara che dice «io non sono intelligente», la mia apertura è una confessione senza filtri.
È il tipo di frase che, detta così, non cerca effetto: semplicemente accade.

E già questo la rende umana, vulnerabile.

2. La realtà esterna diventa specchio dell’emozione interna

Il cielo che “indossa un mantello grigio” non è una metafora decorativa: è la conferma di un mondo che riflette ciò che proviamo.
In Bianchetti c’è il banco troppo piccolo, la mano ancora bambina; in me c’è il clima, il colore, le nuvole che diventano specchio dell’animo.

Sono due modi diversi di fare la stessa cosa: rendere visibile l’invisibile.

3. Il tono della cura

C’è un momento in cui la poesia si sposta dall’“io” al “tu”, un “amico mio” che non è un lettore generico ma un compagno di fragilità.
Questa è una svolta importante: non più solo un’autodichiarazione emotiva, ma un gesto di cura.

In questo la poesia si avvicina alla domanda di Bianchetti:
“Sto facendo la cosa giusta?”

La mia risposta, implicita, è:
“Non sei solo.”

4. Un’uscita dalla tristezza senza negarla

Non propongo una soluzione, non cancello il grigio, non impongo un finale positivo.
Semplicemente accompagno verso un’apertura:

“La speranza rimane la nostra amica fedele.”

È la stessa delicatezza del voto dato con discrezione alla studentessa  “Brava, avanti così” un incoraggiamento minimo, quasi timido, ma autentico.

5. Il ritmo lento, quasi musicale

Il passo è calmo, disteso, simile a una camminata sotto la pioggia.
C’è un movimento, ma senza scatti.
Un gesto che consola, più che convincere.

Perché questa poesia è davvero vicina a Bianchetti

Non per tema, ma per atteggiamento.

La mia tristezza non è grandiosa, non è teatrale, è quotidiana.
Come la sua classe.
Come il gesto di posare una penna.
Come la fotografia di uno zio appesa in un armadio.

È una poesia che non vuole stupire: vuole esserci.
E questa è una forma di poesia civile, anche quando parla del cuore anziché della scuola.

Sergio Batildi

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