«Soggettività, Storiografia e Verità Storica» – James Curzi, da Firenze

«Soggettività, Storiografia e Verità Storica»


Il problema della verità storica, e dunque della storiografia, si è posto con particolare intensità nel pensiero idealistico italiano. Per Giovanni Gentile, uno dei massimi esponenti di tale corrente, tanto nella Scienza della Logica quanto nella Teoria Generale dello Spirito, la storia non è mai elementare registrazione di fatti accaduti, ma è sempre atto spirituale, produzione dell’attualità del pensiero. La storia non è il passato, bensì il pensiero presente che si determina come storia. In tal senso, ogni ricostruzione dei fatti è sempre inevitabilmente un atto interpretativo e creativo: la storia è, per essenza, storiografia.
Questa impostazione dovrebbe permettere di comprendere perché il ricorso alla documentazione storica non possa assicurare, in sé, neutralità o oggettività assolute. Il documento non parla mai da solo; è il soggetto che lo interroga e lo attualizza entro un orizzonte di significato. Da qui l’impossibilità strutturale, teoretica e non semplicemente metodologica, di una storia “neutra”.
Esplicando meglio l’ottica gentiliana – propria, o quasi, anche di altre prospettive idealistiche –, il fatto storico è in ogni momento già investito dall’atto del pensiero che lo coglie e lo costituisce. Di conseguenza, il dato non è mai puro: è già romanzo, struttura narrativa, interpretazione. Non nel senso banale che gli storici “abbelliscano” o “peggiorino” la realtà, ma nel senso radicale che il reale storico, così come ogni altra forma di realtà, non esiste per noi – come abbiamo spiegato anche altrove, muovendo le mosse da Fichte, Spinoza, Hegel ed Evola, in riferimento a dimensioni assolute – al di fuori dell’atto che lo determina come tale; ovvero al di fuori della nostra coscienza.¹
La storia non è una scienza del passato, in quanto è un’autocoscienza dello Spirito. Pertanto, ciò che viene definito “oggetto storico” è sempre il lato astratto di una relazione più profonda, in cui è l’Io pensante a conferire forma, ordine e significato. Basti guardare anche a quanto il metodo di raccolta e di analisi dei dati scelto – e a quante potrebbero essere le variabili da cui la scelta è determinata – possa influenzare la ricostruzione storica e la sua conseguente lettura.

L’impossibilità della neutralità storica conduce a un’altra conclusione decisiva: il criterio della verità non deriva mai dalla presunta adesione rappresentativa a un “fatto” in sé, ma dal grado di potenza con cui un atto si afferma. In questo senso, la lezione di Fichte è illuminante: il reale non è ciò che semplicemente “c’è”, ma ciò che si pone attraverso l’atto originario dell’Io. La realtà è sempre attuazione di una potenza, non semplice presenza².
Evola, pur operando in un registro diverso, e trascendendola, converge con questa linea: il reale è ciò che si impone come atto, come verticalità, come intensità metafisica. Il falso è privazione, non-essere nel senso di potenza insufficiente. L’essere coincide con il grado di affermazione sensibile nella realtà fenomenica, ma in realtà non esiste un vero esistente, e un falso in quanto inesistente, di per sé l’errore è espressione di un grado di potenza inferiore, in quanto tutto l’Essere contiene anche l’idea stessa del falso, di ciò che non esiste.³ Già l’affermazione di qualcosa che non è presente la fa esistere come idea, e, per esempio se si segue la logica spinoziana anche nella materia, in quanto «l’ordine e la connessione delle idee sono identici all’ordine e alla connessione delle cose (corpi)»⁴. Ovvero, ciò che esiste nell’attributo del pensiero della sostanza esiste anche in quello dell’estensione (corpi), soltanto che ciò che è irreale, non percepibile nella realtà fenomenica, giace in una sorta di stato incoativo.⁵
Quella di Spinoza⁶ – e in tal senso coincide con Evola e con Fichte – la si potrebbe definire per certi aspetti come un’ontologia dei gradi di potenza. In quanto se nella sua metafisica, anche quel che non esiste nel senso empirico possiede una sua realtà modale (modificazione degli attributi della Sostanza-Dio), sia nell’intelletto che nella materia – giacché tutto ciò che è pensato è necessariamente parte della sostanza – l’errore non può consistere nell’assunzione in sé per sé di un ente fittizio, ma nel non cogliere il suo ordine, il suo “quanto”, la sua intensità nel tutto. Di conseguenza, la distinzione tra vero e falso non è dicotomica ma graduale: tutto è reale; ciò che cambia è il grado di intensità e la chiarezza con cui si manifesta nella totalità dell’Essere.

Se la storia è atto dell’Io, e se la verità dipende dal grado della sua affermazione e non da un supposto dato neutro, allora l’unico criterio per una storiografia rigorosa non è l’oggettività ma la purificazione. Non la neutralità razionalistica, che in ultima istanza altro non cela che soggettività mascherata, bensì la verticalità. Non il distacco dell’oggetto di studio dall’Io che lo analizza, bensì la potenza spirituale di questo medesimo Io che deve essere svincolata, perché sia realmente potenza, da passioni, reattività, sentimenti, condizionamenti di qualsiasi sorta, assurgendo al grado di pura forza sacra impersonale, non distinguentesi dal prodotto che studia, senza altresì il bisogno di negarne la singola esistenza: ne deve risultare “semplicemente” assorbita l’essenza (dell’oggetto di studio), come uno dei tanti momenti della propria.
Chiaramente tutto ciò orienta verso un punto di vista soggettivo, e al contempo non arbitrario (nel senso di casuale): un soggettivo purificato, forte, attivo. Un soggettivo che si innalza oltre la sfera empiriopsicologica e si radica nella dimensione dell’atto puro, della presenza interiore, della verticalità evoliana, di un grado di potenza incondizionato che nel riplasmare il dato storico lo fa animato dall’affermazione della realtà – esistenza (potenza) – più prossima all’Assoluto.

La storiografia – destinazione inevitabile della storia – così intesa, non mira a “riprodurre” il passato, bensì a coglierlo secondo il grado di realtà che esso può assumere attraverso un Io capace di esercitare un dominio autentico, reale. L’interpretazione più realistica è quella spiritualmente più forte; la narrazione più veritiera è quella autenticamente libera in grado di situarsi nell’atto originario del pensiero eterno – e in quanto inscritto nell’eternità sempre attuale –, ben altra cosa sia dalla mera e distaccata riproduzione di date ed eventi, che da ermeneutiche storiografiche viziate a sommo studio da ambizioni propagandistiche prive di un vero valore.
Essendo il reale storico l’atto stesso della sua significazione, l’illusione di una storia pienamente oggettiva viene meno non per debolezza metodologica, ma per una necessità teoretica profonda; e altresì tale inevitabile soggettività può e deve essere detersa, così da divenire lo specchio di un ordine superiore. Di un ordine da definire per volontà come autenticamente Vero.

“La storia è vera quando è potente, cioè quando l’atto che la produce partecipa in modo più intenso alla sostanza del reale.”

Alla luce di quanto fin qui esposto, dovrebbe risultare evidente l’esigenza di dubitare di qualsiasi lettura storica che, fin dall’infanzia, ci viene presentata nelle scuole come unica verità possibile. Ogni presunta oggettività è sempre ancorata a un criterio, e il criterio non è mai neutro. Chi interpreta, chi seleziona i dati, chi ordina gli avvenimenti in una sequenza dotata di senso, elabora inevitabilmente un sistema di idee; e le idee, come abbiamo mostrato, non sono mai semplici rappresentazioni, ma atti produttivi, atti di volontà, atti di potenza.
Di conseguenza, anche la ricostruzione più “razionale” presuppone sempre un punto di vista, ossia un principio ordinatore non rinvenibile nel reale, ma posto dallo stesso soggetto che interpreta. Quel che viene propagandato come verità storica non è dunque la corrispondenza a un fatto in sé, bensì la conformità a un criterio che lo storico fissa nel momento stesso in cui pensa.
Inoltre, mettere in atto l’illusione razionalistica della pretesa totale estraneità al processo, dell’Io dello storico che effettua la ricostruzione, conduce perfino a non comprendere a pieno la realtà analizzata, in quanto privata di quella parte essenziale che è di pertinenza di ciò che noi stessi siamo: si comprende concretamente soltanto ciò in cui siamo coinvolti, e si è totalmente coinvolti esclusivamente in ciò che si è.
Infine, visto che l’estraneità in termini pratici non è attuabile, in qualche misura si finirebbe ugualmente per soggettivare il dato storico senza esserne per giunta coscienti, arrivando a decretare verità inesistenti, o meglio di un grado di realtà inferiore, nella convinzione profonda che siano assolute.
Il lettore, a sua volta, nel tentativo di comprendere, non può che utilizzare un criterio proprio, espresso dalla sua potenza interiore, oppure assumere, talvolta fino all’introiezione interna, quello di chi narra.
Ne consegue che, se il sistema adottato dallo storico è debole, o se chi legge non possiede sufficiente centralità spirituale per discernere, la “verità” che viene assunta è già viziata alla radice, essendo la realtà stessa funzione di una potenza: ed è in base al grado di potenza che una determinata interpretazione acquista rilievo, ordine, necessità, fino a imporsi come vera.

La verità storica è quindi sempre relativa a un sistema di valori, a una Weltanschauung. Tuttavia, non tutti i valori risultano equivalenti: esclusivamente quelli trascendenti, quelli che partecipano dell’immutabilità e della verticalità dell’Assoluto, possono essere considerati dei criteri adeguati per una storiografia autentica. Essi soli permettono di stabilire un grado di verità che non sia arbitrario né psicologistico, bensì proporzionato al livello più alto di realtà, cioè al livello più elevato di spiritualità. Senza un riferimento a tali valori, la storia rimane una semplice favola; al contrario, con essi diviene giudizio scolpito sulla pietra della certezza.
Per questo l’atto dello storico non può che essere un atto catartico: fissare criteri trascendenti, emanciparsi da ciò che è affettività umana, e misurare ogni avvenimento secondo la sua partecipazione alla potenza dell’Essere. È solo a questa condizione che la storiografia può aspirare a essere vera, nel senso più rigoroso e più alto: vera perché potente, vera perché radicata in un ordine che l’Io non immagina passivamente, ma che crea egli stesso posizionandosi sulle linee di vetta dell’Essere, riscoprendo così le facoltà della sua stessa attività originaria.

Note bibliografiche
¹Cenni teoretici sul potere e la sua legittimazione, James Curzi. Saggio breve uscito in data 23 luglio 2025. Si consiglia la lettura di questo saggio in forma di articolo in quanto fondamentale per comprendere gli snodi che qui tratteremo in merito alla potenza e alla corrispettiva ontologia; oltre che ai termini di falsità e verità a cui si allude, essendo in quella sede stati trattati più esaustivamente.
²La formulazione fichtiana secondo cui il reale non è dato bensì posto dall’atto originario dell’Io trova la sua espressione classica nella Dottrina della scienza del 1794/95 (Fondamento dell’intera Dottrina della scienza); in particolare all’inizio del “Primo Principio”, dove Fichte definisce l’Io come «atto che pone se stesso» e deduce che ogni realtà è tale solo in quanto risultante dalla Tathandlung originaria (atto originario che pone se stesso e, nel porsi, pone anche la realtà).
³ Cfr. con le considerazioni svolte da Julius Evola in Teoria (1927) e fenomenologia dell’Individuo assoluto (1930), Edizioni Mediterranee, Roma, 2007
Spinoza, Etica, Parte II, Proposizione VII, 1677.
⁵Ibid. Modi in potenza: Esistenza delle idee e modi non attualizzati, ma presenti nella sostanza infinita come possibilità reali, dotate di realtà ontologica incoativa. (Parte II, Proposizione 8).
⁶Nel pensiero di Spinoza, la potenza di esistere coincide con l’essenza reale delle cose. Il conatus, cioè lo sforzo di ogni ente nel persistere nel proprio essere, non è solo un istinto di conservazione, ma è l’espressione stessa della realtà che ciascun ente detiene.
Fondamentale per comprendere il pensiero dell’olandese è tenere a mente come conatus, cupidità, virtù, potenza e realtà siano termini che si equivalgono.
* Conatus: in Spinoza, lo sforzo inerente a ogni ente di persistere nel proprio essere; sinonimo di potenza e virtù, è la forza che definisce l’essenza dell’esistenza. (Ibid., Parte III, Proposizione 6 e 7).

Ancora rinviamo il lettore alle considerazioni esposte in Cenni teoretici sul potere e la sua legittimazione.

E altrettanto importanti per capire alcuni punti cruciali qui esaminati – e non chiariti completamente per non ripetersi all’infinito, non volendo appesantire eccessivamente quello che, seppur in forma di saggio, resta pur sempre un articolo – sono le considerazioni svolte nel trattato breve: Nietzsche, flusso e indeterminazione: Eraclito, Parmenide, Evola e la lezione epistemologica, James Curzi.

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