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C’è una domanda che ritorna ciclicamente, soprattutto nei momenti di accelerazione tecnologica e culturale: perché continuiamo a leggere i classici? In un tempo che produce novità a ritmo incessante, che senso ha tornare a testi scritti decenni o secoli fa? Eppure, nel 2026, i classici non sono un residuo del passato: sono una presenza viva.

Pier Carlo Lava

I classici non resistono al tempo perché “sacri”, ma perché necessari. Non appartengono a un’epoca: attraversano le epoche. Parlano dell’umano nelle sue strutture profonde – il desiderio, la colpa, la libertà, il potere, l’amore, la perdita – e lo fanno con una precisione che la cronaca non può raggiungere. Ogni generazione vi torna non per venerazione, ma per riconoscimento: ci ritrova domande che non smettono di interrogarci.

Nel 2026 viviamo in una cultura della velocità, dell’aggiornamento continuo, dell’obsolescenza programmata. In questo contesto, i classici compiono un gesto controcorrente: rallentano il tempo. Chiedono attenzione, silenzio, permanenza. Non si consumano in uno sguardo; si abitano. E proprio perché non si piegano alle logiche dell’immediatezza, restano uno degli ultimi spazi in cui il pensiero può maturare senza essere spinto a semplificarsi.

Ma perché non invecchiano? Perché i classici non offrono risposte chiuse: aprono campi di senso. Un testo davvero classico non si esaurisce in un’interpretazione; cambia con noi. Ciò che ieri sembrava distante oggi diventa sorprendentemente vicino. Le dinamiche del potere, i conflitti tra individuo e comunità, le forme dell’ingiustizia, la ricerca di identità: temi che attraversano i secoli e che nel presente assumono nuove configurazioni. I classici non ci parlano del passato: ci parlano del presente con un linguaggio più profondo.

C’è poi una dimensione educativa. I classici non addestrano al consumo, ma formano lo sguardo. Insegnano a leggere la complessità, a sostenere l’ambiguità, a distinguere tra ciò che appare e ciò che è. In un’epoca di narrazioni polarizzate e di giudizi immediati, questa capacità è una competenza civile. Leggere un classico significa esercitarsi alla lentezza del pensiero, alla responsabilità dell’interpretazione.

Si dice spesso che i giovani non leggono più i classici. È una semplificazione. Molti li incontrano fuori dai programmi scolastici, attraverso traduzioni, riscritture, adattamenti. Ma quando l’incontro avviene davvero, accade qualcosa di raro: si scopre che non si è soli nelle proprie domande. Che qualcuno, prima di noi, ha attraversato lo stesso conflitto tra desiderio e dovere, tra appartenenza e libertà, tra speranza e disincanto. I classici non ci spiegano come vivere: ci accompagnano nel comprendere perché vivere è complesso.

Nel 2026, mentre l’intelligenza artificiale produce testi, riassunti, stili, il valore dei classici non sta nell’informazione che contengono, ma nella forma dell’esperienza che offrono. Non sono database di contenuti, ma architetture di senso. Chiedono una relazione, non una consultazione. E ogni relazione autentica trasforma chi la vive.

Per questo i classici non passano di moda: non sono una moda. Sono una riserva di umanità, una memoria attiva che continua a interrogare il presente. In un mondo che cambia rapidamente, non ci tengono ancorati al passato: ci aiutano a non perdere la misura dell’essere umano. E forse è proprio questo il loro compito più alto: ricordarci chi siamo, mentre tutto intorno a noi cambia.


Geo
Alessandria. Alessandria today promuove una cultura della lettura come pratica civile. In un territorio che unisce memoria storica e trasformazioni contemporanee, i classici diventano strumenti per interpretare il presente, formare coscienze critiche e mantenere vivo il dialogo tra generazioni.

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