La leva obbligatoria come scorciatoia politica, ma non la risposta a un problema complesso. Di Dorotj Biancanelli, Roma
Il dibattito sulla leva obbligatoria torna ciclicamente, soprattutto quando la situazione internazionale si mostra profondamente incerta. Instabilità geopolitiche, tensioni fra alleanze e un linguaggio politico sempre più concentrato sulla sicurezza, rendono l’idea di un servizio militare obbligatorio come chiave risolutiva ai problemi che stiamo vivendo in questo delicato momento storico.
Ma dietro il tema del ritorno della leva obbligatoria si nasconde una semplificazione pericolosa.
La leva viene spesso vista come strumento di coesione nazionale per insegnare ai cittadini i loro doveri e perfino far comprendere cosa significhi essere parte di uno Stato. In realtà, ciò che riemerge non è un progetto educativo condiviso, ma l’incapacità sostanziale di affrontare le nuove fragilità sociali, demografiche e culturali con strumenti adeguati al tempo in cui viviamo. In Italia, questo ritorno ciclico della leva obbligatoria si innesta su fragilità sociali e istituzionali già profonde, che rendono particolarmente problematico il ricorso a soluzioni fondate sull’obbligo anziché sulla ricostruzione del legame civico. Le società contemporanee sono attraversate da disuguaglianze, precarietà, disaffezione istituzionale e smarrimento generazionale e pensare che l’obbligo militare possa rispondere a tutto questo significa spostare l’asticella del problema più in là, senza risolverlo concretamente. Infatti, la leva viene presentata come disciplina ma in realtà esplicita la mancanza di un vero e proprio progetto educativo che insegni ai cittadini il valore della coesione nazionale e del senso dello Stato.
Ciò che spesso viene trascurato è il fatto che la leva obbligatoria non ha lo stesso impatto su tutti. Nel corso della storia, sono stati i ceti più deboli a subirne le conseguenze più gravi, pur in presenza di un obbligo formale uguale per tutti, la leva obbligatoria non ha mai prodotto effetti realmente omogenei. Le possibilità di rinvio, esenzione o di gestione concreta del servizio hanno spesso risentito delle condizioni sociali di partenza e del capitale culturale. Questo ha finito per incidere in modo più significativo su chi disponeva di minori strumenti di tutela, con un impatto più gravoso sui contesti socialmente ed economicamente più fragili.
Qualora si volesse percorrere la strada dell’inserimento della leva obbligatoria oggi, è fondamentale affrontare con serietà la questione dell’equità, altrimenti si rischierebbe di perpetuare vecchie ingiustizie in un contesto moderno. La leva obbligatoria, in questo senso, richiederebbe un’attenta valutazione per evitare di colpire ancora una volta i ceti più fragili.
A questo si aggiunge un elemento raramente discusso: il mutamento profondo del rapporto tra individuo e istituzioni. Le generazioni più giovani crescono in un contesto in cui lo Stato è spesso percepito come distante, burocratico, talvolta ostile. Chiedere sacrificio senza ricostruire fiducia significa invertire l’ordine delle responsabilità: non si rafforza il legame civico imponendolo, ma rendendolo riconoscibile e credibile.
Il punto centrale, forse, è un altro: uno Stato che chiede ai suoi cittadini di essere pronti a difenderlo deve prima dimostrare di saperli tutelare. La sicurezza non è solo militare. È sicurezza del lavoro, dell’accesso alla salute, dell’istruzione, della partecipazione democratica. È la sensazione di non essere invisibili.
Un altro aspetto merita attenzione. Il ritorno della leva obbligatoria potrebbe sembrare la raffigurazione di un segnale di forza, intesa come ritorno all’ordine ma se il messaggio implicito è che l’insicurezza del presente si affronti riducendo gli spazi di scelta individuale, allora il rischio è quello di una regressione culturale, più che di un avanzamento che millanta capacità di reggere democraticamente la crisi.
Non va dimenticato, infine, che il contesto internazionale attuale richiede competenze altamente specializzate, capacità tecnologiche e diplomatiche complesse. L’idea che un esercito basato sull’obbligo possa essere la risposta principale alle nuove forme di conflitto appare profondamente discutibile. La sicurezza del XXI secolo non si gioca solo sul numero, ma sulla qualità delle strategie e sulla tenuta delle istituzioni.
La leva obbligatoria in buona sostanza potrebbe risultare una soluzione pratica e veloce, ma in realtà si rivela una mossa superficiale. Questa misura non risolve i problemi reali che portano alla sensazione di insicurezza che molte persone avvertono, rappresenta una soluzione temporanea che non affronta i veri nodi cruciali.
Prima di chiedere ai giovani di “servire lo Stato”, sarebbe forse il caso di chiedersi quanto lo Stato, oggi, riesca davvero a servire loro.
Mi sento chiamato in causa ma nel rispondere che sacrificio deve al minimo corrispondere a fiducia meritata ed è perfettamente in linea con il concetto espresso nell’articolo.
Un articolo davvero interessante, non schierato come verrebbe automatico fare, parlo da nonna di un nipote di diciannove anni per cui scriverei contributi mirati e diretti che evito di riassumere ma l’articolo si predispone con capacità, competenze e soprattutto con osservazioni mirate che fanno riflettere per davvero! complimenti Dorotj baincanelli
Mi piace molto l’articolo della Dott.ssa Dorotj Biancanelli perchè non sta a dire che il servizio militare non ci piace e non lo vogliamo se visto come finalità unica alla guerra ma spiega perchè non sarebbe la strada utile per risolvere le questioni delicate che stiamo vivendo attualmente quindi con capacità smonta a piccoli passi l’idea di una possibile proposta effettiva. Spero lo leggano tutti