IL GIARDINO D’AGRI SBADIGLI di Vincenzo Savoca

IL GIARDINO D’AGRI SBADIGLI di Vincenzo Savoca

 IL GIARDINO D'AGRI SBADIGLI

I
Un giardino c'è sotto gl'archi dove fu un
tempo la marina, tra muri bassi e poche
cose, sì piccolo da non potersi nemmeno
chiamare villa. D'appresso, le lampade
accese sopra i banchetti alla Pescheria.
Il gridare di voci e di commenti m'è dolce
ricordare, nell'invito d'acquistare sarde,
acciughe e triglie, il buon pesce del mare
Jonio. E Porta Uzeda nel cinta del muro
antico, pietra nera lavica, sì tanto bella!
E l'Etna su in cima a via Etnea. Ancora ne
rivedo l'incanto quando addosso a me
splendeva la giovinezza! Mi smarrivo nei
ricami barocchi, nell'incanto dei balconi
panciuti, fiorire di coreografiche ferrate.
Or rivedo il giardinetto, tra gl'alberi del
viale, dirimpetto a quel bel palazzo Biscari
alla Civita, sboccellante d'auro vermiglio
al tramonto. Ah!, la primavera catanese!
Di pallidezza l'ora che faceva prossima la
sera e m'adescava il profilo di quell'antico
palazzo, i negozi e le botteghe, i dammusi
di via Dusmet, e sognavo davanti all'ufficio
delle Compagnie di navigazione il sartiame
di velieri, il mare e gl'arsi tropici lontani!
Ora ricordo il giardinetto un po' vecchiotto,
oleografia d'antica stampa senza bellezza.
Quante volte vi sostai accanto! Il pensiero
mi veniva del mio tempo, sì lontano! Pure
adesso è qui! Ora che vivo altrove, sogno
d'essere in questo rifugio per vecchi, sotto
il cielo primaverile delle giornate catanesi.

II
Piccolo, senza garbo è il giardino d'agri
sbadigli, in cui andavo ancora bambino,
nudo d'aiuole e di fontane, pochi gl'alberi,
neanche fiori, senza prati, le foglie nei
rami più lontani, chiuso da povero recinto.
Un po' di sole nei giorni buoni, di silenzio
irenico, solo il roco brusco tossire, senza
forza l'umida voce dei vecchi, piano piano
per non spezzare il balbettìo del sonno
ed i lunghi sbadigli dell'ozio e della noia.
Le mani come innocui artigli, le braccia
rami aggrumati e sulle facce le rughe dei
tanti inverni e addosso l'odore della terra
e del mare, del legno e del ferro, e sepolti
negl'occhi i pensieri stanchi fermi davanti
al niente. Stanno zitti, solo un mormorio al
pensiero d'altri tempi, se il sole s'affaccia
sull'ombra fredda del cuore. Seduti vicini
come candele d'altare, pronta ad asciugarsi
la fiamma. Tremule rondini ch'attendono
su fili di luce d'abbandonare ora l'autunno,
prima ch'arrivi l'inverno, nel volo che non
abbisogna d'ali, soltanto uno spegnersi di
fiati per accedere in quel mondo di sogni
e d'affollata solitudine. Il ritorno a casa,
d'immenso vuoto il nido. Più non ha vita,
ma freme l'estasi amara d'estatici ricordi.
Dalla finestra guardano la vita che passa e
altrove se ne va, più non alita sull'orgoglio
amaro e tosco. Nessuno c'è a bussare alla
porta, l'unico trastullo è quello d'aspettare.
Bambino andavo nel giardino d'agri sbadigli,
d'allora io stesso rimasi brullo e sconsolato.
Non avevo capelli d'argento ma il cuore
era già vecchio, e d'angoscia ogni fremito.

VIncenzo Savoca
Ragusa 14 gennaio 2025

Poesia intensa e molto riuscita, capace di trasformare un luogo minimo in un grande spazio della memoria. Le immagini sono forti e riconoscibili, il giardino diventa simbolo del tempo che passa e della fragilità umana, senza retorica. Bella la contrapposizione tra la luce della giovinezza e l’ombra della vecchiaia, e notevole la chiusa, amara e lucidissima. Uno stile classico, ricco, che dà al testo un respiro profondo e una malinconia autentica.

Catania non la ricordi mai intera, ti arriva a pezzi, una pietra lavica tiepida sotto la mano, l’odore delle sarde alla sera, una luce che sbatte contro i balconi come un uccello stanco. Poi, all’improvviso, un giardinetto piccolo, quasi scusato di esistere, e dentro seduti i vecchi, immobili come se qualcuno li avesse dimenticati lì, tra un colpo di tosse e uno sbadiglio lungo quanto un pomeriggio.

Leggendo Savoca mi è tornata quella sensazione strana, di essere giovane fuori e già consumato dentro, come certi muri vicino al porto, belli da lontano, ma pieni di sale nelle crepe. Il giardino non è un luogo, è una fermata del tempo, una panchina dove il passato si siede accanto a te senza chiedere permesso.

Si viaggia anche così, senza muoversi, attraversando una poesia, e tornando un po’ più vecchi, ma con gli occhi pieni di mare.

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Sergio Batildi

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